Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 6
Le singole isole avevano fin dall’origine tribuni proprj, e alla greca divideansi in iscuole di mestieri, non dipendenti una dall’altra. Dopo che a tutte fu preposto il doge, non si alterò l’interno ordinamento, e i tribuni, mutati in massaj o gastaldi, deliberavano ciò che convenisse rispetto alla guerra, al commercio, all’interna amministrazione. Nelle scuole di rado era ammesso un forestiere, sicchè restavano separati i nuovi popolani dagli originarj, che soli avevano voce all’elezione del doge ed al governo. Gli antichi nobili traevano vigore dall’ingerenza loro in questi Comuni, coi quali venivano considerati identici, essendo con essi cresciuti; e con ciò metteano forte inciampo al doge, che perciò volgevasi piuttosto alle cose di fuori. Enrico Dandolo, robusto d’animo e irremovibile di proposito, ampliò la potenza di Venezia, procurando farla in Levante prevalere ai Pisani, poi acquistando un quartiere di Costantinopoli (1204) e un quarto e mezzo del greco impero[43]: signoria disseminata sulle coste o nelle isole, fra cui principale era Candia.
I Veneziani accasati a Costantinopoli ricevevano dalla metropoli un podestà, dipendente dal doge e dal maggior consiglio, ed avevano essi pure un grande e un piccolo consiglio, sei giudici per gli affari civili e criminali, due camerlinghi per amministrar le finanze, due avvocati per le controversie del fisco, e un capitano della flotta, tutti spediti da Venezia. In modo eguale o simile erano costituite le altre colonie, e poichè i magistrati di esse dipendeano dalla Signoria, il doge poteva esercitarvi fattività impeditagli in patria, aveva entrate indipendenti dai cittadini, faceasi corteggiare dai nobili che ambivano quei lucrosi impieghi, e che dai conquisti d’alcune famiglie erano intalentati a farne di nuovi.
In effetto molte famiglie presero stanza nelle isole e sulle coste, dal che veniva consolidamento all’aristocrazia. Ma questa non derivava, come altrove, dalla conquista, bensì dal credersi discendenti dai primi che dalla terraferma passarono sulle isole, e crearono il terreno della patria; il sistema feudale e i diritti nati dal possesso stabile ignoravansi, territorj non avendo. Altri, segnalatisi nelle magistrature, aveano trasmesso alle famiglie il lustro personale; altri s’erano arricchiti col commercio e con possedimenti nelle isole e in terraferma, che non conferivano diritti politici: sicchè ne venne una nobiltà non oziante e pericolosa, ma che poco a poco acquistava privilegi; ben distinta da’ plebei, eppure legata a questi mediante una specie di patronato, che contraevasi col divenirne compari, e col prenderli in protezione quando aspirassero a far passata.
Trattando però coi cavalieri di Francia nella crociata, i nobili videro come si potea soperchiare la plebe, spogliandola d’ogni diritto; nei governi stranieri contraevano l’abitudine del primeggiare, onde finivasi con prendere in dispregio gl’ignobili. Più nulla contando il popolo nelle elezioni, il doge non dovea che blandire il maggior consiglio, da cui era creato. D’altra parte, osservando le repubbliche del continente straziate da fazioni e terminanti in tirannia domestica, alcuni desideravano la sovranità si confinasse in pochi, e proposero di non ammettere nel gran consiglio se non quelli che vi sedeano allora, e di cui v’erano seduti il padre, l’avo e il bisavo. Il doge Giovanni Dandolo, comunque di famiglia antichissima e insuperbita dalle conquiste e perciò mal veduta, si oppose a tal restrizione, e ne seguirono parteggiamenti e sangue. Lui morto, mentre i quarantun elettori deliberavano (1289), la moltitudine, già esacerbata per un balzello sulla macina, cominciò a gridare alle usurpazioni de’ nobili, che del doge, magistrato del popolo, aveano formata la creatura loro, e proclamò Jacopo Tiepolo, di cui già erano stati dogi il padre e l’avo. Con quest’aura popolare egli avrebbe potuto divenire un tirannetto, come gli altri d’Italia: ma o magnanimo a sagrificar l’ambizione alla libertà della patria, o pusillanime a non affrontare i rischi d’una rivoluzione forse da lui fomentata, andò esule volontario, e gli oligarchi riuscirono a metter doge Pier Gradenigo, uomo ancor fresco, incline ad umiliare il popolo e i nuovi nobili sotto una nobiltà ereditaria, al che il tempo gli diede opportunità.
L’ingrandirsi di Venezia eccitava gelosia a Genova e a Pisa. I Genovesi le mossero anche aperta guerra in Tolemaide, ma a loro grave costo: poi per contrariarla favorirono i Greci, a danno degl’imperatori Franchi di Costantinopoli; quando questa fu ripresa, molti vantaggi stipularono, e fecero chiudere ai Veneziani le tre vie dell’Eusino, dell’Egitto, della Siria. Ne derivò lunga nimistà, che alfine fu composta per le cure del papa: ma scoppiata di nuovo, l’imperatore Andronico II Paleologo ne tolse occasione di far catturare i Veneziani; e i Genovesi mossero addosso ai prigionieri, e li trucidarono.
Per vendetta (1293) Ruggero Morosini menò sessanta galee veneziane a saccheggiare gli stabilimenti de’ Genovesi, prese e demolì Pera, ove teneano quartiere, ed assalse il palazzo imperiale; intanto che un’altra flottiglia distruggeva Caffa, e per tutti i mari predava i legni e sovvertiva le colonie di Genova. Le due flotte si scontrarono davanti a Cùrzola (8 7bre), isola di Dalmazia; e i Genovesi, governati da Lamba Doria, tant’erano sbaldanziti, che proposero abbandonare ai Veneziani le navi, purchè andasse salvo l’equipaggio. Avuto il no, assumono il coraggio della disperazione, e vincono, da diecimila nemici uccidono, seimila fanno prigionieri, fra’ quali Marco Polo e lo stesso Andrea Dandolo ammiraglio, che, non sapendo darsi pace della perdita d’una battaglia attaccata contro sua voglia, diè del capo nell’antenna nemica e finì.
Genova esultò; stabilì che ogni 8 settembre la Signoria andasse offrire un pallio di broccato d’oro in San Matteo, dove si fabbricherebbe un palazzo all’ammiraglio vincitore. Ma Venezia non isbigottì, anzi, crescendo animo a misura della perdita, ebbe subito in acqua cento altre galee, chiamò macchine e piloti da Catalogna, accolse i Guelfi fuorusciti di Genova; e Domenico Sciavo, già illustratosi nelle guerre di Romelìa, portò il terrore nelle flotte genovesi, entrò fin nel porto della nemica, e su quel molo (1294) battè moneta ed eresse un monumento di disonore. Interpostosi Matteo Visconti, fu fatta una pace perpetua, che ciascun capitano di nave dovea giurare prima di mettere alla vela. Questi casi diedero prevalenza all’aristocrazia.
Venezia, vascello ancorato nelle lagune, viveva tutta delle relazioni sue coi forestieri, onde non poteva abbandonarsi alla marea popolare, ed aveva mestieri di sguardo attento, freddo calcolo, severa e coerente politica, di un’energia sostenuta, d’un accentramento di forze, quale non si può ottenere dalla moltitudine. Venne dunque consolidandosi il predominio costituzionale dell’aristocrazia, e massime in questa guerra, di cui ad essa toccavano le spese, i comandi, la gloria; onde con tal vento essa mandò in porto una legge tutta a suo favore. Sebbene il maggior consiglio eleggesse i proprj membri, asserivasi che da tempo la scelta cadeva sempre nelle stesse famiglie; onde il doge Gradenigo, uomo fermo, superiore alle vociferazioni del popolo e avverso a questo perchè gli negò gli applausi, propose quel che altre volte era stato respinto: non si esaminasse più se i membri delle famiglie allora sedenti nel gran consiglio dovessero esser rieletti, ma se meritassero d’essere esclusi; il qual giudizio si farebbe dal primo tribunale dello Stato. Adunque i giudici della quarentìa ballottarono un per uno quelli che negli ultimi quattro anni avevano partecipato al consiglio; e chi riportò dodici dei quaranta suffragi, vi era confermato per un anno; dopo di che eleggevansi i successori alla stessa maniera; tanto per non levare tutte le speranze, s’aggiunse una lista di supplimento con nomi di altri cittadini (_de aliis_) da ballottare occorrendo.
L’elezione del consiglio sovrano, allora di circa cinquecento membri, si trovò dunque trasferita dal popolo nel tribunale criminale: quando poi si proibì di ammettervi _uomini nuovi_, restò costituita una nobiltà privilegiata ereditaria, escludendone anche casate opulente ed antichissime, quali i Badoero, per l’accidente che nessun di loro sedeva in quell’anno nel consiglio. Infine fu tolta la periodica rinnovazione di questo, ed aboliti gli elettori col deliberare che, chi possedesse le richieste condizioni, a venticinque anni fosse dalla quarentìa registrato, e così entrasse nel gran consiglio. Il quale, non più riempito che di nobili, al solo vantaggio de’ nobili provvide, senza che rimanesse nè contrappeso alla podestà loro, nè speranza al merito: presto ammutolita anche l’opposizione degli avogadori del Comune, l’aristocrazia restò ereditaria.
La nobiltà esclusa dal maggior consiglio si arrovellava; reclamò, e vide i reclamanti appiccati[44]; sicchè, non avendo legittima via d’opposizione, ricorse alle trame onde acquistare non eguaglianza con tutti, ma privilegi con pochi. Bajamonte (1310) figlio di Jacopo Tiepolo, personalmente avverso al doge, unito colle famiglie Querini che pretendea discendere da Galba imperatore, Badoero che erano i Participazj sette volte dogi, Barbaro, Maffei, Barozzi, Vendelini ed altre, che affettarono il nome di Guelfi e la protezione della Chiesa, congiurarono di occupare la repubblica e ripristinare l’annua elezione. Armi molte teneva ogni casa, sì per lusso, sì per proteggere i commerci marittimi: Padova prometteva ajuti. Ma il doge ne seppe, e li prevenne; adunò in piazza San Marco le poche forze e gli arsenalotti; si battagliò per le vie, e molti anche de’ principali perirono; Bajamonte, che si sostenne alcun tempo in Rialto, ricusò il perdono offerto, e andò a morire fra i Croati. Degli altri catturati si fece sanguinosa giustizia; sui profughi si lanciarono taglie e sicarj; abbattuti i palazzi e cassati i nomi dei Querini e dei Tiepolo[45]. Onde prevenire simili attentati, s’istituì la magistratura de’ Dieci, con arbitrio sulla vita e l’avere dei cittadini e del pubblico. Era una commissione straordinaria; ma seppe allungare i processi e concatenare gli indizj tanto, che fu dichiarata stabile, e «tenacissimo vincolo della pubblica concordia».
Novità tentò pure Marin Faliero, d’una delle tre più antiche case di Venezia. Violento uomo, stando podestà a Treviso avea schiaffeggiato il vescovo in pubblico perchè tardava a uscire in processione; poi fatto doge (1354), e a settantasei anni sposata una bella fanciulla, su tal conto ricevette una beffa sanguinosa da Michele Steno, uno dei tre capi della quarantìa; e non potendo ottenere altra soddisfazione che di vederlo fustigato a code di volpe e sbandito per un anno, tramò. Vecchio, arrivato al posto maggiore cui l’ambizione potesse aspirare, per mero dispetto si collegò con persone di poco conto, con Bertuccio Israeli ammiraglio dell’arsenale, cioè capo de’ lavoratori, e collo scultore Filippo Calendaro, plebei molto ascoltati fra il popolo; del quale esageravano i sofferimenti, incolpandone l’aristocrazia, ed invogliando a scassinarla. Tutto era disposto per una sollevazione ove trucidare tutti i nobili, quando i Dieci n’ebbero spia, e il Faliero (1355 — 17 aprile) convinto fu decapitato là dove i dogi prestavano il giuramento; ai complici le forche, al popolo ribadite le catene, e stabilito che _arengo_, cioè il parlamento generale, «nè per messer lo dose nè per altri pol esser chiamado, salvo che, creando el dose, debba esser chiamato arengo a pubblicar la creation secondo usanza».
Era il tempo che si vedevano per tutta Italia le repubbliche soccombere a tiranni; e questo tentativo facea temere altrettanto a Venezia. Si moltiplicarono dunque le cautele; e al doge, da capo della Repubblica ridotto a delegato di pochi, si legarono sempre più le mani; e cinque _corregidor della promission dogale_ ne’ patti da imporre a ciascun nuovo doge introduceano variazioni ed esponeano le riforme di governo che paressero opportune; tre _inquisitori del doge morto_ ne sindacavano gli atti a confronto del giuramento prestato. Il quale di volta in volta restringendosi, venne ad essere una rinunzia a tutte le antiche prerogative, e quasi anche alla personale libertà. Il consiglio del doge non fu più scelto da lui, ma dal senato; infine lo si volle confermato dal parlamento; i sei membri rinnovavansi metà ogni quattro mesi, nè mai doveano esser due del cognome o del sestiere stesso; aprivano le lettere dirette al doge, rimettendole per lo spaccio ai diversi uffizj; facevano le proposte in senato e nel maggior consiglio, e il doge non avea maggior voto che uno di essi.
Perchè poi la sovranità fosse invigilata dall’amministrazione, si stanziò che i tre capi della quarantìa sedessero coi sei consiglieri a parte de’ loro uffizj. Il doge più non potè ricevere ambascerie o lettere da’ forestieri, nè carte da sudditi, se non presente il suo consiglio; non rispondere tampoco sì o no senza consultato con quello; non permettere che alcun cittadino gli piegasse il ginocchio o baciasse la mano; non soffrire altro titolo che di _messer il doge_; non possedere feudo, censo, livello o beni stabili fuor del ducato, cioè delle isole e del poco litorale tra le foci del Musone e dell’Adige; non isposare straniera, nè con stranieri ammogliare i figli senza permissione; nessuno poteva occupare impiego finchè stesse a’ suoi stipendj e un anno dopo. Al decorato pupillo rivedeansi ogni mese i conti, e se dovesse ad alcuno, gli era trattenuto del soldo: gli si prescrisse perfino di non spendere più di mille lire nel far ricevimento di stranieri; i primi sei mesi comprasse un vestone di broccato d’oro, nè egli nè la moglie o i figli accettassero regali. All’elezione di Nicola Marcello (1473) fu imposto che, vivo il doge, figli e nipoti suoi non potessero accettare uffizio, benefizio o dignità in vita o a tempo, nè sedere in verun consiglio, salvo il grande e i pregadi, ove pure non aveano voce; soltanto nei Dieci potea entrare un fratello del doge.
Questa gelosia da serraglio era estesa su tutta la nobiltà, vietandole di sposare straniere, nè coprire pubbliche funzioni fuori, o servir principe o Stato estero in guerra o in pace, nè tampoco possedere sul continente d’Italia: legge vissuta finchè Venezia non venne dominatrice della terraferma. Neppure i comandi degli eserciti poteano avere; e dopo che, nella guerra di Padova, furono affidati a Pietro de Rossi già signore di quella città, sempre il generale fu un mercenario, vigilato da _provedidori_ scelti fra’ patrizj.
Principalmente addosso ai nobili pesava la severità dei Dieci, piuttosto freno all’aristocrazia che stromento di tirannide sovra il popolo. Componevano quel consiglio il doge, sei consiglieri ducali e i Dieci, tutti con voce deliberativa; illegale la loro adunanza se non fosse presente un avogador del Comune. Duravano un anno, e un anno restavano in contumacia; erano eletti pochi per volta dal maggior consiglio, e durante quella magistratura non poteano ricevere altro uffizio; l’accettare stipendio o premio saria costato il capo. Le denunzie segrete v’erano ricevute, come da tutti i magistrati, ma richiedeano esame e prove. Il 28 gennajo 1432 _andò parte_ che «se da ora innanzi alcuno o alcuni dei nobili nostri, da sè o col mezzo di altri, sotto alcun pretesto, colore, modo, forma o ingegno che dire od immaginare si possa, oserà fare qualche setta, confederazione, compagnia od altra intelligenza chiara od occulta, colle parole o coi fatti, con giuramento o senza, per ajutarsi l’un l’altro ne’ nostri consigli, siano banditi perpetuamente; e se tornino dal bando, condannati al carcere in vita». Simile tenore tengono le leggi dei Dieci, tutte dirette a reprimere i nobili con procedura compendiosa: inoltre esercitavano un’alta polizia sul popolo, sui trattati più secreti, sui falsatori di gioje o di monete, sui giuochi, sulle spie; qualunque affare non civile riguardasse il clero, le sei grandi confraternite della città, le feste, i boschi, le maschere, le gondole, era di loro competenza; ai loro decreti obbligavano il senato e fino il gran consiglio; disponevano dell’erario, davano istruzioni ad ambasciadori, a generali, a governatori, modificavano la promissione ducale. In occasione del processo contro Marin Faliero chiamarono una _giunta_ di venti gentiluomini, che poi restò permanente sino al 1582, e fu gran rinfranco al loro potere.
Questo concentrare la direzione dello Stato e dei poteri diede estrema autorità e forza al Governo; questa vigilanza impedì che persone o famiglie s’arrogassero la sovranità. Ma una procedura, ove non erano leggi conosciute nè pene prefisse, ove i testimonj non erano confrontati nè nominati tampoco, non offriva assicurazioni alla società o all’individuo, schiudeva il campo alla perfida delazione e al pagato spionaggio, stabiliva il despotismo per conservare il Governo.
Non lasciamoci però sgomentare dalle declamazioni, e ricordiamo che i Dieci dopo un anno ricadevano sotto le leggi comuni; oltre i segretarj dell’ordine cittadino, vi assistevano da cinquanta a sessanta persone, tolte dai principali consessi dello Stato, e l’avogador potea sospenderne gli atti; i giudizj erano segreti, ma scritti; al convenuto non negavasi un difensore; il gran consiglio poteva modificare quello dei Dieci o anche spegnerlo con non rinnovare le nomine; il popolo poi lo gradiva come salvaguardia contro i soprusi dei patrizj; questi se ne consolavano colla speranza di arrivarvi.
Nel 1454 il consiglio dei Dieci scelse tre inquisitori di Stato, due neri dal proprio seno, ed un rosso tra i consiglieri del doge, i quali incoavano i processi, esercitavano un’alta polizia su qualsifosse persona, neppur eccettuati i Dieci, e in unione con questi potevano punire di morte secreta o pubblica, disporre della cassa senza render conto[46].
Tale costituzione si andò sviluppando in tempi più tardi di quelli che ora narriamo; ma noi la volemmo qui raccolta a intelligenza della storia futura di quella grande e calunniata Repubblica. Il tempo fe dimenticar la violenza con cui si era stabilita l’aristocrazia, la quale consolidata, si occupava molto delle relazioni politiche, e v’acquistava prudenza e accorgimento. Diceansi vecchie le casate anteriori all’800, nuove le aggregate posteriormente. Sedici di queste ultime, cioè Barbarighi, Donati, Fóscari, Grimani, Gritti, Lando, Loredani, Malipieri, Marcelli, Mocenigo, Moro, Priúli, Trevisan, Tron, Vendramin, Venier, nel 1450 congiurarono di non lasciar più salire doge alcuno delle casate antiche: almeno tale opinione corse, e in realtà nessun più ne fu eletto fin al 1612, quando inaspettatamente fu sortito Marcantonio Memmo.
Allorchè il doge era presentato, si cessò di domandare al popolo — Vi piace?» ma l’anziano degli elettori dicea: — So che vi piacerà»; invece del sindaco che gli prestasse giuramento a nome del popolo, bastò il gastaldo o, come diceasi dal vulgo, _il doge de’ Nicolotti_, capo de’ pescatori. Pure chiunque abitava Venezia potea darsi a credere d’aver parte alla sovranità, perchè era chiamato padrone; donde quella riverenza verso la patria e i capi di essa, che faceva identiche la volontà propria e la legge, e disponeva a qual si fosse sacrifizio pel conservamento di essa.
Il popolo dapprima dividevasi in convicini e clienti, ossia ottimati e plebei: serrato il maggior consiglio, gli esclusi formarono un terz’ordine, detto de’ cittadini originarj, a distinzione dai cittadini d’acquisto, i quali abitavano Venezia da meno di venticinque anni. Ai soli originarj competeva la piena cittadinanza, e il prezioso diritto di far commercio marittimo sotto la bandiera di San Marco, e così l’aspirare agl’impieghi cittadineschi, il supremo dei quali era il cancellier grande; seguivano gli altri della cancelleria dogale, le cariche nelle maestranze e nelle numerose confraternite, alcune legazioni ed i consolati in terra forestiera. Il commercio rimaneva tutto a’ cittadini, escludendone i nobili perchè avrebbero potuto soperchiare. Pura plebe restavano gli artigiani, i mercanti, i medici, gli arsenalotti, corporazione robusta. A soli vecchi permetteasi di fare il rivendugliolo. Nè tampoco trovavasi schiusa la via dell’armi, giacchè queste erano affidate a mercenarj o a sudditi.
La sicurezza individuale, la prosperità assicurata al commercio, l’adito alle magistrature, erano compensi alla nullità de’ cittadini. Come in tutte le aristocrazie, badavasi a fare star bene il popolo; donde quelle splendidissime istituzioni di carità, che in parte ancora sopravivono a tante dilapidazioni; e le ricchezze dei monasteri e delle confraternite, corpi morali che, non avendo bisogno di far avanzi, tornavano a vantaggio della plebe. Questa tenevasi attaccata ai patrizj, non solo col patronato della ricchezza e de’ servigi, ma coll’avere ciascuno fra quelli il suo compare; prodigava gl’inchini e i titoli d’eccellenza, non mettendo limiti alla sommessione nè decoro nella riverenza; quanto l’odierna plebe di Londra, obbediva a un semplice cenno del messer grande, bargello che, col suo berretto segnato dallo zecchino e dalla mazza, bastava a mantener l’ordine nelle affollatissime feste. Le quali erano nuova occasione di mescolare ricchi e popolani, sudditi e magistrati, fosse alle sagre di Santa Marta o del Redentore, ove si confondeano nelle cenette improvvisate, fosse all’Assensa, dove il trionfo del gondoliere lo facea carezzare da’ nobili, fosse quando il pescatore di Poveglia o il vetrajo di Murano era perfino ammesso a baciare il principe. Le rivalità fra Castellani e Nicolotti, abitanti delle due parti della città, riduceansi il più spesso a gare di meglio valere nelle regate o alle forze d’Ercole; e se prorompevano in risse, l’indulgenza patrizia le perdonava, quantunque fossero costate sangue.
I sudditi d’oltremare venivano trattati come conquista, vilipesi, immolati al monopolio della dominante; se ne fortificava il paese quanto bastasse per tenerli in soggezione, non per garentirli dai nemici; non vi si lasciavano tampoco le cariche municipali; e il mandarvi il podestà e il capitano del popolo offriva un modo di occupare i nobili, e cogl’impieghi fuori risarcirli della oppressione che in patria cresceva. Di fatto da tali colonie venne un alteramento alla costituzione, introducendo un’altra nobiltà, meno dipendente dalla Signoria, e che avrebbe potuto emanciparsi se non fosse stata impedita dalla vigilanza degli Inquisitori.
I sudditi di terraferma stipularono prerogative quando si diedero alla repubblica; appoggiati alle quali, conservavano i prischi statuti, le procedure, sin gli uffiziali antichi, e l’attentarvi era caso di Stato, competente al tribunale dei Dieci. La nobiltà vi formava un corpo con privilegio ed autorità, ma per nulla partecipe al dominio; perciò odiava l’aristocrazia veneta, della quale trovavasi pari in grado, suddita in diritto: e fu uno de’ maggiori sbagli del veneto Governo il non provvedere, come Roma antica, a fondere il meglio della nobiltà di terraferma colla imperante, col che avrebbe risanguato questa di famiglie e di denaro, e congiunto i dominati coi dominanti.
Vi andava da Venezia un podestà, che durava sedici mesi, e a cui era sottoposto il consiglio dei nobili, che rappresentava ciascuna città: al capitano, pure spedito di là, era sottoposta la rappresentanza territoriale, eletta dai diversi Comuni. Ogni città ed ogni territorio teneva nunzj a Venezia per tutelarne gl’interessi; i luoghi minori sovente sceglievano a patrono qualche Veneto de’ più illustri e poderosi. Alle fortezze comandava un provveditore, dipendente dal capitano della provincia.