Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 8

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Bologna vide sorgere cento torri, fra cui quella degli Asinelli e quella de’ Garisendi, decantate la prima per l’altezza, l’altra per l’obliquità, si cinse d’una terza mura più ampia, rassettò tutte le vie e i ponti, coprì l’Avesa che riceveva le immondezze, dispose il nuovo mercato a Galliera, _opera sovra l’altre bellissima, comoda e lodevole_, e tra molte chiese la Nunziata delle Pugliole, opera di Marco bresciano, e quella degli Alemanni fuor porta Ravennate pei Tedeschi che pellegrinavano a Roma; del Reno introdusse un ramo in città a movere trentadue mulini; un altro diresse fino a Corticella perchè le navi arrivassero a Ferrara; tirò pure in città l’acqua della Dordogna e quella della Savena per macinare il grano, e per servizio di tinger la seta e i panni di grana e scarlatto; compita la qual opera, si fece tridua solennità, e fu posto un ricordo al podestà Pirovano milanese. In breve giro d’anni vi furono fabbricati il palazzo della biada, la croce di piazza, le nuove prigioni, i granaj del Comune, Castel San Pietro, la chiesa di Santa Tecla; fortificate e provviste le castella del contado; oltre le grandi spese logorate negli eserciti: e il grano valea soldi cinque la corba, soldi sette il sale, nove il carro delle legne grosse, sei il vino alla corba[63].

Da un milanese, podestà a Firenze, ebbe nome la cittadina di Pietrasanta; dall’altro milanese Rubaconte di Mandello, il ponte più ampio e spazioso di Firenze, il quale pur fece lastricare molte vie: poi nel 1277 essa città comprava le terre fra Arno e Mugnone per porvi il borgo Ognissanti. Siena nel 1228 innalzava San Domenico, nel 58 Sant’Agostino, nell’84 il palazzo della Signoria in quella bellissima piazza del Campo dove undici strade sboccano, e alquanto dopo la sveltissima torre del Mangia. Volterra nel 1206 fabbricò nuove mura e il palazzo de’ Priori, poi da Nicola Pisano faceva erigere ed ampliar la cattedrale. Prato nel 1284 ergeva il palazzo del Popolo, e nel 92 lastricava le strade. A San Geminiano in Valdelsa ammiravansi palazzi pubblici e privati e chiese, fra cui bellissima la collegiata, e fontane, e quattordici torri di bellissimo finimento, e l’altissima del Comune, per la cui fabbrica ogni podestà doveva rilasciare parte dello stipendio, col diritto di porvi il proprio stemma.

Che serve allungarla? visitate l’Italia, e vedendo quei porti e quei moli stupendi, e le gran torri e le cattedrali, domandate chi le eresse, e sempre vi si risponderà: — Il popolo, quando a popolo si reggeva».

Stando ai computi del Cibrario, le terre di Piemonte nel secolo XIV avrebbero avuto appena un quinto della popolazione odierna; mille Carignano, duemila censettantacinque Ciamberì, duemila censessantacinque Rivoli, tremila ottocentrenta Moncalieri e Pinerolo, tremila trecento Cuneo, seimila seicensessantacinque Chieri, mentre appena quattromila ducento ne contava la odierna capitale. Le repubbliche invece quanto fossero divenute popolose lo attestano, se non foss’altro, le tante guerre; Bologna mise in campo contro ai Veneziani trentamila pedoni e duemila cavalieri; Milano, ricca di ducentomila abitanti, esibiva diecimila guerrieri a Federico II per la crociata, venticinquemila ne armava contro Lodi, sessantamila contro Brescia, compresi gli alleati; da Cremona la fazione trionfante espulse centomila persone; Ezelino ne rapì diecimila da Padova; Pavia accampava due a tremila cavalieri e quindicimila pedoni; il territorio bresciano dava quindicimila armati dai quindici ai sessant’anni. Genova, che nel 1345 ampliò la sua cerchia dalla torre di San Bartolomeo dell’Olivella sin alla punta del mare verso San Tommaso, e nel 1291 per duemilacinquecento lire comprò l’area fra San Matteo e San Lorenzo, dove in due anni fabbricò il palazzo del Comune, nel 1293 metteva in ordine un’armata di ducento galee e quarantacinquemila combattenti, tutti nazionali; eppure tanti ne rimasero, da provvederne altre quaranta, senza per questo lasciare sguarnite le riviere e la città[64]. Ivi le fazioni dei Doria e Spinola allestivano ciascuna da dieci a sedicimila uomini d’arme: fate ragione delle altre.

Massa, che or non arriva a duemila, contava ventimila abitanti; Savona novemila; in Pisa più di trentamila famiglie furono in grado di pagare il fiorino imposto a ciascuna per la fabbrica del battistero. Di Siena si dice nella peste del 1348 esser perite ottantamila persone, che erano quattro quinti della popolazione, la quale così sommerebbe a centomila. A Firenze nel 1336 si contavano novantamila bocche, non computando i forestieri, i soldati, le comunità religiose, talchè salirebbero a centomila; ma dai battesimi[65], che erano da cinquemila ottocento in seimila l’anno, proporzionandoli al quattro per cento, si arguirebbero cenquarantamila abitanti.

I matrimonj si favorivano con distinzioni e con feste; a Como il vescovo mandava (nè il rito è dismesso) agli sposi più illustri di quell’anno la palma che riceveva la festa degli ulivi. Il senato di Bologna ai principali spediva una cappellina di panno rosato, che lo sposo soleva portare per otto giorni[66]. Raro il celibato, e tutti i figliuoli ammogliandosi, formavansi famiglie numerose. Il padre di Pier degli Albizzi ebbe cinque figliuoli, e venuta una briga civile nel 1335, si trovarono trenta cugini in età sufficiente alle armi[67].

Frequente si rinnovava la peste: e a tali disgrazie non mancarono que’ funesti delirj, da cui neppure l’età nostra può vantarsi immune; si attribuivano a unti pestiferi o a pozzi avvelenati, e se ne imputavano principalmente gli Ebrei, perciò perseguitati fieramente. Nel 1321 si bucinò che i lebbrosi avessero fatto una strana congiura d’infettare tutto il mondo: il vulgo colla feroce sua credulità accettò questa diceria, e buttandosi addosso a quest’infelici, li trucidava, li bruciava vivi, lasciavali morir di fame.

Le quarantene erano precauzioni sconosciute, fin quando Venezia nel 1403 tolse agli Eremitani l’isola di Santa Maria di Nazaret per collocarvi le persone sospette e le provenienze di Levante onde spurgarle. Un magistrato di sanità vi fu organizzato nel 1475 come stabile e ordinario, composto di tre provveditori nobili annui, con podestà d’infliggere multe, carcere, galera, tortura. Questo primo esempio imitato valse non poco a preservare l’Europa, la quale non vorrà smettere le quarantene finchè la Turchia non sia incivilita.

Gran cura della sanità pubblica si presero gli statuti, provvedendo alla nettezza delle vie, a disperdere le acque stagnanti e procurarne di potabili, proibir le carni malsane e la propagazione delle epizoozie; talora spinsero la pulitezza allo scrupolo, come quei di Casale che alle rivendugliole di pane vietarono di filare. Federico II dettò buoni ordini salutari pel suo regno; i cadaveri si sepellissero quattro palmi sotterra, il lino e la canapa si macerassero un miglio distante dall’abitato, si gittassero in mare le carogne. Trovansi pure stipendiati medici perchè gratuitamente servissero; a Bologna nel 1214 Ugo da Lucca non dovea ricevere dai privati veruna mercede, salvo che la legna e il fieno. La legge veneta del 24 marzo 1321 proibiva di esercitar medicina e chirurgia se non approvato in qualche università; ordine già prevenuto da esso Federico.

Il vivere comunale faceva si gareggiasse anche in opere di beneficenza, volendo ciascuno avere nel proprio paese e nella propria corporazione soccorsi a tutte le miserie. La storia degli ospedali è delle più interessanti in quella de’ nostri municipj. La carità cristiana aveva insegnato a prender cura de’ projetti, che Atene, Sparta, Roma abbandonavano o uccidevano. Il primo orfanotrofio fu aperto da Dateo arciprete di Milano nel 785, stabilendo vi fossero allevati gli esposti fino ai sei o sette anni, dopo di che rimanessero liberi, rinunziando cioè al diritto di tenerli per proprj servi. L’ordine dello Spirito Santo aprì case per essi a Marsiglia, a Bergamo, a Roma, ove Innocenzo III sistemò con generosissima carità l’ospedale di Santo Spirito (t. VI, p. 243). Firenze aveva di tali ricoveri nel 1344, Venezia nel 1380, e così altre città. A Vercelli era fin dal 1150 un ospedale degli Scoti pei pellegrini di Scozia e d’Irlanda, e quello del canonico Simon di Fasana pei poveri francesi e inglesi: prova della quantità di forestieri che vi capitavano.

Gl’incendj succedevano frequenti, in grazia delle case di legno e di paglia. Nulla più facile che attribuire a malizia questi disastri, che nessuno vuol confessare dovuti a propria negligenza, e perciò severe pene si comminavano agl’incendiarj: cento lire a Moncalieri; mille soldi a Nizza di mare, e la testa se non avessero di che pagare; a Torino erano bruciati vivi. Di miglior senno fecero prova il Comune di Garessio stabilendo che, qualora non si scoprisse il reo, i danneggiati fossero rifatti dal Comune; e Siena mantenendo spegnitori del fuoco, emendando del pubblico le case e le masserizie danneggiate[68]. All’uopo stesso Ferrara nel 1288 prescriveva le case non si coprissero di paglia, ma di tegoli; Casale di Monferrato, non si facesse fuoco in casa non coperta di tegoli di buona terra; si tenevano guardie notturne; si allontanavano i pagliaj dall’abitato, si vietava d’accender fuoco quando tirasse vento. Firenze nel 1344 istituì i vigili, che, avvisati da una vedetta, accorrevano al primo manifestarsi d’un incendio[69]. Il _Breve comunis pisani_ del 1236 provvede all’illuminazione della città, e non solo nelle strade più frequentate, ma ne’ chiassi e vicoli, con lampioni numerati e guardie notturne.

In tutto ciò voi ravvisate quel nobile e faticoso uscire da uno stato depresso per elevarsi a un migliore; e generalmente conservavasi molta modestia nel vivere privato, mentre voleasi che il pubblico prosperasse. Si aveva gran mistura di male, ma progresso; e la ricchezza pubblica era tale in quelle _repubblichette_ così derise dagli odierni dottrinarj, da uguagliare ciascuna i floridi regni. Firenze nella guerra contro Mastin della Scala spese seicentomila fiorini d’oro, tre milioni e mezzo in quella contro il conte di Virtù, undici milioni e mezzo dal 1377 al 1406.

Meglio delle guerre ne piace rammentare le pubbliche costruzioni e il fiore delle arti belle, deve ogni nostro Comune ardiva quel che appena l’Inghilterra o la Francia: e le città, che pur aveano vicinissime città altrettanto floride, compirono imprese quali neppur si videro allorchè furono centro di vasti Stati, come Firenze o Venezia. Gran prova che sapeano e creare le ricchezze e conservarle con quell’economia che è prima dote di governi repubblicani, non spendendo mai di là del ritratto, o affrettandosi a spegnere i debiti, come era naturale in paese dove i magistrati, uscendo ogni anno o poco più, doveano render ragione dell’operato. Sol quando i principi sottentrati furono costretti a comprare la fedeltà e la difesa, e mantenersi con lusso, non si fecero coscienza di compromettere l’avvenire, e coi debiti preparavano nuovo impaccio alle finanze. A repubblica si reggevano le terre svizzere, e in paese poverissimo riuscirono a cumular capitali, di cui fecero poi comodità ai principi, e vennero a vantaggiare di territorj. Berna e Friburgo aveano largamente sovvenuto i duchi Lodovico e Amedeo IX di Savoja, singolarmente per le spese occorse a far l’antipapa Felice e a comprare il regno di Cipro. Scaduti i termini, e non potendo soddisfare, dopo profusi doni onde guadagnarsi i cittadini più creduti, i duchi dovettero lasciar occupare da essi il paese di Vaud, che cessò di appartenere alla lor casa. Così vedremo avvenire di terre del Milanese, occupate per sempre da Svizzeri e Grigioni.

Che se le repubbliche erano costrette ricorrere a prestanze private, seppero convertirle in un nuovo mezzo di comodo e prosperità; e i primi tentativi nella scienza del credito sono dovuti agl’Italiani. Fin verso il 1156, trovandosi esausto l’erario veneto, il doge Vitale Michiel II propose un prestito forzato sovra i megliostanti, meritandoli al quattro per centinajo. Si formò così il primo banco di deposito, non di emissione; i contratti si faceano e i viglietti si traevano dai mercanti, non al corso della piazza, ma in moneta di banco, cioè in ducati effettivi del titolo più fine. Nuova forza acquistò dacchè il Governo introdusse di fare i suoi pagamenti in viglietti siffatti; poi vi s’aprì partita di dare e avere, talchè i fondi depositati si giravano da un nome all’altro, come oggi nel gran libro di Napoli, e pagavansi cambiali per conto di privati. Da principio il banco rifiutava i capitali di forestieri; e nel prestito del 1390 un decreto speciale vi volle per accettare trecentomila scudi da Giovanni I di Portogallo. Tanto credito ispirava, che si potè estrarne quasi tutto il denaro effettivo, senza incutere sfiducia. A questo _monte vecchio_ s’aggiunse il _nuovo_ nel 1580 per sostenere la guerra di Ferrara; infine il _nuovissimo_ nel 1610 dopo la guerra coi Turchi; indi delle loro reliquie si costituì nel 1712 il _banco del giro_, che continuò fin all’omicidio di quella repubblica.

Matteo Villani ci descrive partitamente le operazioni del banco de’ Fiorentini, la riduzione, la liquidazione, la redenzione[70]. A Siena il Monte de’ Paschi fu introdotto per prevenire le usure, prestando a soli Senesi, e sodando piuttosto sulla probità individuale, garantita da una o più persone solide. Monumento più insigne è il banco di San Giorgio a Genova. Questa Repubblica contrasse un debito fin dal 1148 allorchè conquistò Tortosa; lo crebbe poi nelle successive vicende, sinchè nel 1250 fu addensato sotto il nome di _Compera del capitolo_, descrivendo in un cartulario ventottomila luoghi, sommanti a due milioni e ottocentomila lire d’allora, quando da un’oncia d’oro di pajuolo tagliavansi lire tre, soldi dieci, denari tre. Così fu consolidato il debito: ma la guerra con Carlo d’Angiò portò la compra d’altri quattrocentoventi luoghi; d’altri l’assedio de’ Ghibellini e le guerre d’Enrico VII e le successive; quattrocento novantacinquemila fiorini d’oro vi aggiunse quella di Chioggia; di più l’amministrazione del Boucicault, talchè la Repubblica era in procinto di fallire se non si fosse trovato uno spediente. Solea Genova ai creditori dello Stato cedere i proventi di alcuni dazj indiretti: essendo però le varie imposte destinate ad uffizj diversi, andavano in troppa parte assorbite dalle spese; laonde per semplificazione si ridusse ogni cosa in un collegio di otto assessori col nome di San Giorgio, nominati dai creditori, e obbligati a render conto soltanto a cento di questi. I debiti anteriori di variissima forma vennero consolidati al sette per cento: _luogo_ chiamossi ogni unità di credito, consistente in cento lire, e che si poteva trasferire; _colonne_ un certo numero di crediti, riuniti sopra un solo _logatario_ o creditore; _compere_ o _scritte_ la somma totale dei luoghi, equivalenti ai _monti_ di Firenze, di Roma, di Venezia. Registravansi in otto _cartularj_, secondo gli otto quartieri della città, rilasciando ai creditori polizzine col nome di essi e colla firma del notajo; nè dovevasi emetterne alcuna che non vi fosse l’equivalente valore nelle sacristie o casse; e pagavansi a vista. Gli otto protettori formavano ogn’anno un gran consiglio di quattrocentottanta logatarj, metà a sorte, metà a palle. I magistrati superiori della Repubblica doveano giurare di proteggere inviolato il banco.

Lo crebbero i molti denari depostivi da privati, e i _moltiplici_, come chiamavansi certe disposizioni fra vivi o per testamento, mercè delle quali i proventi d’alquanti luoghi lasciavansi accumulare onde comprare altri luoghi, fin ad un certo termine, di là dal quale si applicavano ad istituzioni pie o ad altro uso. Luoghi sopravanzati alla quantità richiesta per gli annuali interessi di qualche nuova prestanza, moltiplicavansi a pro della repubblica, e costituivano le _code di redenzione_, che oggi diremmo fondo d’ammortizzamento; e questo operava così efficace, che, malgrado più di sessanta prestiti fatti alla repubblica, il banco diminuì i suoi luoghi da quattrocensettantaseimila settecento che erano nel 1407, a quattrocentrentatremila cinquecenquaranta, che trovavansi nel 1798, e di cui una quarta parte erano disposti a pubblica utilità. La Repubblica, non bastando a difendere Caffa dai Turchi, e la Corsica da re Alfonso il Magnanimo, le cedette a San Giorgio, che così fu ad un tempo banco di commercio, monte di rendite, appalto di contribuzioni e signoria politica.

Mentre le inesorabili fazioni rendevano impossibili in Genova e la libertà e la tirannide, quella società, meglio consigliata, tutelava la pace e l’ordine; continuò anche dopo mutati i modi e le vie del commercio: dal saccheggio degli Austriaci nel 1746 risorse, soccombette a quel dei Francesi nel 1800.

Con savie regole anche la città di Chieri nel 1415 eresse un monte, a mezzo del quale spense il debito per cui rispondeva sin il dieci e dodici per cento. Era costituito di diecimila genovine nè più nè meno; cioè lire centosettantottomila, assicurati capitale e interessi sui beni del Comune, divise in luoghi che rendeano il cinque, poteansi vendere e permutare, e chi n’acquistasse uno diveniva borghese di Chieri. Essi luoghi non doveano perdersi nè sequestrarsi per qualsivoglia misfatto, neppure di maestà: i principi di Savoja nè i loro ministri non potevano acquistarne: al Comune era dato in qualsifosse tempo redimere quel debito[71].

In tal proposito non vogliamo preterire due istituti, dimenticati dagli storici. Dodici nobili di Pisa nel 1053 cominciarono l’Opera della misericordia, contribuendo venticinque libbre di grossi ciascuno, i quali si dovessero trafficare, e del guadagno dotare povere fanciulle, riscattare schiavi, sovvenire vergognosi: bellissima alleanza della carità cristiana coll’industria moderna. Nel 1425 s’inventò a Firenze un _monte delle doti_, ove mettendo cento fiorini, in capo a quindici anni se n’avea cinquecento in dote a chi si maritasse, restavano al monte se l’assicurato morisse o andasse religioso[72]. Dove ravvisate quelle tontine e quelle casse di mutuo soccorso e di provvidenza, che tanto or prosperano in Francia e in Inghilterra.

CAPITOLO XCVIII.

Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli.

Non è mestieri che chiamiamo il lettore ad avvertire come fossero mutati i costumi. Quel lusso corruttore, che le fatiche d’intere provincie consumava ai godimenti e alle futili vanità di un solo, qual vedemmo al declinare del romano impero, dovette cessare sotto i Barbari, semplicemente rozzi.

In un placito tenuto da Adalardo in Spoleto, al principio del regno di Lodovico Pio, ci è descritto un palazzo romano: dal _proaulio_ si passa nel salutatorio destinato al ricevimento; segue il _concistoro_, ove trattare i segreti; poi il _tricoro_ o _triclinio_, ove i convitati sedevano in tre ordini di tavole, tra i profumi esalanti dall’_epicaustorio_; ivi camere estive ed invernali, ivi terme o bagni, ginnasio per le dispute e gli esercizj, la cucina, il colombo o piscina da cui venivano le acque, l’ippodromo per corse di cavalli. Evidentemente è l’avanzo d’un palazzo antico, e tale costruttura si abbandonò coi nuovi costumi.

Delle case la maggior parte non aveano che il pian piede, alcune erano coperte di tegoli (_cupæ_ o _cupellæ_), molte di assicelle (_scandulæ_) o di paglia. Da ciò gl’incendj frequenti, che talvolta distruggeano mezze le città, colpa dei quali, dice Landolfo sotto il 1106, Milano quasi più nessun muro avea di pietra o di cotto, ma solo di paglia e graticci. Scambia egli per effetto la causa; ma è vero che ajutava gl’incendj il mancar di camini. Gli antichi poco usavano tale comodità, accendendo il fuoco in mezzo alla stanza, e per un foro mandando il fumo. De’ camini colla canna innestata nel muro parla Galvano Fiamma nel XIV secolo come di trovato recente: Andrea Gattaro vuole che Francesco Carrara il vecchio da Roma nel 1368 ne portasse l’uso, dapprima ignoto: vent’anni di poi il Musso notava come le case di Piacenza fossero splendide, nitide, ben guarnite a masserizie, con armadj, stoviglie e vasellami diversi, orti, cortili, pozzi, vasti solaj, belle camere, alcune delle quali col camino[73]. In Roma la casa che vulgarmente chiamano di Pilato, e che appartenne a un discendente del console Crescenzio, è una fortezza all’uso di quel tempo, rimessa in essere da Cola di Rienzo per difendere il ponte Rotto; pesantissima nella sua solidità, straornata di pezzi tolti di qua di là, con bizzarri capitelli e rozza iscrizione[74].

Nella feudalità ogni signore, fatto quasi un piccolo re, avea grandi entrate, ma dovea spendere assai nel mantenere l’estesa famiglia, oltrechè le sue entrate consistevano in derrate piuttosto che in denari. Il palazzo prendeva l’aspetto, sovente anche la forza di un castello; grosse mura, poche finestre o nessuna, torri agli angoli, merli al tetto, una fossa intorno con ponte levatojo, che metteva alla porta principale, difesa da balestriere e feritoje e da saracinesca caditoja. Attorno al cortile, che serviva agli esercizi soldateschi, erano la cucina, colla dispensa per la cera e per le spezie; ampie scuderie, cogli altri bassi servigi; una sala d’arme, ov’erano disposte quelle da battaglia e da caccia; il tinello, bastante non solo pei famigli ma per gli ospiti numerosi. In quello del principe d’Acaja a Pinerolo nel 1367 mangiavano centrentanove persone, fra cui venticinque poveri e alquanti frati[75]. La sala da pranzare il signore, illuminata da fiaccole portate da paggi e da grandi candelabri di ferro, alla buona stagione rimaneva aperta ai venti, alla peggiore la schermivano impannate di tela o di fogli oliati, quali le conservava ancora nel 1400 il ducale castello di Moncalieri. A questa mancanza di comodi facea contrasto la suntuosità della tavola, disposta con doppieri d’argento e fin d’oro, e trionfi artistici, e coppe d’avorio, di tartaruga, di cristallo, o anche più fine per materia e lavoro.

La sala di ricevimento era messa ad arazzi, venuti di Fiandra o di Damasco, e che più tardi si fecero tessere sopra disegni de’ migliori nostri artisti. Sul pavimento si stendeva paglia fresca, qualche volta tappeti, e più tardi le stuoje di sparto o di giunco. I sedili erano di legno, talvolta riccamente intagliato, e coperto di drappi e di pelli stampate, ma duri e scomodi, come gli archipanchi e le casse. Qui e qua stipi e forzieri intarsiati e ad argento e oro, ne’ cui cassettini si distribuivano quelle cento inutilità, di cui oggi facciamo pompa sulle cantoniere. Non mancavano lavatoj e bacili di rame o di più nobile metallo, e una spera metallica o di cristallo, e anche l’orologio nella primitiva sua rozzezza; un dittico o un’immagine di santo, o il crocifisso sopra il ginocchiatojo; di rado qualche libro. Il letto era attorniato da un balaustro, sormontato da un cielone di drappo a nastri e merletti, con coperte di gran valuta. Il resto della famiglia dormiva in camere disadorne. Vi è qualche castello signorile in Piemonte e negli Appennini toscani, da cui non disparvero questa distribuzione e questo addobbo.

Al primo accorrere della gente dalla servile campagna nelle redente città, si provvide solo a far abitazioni alla spiccia, con travi frammezzate di cannicci e creta; sovente sulla porta un motto, un santo serviva a distinguerle, invece dei numeri moderni. Delle vie, le più erano anguste, facendosi i trasporti a spalle di somieri; tortuose poi nè fra sè corrispondenti, perchè si fabbricava senz’accordo o direzione; e tutt’altro che pulite quand’erano una rarità le ciottolate e fognate, e vi griffolavano i porci, come oggi i cani.