Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 7

Chapter 73,668 wordsPublic domain

Nelle città di terraferma il consiglio era composto di soli nobili: ma alcune, come Padova, tra questi ammettevano famiglie nuove, mediante lo sborso di cinquemila ducati; spediente finanziario che apriva un adito alle case venute su. Generalmente ne restavano esclusi quelli che fossero debitori verso il pubblico. A Verona il consiglio era di cencinquantadue nobili, trenta de’ quali ogni anno restavano _in vacanza_; dei cenventidue rimanenti, cinquanta duravano in uffizio tutto l’anno: degli altri settantadue una muta ogni due mesi formava il consiglio dei Dodici, che coi cinquanta interveniva al consiglio: ogni anno i cinquanta passavano nelle mute, e quei delle mute nei cinquanta, uscendone trenta per dar luogo a quelli in vacanza; ai morti o assenti per carica si suppliva col trarne dei nuovi a sorte. In qualche città ogni nobile aveva entrata al consiglio e voce negli affari di maggior rilievo; al quale consiglio, oltre il votar le imposizioni e amministrarle, e fare decreti pel buon ordine, competeva l’eleggere a tutte le cariche comunali. Anche la giustizia rendeasi da collegi paesani, e secondo statuti proprj; e lo statuto di Verona meritò venir inserito nelle _Repubbliche_ degli Elzeviri; e vogliamo ricordare come imponeva che le liti tra parenti fossero compromesse in arbitri, i quali risolvessero senza strepito di giudizio e inappellabilmente.

Tenuissime le tasse, riducendosi a un lieve testatico e all’imposta sulle macine; anzi la Dalmazia costava di gran lunga più che non fruttasse, se non che procurava grande attività di commercio. I magistrati erano piuttosto molli che tirannici; poteano accusarsi di negligenza nel proteggere e punire, anzichè di prepotente intervenzione; e qualora si dubitasse di mal governo, vi si spedivano sindaci inquisitori.

Tutto era dunque preparato per la conservazione, e niuno Stato sciolse più insignemente questo problema, durando per secoli senza quasi rivoluzione, e meritando perciò le lodi de’ politici nostrali e forestieri. Alla conservazione e all’incremento della metropoli si dirizzavano i sentimenti e le forze, vi si sagrificava tutto, persino la libertà; e se si ponga mente alla contentezza de’ sudditi, all’agio, alla calma, ai soccorsi, non si potrà che lodare la Signoria. Ma è obbligo dell’uomo e degli Stati anche il progredire, quindi non voler infiacchire tutte le membra per sicurezza della testa, non intercidere le vie di segnalarsi, non surrogare la ragion di Stato alla giustizia, non volere che una classe maggioreggi a depressione delle altre, nè con autorità violenta soffocar le passioni personali, e abbattere chiunque si elevi dalla folla.

L’aristocrazia portava nel governo le virtù che le sono proprie, una politica non allucinata da passione personale, una costanza che non si frange sotto le maggiori traversie, un segreto geloso, un’economia più savia quanto erano maggiori le ricchezze pubbliche; ma insieme mancava degli impeti de’ popoli liberi, della generosità verso i vinti, di quelle speranze che non si valutano a denaro: non guardò mai l’Italia come paese fratello; e come colla Toscana si alleò per difendere la libertà da Mastino della Scala, così si alleò coi Visconti per acquistare signoria nella penisola.

Quando le Repubbliche perivano e fin l’indipendenza in Italia, si compilò a Venezia il _libro d’oro_, titolo impreteribile della nobiltà; e allora entrarono tutti i malanni dell’aristocrazia, primogeniture, fedecommessi, esclusione de’ matrimonj men nobili; e dietro a ciò, sprecare in lusso, in fabbriche, in ville a Murano, poi sulla terraferma, e nel decorare la neghittosità.

Quelli che si erano assicurato la dominazione, sempre più faceano sentire la propria superiorità ai nobili minori e alla plebe. Oltre i nobili ricchi, ve n’avea di poveri, detti Barnabotti, non capaci di sostenere il dispendioso onore degli impieghi; e con sovrana arroganza reclamavano quel che oggi si chiama il diritto al lavoro, e lo Stato dovea soddisfarvi col mantenere magistrature e cariche superflue, de’ cui stipendj vivessero costoro. Ed erano veramente la zavorra e il disordine della repubblica, petulanti coi popolani di cui si ostentavano protettori, striscianti coi grandi, turcimanni d’intrighi, di sollecitazioni e di brogli. Nel maggior consiglio, che pur rimaneva nominalmente il vero sovrano, tutti i nobili aveano voto eguale, e perciò vi prevaleano i poveri, che erano i più; di qui il bisogno di carezzarli; e nobili ricchi e nobili poveri si scialacquavano inchini sotto le procuratìe e nel brolo, dove il giovane ammesso al maggior consiglio veniva presentato da dodici compari, e riconosciuto da quelli nel cui novero entrava; dove chi aspirasse a dignità compariva in atto supplichevole, togliendosi di spalla la stola per metterla sul braccio, menandosi dietro parenti e amici nell’atto stesso, e profondendo riverenze e baciamani.

Ripetiamo che tuttociò si riferisce a tempi posteriori; ma noi volemmo qui ridurlo, a confronto de’ governi delle prische repubbliche italiane, e del bene e del male che sarebbe potuto derivare dal loro spontaneo svolgimento. Certo, per tempi nuovi d’esperienza, mirabile era l’ordinamento di Venezia; se l’aristocrazia si fece tiranna, era però amata dal popolo, che neppure oggi ne perdette il desiderio; si sopracaricò di pesi, e ricordò che non lede tanto il potere, quanto il modo ond’è esercitato. Del resto a Venezia trovavano asilo i profughi d’ogni paese e i principi caduti; ivi maggior libertà di costumi, e poi di stampa; e lo spionaggio, che formò l’obbrobrio della sua vecchiaja, era piuttosto una vessazione che una tirannia, intanto che quel potere permanente schermiva dalle popolari stravaganze e dai tumulti consueti alle altre città.

Nelle relazioni colle repubbliche italiane Venezia tendeva ad accaparrarsi il commercio sul Po, e trarne il grano qualvolta fosse impedito il mar Nero o vi trovasse più favorevoli condizioni. E poichè l’annona è di supremo rilievo in città senza terreni, nominò intendenti a quest’uopo, e ad imitazione de’ Saraceni proibì di asportarne se non quando fosse disceso a un dato prezzo.

Fra ciò proseguiva le conquiste, e Corfù, Modone, Corone ricevettero conservatori da essa, la quale procurava nuove colonie coll’assegnar feudi. Molte guerre ebbe a menare, singolarmente per tenere sottomessa Candia, che per sessant’anni (1307-65) stette, si può dire, in uno stato d’insurrezione, che vorrà chiamarsi o ribellione, o generosa resistenza a un turpe mercato. Poi i Veneziani stessi ivi posti in colonia si ammutinarono, volendo che tra essi venissero scelti venti savj pel maggior consiglio della madre patria, non dovendo perdere questo diritto perchè accasati altrove: ricusati, si separarono perfino dalla Chiesa latina, e in luogo di san Marco tolsero a patrono san Tito; uccisero chi non volesse parteggiare con loro, e ricevuti a scherno i deputati di Venezia, si accinsero a respingerne le armi. Luchino Dal Verme capitano di ventura portò seimila uomini su trentatre galee contro l’isola dalle cento città, e a gran fatica la sottomise: ma ben presto questa si rialzò, e per tenerla in soggezione furono uccisi i capi, distrutte le città di Anapoli e Lasito e tutte le rôcche, portatine via gli abitanti, disertato il contorno e proibito avvicinarvisi, e tolto ogni diritto, ogni magistratura. Sono triste pagine nella storia d’una repubblica.

Pure il Levante sarebbe dovuto essere il campo delle attività di Venezia, che invece volle impacciarsi colle vicende d’Italia, e dopo caduto Ezelino cominciò a porre un piede in terraferma, a suo grave costo. Le disgrazie ed umiliazioni che essa toccò dopo serrato il gran consiglio, non erano conseguenza di quest’atto; pure smentivano coloro che credevano dalla concentrazione dovesse venirle robustezza.

CAPITOLO XCVII.

Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti.

Bastano già questi cenni a chiarire che gl’inconvenienti della libertà non impedivano l’inoltrarsi della civiltà; e a chi non sa che deplorare quell’età burrascosa, risponde la rapida floridezza delle repubbliche. Tutte s’allestirono d’edifizj, a comodo, a difesa, ad ornamento; rinnovaronsi di mura, estendendole ad abbracciare i borghi e le cattedrali; acciottolarono, lastricarono, fognarono le vie; provvidero ponti, cloache, acquedotti, strade; nei palazzi del Comune sfoggiarono a gara solidità e magnificenza; abbellironsi di chiese, monumenti insieme di pietà e d’amor cittadino, considerandole come la più nobile immagine della patria: l’uomo era richiamato alle severità della vita, metteansi in equilibrio il pensiero e l’azione, le combinazioni astratte dell’ideale e l’inflessibil misura del possibile.

Quale giacesse la campagna italica al cadere dell’impero romano, ci fu veduto, e la dominazione dei Barbari non potè che peggiorarla. Epifanio vescovo di Pavia, dirigendosi a Ravenna, ebbe a serenar molte notti sulle rive del Po, che sotto Brescello impaludava senza più letto. Crede il Muratori che nel 734 si fabbricasse la Cittanuova, quattro miglia da Modena, per guardare la via Emilia dagli assassini annidati nelle foreste di colà. Il panegirista di Pavia ci dice che vi abbondavano le stufe, per la molta legna provveduta da tante selve circostanti. Son nominati laghi nel Lodigiano presso Casal Lupano; se anche è favola l’altro che si stendeva a San Floriano, Santo Stefano, Fombio, Guardamiglio. Nel Padovano conservano tuttavia il nome di gazzo o guizza o fratta i terreni allora boscosi. Pistoja era tutta circuita da paludi, da cui la liberò un miracolo di san Zenone vescovo di Verona, onde Gregorio Magno vi mandò il primo vescovo nel 594; e frequenti vi s’incontrano ancora i nomi di pantano, piscina, padule, acqualunga. Modena nel X secolo fu spesso ingombra, talora sommersa dall’acqua spagliante: al vescovo di Bologna trovansi donate immense selve e valli peschereccie a occidente di quella città: quattro o cinque laghi son menzionati presso il Bondeno, laghi e stagni attorno a Parma: di foreste e pescagioni abbondavano i beni della contessa Matilde. La vita di san Giovanni Gualberto, scritta l’XI secolo, attesta scarsissimi in Toscana i ponti.

Anche più tardi, ogni tratto s’incontravano e scopeti e boschi e fitte e marazzi, massime dove i fiumi sfociano nel Po, e dove questo, l’Adige e l’Arno scendono alla marina; si ha memoria della selva Merlata nel Milanese, della Lugana nel Bresciano, della Fetontea presso Altino, della Polaresco nel Bergamasco, a tacere i vastissimi tratti torbosi che si riconoscono quasi a fior di terra; e nelle vendite d’allora si aggiungeva la formola ordinaria _cum sylvis, paludibus, piscationibus_. Infesta di lupi era la Lomellina, che re Berengario mandò ordine di uccidere[47]. Ottone il Grande al marchese Aleramo nel 967 donava tutti i possessi del regno che si trovano nel deserto tra il fiume Tànaro, l’Orba e il mare, detti Gobundiasco, Balangio, Scelescedo, Sassola, Miolia, Pulcione, Gruaglia, Pruneto, Montore, Noceto, Masionte, Arco...[48]. Dalle tante selve restava forse irrigidito il clima, sicchè non radi ricorrevano inverni da gelare il vino nelle botti, e il Po da Cremona a Venezia fin a sostenere i carri[49].

Il feudalismo, restituendo alla campagna la gente e l’immediata ispezione del signore, poteva recare qualche rimedio; ma nocevano le servitù de’ beni, e l’essere il padrone sottoposto egli stesso a una supremazia che dava il diritto di confisca o di decadenza, e toglieva di spezzare il possesso, trasmetterlo a femmine, alienarlo; e laudemj, riversibilità, diritti d’investitura dimezzavano le proprietà, disanimando dai miglioramenti. I braccianti poi od erano servi, o liberi condizionati, tenuti a comandite; lo perchè le opere riuscivano meno utili, quand’anche il bisogno o l’ingordigia non portasse il barone a gravar le taglie a segno, che il censuario abbandonava il possesso, il quale rimaneva sodo.

Tali difetti scemarono, non disparvero sotto i Comuni: e le ripetute guerre e il modo di condurle[50]; le rappresaglie, per cui un forestiere danneggiato in un paese poteva spingere su questo la vendetta de’ suoi patrioti, o almeno sui beni dell’offensore e de’ suoi consorti; il condannarsi alla sterilità i terreni degli sbanditi e dei delinquenti, non lasciavano prosperare i campi. I vantaggi del commercio facendo meritare il denaro fino al venti, al trenta per cento, lo sviavano dalla terra. Improvvide ordinanze or prefiggevano una data specie di coltura, ora il prezzo delle derrate, o di consegnarne una parte, o di non asportarle; e i vicini o per continua gelosia o per incidente rottura negavano di più riceverle[51]. Onde avere cavalli per le guerre, bisognava tenere sconfinate praterie, a scapito delle biade mangerecce[52].

I primi miglioramenti anche in ciò vennero dalla Chiesa. I monaci per istituto abbonivano i campi; e i Cistercensi, ammonastierati intorno a Milano, teneano sui lontani poderi una colonia di conversi per lavorarli, mentre sui vicini si esercitavano essi medesimi con sì evidente frutto, che spesso erano invitati a risarcire in bene i campi altrui; e non è fuori di buona congettura che ad essi vada attribuito quel sistema d’irrigazione, che la bassa Lombardia arricchì dei pascoli perenni, ove più tardi si cominciò a fare i caci, tanto rinomati col nome di Parmigiani[53]. Chi avrebbe poi avuto a vile un’arte che vedeasi esercitata dai monaci? Frà Corneto domenicano nel 1231 indusse per devozione un popolo di gente a portar materiali, con cui interrò uno stagno attorno al suo convento, e subito lo sementò. Per queste e simili guise, al luogo del giunco e della ninfea comparivano man mano il ranuncolo, il trifoglio e i graminacei, salutifero pasto di mandre lattose. Ai beni delle chiese e de’ monasteri si avea rispetto nelle devastazioni e nelle taglie; laonde molti donavano ad essi le loro proprietà, ricevendole poi in prestarìa o a livello temporario o perpetuo.

Il livello, forma di possesso allora introdotta o estesa, metteva assai bene ad avvicinare il capitale e il lavoro, come oggi si dice. Vasti terreni incolti e sfruttati, a qual proprietario bastavano forze per domesticarli? Si spicciolavano dunque tra molti coltivatori, che, assicurati per lunghi anni, li lavorassero come proprj, retribuendo al padrone un tenue canone: questo traeva un vantaggio di là donde prima nessuno; il lavoratore s’accostava alla condizione di possidente sopra un terreno che lietamente adattava alla vigna e alla semente, perchè sicuro di trasmetterlo a’ suoi figliuoli[54].

Dacchè parve liberalismo l’attribuire il rimiglioramento d’Italia ai Musulmani per fraudarne i frati, si asserì perfino che quelli avessero introdotto fra noi la coltura dell’ulivo, mentre indubbiamente la troviamo anteriore[55]: come troviamo che era più estesa d’adesso, giacchè in Lombardia, a tacere il lago di Como ove frequentissimi sono menzionati gli uliveti, n’erano vestiti i poggi fra Bergamo e Ponte San Pietro, quelli di Mozzo[56]: d’uno nel Borgo Canale di Bergamo è cenno in carta del 933, e d’altri sulle colline bresciane, donde or sono quasi scomparsi.

Emancipati e divisi i possessi, colla libertà sottratti i paesani alla servitù personale e all’immediata oppressura dei feudatarj, alleggeriti i servizj di corpo e le riserve di caccia, si prese coraggio a scassare sodaglie, popolare solitudini e boschi, fognare pantani: _correggie, dossi, polesini_ si dissero le strisce di terra che man mano si disseccavano; _mezzani_ le tante isole fra Lodi, Pavia, Piacenza, cedute al continente dal recedere del fiume; _novali_ i campi restituiti all’aratro; e ogni tratto le carte accennano che un podere _est terra novalis et fuit nemus_; villaggi e fin città conservano il vocabolo del Rovereto, del Saliceto, dell’Albereto a cui sottentrarono. Le campagne prosperarono, coltivate da braccia libere, cui la speranza era stimolo all’operosità, ed ajutate da capitali cittadini; le città intrapresero grandiosi lavori per l’irrigazione, e provvidero con regolamenti, non sempre opportuni, ai casi di carestia[57].

I Pisani portavano grande attenzione ai fiumi della loro pianura; e uno statuto del 1160 ingiunge al podestà che, in principio del suo magistero, scelga persone probe, con giuramento di esaminare gli acquedotti antichi e nuovi delle terre domestiche e dei prati, e le foci del Serchio, perchè ne rimanga facile il deflusso. La maremma senese era coltivata e popolosa, nei diplomi trovandosi ogni momento castelli, corti, terreni donati o venduti: il paese dalle creste dei monti al mare, posseduto dai Gherardeschi, era seminato di case e chiese, con vigne, uliveti, frutti, campi di sementa[58]. Il Cremonese, piano di tenue pendenza deposto dalle ambagi di quattro grossi fiumi che ne segnano quasi il confine, facilmente torna in loro balìa appena cessino le cure dell’uomo. Tanto era avvenuto già sul cadere dell’impero romano; e parlano d’un lago Gerundio, vasto per quarantacinque miglia, tanto che i Cremonesi vennero ad assediare Lodi _con apparato terrestre e navale_. Se ne procurò dunque lo scolo; il naviglio d’Isso e Barbata raccolse le acque de’ fontanoni, utilizzandole ad irrigare; poi trovandolo insufficiente, nel 1337 si estrasse dall’Oglio il Naviglio civico, e dallo sbocco di questo fiume venne arginato il Po, deviando il Delmone, e sanando così larghissimo territorio. Crebbe allora grandemente la popolazione, e non solo la città contava fin a ottantamila anime, ma Soncino ne aveva più di molte città, Viadana diceasi ricca di gente e d’averi, Soresina avea quindicimila teste, Casalmaggiore ventimila, e nelle sue campagne si coltivava lo zafferano sin nel XV secolo, e ad una piccola Venezia l’assomigliavano le tante navi e il vivo traffico.

Già nel secolo XI i Mantovani aveano intrapreso le _sgarbate_, fossi allo sbocco dei fiumi per immetterli in Po; ma ricorrenti inondazioni guastavano quelle campagne, sinchè Alberto Pitentino nel 1198 affondò il lago attorno a Mantova, con argini e sfogatoj da regolarne l’altezza, e sostegni fino a Govérnolo, ove scarica in Po; delle cadute poi da bacino a bacino si profittò per muovere gualchiere e mulini, che perciò rimanevano privilegio del Comune. Altri dilagamenti straordinarj avevano cambiato in paludi i colti là intorno, onde il vescovo Jacopo Benfatti nel 1332 investì a Luigi Gonzaga l’isola di Révere che _erat perita, diruta, aquatica, paludosa, piscaritia cum casis palearum ac in totum sterilia_, unico prezzo ed obbligo imponendogli di cingerla d’argini per frenare il fiume. Seguendo il costume della Repubblica, quel principe suddivise in livelli _ad meliorandum_ quella contrada, che ben presto divenne delle più opime.

Di che vedasi quanta giustizia vi sia nel ripetere che la natura fe tutto per la Lombardia, nulla gli abitanti.

Allora sparirono gli stagni e le foreste del Bolognese e del Ravennate: Ferrara, ch’era nata come Venezia per bisogno di difendersi dai Barbari, e dove prima non furono che due torri, congiunte con un argine che fu poi la strada detta ancor Ripagrande, si estese intorno a quello, sistemò arginature che servissero anche di comunicazione, e le paludi di cui la circondava il Po convertì in ubertose campagne: i boschi del Modenese e del Ferrarese si disselvatichirono: a Milano furono portate migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di molta forza e grossezza; e con innesti forestieri migliorato il vino e introdotta la vernaccia. Il riso, cagione poi di spopolamento, veniva ancora di fuori, e si vendeva dagli speziali, cui in Milano fu imposto di non prezzarlo più di dodici soldi imperiali la libbra[59]; nè più di otto il mele, tanto prezioso avanti che s’introducesse lo zuccaro.

Del miglioramento fanno prova l’ampliarsi e abbellirsi delle città. Milano occupava appena una quarta parte dell’odierna superficie, eppure internamente avea campi, viridarj (_verzèe_), pascoli (_pasquèe_), e l’estesissimo brolo dell’arcivescovo: le case erano ad un solo piano, salvo poche _solariate_; alcune di mattoni, le più di graticci e creta e paglia, col tetto pure di assicelle e di paglia: fuori poi avea boschi, come il _nemus_ di Sant’Ambrogio fuor porta Comasina, quel degli Olmi fuor porta Vercellina, ove fu decollato san Vittore, quello di Caminadella fuor porta Tosa. Appena rassettatosi dall’eccidio del Barbarossa, Milano estese il suo recinto cingendosi di una mura alta venti braccia con sei porte di marmo, fabbricò case e palazzi, nel 1228 «il broletto nel mezzo della magnanima città» (CORIO), cioè il palazzo comunale, e cinque anni appresso il broletto nuovo, dove accogliere i mercanti e tutti gli uffizj. Il trovarsi discosta da ogni grosso fiume le disagevolava il commercio, massime degli oggetti di consumo; sicchè per trarre dalle Alpi il combustibile, le pietre e altri grossi materiali, e al tempo stesso irrigar le pianure, divisò il Naviglio grande, primo canale artifiziale delle nazioni moderne, che per trenta miglia conduce le acque del lago Maggiore fin alla città. Intrapreso nel 1179, cioè tre soli anni dopo che la città era risorta dalle ruine del Barbarossa, fu ripigliato nel 1257, e compito in modo da portar grosse navi. Pel canale della Muzza, cavato dall’Adda, il greto della Geradadda e del Lodigiano divenne la campagna più frumentosa di Lombardia.

Nel 1106 Pasquale II consacrava la cattedrale nuova di Parma: i Modenesi toglievano a rifabbricare la loro; cinquant’anni dopo scavarono il Panarello nuovo e il canal Chiaro, eressero il campanile, il palazzo comunale, la ringhiera, sbrattarono e selciarono le vie e i portici. A Cremona nel 1167 fabbricavasi il battistero, nel 1206 il palazzo comunale con porte di bronzo, nell’84 il terrazzo: e la città divisa in vecchia e nuova secondo le fazioni, allestivasi di mura esterne e interne. Dopo la peste del 1136 Bergamo alzava la chiesa della Beata Vergine Assunta, architetto Fredo: nella quale faceansi le adunanze, le paci, gl’istromenti; v’era scolpita la misura uffiziale; e la società di Santa Maria Maggiore era una milizia per difesa del Governo[60]. Brescia ampliava la mura, fabbricava le chiese e i monasteri di San Barnaba, San Francesco, San Domenico, San Giovan Battista, finiva il broletto, dilatava la piazza del duomo, conduceva tre canali dal Chiese e dal Mella per gli opifizj, a cura dell’insigne vescovo e signore Bernardo Maggi. Pisa si circondò di mura nel 1157, Lucca dilatò le sue nel 1260, Reggio dal 1229 al 44 per tremila trecento braccia, e uomini e donne, piccoli e grandi, rustici e cittadini portavano sassi, sabbia, calce, sul proprio dorso e in pelli varie e in sandali[61].

Padova nel 1191, podestà Guglielmo dell’Osa milanese, rendette il Brenta navigabile fino a Monselice, e vi sovrapose un ponte; nel 1195 rinnovava la mura; nel 1219 faceva il palazzo comunale con quella meravigliosa sala della Ragione; poi, appena redentasi da Ezelino, dava denari a tutte le chiese e conventi perchè riparassero ai guasti della guerra, s’ingrandissero e abbellissero; fece rinforzare la mura, ammattonare le vie interne, migliorare quelle del contado, arginare i fiumi e regolarli con roste e canali; e molti ponti che emulassero quelli de’ Romani ancora conservati in città; fabbricò il palazzo degli Anziani, finì il meraviglioso tempio del Santo, eresse Castelbaldo sull’Adige per fronteggiare gli Estensi e gli Scaligeri, allestì il Prato della valle per la fiera e per le corse al pallio. Agl’incendiati dava un compenso, purchè entro un anno avessero riedificata la casa: chi aspirasse alla cittadinanza, doveva acquistar un _garbo_, tratto di sodaglia su cui ergevasi un’abitazione: proibì perfino di trasferire possessi e rendite o qualsifosse diritto sopra immobili in chi non prendesse stanza nel territorio padovano[62].