Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 2

Chapter 23,675 wordsPublic domain

La feudalità, seminatavi dai Normanni, radicata dagli Svevi, non si spense sotto gli Angioini, e i baroni ebbero sempre grand’entratura nel reggimento del paese. Principali erano i Sanseverino, che tenevano la miglior parte della Basilicata, Amalfi col ducato suo, le contee di Sanseverino e di Marsico nel Principato, di Bassignano in Calabria, di Matera nella provincia di Taranto; i Pipino, che dominavano su largo tratto della Capitanata e sul montuoso del principato di Bari; i Balzi nelle regioni occidentali del principato di Taranto, e nelle orientali della Basilicata; i Ruffo sulla falda a greco del Bruzio; i Cantelmi sul piovente occidentale dell’Appennino dal lago Fúcino a Venafro. Negli Abruzzi i contadi di Tagliacozzo e Manupella erano investiti agli Orsini di Roma, conti anche di Nola, principi di Salerno, e che poi successero ai Sanseverino, ai Ruffo, ai Balzi; sulla costa gli Aquaviva tenevano il contado d’Atria, gli Avalos il marchesato di Pescara; nell’interno i Gambalesa comandavano alla contea di Montorio, i Savelli a quella di Celano: in Terra di Lavoro i Gaetani al contado di Fondi, i Marsano al ducato di Sessa: nel Principato i Tôcco al contado di Marino, i Sanframondo a quel di Cerreto, i Sovrano a quel d’Aviano: in Calabria gli Origlia a quel di Nicastro, i Caraccioli a quel di Gerace, e così via.

Altrettante suddivisioni si novererebbero nei tre valli di Sicilia: ma sembra che la popolazione ivi stesse ristretta in grosse città e borgate, giacchè, mentre la sola Capitanata contava cencinquanta paesi, altrettanti appena ne sono attribuiti all’intera isola in un diploma del 1276[9].

Nelle repubbliche ai feudi era stata tolta la politica importanza, restringendoli ad una forma privilegiata di possesso: ma nel Piemonte e nelle Sicilie conservarono il mero e misto imperio, e lo attestavano colle forche erette davanti ai castelli, nell’elevatezza delle quali si pose tale emulazione che la legge dovette moderarla.

Il titolo di marchese non ebbe fra noi significazione dinastica come in Germania, ma indicò nobili aventi diritti di conte sopra dominj proprj, a differenza dei conti ch’erano funzionarj del re o dei vescovi. Di marchese e conte di Milano è dato il titolo ad Azzo d’Este nel 1097; e Federico I lo rinnovò ad Obizzo suo nipote il 1184, aggiungendovi la marca di Genova[10]: il che (essendo già libere quelle città) equivaleva a costituirnelo vicario per sostenervi i diritti imperiali. Obizzo stesso era vassallo del vescovo di Genova; vassallo d’essa città era suo figlio Moruello; e confederati coi signori di Lunigiana, coi conti di Lavagna, con altri.

Principali avversarj agli Estensi erano gli Ezelini, de’ quali vedemmo le origini, e come si facessero primarj rinfianchi alla dominazione di Federico II (t. VI, p. 440). Col titolo di vicario di questo, Ezelino IV consideravasi signore indipendente nel Padovano, Trevisano e Bassanese; strozzava ogni voce che s’elevasse contro al suo sanguinario dominio; facea colpe di morte non solo l’antichità della stirpe, l’opulenza, il valore, la chierica, ma persino la pietà e la bellezza, e tutto ciò che rendesse un uomo riverito e perciò temuto. Entro orribili carceri a Padova lasciava morire e imputridire i suoi nemici, o ne li traeva perchè, a schiere mandati al capestro, insegnassero ad obbedire.

Uscite vane le ripetute ammonizioni, il pontefice Alessandro IV intimò una crociata (1256) in nome di Dio contro questo nemico degli uomini. Gran gente vi accorse; frati d’ogni colore gridavano all’armi; Giovanni da Schio, l’apostolo della pace, uscito dall’oscurità dov’era ricaduto dopo lo spettacoloso ma effimero trionfo di Paquara, ricomparve a capo degli armati, che le città guelfe, spalleggiate da Venezia, mandavano col titolo di Crociati, e preceduti dal vessillo romano. Essi a forza ritolsero Padova ad Ezelino, gli ribellarono altre città: ma il tiranno sbuffando vendetta, con truppe saracine e tedesche, sostegno predisposto d’ogni tirannia, ricuperò Padova, e la corse a viva chi vince: doppia ruina dell’insigne città. Alleato col fratello Alberico signore di Treviso, con Buoso da Dovara cremonese, e col marchese Oberto Pelavicino, egli trovavasi sotto mano tutte le forze dei Ghibellini di Lombardia, e di conserva presero e guastarono Brescia, nodo de’ Guelfi. Ma ad Ezelino non bastava la signoria divisa, e mentre adoprava il valore contro i nemici, tesseva artifizj per iscemare il potere del marchese e del Dovara; e quando essi credeano avere stabilito un triumvirato, egli si pianta despoto di Brescia, donde corre a recuperare un dopo uno i castelli toltigli dai Crociati, sbranandoli col fuoco, col sacco, col macello.

Sempre invalse che dell’alta Italia non potesse considerarsi padrone chi non tenesse Milano, la quale estendeva il dominio sopra alcune città vicine, l’influenza su tutte. La lunga guerra coi Federichi ne aveva esauste le finanze. Tentò risanguarle Beno de’ Gozzadini (1256) bolognese, che chiamato podestà, gravò di nuove imposte l’estimo per ispegnere un prestito ch’erasi fatto in bisogno di guerre: e vi arrivò; ma poi suggerì di prolungare quella imposta onde finire il Naviglio che traeva fin a Milano le acque del Ticino. La plebe, grata a chi la liscia più che a chi la giova, sorse a furore, e trucidatolo, il buttò in quel canale che forma la ricchezza del Milanese e la gloria di lui.

Memore di Federico Barbarossa, Milano tenevasi corifea della parte guelfa: alla ghibellina invece propendevano i castellani del vicinato; di che s’invelenivano le ire fra nobili e plebei, e riotte intestine, e alterni scacciamenti e disastri della città e della campagna, e trascuranza del pubblico bene. E già potea dirsi sciolto il Comune, poichè i varj ordini dello Stato ne formavano altrettanti, con governo distinto, e due o tre podestà, e consoli opposti a consoli, assemblee ad assemblee, impaccio ad ogni buona provvisione.

Accennammo come vi allignassero gli eretici Patarini, alcuni de’ quali fecero ammazzare frà Pietro da Verona inquisitore (t. VI, p. 351). Il Carino, uccisore di lui, fu côlto e messo in mano del podestà; ma presto fuggì: e il vulgo, credendo connivente il podestà, prese questo, e ne saccheggiò il palazzo; impedì ai nobili di dare la signoria a Leon da Perego arcivescovo, e domandò che anche plebei potessero esser canonici della metropolitana, privilegio delle maggiori famiglie, per modo che l’arcivescovo da loro eletto era sempre dei primi patrizj. Sostenuti da questo, dai proprj vassalli e dipendenti, e dall’uso delle armi, i nobili sormontavano la _motta_ popolare, sino a voler ridestare un’antica legge de’ tempi feudali, per cui potessero dell’uccisione d’un plebeo riscattarsi per sette lire e dodici soldi di terzuoli (lire 114). Un popolano, scontrato il nobile Guglielmo da Landriano, lo sollecita a pagargli un antico debito, e questi l’uccide: il popolo insorge a furia, respinge i nobili, che con Leon da Perego alla testa ricovrano ne’ castelli del contado del Seprio, donde, alleati con Novaresi e Comaschi, poteano recidere il commercio e i viveri alla città.

La plebe vedevasi costretta o a stipendiare qualche capitano forestiero che la proteggesse anche coll’armi, o a cercare fra’ castellani un capo cui l’aura popolare piacesse più che l’arroganza patrizia. Quando i Milanesi ritiravansi in rotta da Cortenova (1257) abbandonando il carroccio a Federico II, furono raccolti e pasciuti da Pagano della Torre, signore della Valsassina, il quale perciò era divenuto idolo dei popolani, ch’egli sosteneva a spada tratta, fosse virtù o quella affettazione di generosità con cui i nobili demagoghi velano spesso l’egoismo. Fatto è che il popolo, volendo un magistrato proprio che lo schermisse dalla prepotenza de’ nobili, elesse lui a capitano (1242), finchè si calmarono le ire. Scoppiate di nuovo, fu sortito a quel grado il suo discendente Martino (1257), il quale represse i nobili, diè mano a riformare gli ordini sottraendo le maestranze dal dipendere dall’arcivescovo, e così montò in istato di vero signore. Tolto a stipendio il marchese Manfredi Lancia con mille cavalli, trasse fuori il carroccio, e cominciava la guerra civile contro i nobili fuorusciti; se non che persone prudenti rabbonacciarono, e condussero la _pace di Sant’Ambrogio_.

In essa da una parte i nobili e valvassori, dall’altra la motta, credenza e popolo, stabilirono che ogni singolar lite, causa, discordia e controversia tra le parti avessero a ridursi a pace perpetua: ogni ingiuria si rimettesse, eccetto se alcuno fosse ingiustamente possessore di qualche bene: gli elettori, il consiglio, il Governo, i consoli del Comune o della giustizia, e tutti gli altri uffiziali ordinarj e straordinarj, emendatori dello statuto, ambasciadori, metà dovessero essere del Comune, e metà di valvassori e capitanei: tre trombetti per il popolo potessero eleggere gli altri tre per la parte de’ capitanei: tutti gli sbanditi a titolo di Stato fossero riammessi, e i beni mobili ed immobili restituiti a loro od agli eredi. Seguivano concessioni e convenzioni speciali per gli abitanti di Como, di Varese, di Cantù, d’Angera e pei capitanei d’Arsago: e per riparare i danni fatti, il podestà spenderebbe ogni anno in granaglia lire seimila del Comune di Milano; e i Comuni, borghi, luoghi e cascine consegnerebbero le biade a Milano, secondo il consueto: ciaschedun cittadino fosse obbligato far condurre a Milano due moggia di mistura per ogni centinajo di libbre del valsente suo, e chiunque non fosse in estimo potesse condurre ed estrarre grani da Milano: in tempo di carestia si potesse cercarne anche ne’ solaj degli ecclesiastici, e quel che sovrabbondava al viver loro, tradurlo a Milano. Si tenessero riparate le strade; non si riscotessero dazj o gabelle più dell’usato; i pretori farebbero soddisfare all’offeso delle ruberie sofferte intorno a Milano a quattro miglia. Martin della Torre e suoi agnati, e tutti i capitanei e valvassori collegati col popolo, potessero a volontà ritornare alla parte de’ capitanei e valvassori, senz’altro carico che di pagare i foderi passati e presenti. I castelli di singole persone non fossero molestati dal Comune, se non per decreto del consiglio. Ne’ borghi e nelle ville le persone maggiori di vent’anni avessero facoltà di eleggere il proprio rettore per un anno quando non fossero per consuetudine sottoposti al podestà di Milano[11].

Particolareggiammo questa famosa pace per mostrare come la politica non fosse la predominante nelle transazioni d’allora, e sempre vi si mescolassero ordinamenti civili ed economici, che poi si registravano negli statuti. Sanciva essa l’eguaglianza civile fra nobili e plebei, e intitolavasi perpetua: ma non seppero nè le famiglie chetarvisi, nè i popolani usarne con dignità; e ben presto ecco i nobili costretti a fuoruscire di nuovo, e cercare ajuto da Como, ove la loro parte prevaleva: più volte vennero alle prese con avvicendata fortuna, e Filippo arcivescovo di Ravenna legato pontifizio, accorso a pacare, mandò in esiglio il Torriano e Guglielmo da Soresina, l’uno capo de’ popolani, l’altro de’ nobili. Ma quegli tornò, e prevalse: i nobili, perduta la patria, accolsero il furioso partito di darla ad Ezelino. Secondo la segreta pratica tenuta con loro, costui mosse in fatti alla sorda da Brescia per sorprendere Milano, e già varcata l’Adda, difilavasi battendo per Monza e Vimercato sopra la metropoli della Lombardia, quando Martino, avutone spia, radunò a stormo l’esercito plebeo, e gli girò alle spalle, sollevando i popoli. Onde non vedersi intercetta la ritirata, Ezelino diè volta verso l’Adda; ma al ponte di Cassano si trovò a fronte i nostri (1259), e costretto a battaglia, cadde ferito, e poco poi spirò da disperato in Soncino. Fu una medesima esultanza per tutta la Lombardia e la Marca; città e castella già sue si rendettero o furono prese; suo fratello Alberico, assediato nella rôcca di San Zenone, e costretto darsi a discrezione (1260), fu coll’innocente famiglia mandato agli orribili strazj con cui si manifestano le vendette popolari; e il grido di libertà sonò con entusiasmo per tutta la valle padana.

Ma troppo spesso i popoli liberati da un padrone non hanno maggior premura che di trovarsene un altro; e al cadere degli Ezelini supremò la Casa d’Este. Questa, avversata da Federico II perchè stretta parente dei Guelfi di Baviera suoi emuli, oltre il castello e la borgata da cui traeva il titolo, possedeva il marchesato di Ancona, e come feudi imperiali Rovigo, Calaone, Monselice, Montagnana, Adria, Aviano, la signoria di Gavello, e un’infinità di masserie, giurisdizioni, avocherie su quel di Padova, Vicenza, Ferrara, Brescia, Cremona, Parma, nel Polesine meridionale, nella Lunigiana e ne’ monti toscani, poi nel Modenese e Piacentino, spingendosi fin verso Tortona a confinare coi marchesi di Monferrato. Alcuni erano liberi allodj, altri feudi militari o benefizj ecclesiastici, e ne domandavano la conferma dai papi e dagli imperatori: ma la potenza cui erano sorti, dava arbitrio agli Estensi di considerarli come beni proprj. Ferrara, tiranneggiata da Salinguerra, vecchione indomito e in fatti d’armi famoso, aveva esibito il primo esempio di sottomettersi a un principe (1208), attribuendo ad Azzo d’Este arbitrio di far e disfare il giusto e l’ingiusto[12]. Anche Modena, straziata da discordie, elesse signore Obizzo d’Este: sette anni dopo, Reggio la imitò, indi Comacchio, Treviso, Feltre, Belluno obbedivano direttamente o indirettamente ai Da Camino. I Veronesi si diedero in signoria a Mastin della Scala, che cacciò i conti di Sanbonifazio, i quali per sessant’anni non poterono rientrare in una città dove aveano signoreggiato. Mastino, ucciso nel 1277, trasmise il dominio al fratello, e questo ai figliuoli.

I Cremonesi, smaniosi di vendicare la sconfitta tocca nel 1248 sotto Parma, elessero podestà il marchese Oberto Pelavicino, ghibellino affocato; il quale, secondato da fuorusciti, li menò contro Parma (1250), ed entratovi, ne tolse il Gajardo, carroccio cremonese, e molti prigionieri, che furono poi spediti a casa sbracati. Da questa, che i Parmigiani intitolarono la _Mala Giobia_, cominciò la grandezza di quel marchese, che già signore di Cremona, nel 1252 ottenne d’essere gridato signore perpetuo di Piacenza, e sarebbe stato anche di Parma se un _vil sartore_ non fosse sorto a persuadere quanto valesse meglio la libertà.

La vittoria sopra Ezelino crebbe in Milano oltre misura il credito di Martin Torriano, il quale, inseguendo i nobili che, fallito il tradimento concertato, s’erano rifuggiti presso la famiglia Sommariva di Lodi (1259), sottomise anche questa città. Novecento nobili, afforzatisi nel castello di Tabiago in Brianza, vi furono presi e tradotti a Milano (1261), con insulti d’ogni peggior maniera: però Martino impedì fossero trucidati, e sempre si astenne dal sangue, dicendo: — Poichè non ho potuto dar la vita a nessuno, non soffrirò di torla a chichessia». E veramente egli seppe temperarsi nell’ambizione; e vedendo che la milizia plebea non bastava a tener testa ai nobili, non esitò a lasciar nominare capitano generale il Pelavicino, che così tenne in signoria quella città, cui Ezelino aveva indarno aspirato.

Forte di tale appoggio, la fazione popolare cercò incremento col portare arcivescovo Raimondo, parente di Martino. Si opposero con ogni lor possa i nobili, proclamando Uberto da Settala; onde, per riparare allo scisma, Urbano IV nominò a quella sede il canonico Ottone Visconti, che coll’appoggio de’ nobili suoi pari tenne la campagna, ed occupò molti castelli, massime nelle parti del lago Maggiore, dove erano i feudi di sua famiglia. I Torriani presero e spianarono i castelli di Arona, d’Angera, di Brebbia, occuparono altre terre dell’arcivescovo; lo perchè essi e la città furono posti all’interdetto, e bandita contro loro la croce.

Amareggiato da ciò, Martino moriva immaturo (1263), e Filippo suo fratello otteneva l’autorità di esso e la tutelava coll’armi. Como, per insinuazione de’ Vitani, davasi a lui; per forza la Valtellina, e così Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo: ed egli dissimulava il suo ingrandimento, tanto che della signoria fece investire Carlo d’Angiò. Napoleone gli succedette (1265) col titolo d’anziano perpetuo, quasi ereditario tramandandosi il dominio, benchè i Torriani non ne cercassero il titolo.

A differenza degli altri tiranni, stavano essi coi Guelfi, onde prosperarono per le vittorie degli Angioini. Accampava coi Ghibellini il Pelavicino, che avea sottoposte anche Pavia e Brescia: ma questa, all’udire la morte di Manfredi, trucidò i soldati di esso, e invocò i Torriani, che, accolti a rami d’ulivo, vi rimpatriarono i Guelfi, e ne furono gridati signori. Un altro Torriano era governatore di Vercelli, ma i Ghibellini milanesi fuorusciti il sorpresero ed uccisero. Emberra del Balzo, podestà di Milano per re Carlo, consigliò a trucidare cinquantadue parenti degli assassini; della quale atrocità piansero tutti i buoni, e Napoleone sclamò: — Il sangue di questi innocenti ricadrà su’ figli miei». Quando poi, al comparire di Corradino, quei che erano a parte d’impero rialzarono il capo, e Oberto Pelavicino e Buoso da Dovara minacciarono rinnovare i tempi di Federico e d’Ezelino, Milano incalorì le città, e con Vercelli, Novara, Como, Ferrara, Mantova, Parma, Vicenza, Padova, Bergamo, Lodi, Brescia, Cremona, Piacenza ritessè la Lega Lombarda (1267), unendosi col marchese d’Este e con quel di Monferrato, il quale fu nominato capitano.

Allora Cremona e Piacenza, buon o malgrado, indussero il Pelavicino ad abdicarsi della signoria, ond’egli si ritirò ne’ suoi castelli di Gusaliggio, Busseto, Scipione, Borgo San Donnino, e morì lasciando la sua famiglia ricca ma non sovrana. Il Dovara, di cui il legato pontifizio erasi valso per snidare il predetto, sperava rimanere signor di Cremona; ma ne fu egli pure cacciato, abbattute le sue case, assediata la sua rocchetta sull’Oglio, e poichè la vide capitolare ed essere rasa, ricoverò fra’ monti a morire senza dovizie nè potenza.

Al contrario, Napoleone continuava da signore in Milano, sostenuto anche dal cugino Raimondo, ch’era stato fatto patriarca di Aquileja, e che, andando alla sua sede (1274), menò seco sessanta nobili garzoni milanesi per scudieri, riccamente divisati con arme e cavalli bellissimi; cinquanta cavalieri aurati, ciascuno con quattro cavalli e uno scudiere; sessanta militi con due cavalli ciascuno, e cento uomini d’arme cremonesi (CORIO). Tanto era ricca quella casa. Napoleone, assoldate truppe, tenne la lancia alle reni dei nobili, e più volte ne uscì vittorioso; tutto guelfo ch’egli era, si fece costituire vicario dall’imperatore Rodolfo d’Habsburg; e senza lasciarsi lusingare da favori nè atterrire da scomuniche, resisteva al papa e all’arcivescovo Ottone Visconti.

Men costante di lui, il marchese di Monferrato mutossi capitano della parte ghibellina, con sè traendo Pavia, Asti, Como e i fuorusciti di Milano. Questi ultimi aveano per centro Como e per capo il Visconti, che, escluso sempre dall’arcivescovado, menava fazioni e battaglie nelle pianure e sui laghi che fanno deliziosa l’alta Lombardia. I nobili, disperati d’altro soccorso, riduconsi a Pavia (1276), e inducono Gotifredo conte di Langosco a farsi loro capo e aspirare così alla signoria del Milanese: di fatto egli campeggiò sul lago Maggiore, e prese Arona e Angera; ma Cassone della Torre, avuto una smannata di Tedeschi da Rodolfo, prese lo stesso conte con molti nobili, a trentaquattro de’ quali fe’ mozzare la testa in Gallarate. Era fra essi Teobaldo Visconti padre di Matteo; onde l’arcivescovo Ottone si incalorì alla vendetta: da’ Canobiesi fece allestire una flottiglia, comandata da Simone di Locarno, famoso prode, il quale, ito a Como, resuscitò la parte de’ Visconti. Quivi attestatisi, e soccorsi da Pavesi e Novaresi guidati da Ricardo conte di Lomello (1277), i Visconti ripresero Lecco, Civate ed altre rôcche, e attraverso alla Martesana procedeano sopra Milano. I Torriani stavano a malaguardia in Desio, dove furono sorpresi e messi in isbaraglio: Napoleone co’ suoi parenti Mosca, Guido, Rocco, Lombardo, Carnevale furono chiusi in gabbie nel castel Baradello di Como: Cassone ebbe tempo di fuggire a Milano, ma solo per vedere il popolo saccheggiare i palazzi de’ suoi, onde ricoverò presso Raimondo patriarca, col cui appoggio alimentò a lungo la guerra; finchè, spintosi co’ suoi sin alle porte di Milano (1281), a Vaprio fu interamente sconfitto.

A Ottone si fece incontro il popolo gridando _Pace, pace_, ed egli la diede; proibì ogni persecuzione o vendetta, e tolse per capitano Guglielmo marchese di Monferrato, al quale allora obbedivano Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria, Tortona, Casale. Costui, sentendosi forte, facea da padrone; onde l’arcivescovo si guadagnò le case Carcano, Castiglioni, Mandello, Pusterla ed altre caporali; e côlto il destro che colui stava fuor di città, occupò il Broletto, chiuse le porte in faccia al marchese, e restato unico padrone, fecesi proclamare signore perpetuo. Il popolo sotto i Torriani erasi già avvezzo a un padrone; i nobili, da questi abbattuti e spinti in esiglio, non sentivansi forza a resistere: talchè senza molti ostacoli la maggiore repubblica dell’antica Lega Lombarda diveniva un principato.

L’arte e la fortuna giovarono i Visconti a renderlo ereditario ed abbracciarvi tutta Lombardia, spodestando o ereditando de’ principotti insignoritisi di ciascuna città.

E l’un dopo l’altro tutti i paesi che erano usciti repubblicani dalla pace di Costanza, si restringeano a signoria di un solo, e invece di giovarsi dell’interregno per consolidare le proprie costituzioni, si disperdevano in superbie iraconde; invece della ragionevole soggezione per cui gli Stati fioriscono, riottavano nell’anarchia, che fa parer desiderabile la servitù. Tutti gli uomini si erano dati a una fazione, e le fazioni sempre si danno a un uomo, il quale trovasi padrone di quanti ad essa si addissero, e che non gli domandano se non di farla trionfare; trionfato, attribuivano i poteri ad un capitano o difensore del popolo, e glieli prorogavano per tre, cinque, dieci anni, abituando lui a principare, sè ad obbedire. E poichè il popolo vincitore sentivasi inetto a governare, se ne rimetteva a qualche signore, nobile per lo più, eppure destinato a reprimere i nobili. Così nella moderna Inghilterra si ebbe sempre bisogno di un lord, anche per far provvedimenti contro i lord.

Consueto effetto delle rivoluzioni, non si esitava a sagrificare la libertà ad un nome vano, alla passione del momento, diritti smisurati commettendo ad un’assemblea o ad un magistrato. Milano nel 1301 al capitano del popolo, al giudice della credenza di Sant’Ambrogio e al priore degli anziani del popolo concedeva la podestà più preziosa, quella di far leggi. I popolani fiorentini riusciti vincitori, «a ser Lando da Gubbio puosono uno gonfalone di giustizia in mano, e diengli imperio sopra chi attentasse contro li Guelfi e lo presente stato; il quale bargello avea balìa niuna solennità servare, ma di fatto senza condannazione procedere in avere e in persona». Nel 1380 fecero riformagione che gli otto di _balìa_ potessero spendere diecimila fiorini, senza darne conto segreto o palese, in perseguire e far morire i ribelli del Comune in ogni forma e via e modo che a loro meglio paresse[13]. Altrove le balìe, i _cinque dell’arbitrio_ o simili riceveano mandati temporarj, che intepidivano la gelosa cura della libertà e spianavano il calle alla tirannide.