Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 10

Chapter 103,856 wordsPublic domain

Le leggi municipali rivelano le abitudini del popolo, il lusso con tutte le sue corruzioni, le speculazioni sul cambio e sui fondi pubblici. A Lucca la donna libera che peccasse, era abbandonata ai parenti, che poteano infliggerle qual volessero castigo, eccetto la morte: altrove era bruciata, severità che avrà impedito le accuse. Lo statuto di Genova del 1143 a chi ammazza la moglie non commina che l’esiglio. Quello di Nizza punisce di multa e bando l’adultero dopo scomunicato; e lo stupratore col marchio rovente in fronte, se pur non si redima con cinquanta soldi: e fino gl’incendiarj poteano riscattarsi a prezzo[84]. Quello di Mantova al bestemmiatore imponeva cento soldi: e se non li pagasse fra quindici giorni, fosse messo in una corba e affogato nel lago: se un uomo parli con una donna in chiesa, paghi venti soldi, metà de’ quali tocchi al denunziatore[85]. A Susa i ghiottoni e le bagascie erano menati nudi per la città.

Da tutti i racconti traspare grossolanità di costumi, non mascherata licenza nelle relazioni col sesso gentile, un rozzo compiacersi delle buffonerie, abusi di forza, masnadieri sfacciati, clero scostumato, avaro, simoniaco, eccessi di gola anche in persone ragguardevoli, scarso quel pudore pubblico che è fiore del delicato sentire, e fino ne’ potenti sfacciato libertinaggio e il concubinato. Dante non esita a relegare nell’inferno uomini di gran conto: il padre del suo dolce Cavalcanti e il sommo Farinata degli Uberti fra gli Epicurei, cioè fra quelli che badavano a godere la vita presente senza un pensiero della postuma; e fra gli oltraggiatori della natura «la cara buona immagine paterna» di quel Brunetto Latini, che gli aveva insegnato «come l’uom si eterna».

In tutti però gli attori che Dante conduce ad operare in quel gran dramma di tante catastrofi, appare un desiderio di fama, che li fa per un istante dimenticare i tormenti, dimenticar l’onta che possono ricevere dall’essere saputa la loro dannazione, tanto solo che la memoria di essi riviva fra gli uomini; desiderio appena soffocato in coloro che si tuffarono in bassa ed egoistica scelleratezza, traditori, spioni e simili lordure. Tal desiderio Dante trasportò nell’altro dal mondo che avea sott’occhio, dove, tra la barbarie non bene spenta e la civiltà non bene risorta, le passioni non avevano nulla perduto del loro vigore, operando per impulso anzichè per calcolo.

Aggiungete una devozione irrazionale, che vedeva un miracolo in ogni evento, premj e castighi immediati in ogni contingenza, attribuiva un santo ad ogni passione, ad ogni speranza, e santi e apparizioni faceva intervenire dappertutto, e moltiplicava voti quasi un patto col cielo per cansare i pericoli, e fin anco per riuscire ad una ribalderia. Seriamente s’attribuivano alla statua di Marte, qualora fosse mossa di posto, le calamità di Firenze. I Milanesi hanno in Sant’Ambrogio un serpente di bronzo, che credevano, ad onta d’ogni storia, lo stesso che Mosè inalberò nel deserto, e che al fine del mondo sibilerà. A salvarsi da grandine, fulmine ed altre meteore, tendevano festoni di rose e d’erbe olezzanti nelle chiese, col che premunivansi pure dal maligno sguardo delle vecchie (DECEMBRIO). Per impetrare la pioggia, faceano un gran fuoco all’aperto, e vi metteano un pentolone o una conca a bollire, in onore di san Giovanni, empiendola di carni salate e legumi, che i monelli ciuffavano e si godeano là intorno. Alle Rogazioni, donne e fanciulle formavano di pasta figure di bambini, sperando così ottenerne; ed ornavano le vie con focaccie, ova e ogni abbondanza di verdure, e ampolle pensili di latte, vino, olio, mele. Di rimpatto mi sa d’affettuoso quel ricordare i fasti patrj dal santo che quel giorno correva, dicendo che a sant’Agnese fu la rotta di Desio, a san Barnaba la battaglia di Montecatino, a san Dionigi quella di Vaprio, a san Cosma e Damiano l’uccisione di Ezelino, e via discorrete, accoppiando una memoria storica ad una religiosa.

Grandi virtù, grandi delitti, grandi calamità sono proprie di tempi simili, fra cui si foggiano que’ risoluti caratteri che l’Alighieri seppe cogliere, e dalla vita reale trasferire nella sua scena soprumana, quasi senza bisogno d’aggiungervi o togliervi. Solo nella raffinata civiltà le fisionomie morali si fogiano s’uno stampo comune, alla guisa che i lineamenti esterni vengono ingentiliti e ridotti ad uniformità maggiore nelle città, mentre nella campagna conservano carattere distinto e pronunziato.

Fuori d’Italia pochi sapeano scrivere, mentre qui nel 1090 abbiamo l’atto con cui Vitale Faledro doge di Venezia dona al monastero di San Giorgio case in Costantinopoli e terre, e porta non meno di cenquaranta persone sottoscritte col proprio nome e cognome[86]. Nella vita di sant’Ambrogio de’ Sansedoni di Siena si legge ch’esso da fanciullo voleva sempre avere a mano l’uffizietto, talchè a sua madre non lasciava recitar le ore, e suo padre fece fare due libriccini d’immagini, uno de’ personaggi del secolo, l’altro di santi; e il ragazzino ricusò quello, mentre di questo si dilettava senza fine.

Tra gli altri popoli d’Italia, negli atti e negli scritti primeggiano i Fiorentini, sottili nel trovare spedienti, arguti nel motteggiare e cogliere con garbo e con delicatezza il ridicolo, sollazzevoli, pieni di gioconde idee, ed insieme d’indole ferma e di composta condotta; nelle lettere poi accoppiavano forza di raziocinio e prontezza, facezie e meditazione, filosofia e giovialità. Firenze «povera di terreno, abbondante di buoni frutti, con cittadini pro’ d’armi, superbi, discordevoli, ricca di proibiti guadagni, dottata per sua grandezza dalle terre vicine, più che amata»[87], pensava far lieta vita e balli per la vicinanza. All’Ognissanti era la festa del vin nuovo; a san Giovanni correasi il palio; e a quello del 1283 un Rossi formò un consorzio di più di mille popolani con statuti e vesti bianche, e un _signor dell’amore_, per mettere insieme cavalcate, balli, trionfi, con grande affluenza di gente e giocolieri e cantastorie e lieti banchetti.

E la ricchezza e insieme la serenità delle Repubbliche manifestavasi ne’ divertimenti. Folgore da San Geminiano, vissuto attorno al 1260, compose una corona di sonetti sopra i mesi dell’anno, diretta a una nobile brigata di Senesi, datasi a lieto vivere, fra cani, uccelli, ronzini, quaglie, e prodezze e cortesie. Nel gennajo le dona salottini con fuochi accesi, camere e letti con lenzuola di seta e coperte di vajo, poi confetti e vin razzente per difendersi dal garbino e dal rovajo; e gli invita ad uscir fuori il giorno a scagliar neve alle donzelle che stanno d’attorno. Di febbrajo è la caccia di cervi, capriuoli, cinghiali; onde in gonnella corta e grossi calzari escano per tornar la sera co’ fanti caricati di selvaggina, e quivi far trarre del vino e fumar la cucina e stare raggianti. D’ottobre si vada in contado a trar buon tempo e uccellare a piedi ed a cavallo; e la sera a ballo e inebbriarsi di mosto; e la mattina, dopo lavati, medicarsi con arrosto e vino[88].

«Nel tempo più buono di Firenze (dice Giovan Villani) ogn’anno si facevano le compagnie e brigate e coorti di gentili uomini vestiti di nuovo, facendo corti coperte di drappi e zandali, chiuse di legname in più parti della città, e simili di donne e pulcelle, andando per la terra ballando e accoppiate con ordine, e signore con più stromenti, con ghirlande di fiori in capo stando in giuochi e sollazzo e conviti di cene e desinari». E il Boccaccio: «Furono in Firenze molte belle usanze che l’avarizia discacciò. Tra l’altre era una cotale, che molti gentili uomini radunavansi e facevano loro brigate; e oggi uno, domani l’altro, tutti mettevano tavola, onorando la brigata, ed anche qualche forestiere; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente in occasioni solenni». Colà pure, nel 1333, si formarono due compagnie d’artefici, l’una divisata a giallo che furono ben trecento, l’altra a bianco che furono da cinquecento, e durò un mese in continui giuochi per la città, andando due a due per la terra con trombe e più stromenti con ghirlande in testa, danzando, col loro re molto onoratamente incoronato, con drappi a oro sopra capo, e alla loro corte facendo continuo convito e desinare con grandi e belle spese[89].

La gara de’ gentiluomini in menare a casa propria chi capitasse nella terra era tanta, che quei di Brettinoro, per ovviare alle dispute che ne nascevano, posero in mezzo del castello una colonna con molte campanelle attorno; e il forestiere legava il cavallo a qualsifosse l’una di esse; e quello cui era attribuita, restava il prescelto. Anche altrove s’istituirono brigate per onorare gli ospiti, a cui correano incontro per essere primi a levarli d’in sull’osteria.

Le sanguinose feste del circo cessarono, ma sempre ne continuarono di devote fra il popolo, guerresche fra i signori, a cui imitazione le fecero poi anche le città. Alla congiuntura di coronazioni, di matrimonj o d’altri fausti successi, solevansi aprire corti bandite, preparate con una sontuosità che supera l’immaginazione. Vi accorrevano musici, sonatori, saltambanchi, spacciatori di rimedj, funamboli, buffoni, che riceveano vesti, cibo, denari; imbandivansi ne’ cortili e sui prati per chiunque capitasse; nè barone o signore lasciavasi partire senza appropriati regali. Alle nozze di Bonifazio, padre della gran contessa Matilde, tre mesi continuarono i banchetti, ove convenivano (racconta Donnizone) molti duchi coi cavalli ferrati d’argento, dai pozzi attingeasi vino per un secchio legato a catena d’oro, e indicibili altre magnificenze.

Dante a’ suoi giorni vide più volte «gir gualdane, ferir torneamenti e correr giostre»[90]. Le gualdane erano brigate di giovani, che uniformemente divisati, cavalcavano per la città, armeggiando, o, come allora diceasi, bagordando. Nella giostra combatteasi con aste broccate e spade ottuse, sol cercando fare staffeggiare l’avversario[91]. Più solenni erano i tornei, banditi buon tempo prima, per grandiosi avvenimenti, e sotto la direzione degli araldi, che doveano esaminare lo scudo di qualunque campione volesse provarvisi. Tale piena di romanzi oggi c’inonda, che nessun lettore nostro sarà senz’aver visto qualche descrizione di torneo, e delle feste e cortesie che gli accompagnavano. In essi, come oggi ai balli, signoreggiavano le donne, a cui toccava incorare e ornare i campioni, decidere della prevalenza, consegnare il premio. Non che corrersi lancie a onore di esse, s’istituirono corti d’amore, ove si dibatteano problemi di galanteria, e davansi decisioni in forma; e noi pure ne avemmo qualche rara volta per imitazione dei Francesi.

Altre volte si scannavano e bruciavano bellissimi cavalli; o si faceano cuocere le vivande a solo fuoco di torchi di cera; o si seminava un campo con migliaja di soldi, che poi la moltitudine andava dissotterrando. In tempi di vita isolata e scarsamente abbellita, cercavansi con avidità simili occasioni di far pompa e acquistare rinomanza; vi si pensava un anno, e spendevasi in un giorno quel che in società raffinate stillasi nei piaceri abituali. Oggi un signore mette tavole discrete tutti i giorni per otto o dieci convivi, ha il teatro alla sera, frequenti balli, quotidiane comparse: il castellano isolato, una volta in vita spendeva un tesoro; più apparenza e meno realtà, più sfarzo e meno comodi.

L’usanza rimase e si ampliò nelle repubbliche e nei principati che da queste uscirono. Nel 1252 in Milano tennero corte bandita presso a porta Vercellina alcune compagnie di nobili e plebei, con divisa bianca e rossa, piantando assai padiglioni e capanni di fronde, ove ognuno fosse lautamente servito; ciascun dì uscivano a far baldoria i cittadini di tre porte; ed affinchè i rimasti non fossero senza gioja, per le strade e nelle piazze erano disposte tavole da mangiare e bere chi volesse.

Occasione a feste davano la venuta dei podestà o dei principi, le vittorie, e privatamente i matrimonj, i dottorati, i cavalierati. Nel 1260 gli Aretini ornavano della cavalleria Ildebrando Giratasca a spese del Comune. Di gran mattino, egli nobilmente vestito, con gran comitiva de’ suoi entrò in palazzo, e giurò fedeltà a’ signori e al santo patrono; indi passò alla chiesa madre per ricevere la benedizione, presenti i sei donzelli di palazzo e i sei tubatori. Pranzò a casa del signor Ridolfoni con due frati camaldolesi, e sovra desinare vi fu il pane, l’acqua, il sale, giusta la legge della cavalleria, e un dei frati gli tenne un discorso sui doveri di cavaliero. Entrò poi in camera, dove stette un’ora, indi a un frate si confessò; un barbiere gli acconciò barba e capelli, e ogni cosa pel bagno. Quattro cavalieri, venuti a lui con una turba di nobili donzelli, di giocolieri, di sonatori, lo spogliarono e posero nel bagno, mentre gli esponeano i precetti e le norme della nuova sua dignità. Statovi un’ora, fu posto in un letto pulito con finissime lenzuola di mussola, e il celone e tutto il resto di seta bianca. Dopo un’ora di letto, e facendosi già notte, fu vestito di mezzalana bianca col cappuccio e con cintura di cuojo; prese una refezione di solo pane e acqua; ito poi alla chiesa col Ridolfoni e coi quattro cavalieri, fe la veglia tutta notte, assistito da due sacerdoti e due cherici, e quattro donzelle nobili e leggiadre, e quattro donne mature, pregando che tal cavalleria fosse a onor di Dio, della Vergine e di san Donato. Sorta l’aurora, un sacerdote benedisse la spada e tutta l’armadura dall’elmo fino alle scarpe ferrate; celebrò messa, dove Ildebrando prese la comunione; indi offrì all’altare un gran cero verde e una libbra d’argento, e un’altra per le anime purganti. Allora, schiuse le porte della chiesa, tutti tornarono alla casa del Ridolfoni, dov’era preparata una colazione di confetti e tartare e altre delicature, con vernaccia e trebbiano. Venuta l’ora di tornare alla chiesa, il neofito, ch’erasi alquanto coricato, fu vestito tutto di seta bianca, con una cintura rossa a oro, e stola simile; e fra i tubatori e i cantanti, che suonavano e cantavano stampite in lode della cavalleria e del nuovo milite, s’andò alla chiesa fra signori e donzelli, e fra i viva e riviva del popolo. Qui si cantò messa solenne; durante il vangelo quattro cavalieri tennero elevate le spade nude; poi Ildebrando giurò mantenersi fedele ai signori del Comune di Arezzo e a san Donato, e a poter suo difenderebbe le donne, le donzelle, i pupilli, gli orfani, i beni delle chiese contro la forza e la prepotenza. Due cavalieri gli posero gli sproni d’oro, una damigella la spada, e il Ridolfoni gli diede la guanciata dicendo: — Tu sei milite della nobile cavalleria, e questa gotata sia in memoria di colui che ti armò cavaliere sia l’ultima ingiuria che ricevi pazientemente».

Finita la messa, tornarono fra suoni e canti alla casa del Ridolfoni, dove innanzi alla porta stavano dodici fanciulle con ghirlande al capo, e in mano una catena d’erbe e fiori, colla quale facendo serraglia, gl’impedivano l’entrata. Il cavaliere le regalò di un ricco anello, dicendo aver giurato di difendere donne e donzelle; ed esse gli permisero l’ingresso. Al pranzo sedettero molti cavalieri e signori, durante il quale i membri della Signoria mandarongli ricco donativo, due intere armadure di ferro, una bianca con chiovi di argento, l’altra verde con chiovi e fregi d’oro, due grossi cavalli tedeschi, due ronzini, due sopravvesti nobilmente ornate. Al popolo che rumoreggiava per istrada, si gettò spesso della tragea e mustacini e galline e piccioni e oche, donde l’allegrezza s’avvivava.

Dopo pranzo, Ildebrando fu armato coll’armadura bianca, e con lui molti nobili; e su cavallo bianco andò alla piazza con adorni scudieri, che portavano le lancie e gli scudi. Colà era preparato un torneamento, e gran gente a vedere; e si combattè corpo a corpo con lancie spuntate, e il neofito si comportò egregiamente; poi si torneò colle spade come fosse vera guerra, e la Dio mercè non intervenne alcun male. Cadendo il giorno, le trombe annunziarono la fine del torneamento, e i giudici distribuirono i premj; e uno ch’era stato scavalcato, dovette lasciarsi portare s’una barella da scherno. Il primo premio, ch’era un palio di drappo di seta, toccò a Ildebrando, che mandollo a quella che gli avea cinto la spada. Poi tra fiaccole e suoni egli tornò dal Ridolfoni, cenò cogli amici e i parenti, distribuì bei doni a tutti quelli che aveano preso parte[92].

Nel 1307 Azzo d’Este domandò al senato di Bologna volesse ornar cavaliere suo figlio Pietro, di quattordici anni. Gradito l’onore, si elessero dodici sapienti per ciascuna tribù che se n’occupassero, e stabilirono alloggiasse in vescovado, provvisto d’ogni cosa occorrente per sè e sua famiglia; si preparasse un bel destriero riccamente bardato, un palafreno, un mulo da donargli; una vesta di scarlatto col cappuccio e la berretta, e tabarro per cavalcare, tutto foderato di vajo, e un giubbetto di zendado giallo e azzurro; un letto con due paja di lenzuola finissime, coperta di zendado a fiocchi gialla e vermiglia, e un ricco copertojo di scarlatto; due paja calze, tre paja scarpe di sajo, una cintura d’argento lavorata, una spada dorata col fodero guarnito d’argento, un coltello col manico d’avorio guarnito d’argento, un cappello col cordone di seta, un pajo guanti di camoscio e uno di capriuolo, una cappellina foderata di vajo, una borsa, due berrette, un pettine d’avorio, due par di pianelle. Si elessero poi quaranta paggi de’ più nobili di città, vestiti a spese del Comune di zendado bianco ed argento, con cavalli ed aste. E Pietro fece la sua entrata accompagnato da quantità di gentiluomini ferraresi e bolognesi, e incontrato dal popolo e da’ magistrati a suon di trombe e tamburi. Il giorno di Natale, nella cattedrale splendidamente addobbata, come il vescovo ebbe cantato la messa, colle note cerimonie Pietro fu dal podestà vestito da cavaliere, e dal senato dichiarato figlio della città; indi il pranzo, poi la cavalcata per la città; la sera fuochi, trombe, campane per tutto; poi il giovane riccamente donato ritornò a suo padre, convogliato dai nobili di Bologna.

Nei funerali privati, dinanzi alla casa del defunto coi suoi prossimani si radunavano i vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chiericato. Ivi la madre e le vicine cominciavano sopra lui il pianto, e i congiunti sedevano a terra su stuoje. Il morto, vestito a ragguaglio della sua condizione, veniva composto s’un feretro; e sopra gli omeri de’ suoi pari, con funerale pompa di cera e di canto, alla chiesa da lui eletta anzi la morte era portato. Molte croci lo precedeano, e laici convocati da un trombetto; poi cherici e sacerdoti; seguivano le donne, quinci e quindi sostenute[93]. Gli uccisi non si lavavano; gli altri sì, ed ungevansi e spesso empivansi d’aromi. Era pur consueto sepellire coll’armi e con magnificenza di vesti, d’anelli, di collane; grande eccitamento a violare le tombe[94]. Ai medici poneasi un libro sopra il cadavere[95]. S’introdusse poi la devozione di farsi sepellire colle tonache di battuti o di frati, come volle essere Dante.

Al mortorio di principi e cavalieri assisteva gran turba in bruno; e cavalli sellati senza cavaliero, vessilli, scudi, insegne, sfoggio di ceri e di strati; ed orazioni funerali, che poi ogni vulgare denaroso volle: le pompe si rinnovavano al settimo, al trigesimo giorno, ed all’anniversario. Con grande onore a pubbliche spese si esequiava il podestà che morisse in signoria. Nel 1390 messer Giovanni Azzo degli Ubaldini capitano di Siena «venne sepolto nel duomo a lato di san Bastiano. In primo al suo corpo ebbe dugendodici doppieri, legati nel castello di legname, dugenquattro da tre libbre l’uno ed accesi mentre durò l’ufficio. Vestì il Comune quattro cavalli colla balzana e colle bandiere coll’arme del popolo, ed anche vestì da sessanta uomini a bruno. Fu portato in una bara ad alto, coperta d’un bellissimo drappo d’oro, e sopra il corpo un padiglione di drappo d’oro foderato d’ermellino; e il detto padiglione portavano a stagiuoli, cavalieri e grandi cittadini di Siena. E furono vestiti venti cavalli a bruno, colle bandiere di sue arme, tutte di sciamitello, ed un uomo armato a cavallo di tutte sue armi e barbuta, spada ignuda e speroni ed altre armadure, le quali tutte rimasero al duomo. E fu nel castello di legname grande quantità di donne scapigliate, tutte di cittadini. Furono ancora a detta sepoltura tutti i priori di palazzo, e tra preti, frati e monaci intorno a seicento, ognuno dei quali ebbe torchietti di due e d’una libbra, e i cherici di sei once l’uno. E per memoria fessi la sua figura nella cappella, e attaccaronvisi tutte e ventitrè le bandiere e sue armi»[96].

Qui pure le prammatiche intervennero a por modo; e uno statuto di Mantova vieta di far corrotto e pianto nella casa del defunto, nè l’accompagnino donne maggiori di sette anni. Il senato di Bologna nel 1297 ordina che alle esequie nessuno vada lamentandosi o piangendo come si soleva; non si suonino altre campane che della chiesa ov’è il morto; niuna donna si porti a sepellire col viso scoperto, e sopra il cataletto non si ponga che un palio di seta; e dopo sepolto il cadavere, non deva la gente radunarsi di nuovo alle case, eccetto i parenti fino in quarto grado; non si vestano i morti che di scarlatto, se non siano cavalieri e dottori in legge; non vi sia all’accompagnamento più di dieci uomini, eccettuate le compagnie delle arti e delle armi. Nello statuto di Torino era prefisso, ad evitare spese e fatiche, che nelle esequie le mogli, figlie, sorelle, nipoti fino al quarto grado non uscissero di casa per seguire il morto; non si usassero ceri di oltre quattro libbre; non si facessero banchetti.

La caccia stette da principio riservata ai nobili, sicchè fu distintivo di nobiltà il falco che in quella adoperavasi; andavano in volta con questo uccello in pugno, ne ornavano i cimieri, come segno d’illustre sangue l’innestavano nello stemma e sulle tombe; per esso giuravano, gloriavansi dell’abilità nel porgli i getti o il cappuccio, lanciarlo, richiamarlo, inanimirlo, avventarlo sulla preda o ritorgliela appena ghermita; carissimo lo aveano le donne, e attestavano la loro premura ai cavalieri colle premure usate all’augello cacciatore. Domesticati portavansi alle adunanze ed ai viaggi; con quelli passarono i Crociati alla liberazione del santo sepolcro; a Milano, come vedemmo, si ordinò che nel broletto nuovo, dove adunavansi i nobili e i mercanti, si ponessero gruccie su cui collocare falconi, astori e sparvieri; il falconiere era persona importante; e Federico II dettò un trattato di falconeria. Fino i preti collocavano i falchi sui balaustri o sui bracciuoli degli stalli; e il III concilio di Laterano vietò la caccia duranti le visite della diocesi, volendo che i vescovi non traessero dietro più di quaranta o cinquanta palafreni.

Vietato rigorosamente ai villani di toccare la selvaggina, che perciò impunemente devastava i seminati, e sino il timido lepre diventava un flagello. Lamberto, arcivescovo di Milano, come speciale favore concedette a Burcardo, generale del re Rodolfo, di rincorrere un cervo nel suo brolo[97]. Anche negli statuti delle città son protetti con molta cura gli animali da caccia; e quel di Milano obbliga a restituire i falchi, vieta il rubar cani e prendere colombe o rondini o cicogne. I quali ultimi uccelli, ora quasi affatto stranieri alle nostre plaghe, frequenti vi comparivano, nidificando sulle torri, e purgavano da velenosi insetti[98]. Firenze avea due compagnie, dette _i Piacevoli_ e _i Piatelli_, che a gara andavano a far caccia; e a chi meglio era riuscita, tornava in trionfo con fuochi e carri ed ostentazione.