Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 3
Rimosso il pericolo della dominazione forestiera e cresciute le dovizie e gli agi del vivere, i cittadini si applicarono all’industria smettendo le armi. Ne crebbero d’importanza i nobili, i quali dalla fanciullezza si educavano agli esercizj e a portare un’armadura di ferro a tutta botta, sotto la quale invulnerabili dalle picche della milizia cittadina, trionfavano quasi senza pericolo; la sicurezza del vincere crescea baldanza di osare, e facilmente argomentavansi di dominare sopra gente ch’era invalida a resistere. Più lo fecero quando i capitani di ventura posero il valore a servizio di chi pagava, e patteggiavano coi tirannelli per sostenersi, o aspiravano essi medesimi al primo grado.
Il tempestare cittadino aveva indotto stanchezza, e sempre è il benvenuto chi, all’estremo d’una rivoluzione, giunge a ricompor le cose, quand’anche al tumulto sostituisca l’abjezione e il letargo. Voi che vedeste i Romani, repubblicani affocati, acconciarsi alla stemperata tirannia degl’imperadori, non istupirete che di nuovo i ridesti Italiani soffrissero i duri sproni de’ tirannelli. Del cadere sotto un signore soffrivano i grandi, impediti dai loro arbitrj e dagli sfrenati appetiti d’una più o men ristretta oligarchia: ma la plebe si trovava giovata del non esser più esposta alle ire di tutta una parte, e al soperchiare d’ogni emulo e d’ogni avversario; e dell’obbedire, anzichè a molti, ad un signore solo e lontano, il quale non avrebbe passione d’offendere gl’individui, anzi interesse di procacciare il fiore di tutti: e ne sperava quella giustizia e quella sicurezza che, se non un compenso, sono un ristoro alla privazione della libertà. Contenta della quiete interna, del freno posto agli oligarchi, degli spettacoli e delle pompe, ne voleva bene ai principi; e contro quegli stessi che ci sono dipinti pei peggio ribaldi, rado o non mai la vedremo insorgere, benchè non mai cessassero quelle congiure di pochi, che fallendo rinfiancano la potenza che aveano inteso demolire. I letterati e i leggisti, dei quali crescevano il numero e l’importanza, attingevano dal diritto romano canoni di servilità, e sempre aveansi in pronto una diceria, colla quale alle assemblee popolari persuadere i vantaggi della tirannide. I nobili, a cui danno cadeva questa rivoluzione, ribramando il passato e invidiando gli uomini nuovi, pur non sapevano affratellarsi nè ai Comuni nè tra sè in quell’accordo, che in altri paesi li ridusse opportuno contrappeso alla monarchia nascente: pertanto poneansi a corteggiare il signore onde ottenere qualche brano di autorità, di godimenti, di arroganza; o gittavansi a macchinazioni, che porgeano a quello buona ragione di sterminarli o comprimerli. Insomma mancava a tutti il sentimento della legalità, fosse per assodare le repubbliche, fosse per temperare i principati.
E le repubbliche a breve andare mutavansi in signorie senza avvedersene, come senza avvedersene erano salite alla libertà. I tiranni (tal nome i nostri, al modo greco[14], davano a coloro, buoni o malvagi, che usurpavano dominio in libera terra) aveano cura di farsi decretare solennemente, dagli anziani o dalle assemblee popolari, il titolo e i poteri di signori generali per tempo limitato, e ricevere l’investitura colla tradizione dello stendardo e del carroccio. Faceasi dunque mostra di rispettare la sovranità del popolo; sicchè, al governo monarchico innestando forme costituzionali, pareva dovesse impedirsi il despotismo, le magistrature popolari moderare i signori, che di rimpatto resterebbero protetti dalle leggi e dalla nazionale garanzia. Ma come in Roma gl’imperatori dominarono assoluti perchè rappresentavano il popolo sovrano, così questi tirannelli nessun limite legale trovavano ad un potere che dal popolo era attribuito.
Non era dunque necessario frutto della democrazia la tirannide, bensì conseguenza aristocratica, giacchè ogni oligarchia è gelosa ed esclusiva, e chiede ingrandire a scapito degli altri. La tirannide poi serviva effettivamente gl’interessi popolari, elevando gli infimi contro i prischi prevalenti: per modo che, quand’anche fosse cacciato il tiranno, rimaneva la gente nuova ed estrania, da lui assisa sui beni confiscati. Allora i primi spogliati s’affacciavano alla riscossa, cacciavano la gente nuova, faceano nuovo spartimento, e quella vicenda irrequieta non lasciava tampoco il riposo, che erasi sperato compenso alla servitù.
Le rivolte non erano impeti di libertà; voleasi cangiare di signoria, ma il governo restava pur sempre militare e dispotico, giacchè ai disuniti bisognavano capi assoluti; s’applaudiva ai giudici che castigassero i caduti dominatori, per quanto eccedessero; i partigiani dei nuovi pretendeano franchigie e indipendenza; i vinti fuoruscivano, istituendo un governo tirannico perchè indipendente dalla pubblica volontà, e che pretendeva dal di fuori governare la patria, sovvertirla, mutarla; il nuovo padrone secondava le proprie passioni, e conoscendosi vacillante, si reggea con politica subdola e giustizia inumana, gettando a spalle ogni moderazione e generosità.
Il dominio che una città aveva già acquistato sopra altre, diveniva una signoria, che gli ambiziosi attendevano ad ampliare; onde l’Italia settentrionale, che alla pace di Costanza trovavasi sminuzzata in tante repubbliche quante città, queste vide aggregarsi attorno ad alcuni centri, e formare gli Stati nuovi, la cui storia così varia è ribelle a quel procedimento sistematico che si rivela dove un signore unico determina o almeno dirige gli avvenimenti d’un paese.
CAPITOLO XCV.
Toscana.
La salda dominazione degli antichi marchesi Bonifazj aveva impedito alla Toscana di ridursi libera come le città lombarde ma estinti quelli colla contessa Matilde (1115), le dispute che intorno alla costei eredità si agitarono fra i pontefici e gl’imperatori, offrirono ai Comuni il destro d’emanciparsi, e agli uni o agli altri appoggiandosi acquistar privilegi, o nella lotta usurparli[15]. Federico II, erede dell’ultimo duca di Svevia fratello del Barbarossa, vi tenne de’ vicarj, ma ognora più scadenti d’autorità, e ricoverati in qualche terra castellata, come Sanminiato, che perciò fu detto al Tedesco.
Del territorio rimanevano in dominio signori forestieri; o longobardi, come i marchesi di Lunigiana, i conti Guido, quei della Gherardesca; o franchi, come i marchesi Oberto, quei del Monte Santa Maria, i conti Aldobrandeschi, gli Scialenga, i Pannochieschi, gli Alberti del Vernio, della Bevardenga, dell’Ardenghesca, e così via.
Fiesole, avanzo delle città onde gli Etruschi aveano coronato le alture italiche, già da Cicerone notata per gran lusso e spese d’imbandigione, deliziosi poderi, fabbriche suntuose, mutati i tempi, avea ridotto a battistero un bellissimo avanzo di antichità pagana; eretto il duomo, ove nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro trasportò le reliquie di san Romolo patrono della città; e di lassù le famiglie patrizie minacciavano gli uomini del piano. Ma era giunto il tempo che questi a quelle prevalessero; e Firenze, inferiore per postura a Fiesole come a Pisa per opportunità di commercio, maturava la libertà, che a lungo dovea poi custodire e sempre amare. La prima adunanza generale di popolo vi si tenne il 1105 per istanza del vescovo Ranieri: la prima impresa che se ne rammenti è la spedizione del 1113 contro Ruperto vicario imperiale, il quale, postato a Montecáscioli, bicocca dei conti Cadolingi, molestava i Fiorentini, finchè essi non l’ebbero scovato e ucciso, e spianata la sua rôcca.
Trascinata da Pisa nella briga contro Lucca, Firenze conosce le proprie forze, e le usa a sottomettere i castellani; «perocchè in tutte le terre sono molti nobili uomini, conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in pace, e ubbidisconla più per paura che per amore» (DINO COMPAGNI); abbatte i castelli, che impacciano il traffico e ricoverano i prepotenti; obbliga le famiglie antiche a scendere dalla minacciosa Fiesole[16], e i popoletti ad accettare le sue leggi, come fece coi cattani di Montorlandi e con quei di Chiavello, che, riscattatisi dai conti Guido, s’erano collocati in un bel _prato_ sul Bisenzio, donde prese nome la lieta città che vi fabbricarono[17]. Dai Buondelmonti, che nel castello di Montebuono esigeano pedaggi da chiunque passasse, non potendo ottener ragione, Firenze li vinse (1143), ed obbligò a venire in città. Dal conte Uggero volle promessa di non far male ad alcun Fiorentino, anzi ajutarli, esser con loro in guerra, abitare tre mesi in città, dando in pegno i castelli di Collenuovo, Sillano, Trémali. I signori di Pogna, che non posavano di molestare il Valdelsa, furono domi coll’arme, e demolite quella e le torri di Certaldo e quante n’erano sin a Firenze, che che strepitasse il Barbarossa di questa che a lui pareva lesione del potere imperiale. Nel 1197 comprava il castello di Montegrossoli in Chianti: nel 99 squarciava quel di Frondigliano, poi con lungo assedio Semifonti e il castello di Combiata, riottosi al Comune: nel 1220 disfece Mortenana castello degli Squarcialupi, e in appresso quelli di Montaja, di Tizzano, di Figline, di Poggibonzi, di Vernia, di Mangona: abbattè le famiglie dinastiche dei Cadolinghi di Capraja, degli Ubaldini di Mugello, degli Ubertini di Gaville, dei Buondelmonti nel Valdambria: fabbricò una terra dove potessero rifuggire quelli di Castiglion Alberti, della badia d’Agnano, della pieve di Prisciano, di Campannoli, di San Leolino, di Monteluci, di Cacciano, di Cornia, ville signorili che così restavano deserte.
Più poderosi di tutti erano gli Alberti; ma essendosi divisi per stipiti, poterono dalla città essere sottomessi a patti o a forza. Nel 1184 il conte di Capraja di quella famiglia colla moglie e i figliuoli si dava in accomandigia alla Repubblica fiorentina, obbligandosi consegnare ai consoli di essa una delle torri di Capraja, da custodire o distruggere a voglia; e subito troviamo i membri di quella famiglia rettori e consoli nella città. Ma poi guastatisi con essa, malmenavano i passeggieri e i villani, sicchè i Fiorentini v’andarono a oste, e distrutto il loro castello di Malborghetto, costruirono quel di Montelupo per tenerli in freno. Invano il conte Guido Borgognone cercò opporsi istigando a guerra i Pistojesi, cui erasi giurato fedele (1204): vinto, dovette co’ suoi figli e cogli uomini di Capraja prestare omaggio al Comune di Firenze, sottoponendogli quella terra, pagando ventisei denari per ogni focolare, e promettendo far guerra a volontà de’ consoli contro chiunque, eccetto i Lucchesi per tre anni, e l’imperatore per sempre: i consoli di Firenze a vicenda prometteano difenderli dai Pistojesi e da ogni altro nemico, e non diroccare il castello di Capraja[18]. Non però quei conti stettero così ai patti, che Firenze non fosse costretta più volte osteggiarli: certo rimasero potenti a segno, che molti ajuti poterono dare ai Pisani per ricuperare l’isola di Sardegna.
Nel 1273 il consiglio generale dei Trecento e lo speciale dei Novanta approvavano si comprasse dal conte Guido Salvatico gli uomini, le terre, i castelli di Montemurlo, di Montevarchi, Empoli, Monterappoli, Vinci, Cerreto, Collegonzi, Musignano, Colledipietra, pagando ottomila fiorini piccoli; la qual somma verrebbe somministrata dai Comuni redenti a proporzione della lira, cioè dell’estimo[19].
Alcuni signori mantennero negli aviti castelli una sovranità locale, come i Pazzi nel Valdarno, i Ricásoli nel Chianti. Una consorteria di Longobardi o Lambardi padroneggiava la Versilia, cioè la valle di Seravezza. Gli Ubaldini diramavansi in tanta parentela, da dominare quasi un principato[20]. I Pulci, i Nerli, i Gangalandi, i Giandonati, i Della Bella avevano inquartato alle loro armi quella d’Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana al tempo di Ottone III, dal quale aveano ricevuto la nobiltà; e il giorno di san Tommaso festeggiavano nella badìa di San Settimo il nome di quel barone[21]. Altri casati si elevarono in città pel traffico, come i Cerchi, i Mozzi, i Bardi, i Frescobaldi, poi gli Albizzi e i Medici; e talora vennero assaliti nelle proprie case, come i vassalli nelle rôcche.
Aggiungansi le signorie ecclesiastiche; perocchè, siccome i monaci Santambrosiani a Milano, così gli abati di Agnano, di Montamiata, del Trivio, di Passignano, di Monteverde erano principi sui loro beni; massime quelli di Sant’Àntimo in val d’Orcia, cui Lodovico Pio avea concesso quasi tutto il territorio fra l’Ombrone, l’Orcia e l’Asso, tanto che sopra il patrimonio d’essa badìa Lotario II assegnò mille mansi per regalo nuziale ad Adelaide. Gli abati dell’Isola presso Staggia nel Volterrano furono baroni su tutta l’isola e sul popolo di Borgonuovo; e Castelnuovo dell’abate, Gello dell’abate, Vico dell’abate e tant’altri nomi consimili ricorrenti segnano villaggi nati per opera di questi monaci toparchi.
Eguale avviamento, chi cercasse, troverebbe in tutti i Comuni della Toscana. Montegémoli dei conti Guido si sottoponeva al monastero di Monteverde, da cui fu ceduto a Volterra il 1208; e così Querceto e Castelnuovo da Montagna. Nel 1221 i conti Aldobrandeschi si accomandavano ai Sanesi, dando in pegno i castelli di Radicóndoli e Belforte; altrettanto i signori di Montorsajo e i Cacciaconti di Montisi, e varie famiglie nobili di Chiusdino. Agli abati di Sant’Antimo fu tolto Montalcino, paese cominciato s’un colle vestito di elci, e allora cinto di mura.
Siena combattè gli Scalenghi; nel 1212 comprava le appartenenze di Asciano; fin poi dal 1151 Palteniero Forteguerra le aveva sottomesso le sue castella, fra cui San Giovanni d’Asso. Così le si sottomisero i Salimbeni di Belcaro, i visconti di Campagnatico ed altri. Ma Omberto di Campagnatico verso il 1250 aggrediva sulla strada quanti erano amici a Siena, finchè alcuni Senesi travestiti da frati s’introdussero nel suo cassero e l’uccisero. Anche gli Ubaldini molestarono lungamente le valli del Santerno e della Sieve: i Pannochieschi continuavano a dominare Montemassi, che Castruccio nel 1328 fece ribellare a’ Senesi, i quali pertanto coll’armi e la fame lo vinsero e fecero distruggere, e tal fatto dipingere nel palazzo del concistoro da Simone Memmi. I Salimbeni, perchè decapitato uno e imprigionati altri di loro consorteria, nel 1374 mossero guerra al Comune di Siena, e ripresero Montemassi: ne nacque guerra; infine si compromise la cosa nella Signoria di Firenze, e la rôcca rifabbricata fu resa a quel Comune[22].
I castelli del Chianti furono incentivo di guerre fra Siena e Firenze, che ivi confinano; e Montepulciano, di cui s’ignora l’origine, ma già si trova mentovato nel 715, si collocò a devozione de’ Fiorentini, promettendo non imporre gabelle alle merci di questi, e offrire pel san Giovanni un cero di cinquanta libbre, e l’annuo tributo di cinquanta marche d’argento. I Senesi ne mossero richiamo davanti un congresso di nobili del vicinato e di rappresentanti delle città; e dall’esame apparve che da quaranta e più anni non apparteneva al distretto di Siena, ma era dominato da alcuni conti teutonici. Non vi s’accontentò Siena, e più volte ritentò sommettere colle armi Montepulciano, che fu distrutto e rifabbricato, e dopo molte vicende si accomandò a Siena, promettendo avere gli stessi amici e nemici, non levar dazj o gabelle sui Senesi, offrire, il giorno di Maria Assunta, un cero fiorito di cinquanta libbre, ad ogni richiesta mandare due cittadini al parlamento in Siena, eleggere fra i cittadini di quella il podestà e capitano col salario di quattrocento lire ogni semestre, i quali però governassero secondo gli statuti di Montepulciano.
Grosseto, centro della valle del basso Ombrone senese, nacque attorno al Mille, e fu città quando Innocenzo II nel 1138 vi trasferì la sede vescovile di Roselle, antica città etrusca, allora caduta ed esposta alle infestazioni dei ladri. Stette a signoria degli Aldobrandeschi di Sovana, i quali poi s’accomandarono alla Repubblica di Siena, a cui i Grossetani stessi giurarono sommessione, e il tributo di lire quarantotto annue e cinquanta libbre di cera; come il vescovo tributava venticinque lire e un cero di libbre dodici. La sommessione però fu sempre irrequieta, e più volte scossa.
Pistoja, venuta su dopo asciugati i suoi paduli nel 500, ebbe ricche famiglie, tra cui i progenitori dei conti Guido e anche dei Cadolingi; fu governata dal vescovo, dal conte, dal gastaldo; e dopo morta la contessa Matilde si emancipò. I suoi statuti sono i più antichi che si conservino: nel 1150 già aveva podestà e consiglieri, a’ quali il cardinale Ugo, legato pontificio e discepolo di san Bernardo, scriveva perchè cassassero l’illecito giuramento che faceano, entrando in carica, di non far mai bene agli Spedalinghi nè in vita nè in morte. Quel Comune sottopose i vassalli vescovili di Lamporecchio, i conti Guido di Montemurlo, i conti di Capraja, i conti Alberti di val Bisenzio, i popoli di Artimino e Carmignano.
Cortona componeva il suo Comune di consoli, nobiltà (_majores milites_), capi mestieri, con un camerlingo e cancelliere: il consiglio di credenza constava di venti nobili; il generale di cento cittadini e artieri. Nel 1213 gli Alfieri le cedettero il castello di Poggioni, promettendo che almeno un di loro terrebbe famiglia in città; i Bandinucci Montemaggio, i Balducchini Castelgherardi, i Mancini Ruffignano, i Bostoli Cignano, i Baldelli Peciana, i Venuti Cigliolo, i Tommasi Cintoja, i Boni Fusigliano, i Cappi Ossaja, i Pancrazj Ronzano, i Serducci Danciano, i Melli Borghetto e Malalbergo sul lago Trasimeno, i Passerini Montalla. Sottopose pure i marchesi di Petrella, di Pierle, di Mercatale, gli Alticozzi, i Semini, i Rodolfini, i Vagnucci, i Camaldolesi del priorato di Sant’Egidio, facendoli entrare in città, sicchè nel 1219 ampliò le mura a chiuder anche il sobborgo di San Vincenzo. Amicizie e guerre avvicendò cogli Aretini, che nel 1269 sorpresala, la saccheggiarono e smantellarono, obbligandola a prender sempre per podestà un Aretino. Alfine v’acquistarono dominio i Casati, fatti vicarj dell’Impero fin quando la repubblica fiorentina non la sottomise.
Ai paesani liberati le città apprestavano nuovi borghi, e se gli amicavano colle franchigie (t. VI, p. 53, 54). Firenze univa al proprio _contado_ tutti quelli datisi spontanei, facendoli partecipi al diritto di cittadinanza, e dividendoli in quartieri; mentre quelli sottoposti a forza o acquistati a denaro formavano il _distretto_, ciascuno con patti e condizioni particolari. Comunelli, pievi, popoli aveano stretto leghe per difendersi dalle violenze, obbligandosi a sbrattare il proprio territorio da malfattori e banditi, tener sicure le strade, rifare del danno chi ne soffrisse, avendo all’uopo uffiziali e spese comuni.
Essa Firenze, venuta a libertà più tardi de’ Comuni lombardi, ebbe men lunga lotta e più pronto sviluppo di civiltà, d’arti, di commercio; evitò le guerre col Barbarossa, e potè far senno dell’esperienza altrui. La postura sua e l’indole degli abitanti contribuirono a conservarvi que’ costumi semplici e schietti, de’ quali una descrizione ci è data dal più immaginoso poeta e fedele cronista de’ mezzi tempi, Dante, che canta come, a’ giorni dell’atavo suo Cacciaguida, Firenze, ancora dentro angusto ricinto, si stesse in pace sobria e pudica; non i soverchi ornamenti femminili più che la persona stessa attiravano lo sguardo; non faceva ancora, sin dal nascere, paura la figlia al padre, che pensava già al tempo immaturo e alla grossa dote dei maritaggi; Bellincion Berti[23] ed altri illustri cittadini portavano cintura di cuojo, e stavano contenti a veste di pelle scoverta; le loro donne non si partivano lisciate dallo specchio, ma attendendo al fuso ed alla conocchia, vegliavano a studio della culla, consolando i bambini con quel mozzo parlare che trastulla da prima i genitori; e traendo la chioma alla rocca, colla famiglia ragionavano non di vanità e fole, ma de’ Trojani, di Fiesole, di Roma.
Ai quali versi, che tutti hanno a memoria, commenta il buon Giovanni Villani: — In quel tempo (cioè del 1250) i cittadini di Firenze viveano sobrj e di grosse vivande e con piccole spese, e di molti costumi grossi e rudi; e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con usatti in piedi; e le donne della comune foggia vestivano d’un grosso verde di cambrasio per lo simile modo; ed usavano di dar dote cento lire la comun gente, e quelle che davano alla maggioranza, ducento; e in trecento lire era tenuta sfolgorata; e il più delle pulzelle che andavano a marito avevano venti anni o più. E di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo e tra loro fedeli». E Benvenuto da Imola: — Le fornaje allora non portavano perle nei calzari, come ora fanno ivi ed a Genova e Venezia..... Semplice e parco è il vitto de’ Fiorentini, ma con mirabil mondizia e pulitezza: le genti basse vanno alle taverne, ove sentono si mescia buon vino, senza darsi pensiero, mentre i mercanti servano mediocrità».
Queste descrizioni, esagerate forse, ma sopra un fondo di vero, compiremo col rammentare come, dovendo i Pisani procedere a impresa sopra le isole Baleari, Firenze si esibì di vegliare frattanto alla sicurezza della loro città; poi, offertole un premio, chiese due colonne di porfido. Il fatto e il guiderdone dicono assai di quell’età.
Così Firenze cresceva in riposato vivere di cittadini, quando la privata nimicizia di due case l’appestò colle fazioni de’ Guelfi e Ghibellini. Buondelmonte de’ Buondelmonti, già signori di Montebuono nel val d’Arno, avea fidanzata una figliuola di Oderigo Giantrufetti degli Amedei (1215). Ora cavalcando egli un giorno davanti la casa de’ Donati, Aldruda donna di questi gli fece motto, e mostrandogli la sua figliuola, bellissima e unica ereditiera di lauto patrimonio, gli disse: — Io l’avevo cresciuta e serbata per te». Buondelmonte ne restò invaghito, e ruppe le nozze coll’altra. Vivo sdegno ne concepì Oderigo, ed affiatatosi co’ parenti suoi, Uberti, Fifanti, Lamberti, Gangalandi, deliberarono batterlo e fargli vergogna; ma Mosca de’ Lamberti proferì la mala parola: _Cosa fatta capo ha_, quasi a dire — Freddiamolo, chè dopo il fatto si rattoppa»; e il giorno che, vestito nobilmente di nuovo di veste bianca in su un bianco palafreno, menava moglie, a piè del Ponte Vecchio l’uccisero. Il popolo diede addosso agli uccisori, e ne cominciarono gravi nimicizie fra i cittadini, ciascuno parteggiando per questo o per quello sotto il nome di Guelfi o di Ghibellini, sicchè la città ebbe sembianza di due campi nemici. A San Pier Scheraggio stavano le case degli Uberti, che seguiti dai Fifanti, Infangati, Amedei, Malespini, combattevano i Bagnesi, i Pulci, i Guidalotti, i Gherardini, i Foraboschi, i Sacchetti, i Manieri, i Cavalcanti, d’intenzione guelfa. Al duomo attorno alla torre dei Lancia restringeansi Barucci, Agolanti, Brunelleschi, contendendo con Tosinghi, Agli, Sizi, Arrigucci. A porta San Pietro i Tedaldini coi Caponsacchi, Elisei, Abati, Galigaj contrastavano i guelfi Donati, Visdomini, Pazzi, Adimari, Della Bella, Cerchi, Ardinghi. La torre dello Scarafaggio de’ Soldanieri in San Pancrazio spiegava la bandiera ghibellina, sostenuta dai Lamberti, Cipriani, Toschi, Migliorelli, Amieri, Pigli, contro Tornaquinci, Vecchietti, Bostichi. Così ne’ restanti sestieri; e anche in Borgo i Buondelmonti guerreggiavano gli Scolari, stando con quelli i Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni guelfi, con questi i Guidi, Galli, Capiardi, Soldanieri; e oltr’Arno i Gangalandi, Ubriachi, Mannelli ghibellini, guelfi i Nerli, i Frescobaldi, i Bardi, i Mozi: ed a vicenda si cacciavano, e chiedeano alleanza nelle altre città e dai castellani di loro amistade.