Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 1
STORIA DEGLI ITALIANI
PER CESARE CANTÙ
EDIZIONE POPOLARE RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI
TOMO VII.
TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE 1876
LIBRO NONO
CAPITOLO XCIV.
L’Italia dopo caduti gli Hohenstaufen. I Feudatarj. Torriani e Visconti.
Abbiamo dunque veduta l’Italia andare spartita a misura delle labarde vincitrici, fra’ capi de’ varj eserciti longobardi, franchi, tedeschi, normanni, in quella feudalità che all’accentramento soverchio delle società antiche surrogava un soverchio sminuzzamento, sicchè, mancata ogni idea di nazione o di Stato, quella soltanto sopraviveva d’un signore e d’una terra. A fianco di questa società, tutta di nobili possessori, viene alzandosene un’altra cittadina, di artigiani, di liberi uomini, di studiosi, e progredisce tanto da costituirsi in un Comune, che o si associa con quello dei nobili, o gli fa contrappeso. Ne rimaneva ancora escluso il basso popolo, e questo pure cominciò a sentire di sè; e quantunque non avesse importanza propria, l’acquistava coll’accostarsi ai nobili od ai Comuni, e così darvi prevalenza.
Di unità, di patria estesa non s’aveva concetto, e dire Italiani era poco diverso dal dire oggi Europei, non avendo nè origine nè ordinamenti comuni: le loro guerre erano funeste, non fratricide più che quelle del Francese contro il Tedesco: la libertà rimaneva un privilegio, giacchè se la città era de’ cittadini, l’Italia era dello straniero, e si direbbe che i nostri preferissero essere liberi con apparenze di servitù, che liberi di nome e servi di fatto.
Il titolo d’imperatore de’ Romani fece accettare la supremazia de’ re forestieri: ma questi, non paghi di quell’augusta sovranità sui tanti signori scomunati, nè del patronato sui Comuni reggentisi a popolo, aspirarono a un dominio diretto ed efficiente, quale negli ultimi Romani. Alla pretensione posero argine i Comuni, e le due Leghe Lombarde chiarirono come i deboli coll’unione possano resistere ai prepotenti. La prima riuscì ad assodare repubbliche; la seconda invece spianò il calle alle tirannidi. Dalla pace di Costanza si era ottenuta una libertà sparpagliata, varia da città a città; ora queste vanno raccogliendosi in grossi Stati, sovente sottomessi a un capo: da quella pace la sovranità imperiale restava consolidata a fianco della libertà; ora la si trasforma in tutt’altra guisa da quella che era stata concepita al tempo di Carlo Magno e nel grande concetto della repubblica cristiana.
Imperciocchè l’Impero altercando coi papi avea smarrita la sua impronta di santità; altercando coi popoli cessò di sembrar tutore della libertà de’ nuovi cittadini romani; ostinandosi nel conquistare l’Italia, non potè raccogliere la Germania in robusta unità, ma lasciolla ridursi ad un regno simile agli altri, ove da un lato i capi s’industriavano a render retaggio di famiglia una dignità che per essenza era elettiva e destinata ai migliori, dall’altro i principotti se ne disputavano i brani, in una dipendenza sempre scemante, in una confederazione sempre meno determinata. Discussa poi la dignità del capo durante il Grande Interregno, rivalse in ogni dove il diritto del pugno, e la guerra di tutti contro tutti ammaccò il glorioso scettro di Carlo Magno, e finì coll’assicurare a un migliajo di baroni la sovranità territoriale, cioè che ciascuno fosse indipendente con mero e misto imperio nel proprio possesso, per quanto angusto.
Ingelositi delle eroiche famiglie che aveano dato una serie di grandi imperatori, i Tedeschi andarono a cercarne uno nei cinquanta conti tra cui si era spartita l’Elvezia. Un Rodolfo, conte di Habsburg nell’Argovia, aveva menato in Italia una banda d’uomini di Uri, Schwitz e Unterwald, coi quali mettevasi a stipendio di chi bisognasse di braccia: servì Federico II (1240) all’assedio di Faenza, poi accettò soldo da’ Fiorentini: chiuso in Bologna, tolse a prestito alquante lire per tornare in patria, lasciando statichi dodici Tedeschi, studenti su quella università[1]. Scomunicato per aver arso un monastero di Basilea, ne fece ammenda, e trovando una volta un curato che, portando il santo viatico, dovea guadar un torrente, gli cedette la propria montura, nè più volle restituisse il cavallo che avea sostenuto il Signore del mondo. L’arcivescovo di Magonza viaggiando a Roma, si fece da lui scortare per le vie mal sicure: e quando si trattava di eleggere un imperatore (1273), si risovvenne di Rodolfo e lo propose: — È signore di poco Stato, perciò non potrà soperchiare; è vedovo e con molta figliolanza, perciò gli elettori potranno seco imparentarsi». Ebbe in fatto i voti; alla coronazione mancando lo scettro, egli impugnò una croce, e — Ben ne terrà vece questo segno che salvò il mondo».
Conosceva il suo tempo costui. Professandosi affatto tedesco, in altra lingua non volea parlare, nè in altra dettar le leggi; rattoppava egli stesso la propria casacca; mangiava rape nel campo; e tal fama godea di onestà, che lo chiamavano la legge vivente. Ben presto diede a conoscere di voler rispettata la corona. Vinto il suo competitore Ottocaro II re di Boemia, che avea occupato pure i paesi tra il Danubio e l’Italia, del ducato d’Austria a lui tolto investì il proprio figliuolo Alberto (1282), mettendo le basi alla grandezza di sua famiglia, alla quale trovò modo d’infeudar la Carintia, la marca dei Vendi e Pordenone, cioè una delle porte d’Italia.
Rodolfo non riceveva un’avita tradizione di risse e puntigli coi papi, nè, come gli Ottoni e i Federichi, smaniava per la civiltà romana risorgente in Italia; vedea di dover assicurare il primato in Germania, anzichè pericolosamente disputarlo in questa Italia, ch’egli paragonava alla caverna del leone infermo, dove la volpe vedeva tutte le pedate dirette in dentro, nessuna di ritorno. Non pensò dunque mai a venire per la corona, pago d’intitolarsi re dei Romani, e confermò ai papi quanto pretendeano (t. VI, p. 505), i quali così furono assodati nel temporale dominio, ed ebbero resa l’Italia indipendente dai Tedeschi, ponendovi anche un robusto contrappeso nella dominazione meridionale degli Angioini. Per sessant’anni i paesi della Lega Lombarda non sentirono calcagno d’imperatori, che, cessato d’essere conquistatori, e perdendo l’influenza esterna perchè in paese mancavano di quiete, negligevano il _giardin dell’Impero_, come Dante se ne lagnava[2]; nè fino ai miseri tempi di Carlo V non pensarono mai seriamente a far conquiste di qua dai monti. Rodolfo, poco geloso di diritti nominali in paese forestiero, vendeva privilegi e libertà a qualunque città avesse denaro da comperarli; a Lucca per dodicimila scudi; per metà tanti a Genova, Bologna, Firenze: bella opportunità di legalizzare e consolidare le libere costituzioni.
Queste erano nate, non dirò dal fondersi, ma dallo accostarsi degli elementi indigeni con quelli della conquista, e sviluppate col sottrarre la giurisdizione dai conti e dai vescovi, poi difenderla contro delle armi tedesche e delle indigene ambizioni. Costretti a trionfare d’un potere guerresco, por freno ad un’autorità illimitata, restringere le immunità del clero e i privilegi dei nobili, sbalzare antiche famiglie dai possessi o dai dominj, emancipare gli schiavi, costruire l’edifizio nuovo con rovine impastate di sangue, i Comuni doveano di necessità passare per le tempeste, che sgomentano le anime paurose, ma che offrono nobile spettacolo a chi nella storia ama vedere gli uomini in contingenze che agitano il loro spirito, esaltano le loro passioni.
Chi scorresse il bel paese, lo trovava diviso in una infinità di Comuni erettisi in repubblica, e frammezzati da signorie militari. Quasi guardiano, il conte di Savoja teneva i due pendii dell’alpi Cozie e Graje, al meridionale de’ quali si appoggiavano i marchesi di Saluzzo e del Monferrato. Piemonte si diceva propriamente il paese fra le Alpi, il Sangone e il Po, cui terra principale Pinerolo. Sulla sinistra del Po Torino, già suddita de’ proprj vescovi, che nel 1169 ebbero dal Barbarossa l’immunità pel circuito d’un miglio[3], era superata ancora per traffici e attività da Chieri, per potenza da Ivrea ed Asti[4]. Vercelli dominava la destra della Sesia[5]; tra il qual fiume, il Ticino e l’Alpi che chinano al lago Maggiore prosperava il Novarese.
Nelle pingui pianure fra il Ticino, l’Adda e il lago Maggiore, Milano primeggiava tra altre città minori eppure indipendenti, quali Como che dominava la maggior parte del suo lago e di quel di Lugano, e addentrava nelle valli di Chiavenna fino alla Spluga, della Leventina fin al Sangotardo, della Valtellina fin allo Stelvio; Lodi, rinnovatasi in riva all’Adda inferiore; Crema sul basso Serio; Pavia che dal Ticino si allargava oltre il Po, fra i dominj di Vercelli, Novara, Tortona e il Monferrato; Bergamo, donna delle romantiche valli da cui colano l’Imagna, l’Oglio, il Serio, il Brembo; Brescia, estesa dall’Oglio fin ad Asola e al lago di Garda, in pericoloso contatto colla ghibellina Cremona, che estendevasi da Cassano a Guastalla, da Mozzànica a Bòzzolo, sull’isola Fulcheria, sullo Stato Pelavicino fra Parma e Piacenza, possedendo trecento ville e parrocchie.
Di là del Po, Alessandria, al confluente della Bormida e del Tànaro, rammentava sempre le proprie origini; sulla Scrivia fioriva Tortona; sulle due rive del Mincio e del Po da Asola fin alla Mirandola sanavasi per via di argini e di colmate il territorio di Mantova, allora più bella che forte. Verona fu sempre tenuta in gran conto dai dominatori forestieri, perchè signoriando dal territorio di Roveredo fin nel Polesine di Rovigo, schiudeva i passi dalle gole Trentine fino alla pianura circumpadana. Allo sbocco delle valli Alpine e tra l’Adige, il Piave, il Tagliamento[6] cresceano Bassano, Treviso, Vicenza, Padova: a Udine il patriarca, signore del Friuli e dell’Istria, colla sua potenza, non seconda che al papa, aveva impedito si formassero i Comuni, stabilendo invece una feudalità ecclesiastica con parlamento, cioè riunendo le forze sociali che altrove restavano spicciolate.
L’antica Gallia Cispadana, fra il Po, gli Appennini, la Trebbia e il Reno, era divisa tra Piacenza sulla Trebbia, Parma, Reggio, Modena che si spingeva fin presso al piccol Reno. A Ferrara si aggregava gran parte de’ paesi abbracciati dai varj rami pei quali il gran fiume pigramente scende all’Adriatico. Tante città, e l’una accosto all’altra! eppure all’aura della legale e consentita libertà seppero compiere imprese, cui appena basterebbero estesi principati.
Dappertutto, ma singolarmente ne’ territorj montuosi, eransi conservati o sorti castellani, signori assoluti ciascuno nella propria terra, e amici, nemici, alleati fra loro o colle città vicine come con Stati indipendenti. A piè dell’alpi Cozie prepoteano i Saluzzo, i Masino, i Balbo in mezzo alle repubbliche d’Asti e di Chieri, e una serie di castellotti annidava i signori della val d’Aosta. Nelle Retiche, a Trento sedeva un duca longobardo, che dominava a settentrione fin a Mezzolombardo, segnando il confine germanico Mezzotedesco che gli sta a fronte; a mezzogiorno abbracciava la val Lagarina, ma val Sugana restava annessa al distretto di Feltre. Sotto i Carolingi or formò contado distinto, or parve unito a Verona: ma gl’imperatori alemanni procurarono toglierlo all’Italia, investendone i vescovi, e unendone così le sorti a quelle di Bolzano, sede d’un _graf_ tedesco. I vescovi ebbero dipendenti ma spesso contumaci i conti del castello Tirolo, che poi diede nome a tutto il paese: e dopo che Federico II mandò a tiranneggiar Trento il podestà Lazzaro da Lucca e l’odiato Rodegerio da Tito, il vescovo Engone sollevò le giudicarie, e lunga guerra ne seguì tra i guelfi di Lizzana, Madruzzo, Vigolo, Brenta, e i ghibellini d’Arco, Pergine, Campo, Levico: Trento era sbranata fra i partiti, e ne ingrandirono i conti di Tirolo, imparentati cogli Svevi e cogli Absburghesi, i quali infine ne divennero signori[7].
Essi conti, che dominarono la Rezia e la val Venosta, capitanavano i piccoli dinasti della val d’Adige contro i conti d’Eppan; ai quali poi prevalsero i conti di Gorizia, che molti secoli padroneggiarono le valli dell’Inn e dell’Eisack e il Tirolo settentrionale. Gli Andecks di Merano, segnalati nelle crociate e nelle guerre degli imperatori in Italia, fondarono Innspruck, furono duchi di Croazia e di Dalmazia, e terminarono nel 1248. I Castelbarco, che pretendeano derivare dai re di Boemia, tennero colla Lega Lombarda contro i vescovi di Trento, finchè questi si pacificarono con Verona, e investirono a quella famiglia Castel Pratalia e Castel Barco; la quale poi, parteggiando or cogli oltramontani ora coi Milanesi e i Veneti, crebbe a insigne grandezza.
Gli emulavano i conti d’Arco, che vantavansi stirpe di re Desiderio, e che possedettero Penede, Drena, Restoro, Spineto, Castellino, quasi a riva del lago di Garda. Vassalli del principe vescovo di Trento, da Federico II ebbero il mero e misto imperio; privilegio anteriore ad ogn’altro di famiglie tirolesi, non esclusa la absburgese. Eppure si avversarono all’imperatore, e come il resto del Tirolo italiano ebbero a soffrire dall’invasione di Ezelino: più tardi contesero coi signori di Madruzzo e coi Sejani di Lodrone pei possessi delle giudicarie interiori e di gran parte delle esteriori. Anche i signori di Lodrone riportano fin al XII secolo i dominj che li posero tra i grandi feudatarj del vescovado di Trento sin al perire de’ governi dinastici.
Al varco delle alpi Carniche i Porcia, i Brugnera, i signori di Prata, di Valvassone, di Spilimbergo divideansi col patriarca d’Aquileja il dominio del Friuli. Fra i deliziosi laghi di Como e di Lugano i Rusca estesero talvolta il dominio fin oltre il Montecenere ed alla robusta Bellinzona, dove incontravano i signori di Sax, padroni della retica valle Mesolcina. La consorteria dei Visconti, suddivisa in più rami, muniva di rôcche le due sponde del lago Maggiore. I Venosta, i Lavizzari, gli Avvocati, i Capitanei, i Quadrio di Valtellina erano spesso alle prese coi Lambertenghi, i Vitani, i Castelli, i Malagrida del Lario, e coi Torriani della Valsàssina, e coi Càrcano, i Vimercati, i Mandelli, i Pirovano, i Giussani, i Perego, i Parravicini, i Sirtori, gli Annoni, i Sacchi, i Riboldi, ed altri capitanei della Brianza. Nelle deliziose pendici vergenti al lago d’Iseo primeggiavano i Calepj, i Suardi, i Calini, i Martinengo, i Fenaroli: nel Pavese i Langoschi, i Gambarana, i Lomellini, i Beccaria: nel Lodigiano i Vignati, i Vestarini, gli Averganghi, i Sommariva: sul Milanese gli Airoldi, i Medici, i Crivelli, i Meiosi, i Pusterla, i Bianchi, i D’Adda, i Litta, gli Oldradi, gli Arconati, i Bossi, i Castiglioni ed altri signori delle castellanze varesine: in quel di Parma i Rossi verso l’Appennino; in quel di Piacenza i Pelavicini, i Landi, gli Anguissola, gli Scotti; sul Reggiano i Correggio, i Pico, i Fogliani, i Carpineti; sul Modenese i Montecuccoli; sul Mantovano i Bonacolsa e i Gonzaga; nel Cremonese i Pelavicini, i Barbò e i Secchi, che s’imparentarono fin cogl’imperiali Comneno; nel Padovano gli Estensi e i Carrara; nel Vicentino e nella Marca Trevisana i Collalto, i Camino, i da Romano, i Camposampiero; nel Veronese i Montecchi, gli Scaligeri, i Sanbonifazio.
Ai due corni di questa che chiameremmo Italia continentale, sviluppavano una libertà d’origine più antica e differente Genova e Venezia. Questa saviamente non erasi ancora dilatata sul continente italiano; e attenta al mare, oltre le estesissime colonie di Levante, aveva sottomesse Capodistria, Pola e le altre città di quella costa, e in Dalmazia Salona, Sebenico, Spàlatro, Narenta, finchè gli Ungheresi non gliele tolsero, eccetto Zara: e semicerchiava l’Adriatico, fin a pretenderne il dominio esclusivo. Genova teneva alta signoria sulla riviera a levante e a ponente del suo golfo, e su porzione della Corsica e della Sardegna: ma sulla costa e fra le balze della Liguria avevano conservato giurisdizioni feudali i Doria, gli Spínola, i Fieschi, i Grimaldi, gli Usodimare, i Zaccarìa; i marchesi del Carretto o del Finale prestavano omaggio all’Impero. Di là procedendo sulla riviera di Levante negli Appennini occorrevano le signorie dei Malaspina, poi fra le montagne lucchesi i Porcari, nella Versilia i nobili di Corvaja e Valecchia, nel Pisano i Segalari e quei della Gherardesca.
Lucca sulle due rive del Serchio e della Lima contendeva da libera con Pisa, la quale dominava il litorale toscano, le vicine isole Montecristo e Gorgona, fin dal VI secolo popolate da monaci Basiliani venuti d’Oriente, e quelle di Giglio, Elba, Pianosa e porzione della Sardegna; e cencinquantamila abitanti potea mantenere col prospero commercio. Ma a scapito di essa cresceva Firenze, il cui dominio si stendeva dalle alture che separano l’Elsa dall’Era affluenti dell’Arno, sin alla pendice degli Appennini in Romagna, e dalla valle superiore del Reno sin a mezzogiorno di Colle. Da colle a Montepulciano signoreggiava Siena, e fra le tre era chiuso il territorio di Volterra; paesi che, non ancora diffamati dalla mal’aria, fiorivano di agricoltura, di popoli, di castelli. E Siena e Arezzo a greco di essa, e Pistoja a maestro di Firenze, vedremo poc’a poco da questa ridursi alleate, poi suddite; infine Pisa stessa.
Molti castellani aveva accomunati Firenze; pure gli Uberti e i Pazzi fra le gibbosità del Valdarno superiore «non cessarono di fare contro al Comune di Firenze» (COPPO STEFANI); gli Ubaldini dominavano il Mugello; ad occidente i Certaldi e i Capraja; nel Sienese gli Ardenghi a ponente, gli Scalenghi a levante, i Giulieschi a settentrione; negli Appennini fra la Toscana e Bologna gli Ubaldini, gli Ubertini, i Tarlati; i Cadolinghi a Fucecchio, nella Maremma i Pannochieschi, in val di Cornia gli Orlandi, in val di Fiora gli Aldobrandeschi. I moltissimi rami de’ conti Guido conservavano possessi in tutte le contrade di Toscana, ma specialmente nelle montagne di Pistoja e d’Arezzo, e i castelli d’Elci, di Gavornano, di Monterotondo ed altri nella maremma; altri a Spoleto e nella Romagna: sicchè questi e i tanti castellani fra cui era spicciolata la Garfagnana, tenevano circonvallate le repubbliche toscane; ma discosti dalle città, non pensavano o non riuscivano a formarvi partiti e ottenere preponderanza (Cap. XCV).
La Chiesa principava sulla Romagna, sulle marche d’Ancona e Spoleto, l’Etruria meridionale, la Sabina, il Lazio fin a Terracina e Fondi. Incontaminate le più da dominazione di Barbari, quelle regioni aveano molto conservato degli antichi ordini municipali, di maniera che ogni villaggio pretendeva l’autocrazia. Le città di diretto dominio pontifizio eleggevano i proprj magistrati, che esercitavano la giurisdizione civile e la criminale, quando fossero approvati dal papa e gli avessero giurato fedeltà; il qual giuramento prestavasi pure dai cittadini ogni dieci anni. Al papa rendevansi i consueti servizj feudali dai vassalli e le regalie; e ogni Comune gli tributava a proporzione delle teste, eccettuandone gli ecclesiastici, i militi, i giudici, gli avvocati, i notaj, e quelli che non avessero alcuna proprietà tassabile. Sotto Innocenzo III questa imposta gravava di nove denari ogni fumante; ma spesso i Comuni la traduceano in una contribuzione fissa[8]. Il conte di Romagna era nominato dal papa, e dipendente dal legato; ma ciò non impediva che vi crescessero i Comuni.
Però molti signori, sciorinando bandiera imperiale, si erano sottratti alla santa Sede, e fatti tiranni delle città; altri derivavano dall’indigena nobiltà romana o ravennate, o dalle capitanerie forestiere, o da parentela coi papi. Così tiranneggiavano a Bologna i Pèpoli e i Bentivoglio, a Ravenna e Cervia i Polenta, a Rimini e Cesena i Malatesta, a Fermo i Migliorati, ad Urbino i Montefeltro, a Camerino i Varano, ad Imola i Manfredi e gli Alidosi, a Foligno i Trinci, a Forlì gli Ordelaffi.
Sebbene dunque, per la cessione di Rodolfo imperatore, i diritti maestatici cessassero d’esservi divisi fra i papi e gl’imperatori o i loro vicarj e conti, pure la pontifizia riducevasi a poco meglio di una primazia di dignità, la quale di poco restringeva sia le repubbliche sia le signorie comprese in quel tratto; e continuavano a condursi come indipendenti, talvolta anche nemiche alla santa Sede, senza legame tra loro, nè differendo dall’altre d’Italia se non pel partecipare che faceano alle vicende della Chiesa.
Alcune famiglie tenevansi ritte in faccia al papa, come i Colonna ad occidente di Preneste, gli Orsini tra le montagne a mattina del Teverone, i Savelli nell’antico Lazio verso Monte Albano, i Frangipani dalla parte di Anzio a settentrione delle paludi Pontine, i Farnesi ad occidente del lago di Bolsena, gli Aldobrandini a scirocco della Toscana. Che più? in Roma stessa il Governo e il suo capo trovavansi aggirati e sovversi dalle prevalenti famiglie dei Colonna, Orsini, Savelli; e il trionfare de’ Guelfi o dei Ghibellini nel resto d’Italia aumentava o diminuiva la potenza dei papi, costretti sovente a cercarsi appoggio coll’eleggere a senatori i re che venissero in Italia, od altri caporioni; amici pericolosi. E quantunque Innocenzo III avesse tratta al pontefice la conferma del senatore, e Nicola III stanziasse non poter quello essere uno straniero o un potente, nè sedere oltre un anno, pure dovettero spesso ritirarsi fuori di Roma, e massime a Viterbo od Orvieto.
Fra l’altre repubbliche segnalavasi Bologna, ricca e ingloriata dal suo studio. Ivi i consoli de’ mercanti sin da principio aveano entrata nel grande e nel piccolo consiglio; poi le arti e i mestieri v’ottennero rappresentanza nel 1228, quando pretesero, non solo esser partecipi al governo, ma indipendenti, e che dei loro interessi decidessero capi proprj, escludendo gli altri membri del consiglio. I macellaj a viva forza fecero passare questo partito; onde la repubblica si compose di due stati, il Comune e le arti, con suggello e assemblee distinte. Il podestà della prima e il capitano delle altre venivano perciò a continui conflitti, sinchè le arti prevalse istituirono un gonfaloniere di giustizia che durava un mese, e doveva eleggersi per turno da ciascun’arte, con due aggiunti dei mestieri ed uno del Comune, cioè della nobiltà.
Bologna avea ridotte a sua giurisdizione Imola, Cervia, Faenza, Forlì, Forlimpopoli, Bagnacavallo, mandando i suoi podestà alla più parte della Romagna; disputava a Modena i castelli del Frignano, e dal podestà facea giurare di recuperare il territorio fino al Panàro, concessole (asseriva) dall’imperatore Teodosio II.
Quant’è da Ascoli sul Tronto e da Terracina sul golfo di Gaeta fin all’estremità d’Italia formava il regno di Napoli, eccettuato Benevento, che alla venuta degli Angioini era tornato ai papi. Le provincie in cui era diviso, derivavano dai gastaldiati e contadi introdotti da Longobardi, detti poi _giustizierati_ dai Normanni, sotto dei quali pare cominciassero anche le nuove denominazioni di Terra di Lavoro, che è quella fra il Silaro, il Garigliano, l’Appennino e il mar Tirreno; di Principato citra e ultra, detto così da che il duca di Benevento prese il titolo di principe sull’antico Piceno di qua e sul Sannio di là dell’Appennino; di Basilicata, nome di greca origine, come la Capitanata dai Catapan; di Calabria citra e ultra, al paese che dall’Appennino scende al mar Jonio presso Strómboli, e al Tirreno presso al golfo Ipponiate; di Terra di Bari, già Puglia Peucezia; e d’Otranto, già Japigia, all’estremità d’una delle code dell’Appennino; di contado di Molise; dei due Abruzzi, di qua e di là del fiume Pescàra.