Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 9

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Il popolo redentosi fece mozzar le torri, ove il signore si riparava dalla legale punizione. Vennero poi le fazioni, e spesso la trionfante atterrava le case dei vinti; talvolta era questo castigo decretato dall’autorità a sfogo dell’ira plebea: una sola parte si diroccava quando a varj padroni spettasse la casa[76]. Quel terreno restava infamato, sicchè più non vi si poteva murare: il Palazzo Vecchio di Firenze nel 1298 fu piantato fuor di squadra per non occupare lo spazzo ov’eransi distrutte le case degli Uberti, che aveano voluto tradir la patria agli stranieri; su quelle dei Quirini, complici del Tiepolo, i Veneziani formarono il pubblico macello.

Il lusso non tardò ai privati edifizj, e Firenze, Genova, Venezia n’ebbero di ricchissimi e maestosi. Meno però ai comodi si pensava che alla solidità ed alla bellezza; e per tacere d’un’antica legge lombarda, la quale proibiva il dormire più di quattordici ogni camera, gli otto della Signoria di Firenze giacevano tutti in una sola fino a mezzo il Quattrocento, quando Michelozzo ne fabbricò una per ciascuno. Eppure si trattava di quella gloriosa Repubblica, i cui cittadini, semplici nei costumi privati e nell’abito, spendevano largamente in quadri e sculture e biblioteche e chiese, e le cui navi, spedite ad Alessandria e Costantinopoli coi tessuti di seta, ne riportavano manuscritti d’Omero, di Tucidide, di Platone. Nel 1270 Venezia pubblicava una prammatica sopra agli ostieri, vietando d’alloggiar meretrici, tenere aperta più d’una porta, nè vendere altro vino che quel dato loro dai tre giustizieri; inoltre non avessero meno di quaranta letti, forniti di coltri e lenzuoli: provvedimento notevole in tempo che in Inghilterra appena si poneva paglia sopra i panconi ove dormiva il re. Frà Buonvicino da Riva, che nel 1288 fece la statistica di Milano, vi dà tredicimila case e seimila pozzi, quattrocento forni, mille taverne da vino, più di cinquanta osterie ed alberghi, sessanta coperti o loggie dinanzi alle case. Questi atrj, i chiostri dei conventi, il palazzo pubblico, l’_arengo_, il _broletto_ servivano per adunarsi e parlamentare: e il podestà milanese nel 1272 proibì d’ingombrar le arcate sotto al broletto, affinchè nobili e mercatanti potessero liberamente ronzarvi; anzi vi si collocassero panche ove sedersi e pertiche ove posar falconi e sparvieri, che si portavano attorno allora come dappoi i cani.

Grossolano era il mangiare plebeo, e in grand’uso il lardo, e spesso troviamo istituiti legati per distribuirlo ai poveretti[77]. Nel 1150 i canonici di Sant’Ambrogio in Milano pretendevano dall’abate, in non so qual giorno, un pranzo di tre portate: la prima di polli rifreddi, gambe in vino e carne porcina pur fredda; l’altra di polli ripieni, carne vaccina con peperata e torta di laveggiuolo; infine polli arrosto, lombetti con _panizio_ e porcellini ripieni[78]. Il molto uso delle carni facea che di pepe si consumasse, quanto di caffè o zuccaro oggi. Il pan bianco serbavasi per casi d’invito, e ancora nel 1355 Milano non n’aveva che un forno; il resto faceasi di mescolo o di segale. Il _panatone_, le _focaccie_, le _pizze_, il _panforte_, le _crostate_ ed altre varietà, che a Natale o a Pasqua si mangiano ancora, sono vestigia del tempo quando ciascuno coceva il pane in casa, di rado e massime all’avvicinare delle maggiori solennità. Generalmente il principe o signore ne’ castelli feudali dava a mangiare a tutti i suoi dipendenti, donde gl’immensi banchetti e le enormi pietanze, che poi serbaronsi per lusso.

Ricobaldo Ferrarese così descriveva le usanze attorno al 1238: «Al tempo di Federico II, rozzi erano in Italia riti e costumi; gli uomini portavano mitre di squame di ferro; a cena marito e moglie mangiavan da un sol piattello; non usavano coltelli da tagliare; uno o due bicchieri erano in una casa; di notte illuminavano la mensa con una face sorretta da un famiglio, non usando candele di sevo nè di cera. Vili erano le portature degli uomini e delle donne, oro ed argento nessuno o poco sul vestire, parco il vitto: i plebei tre dì per settimana pascevano carne fresca, a pranzo erbaggi cotti colle carni, a cena carni fredde riposte: non tutti in estate costumavano ber vino. Di poca somma tenevansi ricchi: piccole cánove, con ampj granaj. Con esigua dote si mandavano a marito le fanciulle, perchè assai misurato ne era l’addobbo: le zitelle stavano contente ad una sottana di pignolato ed una socca di lino; non fregi preziosi al capo nè da marito nè spose; queste legavano le tempie e le guancie con larghe bende annodate sotto il mento. Gli uomini ponevano la gloria nelle armi e ne’ cavalli, i nobili nelle torri».

Tanta rustichezza è un’esagerazione di Ricobaldo, che volea farne raffaccio a’ tempi suoi; come noi udiamo tuttodì esaltare dai vecchi i costumi sobrj e schietti di loro gioventù, e che pure formavano soggetto a beffe e rimproveri di poeti, di comici, di predicatori d’allora. Se mai l’esiglio nostro sarà prolungato, anche noi nei rabbuffi senili rimpiangeremo la beata semplicità e l’ingenua fede che correva nei giovani nostri anni.

Un anonimo del secolo XIII così, ma più prolissamente che non facciam noi, ritrae i Padovani: «Prima di Ezelino, sino ai vent’anni andavano scoperti il capo; di poi presero a portar mitre ed elmi o cappucci co’ rostri, e tutti vestivano soprabito (_epitogia_) con drappi da oltre venti soldi il braccio. Bella famiglia, buoni cavalli, sempre armi. I nobili garzoni ai dì festivi imbandivano alle dame, servendo eglino stessi, e di poi ballavano e torneavano. Splendide corti tenevano in villa. Le donne, deposto il grosso pignolato crespo, vestivano sottilissimo lino, cinquanta o sessanta braccia per ciascuna, a ragione delle sue facoltà. Se ai tempi d’Ezelino alcun del popolo fosse entrato a danza, i nobili lo schiaffeggiavano; e se un nobile amoreggiava qualche popolana, non la conduceva senza permissione».

Ecco un avanzo delle prepotenze nobiliari; e nella _Divina Commedia_, il più importante documento della storia nostra, troveremo un continuo rimpiangere i tempi passati, cioè quelli dell’aristocrazia, quando valore e cortesia si trovavano per le città d’Italia, quando nelle Corti ogni gentilezza splendeva, nè ancora la gente nuova e i sùbiti guadagni aveano turbato quel bello, quel riposato vivere. Lasciamo pur dire al Boccaccio che i Fiorentini sono garruli e oziosi come le rane[79], egli che altrove dice delle Pisane che «poche ve n’ha che lucertole verminare non pajano»: scrivendo egli per celia, per comando, per imitazione, da lui meno che da qualunque novelliere si possono dedurre le costumanze del paese, giacchè molte volte non fa che copiare, e persino nella descrizione della peste toglie da altrui i tratti che si crederebbero caratteristici, e avventure di tutt’altri affibbia oltraggiosamente alla regina Teodolinda o alla marchesana di Saluzzo. Meglio la vita d’allora ci è rivelata dalle _Cento novelle antiche_, alcune per certo scritte fin al tempo d’Ezelino, e da quelle di Franco Sacchetti, i cui tanti aneddoti, comunque talvolta insipidi, mostrano i costumi compagnevoli e gaj della libertà, pieni di brigate sollazzevoli, di vivaci burle, d’allegrie, e l’amore del novellare, i pronti ripicchi, l’arguzia a proposito, il vivere all’aperto, la festiva comunanza tra i signori e quelli d’umile stato, insolita nelle altre nazioni. Al tempo di Federico II di Sicilia «uno speziale di Palermo, chiamato ser Mazzeo, avea per consuetudine ogn’anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovaglia in collo, e portare allo re dall’una mano in un piattello cederni, e dall’altra mele, e lo re questo dono riceveva graziosamente». Esso Federico e i suoi figliuoli Enrico e Manfredi asolavano di sera per le vie di Palermo, sonando alla serena, e cantando cobole e strambotti di loro composizione.

Sovratutto piace quella universale pubblicità, tutto al differente da oggi, quando la gioja come il dolore si costipa fra le pareti domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali. Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di tutta la città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse. Chi murava, ponea vicino della sua casa una loggia per ritrovo degli amici al cospetto di tutti[80]: chi non fosse da tanto, poneva fuor della porta una pancaccia, ove fare la chiacchiera coi passeggieri, e dove talora Cisti fornajo eccitava l’invidia de’ magnati col pan buffetto e col buon vino ch’egli reputavasi beato di mescere agl’illustri cittadini ed agli ambasciadori di grandissimo Stato[81].

L’arte di lavorar calze co’ ferri fu tardi conosciuta. Noto è che i Romani non usavano brache, sicchè venne notato come uno straordinario Cesare, il quale riparavasi dal freddo con certe mutande. I calzoni usati dai Barbari furono adottati ben presto dai vinti. Comuni erano le pelli; di volpe, d’agnello, d’ariete a’ plebei; a’ ricchi le grigie e vaje e bianche spoglie degli zibellini, delle martore, dell’ermellino. Il nome di _superpelliceum_ dato alla cotta testifica l’uso de’ preti di portar pelliccie; del che avanzano traccie nelle almuzie e nella cappamagna. I Veneziani, e forse quei dell’Esarcato, nel vestire tennero dei Greci, coi quali erano in frequente comunicazione; e quando i Crociati assalirono Costantinopoli, Pietro Alberti veneziano, che primo era salito sulle mura, fu ucciso da un Francese che lo scambiò per un Greco. Ch’essi nutrissero e pettinassero la barba alla bisantina, appare dalla maschera che n’è tipo.

All’idea di que’ secoli poetici e pittoreschi associamo quella di vestiti di gran valuta, a compassi d’oro e di gemme, e a pelliccie: ma uno bastava tutta la vita, anzi tramandavasi ai figliuoli ed ai nipoti. Ciascuna condizione e grado lo portava differente, poichè uno dei caratteri del medioevo si è questa separazione che le opinioni, le leggi, le usanze mettevano tra il vulgo e i nobili, tra il ricco e l’artigiano, tra il lavoratore e lo scienziato. Vasti palazzi, di forza più che di venustà, con pochi mobili che pareano fatti per l’eternità, con ampie sale bastanti a raccogliere la numerosa clientela, con portici ove soleggiare, discorrere, novellare; buffoni, che di aneddoti e facezie esilaravano le adunanze e ai conviti; donativi di solida importanza, come vesti, denari, vivande; turme di cani, d’avoltoj, di falchi, di cavalli; estesissimi parchi chiusi per le caccie; grosse famiglie di servitori, pompa d’armi, brigate di tutta la gioventù, gualdane, comparse, discernono affatto quel lusso dall’odierno, tutto abiti e fronzoli d’apparenza più che di prezzo, e da oggi a domani mutati al capriccio della gran città che normeggia in Europa il modo del vestire e del pensare.

E ciascun paese aveva un vestir proprio, e Dante si fa riconoscere nel suo pellegrinaggio[82] tanto alla favella quanto all’abito. Gli statuti e principalmente le leggi suntuarie di ciascun Comune, colle minute prescrizioni fin sul taglio, le pieghe, gli ornati, la spesa de’ vestiti, ajuterebbero a particolareggiare le costumanze d’allora, chi sel proponesse. I birri erano casacche di color rossigno, più spesso di panno vulgare, e col cappuccio; _rauba_ o _roba_ fu nome comune delle vesti migliori, conservatosi nella lingua nostra e nella francese; v’è menzione del _supertotus_, e del palandrano o cappa, distinto dal mantello perchè senza maniche e col cappuccio. Ma il dire le varie foggie di ciascun tempo è fatica degli storici municipali.

Gli statuti di Mantova del 1327 vietano che alcuna donna di basso stato porti abito che tocchi terra, nè abbia al collo intrecciatojo di seta; di qual sieno grado poi, non tengano veste che strascichi più d’un braccio, nè corone di perle o gemme al capo, nè cintura che valga oltre dieci lire, nè borsa d’oltre quindici soldi. Nel 1330, racconta il Villani, «fu provveduto in Firenze al lusso delle donne, molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d’oro e d’argento e di perle e pietre preziose e reti, e certi intrecciatoj di perle e di altri divisati ornamenti di testa di grande costo, e simili di vestimenti intagliati di diversi panni e di diversi drappi rilevati di seta di più maniere, con fregi di perle e di bottoncini d’argento e dorati, spesso a quattro e sei file accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con segni e diverse lettere. E per simil modo si facevano conviti disordinati di nozze, e di spese soperchie. Fu sopra ciò provveduto, e fatto per certi ufficiali alcuni ordini molto forti, che niuna donna potesse portar corona nè ghirlanda d’oro nè d’argento, nè di perle, nè di pietre, nè di vetro, nè di seta, nè di niuna similitudine di corona, nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta, nè rete, nè treccie di nulla spezie se non semplici; nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto, nè nullo adogato nè traverso se non semplice partito di due colori, nè nulla fregiatura d’oro nè d’argento, nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio smalto nè vetro, nè di poter portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale, nè cintura di più di dodici spranghe d’argento; e che nessuna potesse vestire di sciamito, e quelle che l’aveano il dovessero marchiare acciocchè altro non ne potessino fare. E tutti i vestimenti di drappi di seta rilevati furono tolti e difesi, e che niuna donna potesse portar panni lunghi di dietro di più di due braccia, nè scollato più d’un braccio e quanto il capezzale; e per simil modo furono difese le gonnelle e robe divisate a fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, eziandio gli ermellini, se non a cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni adornamento e cintura d’argento, e giubbetti di zendado e di drappo e di ciambellotto. E fu fatto ordine che nullo convito si potesse fare di più di tre vivande, e a nozze avere più di venti taglieri, e la sposa menare seco sei donne e non più, e a corredi dei cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande, e che a’ cortei de’ cavalieri novelli non si potesse vestire per donare roba ai buffoni, che in prima assai se ne davano».

Sono una miniera di curiosità e d’individue notizie questi statuti suntuarj; ma ciascuno richiederebbe un commento, che appena sul luogo potrebbe condursi. Tanto per un saggio prendiamo quello di Lucca, il quale al 1308 vieta ai funerali picchiarsi le mani, nè donne scarmigliarsi e così star piangendo al cadavere, se non sia moglie, figlia o germana. Al 1362 vuole a nozze non siano più di quaranta invitati, oltre quattordici tra servitori, cuochi e guatteri. Non si diano che due qualità di vivande, cioè carni e pesci, servendo una sola per volta, e un pezzo ogni due persone; e per l’arrosto un pollo o due pollastri, o due starne, o due tortore o quaglie, o un quarto di capretto, o un mezzo papero. Non si tien conto de’ raviuoli, tordelletti, torte, nè altri mangiari di pasta, o di latte, cacio, salsiccie, carne salata, lingue investite. A cena non si tengano che venti persone e fin a otto servitori, nè si diano che due qualità di vivande, oltre erbe o formaggio o ricotta, come sopra. Non si ardisca dare confetti prima del desinare o dopo, ma una sola volta la tragea a desinare, e una a cena. Un altro capitolo prefigge il modo del secondo giorno, dopo di che più non poteasi far convito, neppure il giorno dell’anellamento. Vietasi di avere, in tali occasioni, alcun giocolare o sonatore o buffone; bensì potrà il giorno della festa aversi sonatori, che accompagnino anche la sposa per via; e il primo dì delle nozze un sonatore in casa o fuori, purchè lo stromento non sia tromba o trombetta o nacchera o cornamusa.

Le dónora che la moglie manda al marito, pongansi in cofani o casse, talchè non si possano vedere per via; e i cofani non lavorati o vistosi o dorati. E qui una serie di divieti sopra tale corredo; poi altrettanti pel ricorteo, i parti, i battesimi. E via via crebbero, e nel 1473 fu proibito portar oro e argento se non sia lo spino della cintura, o fornimenti di coltellini o di libri, o agorajuoli o bottoni; non più di sei anelli; nessun vezzo al collo o ricamo qualsiasi. Perle, giojelli, fermagli proibisconsi alle donne se non dai dieci anni in su fin a un anno dopo maritate; nel qual tempo possano portar in capo fin a tre oncie di perle, da valere trenta ducati larghi; non pianelle covertate di drappo di seta o d’oro: niuna donna abbia di più di due vestiti di drappo di seta, un solo de’ quali sia cremesi; e per evitare la frode, non si porti alcun abito se prima non sia notato nel libro da ciò; e quando vogliasi mutarlo, si faccia cangiar la scritta; e dismesso una volta, nol si ripigli: proibite le maniche aperte a campana. I cavalieri e dottori di medicina o di legge e le donne loro sono dispensati da questi divieti, i quali sono assai maggiori per le contadine.

«E perchè poco varre’ far leggi saluberrime se non si provvedesse al modo della observantia», si moltiplicavano le visite, gli spionaggi e il restante corredo delle leggi assurde. Poi nel 1484 ecco nuove restrizioni, tali che insomma prescrivevano il modo di vestirsi nè più nè manco, e quanto devano costare il chiavacuore, la borsa, il grembiule, il grembialotto. E nell’89 limitavansi le spese pei pasti, non si dessero tragea, cialdoni, frutti, vini, nè si facesse ornati alla camera se non di spalliere, bancali e tappeti, e sui letti e lettucci di arazzi; e lenzuoli di lino senz’oro nè argento, e coltre di seta. Segue un’altra filatera di proibizioni, la ragion delle quali è impossibile riconoscere se non al momento che vengono fatte o tolte, il che sovente succede poco dopo[83].

Per quanto inefficaci, le leggi suntuarie poteano avere opportunità quando al Governo s’attribuiva non soltanto lo smungere denari e spenderne, ma anche, siccome ad un padre in famiglia, cercare la moralità de’ suoi dipendenti. E un mezzo di moralità era il non uscire dal proprio stato; col che il ricco non contrae i vizj del povero, nè questo i vizj di quello; e le differenze di paese e l’indole non recavano già alla virtù, ma classificavano in certo modo le genti, mantenendole nel proprio carattere.

Non vogliamo uscir da questo discorso senza riferire quel che i Lucchesi nel 1346 stanziarono sul modo di trattare gli otto loro anziani, dimoranti nel palazzo di San Michele in Foro. «Ciascuno d’essi sia alla messa il mattino; e qual non vi sarà al vangelo paghi denari sei, dodici qual non vi sarà al corpo di Cristo, diciotto qual non vi sarà alla benedizione. Nessuno vada fuor di palazzo, nè risponda a chi parli al collegio senza licenza del comandatore, a pena di soldi due. Ciascuno venga a collegio quando sonerà la campanella maggiore, a pena di grosso uno. Non possano andare fuori più di tre per volta, sicchè dì e notte rimanga in palazzo il collegio; ma non vi meni o faccia menar femmina, a pena di soldi cento; non vada a tavola nè si lavi le mani, se prima non è posto e lavato il comandatore, il quale al collegio, alla messa, a tavola deve sempre stare in testa, e per città andare innanzi agli altri. Niuna parola disonesta si parli alla tavola: alla messa e alla mensa si tenga silenzio, se il comandatore non desse la parola: nessuno possa invitare forestiere a desinare o cena o merenda o panebere, senza volontà del collegio; e se alcuno n’avesse la grazia, paghi due grossi allo spenditore per volta. Nessun anziano possa andare a corpo, se non fosse per sua famiglia e consortato, pena soldi quaranta; non mandar fuori alcuna cosa da mangiare o da bere; non far venire del vino da vantaggio, se non due volte il dì, e solamente un mezzo quarto per volta pagando; e sempre si tegna la cocca pel comandatore. Niun confetto si mangi alle spese del collegio, se non fossero anisi confetti o tragea di po-mangiare e di po-desinare; e chi li facesse venire, paghi del suo».

Sarebbe un ripeterci il qui delineare i costumi cavallereschi, che sono per se medesimi una poesia. E in essi e in tutti domina la convinzione; onde assoluti nei comandi, nelle credenze, negli odj, negli amori, nelle persecuzioni, nelle belle e nelle sconce imprese, nel sapere e nel volere.

Colla libertà dovettero assai migliorarsi i sentimenti, su numero maggiore diffondendosi le cognizioni e l’operosità. Qual cosa innalza la dignità dell’uomo meglio che l’uscire dall’angusto circolo de’ domestici affari per occuparsi de’ pubblici, sulla piazza e nel consiglio sostenere dibattimenti da cui pende la prosperità della patria? L’agitarsi delle fazioni, i patimenti degl’individui, la premura di superare gli emuli, l’ambire le cariche come testimonio della pubblica fiducia, avvezzano fin dai giovani anni ad avere una volontà, e impediscono quella sonnolenza in cui rampollano le passioni vigliacche. L’uomo sentiva di essere cittadino; misurava le morali e fisiche sue forze nella lotta cogli emuli interni o coi nemici esteriori; e nell’allevare i figliuoli, consolavasi della certezza di lasciar loro un posto in società e una speranza.

Il compilare e applicare i varj statuti costrinse a coltivare la politica e la giurisprudenza. I nobili, che un tempo non servivano se non di capitani, allora andarono anche podestà, obbligati così a qualche studio o almeno a prendere in miglior concetto i leggisti, de’ cui consulti doveano valersi. Nelle città grosse, fin ducento persone pei magistrati annuali venivano di fuori, lo che accomunava le idee, cresceva la reciproca conoscenza, diffondeva tra gl’italiani la scienza di Stato: ogni podestà era superbo di lasciare il proprio nome a qualche novità o miglioramento: ciascuna repubblica era un centro di attività; ciascun uomo si affaticava negl’interessi della città propria; onde in mezzo all’Europa feudale il nostro paese compariva come un oasi della civiltà, e ne veniva grande incremento alle forze individuali ed energia ai caratteri. Che se pochi grand’uomini si vedono primeggiare, non significa che mancassero, ma che tutti i cittadini erano ad una elevatezza.

Nè però abbandoniamoci a panegirici. Era egli a sperare gentilezza quando gl’interessi esacerbavano gli odj, e gli sfoghi della violenza restavano impuniti per chi eludesse la legge fuggendo sul vicin territorio, o la affrontasse appoggiato ad una fazione? Se nei castelli duravano la prepotenza e la lascivia, se il clero prorompeva a splendidezze e lussi meno a lui convenienti, neppure i Comuni offrivano esempj di castigatezza. A migliaja contavansi le meretrici, o dietro agli eserciti anche dei Crociati, o nelle città dove talora esponeansi alle corse nelle solennità pubbliche. Nell’archivio di Massa Marittima è un contratto del 3 gennajo 1384, ove il Comune vende un postribolo ad Anna Tedesca col canone d’annue lire otto, e l’obbligo di tenerlo provvisto. In un altro del 19 novembre 1370, nel diplomatico di Firenze, il Comune di Montepulciano l’appigiona per un anno a Franceschina di Martino milanese per quaranta lire, oltre la tassa solita delle femmine di conio. Francesco da Carrara, trovate molte di queste sciagurate nel campo degli sconfitti Veronesi, le collocò al ponte dei Mulini di Padova, imponendo sui loro proventi una tassa a vantaggio dell’università.

Due colonne portate da un’isola dell’Arcipelago, stettero per terra a Venezia, nessuno sapendole rizzare, sinchè un barattiere lombardo vi si provò: legatele, bagnava le corde, pel cui accorciamento sollevandosi, le puntellava, e ripeteva il fatto sinchè le ebbe erette. In gente che avea San Marco sotto gli occhi, non so che mi credere di sì grossolano ripiego; ma quel che qui importa è il compenso da lui domandato, che i giuochi di zara fossero permessi in quell’intercolunnio, come seguitò per quattrocento anni, sinchè non venne infamato facendone il luogo del supplizio. A Genova, a Firenze, a Bologna esercitavansi pubblicamente quei giuochi, altrove ripetutamente, cioè inefficacemente proibiti.