Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 5
Dopo lungo manovrare, Nicolò Spinola si presentò colla flotta ligure alle foci dell’Arno; Rosso Buzzaccherini gli menò incontro la pisana; e settanta vascelli genovesi, e sessantaquattro pisani (numero portentoso!) si diedero la caccia con diversa fortuna. Pisa si trovò esausta dalle spese, ma vi sopperirono le illustri famiglie: i Lanfranchi armarono undici galee, sei i Gualandi, Lei, Gaetani, tre i Sismondi, quattro gli Orlandi, cinque gli Upezzenghi, tre i Visconti, due i Moschi; onde una flotta di centotre galee si accostò al porto di Genova scoccandovi freccie d’argento. Centosette galee salparono da Genova tra le benedizioni dell’arcivescovo e gli augurj patriotici, e scontrata la nemica alla Melòria (1284 — 6 agosto), banco rimpetto al colmato seno di Porto Pisano, la fracassò, prendendo anche l’ammiraglio Morosini e lo stendardo e il sigillo del Comune. Diecimila Pisani furono tenuti prigionieri a Genova sedici anni, non uccidendoli acciocchè le donne loro non potessero, rimaritandosi, di nuova prole risarcire la patria. Diceasi pertanto, chi voleva veder Pisa andasse a Genova; donde essi regolavano le sorti della patria; nuovi Regoli, la sconsigliavano dal cambiarli con Castro di Sardegna, fortezza fabbricata dagli avi e difesa con tanto costo; e giuravano, se a questo prezzo fossero redenti, si chiarirebbero nemici a que’ pusillanimi che avevano sagrificato l’onor nazionale al bene privato.
Questo tracollo di Pisa lasciò in vantaggio i Guelfi di Toscana, i quali si congiurarono contro l’unica ghibellina sino a che fosse distrutta. Ed essa avrebbe avuto l’ultimo tuffo, se Ugolino conte della Gherardesca (terra montana lungo il mare tra Livorno e Piombino) non fosse colla sua abilità riuscito a scomporre la lega e riparare e munire Porto Pisano. Conservando dieci anni il dominio della patria, ottenne pace dai Lucchesi e Fiorentini; ma collo sbandire le famiglie ghibelline e demolirne i palazzi si attirò acerbissimi nemici e principalmente Nino di Gallura (1288). Rivangando antichi fatti, costoro diedero voce che alla Meloria, dov’egli era uno de’ capitani, avesse cospirato a perdere la battaglia per indebolire la patria; aggiungevano avesse compra la pace col tradire ai nemici le castella, ed ora impedisse ogni accordo coi Genovesi per timore non ripagassero i prigionieri. Anche l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini, caldo ghibellino, gli si era avversato, pretendendo divider seco la dominazione: ed Ugolino, cinto da nemici e malcontenti, raddoppiava l’oppressione e cresceva l’odio. Un nipote osò dirgli quel che niun altro, cioè l’indignazione che eccitava l’eccesso delle imposte; e Ugolino gli s’avventò con un pugnale. Parò il colpo un nipote dell’arcivescovo, amico dell’altro; e Ugolino si svelenì su questo trucidandolo. Ruggeri prese accordo coi Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, Ripafratta, e assalito il conte, lo chiusero nella torre de’ Gualandi alle Sette vie, con Gaddo e Uguccione figli suoi, e con Nino e Anselmuccio, figli d’altri suoi figliuoli, e quivi li lasciarono morir di fame. Ruggeri supremo allora in Pisa, e affidate le armi al conte Guido di Montefeltro, la Repubblica riprese gli antichi confini.
A danno di Pisa armò novamente Genova (1290), che conquistò l’isola d’Elba, e con ventiduemila combattenti, di cui cinquemila aveano corazze bianche come la neve (CAFARO), distrusse Porto Pisano, ove entrò spezzando le catene, che pendettero in quella città, sciagurato monumento di fraterne guerre anche dopo strappati i trofei e i frutti della libertà. Alla pace Pisa rinunziò ai diritti sopra la Corsica e a Sassari di Sardegna.
Genova sin da’ primordj erasi regolata come una società mercantile per via delle _compagnie_, che si costituivano all’uopo di mettere insieme una flotta o condurre un’azienda per due, sei, venti anni; e i consoli di queste erano spesso anche consoli del Comune. Imparaticcio di governo, e che pure compì tante imprese quante vedemmo, acquistò le Riviere e i possessi in Levante e prevalenza nelle vicende italiane. Allora l’amministrazione della città non potè più confondersi con quella d’interessi particolari, e fu affidata a capi annuali distinti, benchè eletti ancora dalle otto Compagnie, che partecipavano del governo in eguale porzione, e che sussistettero sempre, e divennero quasi il mezzo per cui i cittadini potevano nello Stato. Formata una di esse, chi si presentasse a darvi il nome fra undici giorni rimaneva abile ad impieghi pubblici; se no, non poteva comparire in giudizio fuorchè convenuto, nè alcun membro della Compagnia dovea servirlo sulle galee o patrocinarlo avanti i tribunali. Di ogni Compagnia un nobile veniva eletto a costituire il consiglio de’ Clavigeri, custodi e amministratori del tesoro, presto saliti a grande importanza. Al consiglio generale, che adunavasi in San Lorenzo, non sembra assistesse tutto il popolo, bensì i meglio considerati fra le Compagnie; il popolo era rappresentato dal cintraco o pubblico banditore, non per deliberare, ma per persuadere. I quattro consoli eletti dal popolo sovrano giuravano non fare guerra o pace senza consenso di questo, non permettere merci forestiere, eccetto il legname di costruzione e le munizioni navali, e rendere esatta giustizia. Questi consoli nel 1121 divennero annuali, e nel 30 furono distinti da quelli dei placiti, vale a dire il potere amministrativo si separò dal giudiziale; e fra essi consoli e il parlamento s’interpose il consiglio di Credenza (_silentiarii_) o senato, che riceveva le ambascierie, i ricorsi de’ paesi soggetti, ponderava gli affari più rilevanti.
Dell’antica immunità vescovile rimanea vestigio nella _decima del mare_, che l’arcivescovo riscoteva su tutte le navi che approdassero con grano o sale; inoltre nel palazzo arcivescovile risedevano i consoli dello Stato e quelli de’ placiti, il senato, i consigli; i trattati si faceano in nome del vescovo e dei consoli, e molti feudatarj prestavano il giuramento prima a lui, poi al Comune; egli poi dominava in San Remo, sui marchesi Malaspina e su molti cittadini.
Verso il mezzo di quel secolo, anche gli altri paesi della Liguria aspiravano ad esser detti genovesi, e i luoghi delle valli e de’ monti vicini s’incorporavano a Genova. I feudatarj giuravano il Comune, ed erano ascritti nel breve de’ consoli e sul libro delle famiglie consolari; se avessero signorie lontane o titoli di conti e marchesi, davanti al parlamento rinunziavano alla giurisdizione, chiedendo essere ammessi in qualche compagnia; e immatricolati che fossero, erano investiti di nuovo come vassalli dei diritti rinunziati, promettendo tener casa aperta in città, abitarvi tre mesi, servire in guerra con un prefisso numero di fanti, cavalli o marinaj: reciprocamente il Comune s’obbligava a proteggerli, nei mesi d’assenza non obbligarli a parlamenti, al trar delle navi, nè mai gravarli di maggiori imposizioni; e consentiva che ne’ loro feudi adoprassero i calzari e il manto purpureo.
Le comunità indipendenti promettevano assumere le guerre e le paci de’ Genovesi: non concedere asilo a verun bandito, corsaro o nemico, non spedir navi da aprile a ottobre oltre Barcellona a ponente, nè oltre l’isola di Sardegna a levante, senza che andata e ritorno toccassero il porto di Genova; non molestare chi da questo o a questo veleggiasse; contribuire in data porzione alle spese di cavalcate, o d’armamenti navali, o di legazioni nelle parti marittime. Genova le prendeva in protezione, ne assicurava i privilegi, e confermava i magistrati ch’esse eleggevano[36].
Dalle guerre esterne e dal continuarsi le magistrature e le cariche delle compagnie nelle famiglie originò una nobiltà cittadina, la quale cagionò fazioni e brighe; e cinta di clienti, eresse torri e nutricò battaglie interne. E poichè a reprimerle non bastavano religione nè consoli, si ricorse qui pure ad un podestà forestiero, dandogli per assessori otto nobili.
Attorno a Genova duravano molte piccole signorie. I Savonesi nel 1153 si resero quasi dipendenti da Genova, obbligandosi di venire con questa agli armamenti, alle cavalcate, alle collette, osservare i divieti posti da essa, non navigare oltre la Sardegna e Barcellona se non movendovi dal porto genovese e tornandovi. Nel 1121 avea Genova comprato Voltaggio dal marchese Gavi, nel 28 espugnato Montaldo, nell’83 fondato il castello di Porto Venere. Nel 91 da Enrico VI si fe cedere Monaco, benchè come parte della Turbìa fosse sottoposto ai vescovi e al Comune di Nizza: ma molti glielo disputavano, e Genova col pretendervi preparava un nido ai Grimaldi, che poi le diverrebbero infesti.
Nizza era stata repubblica indipendente, divisa in città inferiore e superiore, che ebbero tra sè liti e compromessi[37] finchè venne a dominio de’ conti di Provenza, i quali altri castelli teneano in que’ dintorni. Raimondo Berengario II nel 1176 riconobbe i diritti del comune e dei consoli di Nizza, sicchè rimanessero indipendenti, salvo l’onore d’essi conti; e nel 1205 se ne cominciarono gli statuti[38]. Quei conti soffrivano di mal animo che Genova crescesse verso Nizza, e impedironle sempre l’acquisto di Monaco; ma essa nel 1215 mandò Fulcone da Castello con molti nobili sopra tre galee ed altri legni, coi quali fondarono quattro torri, congiunte da una cortina alta trentatre palmi, là dove poi fu il palazzo principesco. Nizza stessa in quell’anno giurò il Comune di Genova.
Il porto che gli antichi chiamavano di Ercole Moneco, un miglio a levante di Nizza, era stato spopolato dai Saracini, talchè non serviva che di ricovero a pirati. Carlo II re di Provenza nel 1295 pensò fabbricarvi un nuovo borgo, che intitolò Villafranca, trasferendovi gli abitanti di Montolivo, colla promessa di cingerli di mura, edificarvi una chiesa a san Michele, condurvi una fontana, tenerli franchi da’ ogni imposizione, eccetto il ripaggio e la gabella quali costumavansi dai Nizzardi[39].
Robusti e fieri erano i conti Guerra di Ventimiglia, ne’ cui Stati San Remo obbediva all’arcivescovo di Genova. I conti Quaranta, i signori Casanova aveano signorie a Lingueglia e Garlenda e nel Castellani: i marchesi Taggiaferro di Clavesana in Porto Maurizio, Diano, Andóra: i del Carretto erano potentissimi da Capodimele ad Albissóla, e signori di Savona[40]. Comuni distinti formavano Albenga, Savona, Noli. I marchesi di Ponzone signoreggiavano Varazze, terra suddivisa poi tra un’infinità di condomini. Seguivano i tenimenti dell’abbazia di San Fruttuoso in Capodimonte. I conti di Lavagna dominavano, oltre Lavagna, sopra Sestri, Varese, val di Taro, e fin in Pontrémoli, e a ponente dell’Entella fino a Rapallo, e dall’altro lato fino a Brugnato e alla Magra; confinavano coi signori di Passano, e coi Malaspina della Lunigiana. Minori erano quei di Lagnoto e Celasco, di Rivalta, di Vezzano, di Trebiano; infine venivano i marchesi di Massa, il Comune di Lucca e l’emula Pisa. Più fra terra, Genova trovavasi a fianco il Comune di Tortona, i marchesi di Parodi, di Gavi, di Bosco, che giungeano fin al giogo di Voltri; i marchesi d’Incisa, di Ceva, di Garessio; i signori di Pornassio, i conti di Badalucco, di Maro, di Sospello; e più potenti quei di Monferrato e di Provenza[41].
Le due Riviere non tenevansi liete della supremazia di Genova, anzi Savona e più spesso Ventimiglia la rinnegavano, ed appoggiavansi all’emula Pisa. Tra la nobiltà castellana primeggiavano i Fieschi e i Grimaldi, dediti ai Guelfi o Rampini, e i Doria e gli Spinola ai Ghibellini o Mascherati; sommoveano la repubblica, reluttavano ai magistrati, a vicenda portavano le loro creature a podestà, abati, capitani della libertà; spingevano a minute guerre e spedizioni, calando o salendo a norma degli avvenimenti generali d’Italia, pei quali si mutava anche il governo interiore. Intanto ogni cosa andava in baruffe intestine, che empivano di violenze e delitti la città e le Riviere.
Talvolta sorgeva un di costoro che sanno blandire il popolo, e a nome di esso procacciavasi suprema autorità. Allo spirare dell’amministrazione di Filippo Torriano, il popolo levò rumore (1257) pretendendo ch’egli avesse rubato, e che i sindacatori corrotti l’avessero assolto; essere tempo di finire le concussioni dei nobili; solo meritare la sua confidenza Guglielmo Boccanegra. E a spalle portatolo sull’altare di San Siro, lo proclamano capitano del popolo; la nobiltà cittadina è per lui, e lo vuole decenne, fin coll’arbitrio di nominare il podestà annuale; la nobiltà feudataria gli tien testa, ed egli la doma, eleva gente nuova, accarezza il vulgo, indi reso ardito, abusa del potere per farsi crescere il soldo e arrogarsi nuove prerogative, dà e toglie impieghi a capriccio, sprezza le deliberazioni de’ consigli, cassa le sentenze de’ tribunali. Aveva ordito d’incarcerare tutti i primani; ma questi ammutinandosi presero le porte acciocchè non potesse chiamar la gente di campagna, e lo abbatterono, concedendogli appena la vita per istanze dell’arcivescovo; e si tornò all’istituzione del podestà forestiero. Però il posto del capitano del popolo e Comune genovese fu scopo all’ambizione dei nobili, e causa di dispute incessanti.
Parve un tratto (1262) che Roberto Spinola fosse per ciuffare il dominio supremo; ma quello sminuzzamento di ambiziosi che cagionava la contesa, impediva la tirannide d’un solo. Si credette ovviare le rivalità rendendo men arbitrario il modo di formare il gran consiglio, convenendo che ciascuna compagnia avesse ad eleggere cinquanta membri, i quali nominassero quattro consiglieri in un’altra compagnia, e questi trentadue destinassero i consiglieri urbani e gli otto. Le pretensioni delle famiglie toglievano ogni accordo durevole, sinchè nel 1339 il dominio dei nobili fu scassinato per sostituire le case popolane degli Adorno e Fregoso: ma i nobili tennero gran parte nelle magistrature, nell’amministrazione, sulle flotte, e collocandosi or coll’una or coll’altra delle fazioni predominanti, producevano una instabilità che non potea neppure risolversi in tirannia[42].
I primi stabilimenti genovesi in Corsica dimostrano piuttosto imprese di privati o dirette alla pirateria; ma nel 1195 la Repubblica v’acquistò San Bonifazio, riducendola a colonia con un podestà e con larghi privilegi. Nell’isola presero piede i fuorusciti di Genova, che poi avversavano la metropoli; tanto che il giudice Sincello di Pisa tornò a farvi prevalere la città sua, e i Genovesi si trovarono novamente ristretti a San Bonifazio. I vassalli pagavano una tassa sulla cera e metà del testatico, ed esercitavano giurisdizioni inferiori, dipendenti dal giudice: ma appoggiandosi gli uni a Pisa, gli altri a Genova, ne derivava anarchia, fomentata dai privilegi che quelle concedevano a gara per farseli amici.
Di maggiore importanza stabilimenti ebbe Genova nel mar Jonio e nel Nero, e commercio estesissimo, come vedemmo e vedremo. Da cinquanta a settanta grossi vascelli salpavano ogni anno dalle prode liguri, portando droghe e altre merci in Sardegna, in Sicilia, in Grecia, in Provenza; altri assai con lana e pelli: e delle lucrate dovizie facevasi bella, comoda, forte la patria. Dal 1276 all’83 si compirono le due darsene e la grande muraglia del molo; nel 95 il magnifico acquedotto, traverso aspre montagne.
Venezia, a seconda dei tempi, sviluppava i germi che v’avea deposti la sua origine. Il doge Vitale Michiel II volea reprimere la perfidia di Manuele Comneno col portargli grossa guerra: ma il popolo, che vedeva andarne a ruina il commercio, a tumulto l’impedì. Quando però le navi venete tornarono trafficando in Oriente, il Comneno le sorprese, confiscò il carico, imprigionò le ciurme. Allora il popolo schiamazzando chiede la guerra che schiamazzando avea repulso; il doge li seconda, ma le arti dell’imperatore rattepidiscono quell’ardore: intanto la peste si attacca alla flotta, e periti migliaja d’uomini, pochi legni tornano nelle lagune. Poichè nei disastri vuolsi una vittima, viene apposta ogni colpa al doge; e la plebe, che già n’avea veduto deposti nove, cinque accecati, altrettanti uccisi, nove costretti abdicare, trucidò il Michiel. Sei mesi s’indugiò a dargli un successore (1172), sentendo la necessità di porre un limite alla potenza d’un solo.
L’estensione della città rendeva omai impossibile lo adunare tutti i cittadini, e tanto più il sorvegliare gli atti del Governo. Si pensò dunque a una rappresentanza, istituendo che di ciascun sestiere ogni anno si prendessero due elettori, i quali uniti scegliessero quattrocentottanta persone per formare un maggior consiglio, che avesse la sovranità della repubblica e nominasse tutti gli uffizj, persino i proprj elettori; col qual modo gli eletti riuscivano sempre delle stesse famiglie. A mezzo il secolo XIII l’annua rinnovazione facevasi non più da dodici elettori, ma da un collegio di quattro membri, che annualmente nominava cento nuovi consiglieri; e da uno di tre, che eleggeva successori a chi morisse o lasciasse altrimenti un vuoto. Nei casi che tutti dovessero concorrere ad alcuni pesi, convocavasi il popolo, che votava per acclamazione l’arrengo: unico resto della primitiva sovranità.
L’elezione del doge fu attribuita a quarantun elettori con quella complicazione di estrazioni e scrutinj che altrove esponemmo (t. VI, p. 181); nè altra parte vi ritenne il popolo se non che egli era presentato a’ suoi applausi, e i mastri dell’arsenale lo portavano in sedia sulle spalle nella processione che tre volte l’anno circuiva la piazza San Marco. Cessavano dunque i dogi d’esser eletti col voto universale diretto; e d’allora nè essi più cospirarono per divenire sovrani, nè il popolo li trucidò. Giuravano adempiere i loro doveri, quali erano espressi in una _promissione_: d’obbedirli giurava il popolo, in cui vece poi il giuramento fu prestato dal sindaco che ciascun sestiere eleggeva ogni quattr’anni e che rispondeva dei delitti commessi nel suo sestiere.
Il doge, personificando l’autorità tutrice della pubblica salvezza, dovea rappresentare, non operare; veruna risoluzione prendendo senza il concorso di sei consiglieri, annualmente scelti dal consiglio maggiore, un per sestiere, detti poi la _signoria_. In casi pe’ quali non si avesse esempio precedente, o concernenti il credito pubblico ed il commercio, o qualora stimasse opportuno avere il parere o il consenso di cittadini creduti, e farsene appoggio nell’opinione, pregava alquanti a venire a sè: forma occasionale, che poi, dogando Jacopo Tiepolo, divenne stabile nella costituzione coi sessanta _pregadi_ o senatori, non più scelti dal doge, ma dal gran consiglio colle forme consuete. In tal modo i nobili trovaronsi partecipi del governo, e cominciò il famoso senato.
Forse dal riunire le molte corti che giudicavano a principio nelle varie isole, venne a formarsi la corte suprema della _quarentìa_ criminale, che giudicava collegialmente, invece dell’unico podestà adoperato dai Comuni lombardi. Essendo la quarentìa chiamata a pronunziare negli affari di Stato, acquistò attribuzioni politiche come collegio intermedio fra la Signoria e il maggior consiglio, e ponderava le proposizioni di quella, prima di esporle a questo. I tre capi della quarentìa si resero poi membri perpetui della Signoria. Preso un partito, il maggior consiglio ne affidava l’esecuzione alla Signoria, cioè al doge col suo consiglio di sei, ovvero ai Quaranta.
Il suggello dello Stato rimaneva presso il cancellier grande, scelto non da case nobili ma cittadine, supremo notajo degli atti legislativi, presente al maggior consiglio e a tutte le solennità, insigne per onorificenze ed emolumenti, fin ottantamila ducati l’anno traendo dalle propine; ed essendo inamovibile, restava indipendente dal doge, al quale appena cedeva in dignità. Tre avogadori del Comune, specie di tribuni del popolo, patrocinavano la parte pubblica nelle cause di Stato e nelle particolari, vegliando alla legalità, alla riscossione delle tasse, alla nomina dei magistrati, al buon ordine; tenevano i registri di nascita dei nobili; e il loro veto sospendeva per un mese e un giorno gli atti di qualunque magistratura, eccetto il maggior consiglio, e tre volte potevano ripeterlo, dopo di che esponevano i motivi della loro opposizione.
Tre volte già era stato riformato lo statuto veneto allorquando Jacopo Tiepolo nel 1232 ne pubblicò un nuovo, detto _Promissione del maleficio_; poi dopo dieci anni fe raccogliere le vecchie leggi, correggerle e disporle; e furono pubblicate in cinque libri, che con sempre nuove aggiunte formarono il codice della repubblica.
Raccontavasi che Alessandro III, quando vi venne a conferenza col Barbarossa, donasse al doge un anello dicendo: — Il mare vi sia sottomesso come la sposa al marito, poichè colle vittorie ne acquistaste il dominio». Di qui la festa dell’Ascensione, quando il doge sullo splendido bucintoro andava a sposare il mare, gettandovi un anello, e dicendo: _Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique dominii_. Considerandosi perciò quai signori dell’Adriatico, i Veneziani vollero imporre una gabella a tutte le navi che ascendessero oltre una linea tirata da Ravenna al golfo di Fiume. Era senz’esempj questo chiudere un mare, comune ai costieri; e ne vennero guerre, massime coi Bolognesi, che però furono ridotti a rassegnarsi. Più tardi Giulio li pretese privarneli, e avendo detto all’ambasciadore Girolamo Donato, mostrasse il documento che attribuiva il golfo alla repubblica, questi rispose: — Sta scritto sul rovescio della donazione fatta da Costantino a san Silvestro». Il qual motto accenna la franchezza che Venezia tenne sempre a fronte della curia romana; poichè mai non lasciò trascendere le pretensioni clericali, e conservò sempre alta mano sopra le chiese, quantunque mostrasse spiriti religiosi, e molti dogi abdicassero per ritirarsi in monasteri, tra’ quali Pietro Ziani lasciò a cento chiese o luoghi pii onde facessero uffizj per l’anima sua.
Più tardi Clemente V vietò il commerciare cogl’infedeli, gravando i trasgressori d’una multa per la camera apostolica. Non vi badavano i Veneziani; ma molti in articolo di morte non ottenevano l’assoluzione se non soddisfacessero a questa multa, che talora assorbiva l’intera sostanza. Il governo però non lasciava che tal denaro uscisse, e quando Giovanni XXII (1322) mandò due nunzj per raccorre quelle postume penitenze, o scomunicare chi le negava, intimò loro di partire. Il papa interdisse i contumaci, citandoli ad Avignone; ma implicato col Bàvaro, non potè dar seguito a quest’atto, e Benedetto XII concesse dispense per far mercato cogl’Infedeli.
Quando sorse la quistione dei Tre Capitoli, dal patriarca d’Aquileja scismatico si staccò il patriarca di Grado, al quale obbedirono Venezia e le terre suddite. Alla pace con Alessandro III tenne compagnia una concordia fra i due patriarchi, rinunziando il gradense alle ragioni sulla provincia di quello e sui tesori che avea rapiti alla sua chiesa. Nicolò V consentì che la dignità patriarcale da Grado si trasportasse alla cattedrale di Castello di Venezia, e san Lorenzo Giustiniani ne fu il primo patriarca: intitolavansi anche primati della Dalmazia.