Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 4

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Al tempo di Federico II i Ghibellini prevalsero, e fra essi gli Uberti (1249) impacciavano il commercio di Firenze, e invitato uno stuolo di Tedeschi con Federico d’Antiochia figlio dell’imperatore, snidarono dalla città i Guelfi. Nella mischia era perito Rustico Marignolli, caporione di questa parte; e i suoi, per non lasciarlo all’insulto de’ nemici, tornarono indietro senza curar di pericolo, e portando i ceri e la bara da una mano, dall’altra armi ferocissime, gli fecero esequie singolari. I Ghibellini trionfanti abbatterono le torri de’ nemici, e tentarono fin diroccare San Giovanni dove teneano loro adunanze, li perseguirono pel contado e ne’ castelli di Capraja, Figline, Montevarchi, e avutine alcuni prigioni, li consegnarono a Federico II, che gli uccise, accecò o tenne carcerati.

Rimasti senza competitori, i Ghibellini istituirono in città un governo aristocratico, tutto in aggravio della plebe e dei liberi borghesi. Ma questi presero riscossa, e rivendicatisi da quelle estorsioni e prepotenze, tennero parlamento in piazza Santa Croce (1250 — 20 8bre), e formarono una confederazione col nome di _popolo_, vie più lodevoli perchè seppero temperarsi dalle riazioni. Abolito il podestà de’ nobili, surrogaronvi un capitano che fosse «guelfo e della parte guelfa zelante, fedele e divoto della sacrosanta Chiesa romana, e non ligio ad alcun re, principe, signore o barone avverso a quella»; assistito da una signoria bimensile di dodici anziani, due per sestiere; e divisero la cittadinanza in venti gonfaloni, che costituivano altrettante compagnie di milizia, la campagna in novantasei pivieri. Ad un cenno del capitano e ai rintocchi della _martinella_, la milizia doveva raccogliersi attorno al carroccio del gonfalone bianco e vermiglio, e in tal guisa più volte corsero addosso ai grandi. Ai quali non fu tolto se non il poter sopraffare, mozzando delle loro torri quanto sorpassava le cinquanta braccia, e colle pietre munendo il sestiere dell’Arno per aver la forza che francheggia la libertà: a foggia pur di fortezza fabbricossi il palazzo del podestà, dove risedessero i membri del Governo.

Con questa nuova forma di stato popolare, Firenze passò dieci anni memorabili per grandi fatti. Appena la morte dell’imperatore Federico l’alleggerì della paura, rimpatriò i Guelfi esigliati, costrinse i nobili delle due fazioni a segnar la pace, obbligò Pistoja, Arezzo, Siena a mutarsi dalla bandiera imperiale alla sua: battè Poggibonzi e Volterra, le cui mura etrusche riparavano i Ghibellini; presso Pontedera sconfisse i Pisani[24]; e in memoria di quest’_anno delle vittorie_ coniò la nuova moneta d’oro di ventiquattro carati e d’un ottavo d’oncia d’oro, detta il _fiorino_ perchè portava il fiore, simbolo parlante di essa città.

Gli anni successivi continuarono le prosperità; ma i Ghibellini fecero trama di ricuperare il sopravvento, e citati a giustificarsi, presero le armi ed eressero barricate. Il popolo gli attaccò, alcuno uccise, gli altri via. Guidati da Farinata degli Uberti, essi ricoverarono a Siena; e poichè questa avea reciproco patto con Firenze di non accogliere i profughi, le fu intimato guerra. Firenze era stata posta all’interdetto per aver fatto sulla pubblica piazza _segar la gorgiera_ a un Beccaria pavese abate di Vallombrosa, imputato di trame coi fuorusciti, sicchè la guerra vestiva anche apparenze religiose; e i Ghibellini (1258) non si fecero coscienza di chiedere tedeschi ajuti a re Manfredi, che già era stato gridato signore di Siena. Se ne promettevano un esercito, ed egli mandò soli cento uomini; di che i Ghibellini stavano sconfortati: ma l’accorto Farinata disse loro: — Basta ch’ei mandi la sua insegna, e noi la metteremo in sì fatto luogo, che, senz’altro pregare, egli ci darà maggiori ajuti». Ubriacati, li spinse addosso ai Guelfi, di cui fecero strage: ma questi, rannoditisi, li sconfissero ed uccisero fin ad uno. La bandiera dell’aquila nera in campo d’argento fu trascinata pel fango sin a Firenze, dove furono decretate dieci lire a chiunque avesse fatto prigione un cavaliero, metà per un fante cittadino, e tre lire se mercenario, stabilendo simile compenso anche per l’avvenire[25].

Come Farinata avea previsto, Manfredi conobbe impegnato l’onor suo; e spinto anche da ventimila fiorini speditigli, inviò milleottocento cavalieri tedeschi, comandati da suo nipote Giordano d’Anglano; coi quali e coi Senesi e i fuorusciti mise in campo ventimila uomini. Due bugiardi frati promisero ai Fiorentini che i Guelfi senesi aprirebbero loro la città: laonde, per quanto i prudenti sconsigliassero dall’impigliarsi sul territorio nemico, mentre aspettando vedrebbero i Tedeschi ben presto sparpagliati per mancanza di paghe, prevalsero gli esagerati che codardia chiamano l’attendere l’opportunità: un cavaliero che suggeriva questo partito, fu multato; a un altro imposto silenzio, pena cento lire, ed esso vi s’assoggettò per parlare; raddoppiata la multa, esso non tacque; nè quando fu portata a quattrocento lire, e sinchè non fu minacciato della testa.

Risoluta la spedizione (1260), non vi ebbe famiglia che non mandasse alcuno a piedi o a cavallo. Nella marcia faceano d’antiguardo gli arcieri e balestrieri della città e del contado; seguiva la cavalleria e il popolo di tre sestieri della città, indi la cavalleria e i fanti degli altri; formavano il retroguardo i confederati a piedi o a cavallo. Con loro andavano genti di Bologna, Lucca, Pistoja, Sanminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia, Orvieto e molti mercenarj; in tutto più di trentamila combattenti. La battaglia datasi ne’ colli di Monteaperti (4 7bre) sull’Arbia, a sei miglia da Siena, è de’ fatti più celebri nell’età eroica delle nostre Repubbliche. I Senesi vi si prepararono colle divozioni, «e quasi tutta la notte la gente attendevano a confessarsi e a fare paci l’uno coll’altro. Chi maggiore ingiuria avea ricevuta, quello bene andava cercando il suo nemico per baciarlo in bocca e perdonargli. In questo si consumò la maggior parte della notte»[26]. Avviaronsi poi le schiere: e «quelle valenti donne, che erano rimaste in Siena insieme con messere lo vescovo e con quelli cherici, incominciarono lo venerdì mattina per tempo una solenne processione con tutte le reliquie che erano in duomo e in tutte le chiese di Siena. Così andavano visitando per effetto, sempre i cherici cantando salmi divini, litanie e orazioni: le donne tutte scalze con assai vili vestimenti andavano pregando sempre Iddio che rimandasse chi loro padre, chi loro figliuolo, chi loro fratelli, chi loro mariti; e tutti con grandi lacrime e pianti andavano ad essa processione, sempre chiamando la Vergine Maria. Così andarono tutto il venerdì, e tutto quello dì aveano digiunato. Quando venne la sera, la processione tornò al duomo, e ivi tutti s’inginocchiarono, e tanto stettero fermi, che fur dette le litanie con molte orazioni. Discendendo dal poggio si fecero al piano, e ivi si fe innanzi a tutti il franco cavaliere maestro Arrigo d’Astimbergo, e fe riverenza al capitano e a tutti gli altri, dicendo: _Tutti quelli di casa nostra siamo dal sacro imperio privilegiati, che in ogni battaglia che noi ci troviamo, doviamo essere i primi servidori. Pertanto a me tocca avere l’onore di casa nostra; e di ciò vi prego che siate contenti._ E gli fu conceduto, come di ragione si doveva.

«Stando così la gente de’ Senesi, fu veduto per la maggior parte della gente (fiorentina) uno mantello bianchissimo, il quale copriva tutto il campo de’ Senesi e la città di Siena..... Alquanti diceano che loro parea il mantello della nostra Vergine Maria, la quale guarda e difende il popolo di Siena..... In questo essendo veduto il mantello nel campo de’ Senesi e sopra alla città di Siena, come alluminati da Dio si inginocchiarono in terra con lacrime invocando la Vergine gloriosa. E tutti dicevano: _Questo è un grande miracolo; questo è per li preghi dello nostro vescovo e de’ santi religiosi_»[27].

I Ghibellini erano in numero inferiori, ma meglio disciplinati e concordi; e Bocca degli Abbati ed altri, loro fautori secreti, disertarono dai Fiorentini, che ne rimasero scompigliati: la martinella cessò di rintoccare; i primi cavalieri fuggirono e così rimasero salvi, ma de’ pedoni forse tremila furono morti, assaissimi prigionieri; il carroccio preso, e con grandi feste trascinato a ritroso; e sovra un asino e colle mani al dosso un araldo che i Fiorentini, creduli all’intelligenza, aveano spedito a domandare le porte di Siena; e il popolo dietro gridava: — Or venite ed occupate la città, e fabbricatevi un forte»[28]. Il vessillo di re Manfredi sventolava innanzi ai Tedeschi, che con frondi nell’elmo inneggiavano nella lingua del lor paese la vittoria sul nostro. Dal carroccio senese magnificamente addobbato sventolava il gonfalone del Comune, dietro a cui i prigionieri, satolli d’oltraggi: de’ quali non fanno parsimonia neppure i cronisti, che raccontano come fu permesso ai privati di ricevere il riscatto de’ prigioni, ma i magistrati vollero s’aggiungesse un capro per testa, col sangue de’ quali s’impastò la calce per ristorare una fontana che conservò il nome _dei Becchi_. Anche una chiesa fu eretta a memoria e in onore di san Giorgio, con festa anniversaria; e Margaritone dipinse per Farinata un crocifisso al modo bisantino. Molte famiglie di Firenze sgomentate mutaronsi a Lucca, dove anche i Guelfi di Prato, Pistoja, Volterra, San Geminiano e di altri luoghi.

Ripresa superiorità, i Ghibellini congregati ad Empoli posero il partito di distruggere Firenze, nido degli avversarj: solo il magnanimo Farinata dichiarò esser venuto in quella confederazione, non per disfare la città, sì per conservarla vincitrice[29]. Siffatta proposizione v’accenna il furore della parte ghibellina, la quale punì, taglieggiò e riformò lo Stato a modo imperiale, levando i privilegi plebei e le gravezze contro gli aristocratici. Il conte Guido Novello, fatto vicario di re Manfredi in Toscana, assalì Lucca, ricovero de’ Guelfi, la quale, invano mandato ad invitare Corradino, non potè salvarsi se non col respingere i rifuggiti, cui non rimase più luogo in Toscana. Malgrado la vittoria di Carlo d’Angiò, Guido potè conservare Firenze ai Ghibellini, e a due frati Gaudenti di Bologna diede incarico di metterli in pace co’ Guelfi, nominandoli podestà con trentasei savj (1266). Con questi, essi distribuirono le arti in dodici corporazioni, parte dette maggiori, parte minori; e ciascuna avea consoli, capitani, stendardo. Di qui principia il vero governo popolare; laonde ben dice il Villani che «d’allora innanzi non vi fu niuno grande», cioè superiore alla legge.

L’unione è sempre funesta alla tirannide; e ben presto il popolo insorse contro il conte Guido, che stimò bene ritirarsi; e la città si riformò a bandiera guelfa, commettendo la signoria a Carlo d’Angiò per dieci anni. Egli combattè i Ghibellini a Poggibonzi, che resistè quattro mesi, e pigliò molti castelli del Pisano. Il papa avea mandato la bandiera coll’aquila vermiglia in campo bianco e sotto un serpente verde, la quale rimase poi sempre insegna della _massa guelfa_, come si chiamò un magistrato stabilito per amministrare i beni confiscati ai Ghibellini contumaci a vantaggio de’ Guelfi[30]. Indipendente dalla Signoria, essa eleggeva da sè i proprj uffizj e consigli, faceva ordini e leggi, riceveva e spacciava lettere ad altri Stati con proprio suggello, e vigilava che ad onori o benefizj del Comune non si ammettesse verun Ghibellino: perciò fu di gran peso negli avvenimenti, e sopravissuta alla libertà come amministrazione economica, restò abolita soltanto il 1769.

Quegli avvicendamenti moltiplicavano i rancori, le confische, i patimenti, ma insieme la vita e l’ardimento delle grandi cose. «La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile, che non potrebbe con tutta la fatica dare da vivere agli abitanti... e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare un tempo, e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto il costume delle altre nazioni... e l’uno ha fatto venire volontà all’altro, intanto che, chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto le strane nazioni delle genti e tornato alla patria con avere, non è riputato da niente... ed è tanto il numero, che vanno per lo mondo in loro giovinezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo»[31]. Spesso i mercanti si trovavano soli a sostenere le pubbliche gravezze, e prestavano denaro ai nobili per grandeggiare, alla plebe per comprarsi derrate. Presero dunque animo non solo a voler parte nel Governo, ma ad escludere i possessori; e fu stabilita la _signoria_ di sei priori, obbligati a convivere in palazzo senza uscirne pe’ due mesi che duravano; e che uniti ai consigli delle arti maggiori, eleggevano i successori. Doveano appartenere ad un’arte, e perciò vi si faceano immatricolare anche i nobili e le casate di messeri che aspirassero al Governo; onde il Comune non si considerava che di artigiani e popolo. Ai priori presiedeva un gonfaloniere; ed erano serviti da tre grandi uffiziali forestieri, il podestà, il capitano del popolo, l’esecutore degli ordinamenti di giustizia.

Tratto tratto i Fiorentini armavano per far prevalere la fazione guelfa, o si mescolavano nelle controversie di Lucca, Siena, Pistoja, Cortona, dove aveano luogo gli stessi avvicendamenti, nelle più prevalendo la democrazia. A Siena i Nove, difensori bimensili della comunità e del popolo, doveano essere mercanti: e così a Pistoja gli anziani, esclusi i nobili antichi e quelli che per alcuna colpa fossero registrati fra i nobili. Ad Arezzo s’erano ridotti i Ghibellini da tutta Toscana, sicchè la parte nobile erasi rialzata sotto il vescovo Guglielmo degli Ubertini. I Guelfi di Firenze vollero reprimerli, e avendo tutta Toscana preso parte di qua o di là, scontraronsi a Campaldino presso Bibiena (1289 — 11 giugno). Sul venire alla mischia, solevansi designare dodici paladini, che s’avventassero come perduti contro i nemici a capo della cavalleria, incorandola col loro esempio. A tale impresa il fiorentino Vieri de’ Cerchi, benchè infermiccio, nominò se stesso, poi suo figlio, indi non volle nominar altri; ma tanto bastò perchè a furia si volesse esser del numero, e cencinquanta domandarono d’entrare paladini.

«Il vescovo (d’Arezzo), ch’avea corta vista, domandò: _Quelle che mura sono?_ Fugli risposto: _I palvesi dei nemici_. Messer Barone de’ Mangiadori da Sanminiato, franco ed esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: _Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere per bene assalire, e non duravano, e pochi uomini vi moriano, chè non era in uso l’ucciderli... Ora è mutata moda, e vinconsi per istar bene fermi: il perchè io vi consiglio che voi siate forti, e lasciateli assalire_. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura. Cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi ferì i nemici per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli colle coltella in mano, e sbudellavangli, e de’ loro feritori trascorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì furono vili, ch’erano stimati di grande prodezza; e molti di cui non si parlava, furono stimati»[32].

I Fiorentini ebbero trionfo, ma nè per questo posarono dai tumulti.

I nobili, confidenti nella pratica delle armi, mal sapeano piegarsi al freno della legge, soprusavano ai popolani, e quando alcuno avea commesso un delitto, tutta la sua famiglia compariva coll’armi allato, per sottrarlo alla giustizia. Il gonfaloniere vedeasi allora costretto armar la gioventù per punire a forza il delinquente. — Molti ne furono puniti secondo la legge, e i primi che vi caddero, furono i Galigaj; chè alcuno di loro fe un malificio in Francia in due figliuoli d’un mercatante, Ugolino Benivieni, che vennero a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli fu ferito da quello de’ Galigaj, che ne morì. E io Dino Compagni (così racconta questo bravo cronista) ritrovandomi gonfaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e dai loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Di questo principio seguitò agli altri gonfalonieri un malo uso, perchè, se disfacevano secondo le leggi, il popolo dicea che erano crudeli; che erano vili, se non disfaceano affatto: e molti sformavano la giustizia per tema del popolo».

Giano della Bella, nobile eppure fattosi capo de’ popolani (1293), de’ quali personificò i risentimenti, «uomo virile e di grand’animo, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva», ebbe il coraggio che mancava alle società popolari per reprimere i grandi, e persuase a scegliere un gonfaloniere di giustizia con mille fanti, acciocchè coll’insegna popolare della croce rossa in campo bianco reprimesse vigorosamente i prepotenti. Sortito egli stesso a quell’illimitato uffizio, e giovandosi dell’essere i nobili in guerra gli uni cogli altri, proclamò ordinanze in costoro aggravio, «ed a vera e perpetuale concordia, unitade e conservamento e accrescimento del pacifico e riposevole stato degli artefici e delle arti e di tutti i popolani, e di tutto il comune e de la cittade e del distretto di Firenze». Fece escludere per sempre dagli uffizj cittadini trentasette casate magnatizie, e alla Signoria diede arbitrio di aggiungervi qualunque famiglia nobile demeritasse; e la legge prefiggeva si potesse arrolare fra i nobili soltanto _pro homicidio, pro veneno, pro rapina seu robaria, pro furtu, pro incestu_. Chi era così notato, dovea dare duemila lire per cauzione dei suoi portamenti, non uscire in tempi di tumulto, non possedere casa vicino a un ponte o ad una porta della città, non appellarsi da’ giudizj criminali, non accusare un plebeo, salvo per delitto contro la persona sua o di uno di sua famiglia; non testimoniare contro un popolano senza consenso de’ priori: ed i suoi parenti fino al quarto grado erano tenuti in solido delle multe impostegli. I borghesi furono divisi in venti compagnie da cinquanta uomini, poi da ducento, affinchè prontamente accorressero alla chiamata dell’armi. Si affezionò il popolo a tali _ordinamenti di giustizia_[33], col dare ne’ consigli generali qualche autorità alle _capitudini_, cioè ai consoli delle maestranze.

Al tempo stesso la Repubblica estendeva la sua giurisdizione su Poggibonzi, Certaldo, Gambussi, Catignano; ritoglieva quelle che alcuni conti e cattanei teneano da antico, o aveano di fresco ricuperate. I nobili, sdegnatine, tanto più che consideravano Giano qual disertore, ricorsero ad ogni via di perderlo. Non osando l’assassinio per tema del popolo, gli opposero un signore che allegava diplomi dell’imperatore o del papa; ma meglio profittarono d’un artifizio non più disimparato, e pur testè da patrioti nostri non solo messo in pratica, ma insegnato a stampa, qual è di gettare sull’avversario politico la calunnia, affinchè coll’onore gli sia tolta credenza. Posero dunque Giano in sospetto al popolo, la sua severità imputando a tirannide; e poichè nel punire i malvagi (1295) egli volle proteggere il podestà contro un’insurrezione di piazza, fu espulso; e confiscatigli i beni, morì in esiglio.

Non per questo rivalsero i nobili, e trovandosi messi dissotto della legge, ritiravansi dalla città, usando da tirannetti ne’ loro castelli. Per reprimere le due trapotenti famiglie dei Pazzi e degli Ubertini nel Valdarno superiore, i Fiorentini fabbricarono le tre fortezze di Terranuova, San Giovanni e Castelfranco, a lato ai coloro tenimenti, concedendo tante franchigie, che i sudditi di quelli e dei Ricàsoli e dei Conti e d’altri baroncelli vicini accorsero a farsi terrazzani di que’ castelli, per ciò prontamente cresciuti. Egualmente contro gli Ubaldini furono fabbricate Casaglia, Scarperia o Castel San Barnaba, Firenzuola, Barberino, assolto per dieci anni da imposizioni, e colla privativa ai magnati di potervi fare acquisti.

CAPITOLO XCVI.

Le Repubbliche marittime. Costituzione di Venezia.

Firenze i Guelfi, Pisa capitanava i Ghibellini di Toscana. Il terreno che, abbandonato dall’acque, formò via via quella vasta pianura ed allontanò la città dal mare, diventava proprietà dei re d’Italia, i quali ne faceano larghezza alla chiesa o all’arcivescovo di Pisa, venuto perciò di ricchezza famosa e anche di estesa giurisdizione. Già la vedemmo «in grande e nobile stato di grandi e possenti cittadini de’ più d’Italia, ed erano in accordo ed unità, e manteneano grande stato, imperò che v’era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo e ’l giudice d’Arborea; e ciascuno per sè tenea gran corte, e con molti cittadini e cavalieri a fiate cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza e gentilezza erano signori di Sardegna, di Corsica e d’Elba, onde aveano grandissime rendite in proprio e per lo Comune, e quasi dominavano il mare con loro legni e mercanzie» (VILLANI).

Tra le famiglie pisane che dominavano in Sardegna, prepolleva quella de’ Visconti; agli Alberti obbediva la Capraja: altri, come i giudici d’Arborèa e i varj consorti della famiglia Gherardesca, aveano palazzo, corte, masnada propria nella città. Al modo poi che Genova sulle riviere, e Venezia sulla costa illirica, Pisa teneva possessi nella Toscana; ed Enrico VI le concesse tutti i diritti regj nella città e un territorio ricco di sessantaquattro borgate e castelli. Con Genova e Lucca disputava il possesso della Lunigiana, ed occupati i feudi dei vescovi e conti di Luni, vi rinnovò le cave del marmo, già anticamente conosciute, onde trarne per la cattedrale sua e per quella di Carrara[34].

Costante alla fede imperiale, vantaggiò della grandezza degli Svevi, soffrì dei loro disastri. Da Firenze obbligata a rivocare i Guelfi esigliati, questi colle loro ricchezze la risanguarono. Avendo i Pisani preso a protezione il giudice di Ginerca in Corsica (1282), predone che era stato battuto dai Genovesi, si esacerbarono le ire antiche fra le due repubbliche, agitate ne’ mari e negli scali del Levante. Nè vuolsi tacere come le due emule, affinchè non si dicesse aver l’una soverchiato l’altra di sorpresa, teneano un notaro ciascuna nella nemica, che informasse i suoi di quanto vi si preparava[35].