Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 11

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S’imitarono poi le caccie vere colle finte, massime del toro: il circo di Augusto a Roma vide spesso di siffatti esercizj. Una magnifica caccia a fanali diede Alfonso di Napoli a Federico III imperatore nel recinto della Solfatara, dove pareano rinnovarsi i prodigi della magia. In una tristamente memorevole, data il 1333 nel Goliseo, Cecco della Valle, vestito mezzo bianco e mezzo nero, recava per divisa _Io sono Enea per Lavinia_, nome della sua amata; Mezzostallo, a bruno per la morte della moglie, portava _Così sconsolato io vivo_; un dei signori di Polenta, abito rosso e nero, e il motto _Se annego nel sangue ho dolce morte!_ un altro giallo, e dicea _Guardatevi della pazzia d’amore_; uno color cinerino, e _Sotto la cenere ardo_; un Conti, vestito di argento, aveva per divisa _Così bianca è la fede_; Cappoccio vestiva rosa pallido, col motto _Io di Lucrezia romana son lo schiavo_; uno, divisato a scacchi bianchi e neri, _Per una donna pazzo_; un altro, a color marino e giallo, _Chi naviga per amore, ammattisce_; un giovinetto Stulli, a bianco con legacci e pennacchio rossi, e il motto _So’ mezzo placato_; uno, color celeste, con un cane legato al cimiero, leggeva _La fede mi tiene e mantiene_; un fosco, con brache bianche e abito nero, e una colomba all’elmo con oliva in bocca, dicendo _Sempre porto vittoria_; un altro a verde pallido, _Ebbi speranza viva, ma già muore_: taciamo altri motti e divise. Man mano che uscissero dall’urna, scendevano nell’arena, e fatti inchini alle dame, impugnate le armi, davano la caccia a tori, fra gli applausi dei riguardanti. Ma nella lotta ne furono morti diciotto dalla furia degli animali, sicchè al cruento spettacolo ne seguì un altro luttuoso di accorrere al Laterano per vedere i funerali de’ trafitti[99].

Come i nobili le feste aristocratiche, così il popolo ne voleva di proprie, motivate spesso dalla religione, anche quando alla religione facevano contrasto. I pubblici giuochi per lo più erano simulacri di guerra ed esercizj di forza. Nel broglio e nel circo a Milano si congregavano in bande ad esercitarsi alla corsa o alla lotta; a Verona in Campo Fiore, a Vicenza in Campo Marzio, a Padova nel Prato della Valle, a Lucca nel Prato. In Pisa il giuoco di Ponte rammemorava Cinzica, che dicevasi aver difeso la patria da una sorpresa dei Saracini (t. v, p. 536); e le due fazioni di Borgo e di Santa Maria, affrontatesi sul ponte d’Arno, con battocchi si davano furiosamente, sinchè all’una rimanesse il vantaggio; troppo per un giuoco, troppo poco per una battaglia, com’ebbe a dire Pietro Leopoldo. A Siena si rappresentava san Giorgio armato che azzuffavasi con un drago, finchè gli applausi annunziavano la vittoria. Quei di Prato aveano vanto nel giuoco del calcio, i Fiorentini nel pallone a bracciale, i Senesi nel pugilato, e alla Lizza e nel Campo frequentavano le feste delle quali un’ombra dura tuttavia nelle corse che, di luglio e di agosto, si fanno sopra dieci cavalli, divisati ciascuno diversamente[100]. Risalgono a quel tempo altri giuochi popolareschi non ancora dimenticati, come correre al villan rosso, alla pignatta, all’oca sospesa, e così la cuccagna, e piantare il majo, e somiglianze.

La gioventù molto addestravasi nel cavalcare, preparamento alla guerra; e a frotte correvano la gualdana, o faceano pellegrinaggi di piacere, o numerosi incontri a principi e grandi. Frequenti ripeteansi anche le luminare; frequenti quanto variati i balli; e le corse ora di barberi sciolti, ora montati da un fantino; e poichè il primo premio consisteva ordinariamente in un palio di seta o di lana, dicevasi _correre al palio_; al quale poi andavano uniti ronzini, falchi, porci, galli, cani da caccia, guanti ed altre gentilezze. Reputavasi fiero insulto alle città assediate il far correre il palio sotto le loro mura; e Castruccio, vinti i Fiorentini, pose le loro porte per meta ad una corsa di cavalli, poi di pedoni, infine di meretrici.

Moltiplicavansi i divertimenti al carnevale, nome che alcuni deducono dall’abbandono de’ cibi grassi, come si dicesse _vale alla carne_[101]. Pare finisse dappertutto colla prima domenica di quaresima, come si mantiene nella diocesi di Milano, ove pure san Carlo faticò assai per escludere le baldorie da essa domenica.

A chi non è conto il venerdì gnoccolare di Verona? Roma ha i suoi moccoletti; e più antica la processione di carri, che l’ultima domenica di carnevale drizzavasi a Monte Testacio. A Pavia in due piazze sotto le mura due parti della città venivansi incontro squadra a squadra ed uomo a uomo con elmetti di vinco imbottiti, portanti il segno di ciascuna compagnia; la celata al volto, la criniera, e scudi e mazze di legno. I generali precedevano colla bacchetta, accennando all’assalto d’un monticello, d’una casa, d’un ponte, ove ciascuno facea sue prove. Il podestà vegliava non si offendessero con armi vere; e dopo il carnevale continuavano duelli con mazza e scudo[102]. «In Firenze (dice Benedetto Varchi) usavano nei giorni di carnevale i giovani, massime i nobili, uscire fuori travestiti con un pallone gonfio innanzi, e venire in Mercatovecchio e in tutti i luoghi ov’erano le botteghe e i traffichi dei mercanti e degli artefici, e quivi dando a quel pallone, e mescolandosi con gli altri cittadini, e traendo loro addosso il pallone, e cercando di metterlo fra le botteghe, farle serrare, e finire così per quei pochi giorni le faccende. Così non facendo ad alcuno male, fuor quello di scioperarlo, in Mercatonuovo talora si formavano in cerchio, e spartiti faceano una partita al calcio... Degenerato poi l’uso innocente, sturbavano tutti, e gettavano fango»[103].

In Venezia era così antico il gusto de’ divertimenti, che Pietro Orseolo I, nel 978 abbandonando il corno ducale e il mondo pel chiostro, dispose delle sue facoltà mille libbre d’oro a favore de’ parenti, mille pei poveri, mille pei divertimenti pubblici[104]. Già nel 1094 erano segnalati i suoi carnevali, che fin agli ultimi tempi trassero da ogni parte chi amasse il libero sollazzarsi. La maschera, che sottraeva l’uomo alle indagini, permetteagli di penetrare fino nel gran consiglio, e ravvicinava il plebeo al nobil uomo, il barnabotto al frate, la merciaja alla dogaressa, v’era dalle leggi protetta con punizioni più severe a chi l’ingiuriasse. Vinto Ulrico patriarca d’Aquileja e fattolo prigione con molti nobili, i Veneziani il gravarono di mandare al doge, ogni mercoledì grasso, dodici majali e altrettanti grossi pani; poi al giovedì, in commemorazione faceasi la festa di tagliare il capo ad un bue e ad alcuni porci che il popolo si godeva. Intanto eransi eretti nella sala del Piovego piccoli castelli di legno, che il doge e i senatori demolivano. Poi dall’antenna di una nave tiravasi una gomona fin alla sommità del campanile di San Marco, per la quale un marinaro ascendeva ajutato da certi ordigni, indi calava alla loggetta per presentare al doge un mazzo di fiori.

Anche fuor del carnevale, Venezia era particolarmente rinomata per le sue feste; balocchi che la nobiltà offeriva alla plebe onde sviarne il pensiero dai rapitile diritti. Il ratto delle fanciulle (t. V, p. 526) diede origine all’annua festa dell’ultimo di gennajo, ove dodici _Marie_ erano sposate con dote pubblica, portata entro arselle: ma poichè l’allegria era degenerata in turpitudini, vi si surrogarono dodici fantocci. Il giorno delle Palme, liberavansi alcuni uccelli e piccioni dalla loggia di San Marco, ed era una festa il rincorrerli e il narrar le venture. Alquanti, scampati all’attacco, si annidarono sul campanile e moltiplicarono, fin ad oggi rispettati dalle rivoluzioni e dal despotismo.

All’Ascensione, quando traeva un mondo di gente alla fiera, esponevasi un fantoccio di donna, che diventava modello al vestir femminile di quell’anno, non variato, come ora si fa, ad ogni arrivo di corriere. Ivi pure esibivansi all’ammirazione i capi d’arte; ed in una delle ultime, Canova preluse al risorgimento della scultura, presentando il suo Dedalo ed Icaro. Quel giorno stesso il doge sposava il mare. Le mense, che per santa Marta disponevansi lungo il canale della Giudecca, servite quasi di solo pesce, porgevano occasione a stringere o rannodare amicizie. Ai patrizj poi la Repubblica stessa imbandiva solennemente in certi giorni, con isfoggio di cristalli e quantità di zuccherini e canditi, che i convitati portavano a casa.

Volgendosi i divertimenti a formare buoni marinaj, si frequentavano le regate, delle quali la prima è ricordata nel 1315; quindi il senato decretò si facessero nel giorno di san Paolo. Una volta per settimana, nobili e popolani doveano esercitarsi al bersaglio a Lido. Il pugilato faceasi da settembre a Natale su ponti senza sponda. Nelle famose forze d’Ercole gareggiavano i Castellani vestiti a rosso, e i Nicolotti a nero, vincendo quelli che s’elevassero a maggior numero di palchi; poi finito, traevano certe spade smussate, e paravano e ferivano come in moresca, o ballavano la furlana. Nei boschi della badia di Sant’Ilario fra Gambarare e la laguna, i caccianti dovevano ai monaci la testa e un quarto d’ogni cinghiale che pigliassero; a vicenda i monaci doveano al doge prestar cani e cavalli quando vi venisse a cacciare, e nutrirne i falconi e i bracchi. La vigilia di Natale faceasi una gran caccia, e il doge distribuiva a ciascun magistrato e padrefamiglia cinque capi di selvaggina: al che, sotto Antonio Grimani, si surrogarono le _oselle_, monete d’argento, a questo sol uso coniate; e la raccolta delle quali oggi è una preziosità. Il giovedì santo egli riceveva il tributo del pesce, che parimenti distribuiva.

Cinque banchetti pubblici s’imbandivano ogni anno; a san Marco, all’Ascensione, a san Vito, a san Girolamo, a santo Stefano: per lo più di cento coperti, il doge invitandovi antichi magistrati e persone ragguardevoli. Nella sala del banchetto si sfoggiavano argenti del doge e dello Stato, trionfi di cristalli colorati; i ministri poteano parlare al doge e corteggiarlo; un popolo di curiosi vi assisteva in bautta, fra cui spesso insigni forestieri; le donne correano da un convitato all’altro motteggiando colla vivacità ch’è sì propria delle veneziane; qualche volta un poeta v’improvvisava, come più tardi fece la Cassandra Fedeli; più spesso v’avea musica e spettacoli. Allo sparecchio, gli scudieri dogali venivano a presentare a ciascun convitato un gran paniere di dolci, e mentre i padroni accompagnavano il principe alla sua dorata prigione, il gondoliere di ciascuno entrava a prendersi quel paniere, e recarlo a chi gli era stato imposto, invidiato testimonio di predilezione.

Secondo Rolandino, nel 1214 si finse in Treviso il castello dell’onestà, invece di spaldi e di merli, munito con pelli di vajo, porpore, zendadi, stoffe, ermellini, e dentro le più belle donne e donzelle, coperte non d’elmi e corazze, ma di vesti pompose. Erano accorsi alla festa i giovani da Padova, da Venezia e dal contorno, tutti in bell’addobbo; e divisi in drappelli sotto lo stendardo della patria, s’accinsero ad attaccare l’amorosa fortezza. Da projetti servivano melarancie, confetti, fiori e frutti, acque odorose, e dolci parolette. Con armi siffatte si prolungò la scherma, finchè i Veneziani mutaronle in zecchini; per raccorre i quali le Trevisane si diedero vinte. E già lo stendardo di San Marco penetrava nelle porte indifese, quando i Padovani, tenendosi soperchiati, cominciarono a forbottare, stracciarono il gonfalone, e si diè di piglio alle armi. La rissa fu chetata, ma Venezia pretese soddisfazione; e fu imposto che ogni anno i Padovani spedissero alla città trenta chioccie, alle quali davasi la libertà; ed era una ressa tra ’l popolo per raggiungere le _galline padovane_.

Dopochè, cacciando Pagano podestà del Barbarossa, si furono vendicati in libertà, i Padovani celebravano annualmente la festa de’ Fiori, menando attorno il carroccio, tirato da bovi e cavalli coperti di rosso coll’arma del Comune, e su di esso dodici fanciulle nobili inghirlandate di fiori e spargendo fiori, mentre fiori piovevano loro dalle finestre e davanti ai passi: ventiquattro cavalieri marciavano di fianco al carroccio, giunto il quale nel prato della Valle, cominciavasi una zuffa di questi con quelle a fiori, poi tra i soli cavalieri con arme; seguivano combattimenti di campioni armati con rotelle e mazze di legno, e di bravi inermi con sacchetti di sabbia. Le naumachie, colà rammentate fin da Tito Livio, si continuavano lungo il canale di Sant’Agostino, o in quello che lambiva a occidente il Campo marzio.

Ad avventure incerte dell’età dei Comuni attacca Vicenza la festa della Rua, per la quale, il giorno del _Corpus Domini_, strascina per la città a tutta forza di braccia un’altissima macchina a pennoncelli e stemmi e persone; baccano carnevalesco in giorno devoto. Quando Bologna ebbe, nel 1281, acquistato Faenza per tradimento di Tibaldello Zambraso, ordinò che ogni anno il giorno di san Bartolomeo si corresse per strà maggiore un cavallo addobbato, uno sparviero, due cani bracchi, un carniero e la baracagna, cioè la gruccia che si attacca all’arcione quando si va a caccia col falco. Inoltre si arrostisse una porchetta, e a mezza cotta il cuoco a cavallo la portasse sullo spiedo per detta strada fin alla porta, tenendo nella man sinistra lo sparviero; poi tornato la cocesse a perfezione, e, finito il corso, fosse a suon di trombe gittata dal palazzo in piazza ai biricchini colà famosi.

Messina, per l’Assunta, oltre le luminare e le corse, manda in volta un finto camello, in cui la tradizione ravvisa la memoria del conte Ruggero, allorchè, cacciati i Saracini, v’entrò alla orientale; mentre in due statue colossali, che pur si portano attorno fra assordante schiamazzo, indica Zancle e Rea, favolosi fondatori di essa città. I Cremonesi, la vigilia di quel dì, celebravano una festa a cui attaccavano le memorie di Zannino dalla Balla, che li redense dal tributo d’una palla d’oro all’imperatore: e quelle della vittoria sopra i Parmigiani. Cominciavasi dalla _battaglia_ fra ragazzi sulla piazza maggiore; poi i facchini schizzavano dell’acqua, e i mugnaj della farina sopra la folla, che ne restava tutta bianca: lasciavasi correre un toro legato, che menavasi quindi per la città: poi nuove zuffe per acquistare il _rigotto_, berretto listato che gettavasi tra i facchini, e chi se ne impadronisse toccava sei zecchini: le statue di Zannino e di Berta vestivansi di panni adogati bianco e rosso, ogn’anno rinnovati a spese dei fornaj.

A Verona, il 26 dicembre, esponeansi le maschere: poi il lunedi e martedì del carnevale si andava nell’Arena a festeggiare: dopo le ventiquattro ore poteva chicchessia levare le insegne di qualsifosse bottega, e sopra di essa, per quanto minima di valore, farsi dare dall’oste fino a sei lire e quattro soldi in vitto; il quale oste faceasene rimborsare dal padrone dell’insegna. Due vedovi che si sposassero doveano contribuire ciascuno l’un per cento della dote ai ragazzi della contrada ove abitavano, altrimenti venivano derisi con un baccano fatto sotto le loro finestre (le bacinelle): del denaro avuto si facea gozzoviglia o limosina o qualche festa sacra.

Tali feste continuarono a lungo fra gl’Italiani, e valsero a renderne lieti e arguti i caratteri, quali li vediamo personificati nelle nostre maschere da scena. I tiranni ne preparavano di più frequenti, sapendo quanto facilmente si conduca un popolo che ama divertirsi; e nel secolo XVI le vedremo abbellirsi di tutto lo splendore delle arti.

I buffoni erano arnese necessario non solo nelle Corti ma e nei palazzi del Comune, sì lautamente trattati da patirne gli erarj[105]: alcuni nobilitaronsi col nome di minestrelli. Spesso eran nani, che coi frizzi vendicavansi degli scherzi cui la loro deformità gli esponeva. Talvolta usarono del privilegio della pazzìa per dire ai principi verità che altrimenti non v’avrebbero trovato accesso: per questa via alcuni ottennero l’immortalità, negata agli scopritori delle più utili arti, come il Gonnella del duca di Modena, Ponzino della Torre fra i Cremonesi, altri altrove.

Alle varie solennità ecclesiastiche dell’anno erano affisse certe costumanze, in parte derivate dall’antichità, in parte introdotte di fresco, e che non ancora furono dimentiche. Per l’Epifania a Firenze si portava attorno un fantoccio di cenci in mezzo ai lumi, ed altri si esponeano alle finestre, onde le tante baje sulla befana. Meglio a Milano una comitiva figurante il corteo de’ re magi moveva da Sant’Eustorgio preceduta da una stella; alle colonne di San Lorenzo incontrava re Erode, e gli domandava del nato Messia; poi tirando innanzi giungeva al duomo, e quivi trovato un magnifico presepio, offriva i doni; indi dall’angelo avvisata, volgevasi al ritorno per porta Romana. Più affettuosa era la domestica gioja del dì di Natale, quando il capocasa levavasi sulle spalle un ceppo, ornato di rami e fronde sempreverdi, e recatolo per la casa, il ponea sul focolare, attorno al quale esultava la riunita famiglia.

Quando a Pavia, la vigilia di san Siro, offrivansi al tempio ceri enormi, precedeano la processione i tavernaj, recando sopra una tavola un castello; dietro a loro i cacciatori con un albero, a’ cui rami erano legati di ogni razza uccelli, che portati in chiesa liberavansi: poi venivano le corse degli scudieri al gallo vivo e alla porchetta arrostita, e quella delle meretrici a’ salcicciotti; e finalmente gozzoviglie[106]. A Firenze pel san Giovanni faceasi un carro altissimo pien di santi e figure simboliche; e sulla piazza de’ Signori fin cento torri dorate, con entro uomini; e dappertutto palj, e gonfaloni, e macchine cariche di ceri e d’altri doni; infine fuochi d’artifizio, di cui i migliori artisti non isdegnavano dare le invenzioni variate. In alcuni luoghi, a Pentecoste davasi il volo in chiesa a piccioni bianchi, tra fiori e lingue di fuoco e frastuono popolare. Quando Firenze fu signora di molte città, ciascuna dovea quel giorno mandarvi il suo cero, e fin ventotto se n’ebbero, alti sei o otto braccia, con bambocci di carta, e quello di Pescia e San Miniato quaranta persone ci voleva a portarlo. Qualcosa di simile praticavasi nelle altre città, a Milano per la Madonna nascente, a Bologna per san Petronio, a Modena per san Geminiano, e così discorrete.

Qual v’è città o borgata che non festeggiasse con modi drammatici il santo tutelare? Alcuna fiata poi se ne celebrava qualche maggiore, come i Fiorentini nel 1304 mandarono un bando che «chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, dovesse andare il dì di calen di maggio in sul ponte alla Carraja e d’intorno all’Arno»; e su quel fiume ordinarono palchi, ove figurarono l’inferno coi tormenti e i tormentati. La soverchia folla cagionò che il ponte cadesse, e molti ne guastarono la persona, sicchè il giuoco da beffe tornò a vero, e «com’era ito il bando, molti per morte andarono a sapere novelle dell’altro mondo».

E come presso gli antichi gli spettacoli dovevano invigorire il coraggio ed eccitare sentimenti patriotici, così nel medioevo sentivano l’ispirazione comune, l’ecclesiastica, e insinuavano devozione. Per ciò facevansi il più spesso in chiesa, e da diaconi o preti; donde abusi che rivelano più sempre la mistura di serio e beffardo, di compunzione e d’allegria, che ricorre in tutte le opere di quell’età. A certe feste, tutti dovevano comparire in figura di volpi, e in qualunque abito fossero, magistrati o prelati, usciva loro di dietro la lunga coda. In commemorazione della fuga in Egitto celebravasi la festa degli Asini, ove al canto affettuoso s’intercalavano ridicoli ragli. Queste cose facevansi sul serio, e noi stessi in fanciullezza potemmo vedere processioni e feste, che, come oggi a riso, così allora ci movevano a devozione.

Men ridicoli apparecchi atteggiavano i fatti che la Chiesa rammemorava in quel giorno. A tali _misteri_ tutte le arti prestavano servigio, e davansi, non nelle angustie mefitiche d’un teatro a scapito della salute e della fermezza del cuore, ma al gran sole, nelle piazze, talvolta trasportandosi da paese a paese. Ne crebbe l’uso colle crociate, quando i pellegrini reduci voleano al vivo riprodurre gli atti su cui avevano meditato in Palestina; e scelte situazioni analoghe al Calvario, a Betlem, a Gerusalemme, vestivano sè ed altri cogli abiti che aveano veduto agli Orientali. A Roma nel 1264 era istituita la società _del gonfalone_ per rappresentare la passione di Gesù. Alla compagnia _de’ battuti_ a Treviso i canonici doveano annualmente somministrare due cherici, bene istruiti a cantare, per far Maria e l’Angelo nella festa dell’Annunziata[107]. Rolandino al 1244 riferisce come, nel prato della Valle a Padova, si figurò la passione di Cristo: ivi stesso il 1331 si ordinò di rappresentare ogn’anno nell’anfiteatro il mistero dell’Annunziazione. La cronaca del Friuli di Giuliano Canonico ricorda che, il 1298, alla corte del patriarca si rappresentarono dal clero la passione e la risurrezione di Cristo, la venuta dello Spirito Santo, il giudizio finale; e nel 1304, dal capitolo di Cividale, la creazione, l’annunziazione, il parto, la passione, l’anticristo. Chi tra’ miei lettori è così giovane da non averne visto gli avanzi in contado?

Sono queste le origini del teatro, che ritoccheremo quando il troveremo cresciuto.

CAPITOLO XCIX.

Belle arti.

Fu di mezzo a tale prosperità che risorsero fra noi le lettere e le arti belle, serena gloria d’Italia.

Caduto l’impero d’Occidente, coi resti della civiltà le arti si erano rifuggite a Costantinopoli, onde venne intitolato bisantino il modo che allora ebbe corso. L’arco e la volta, immenso progresso portato dai Romani, si continuarono abbandonando l’architrave, e voltando direttamente l’arco sopra colonne, le quali non erano fatte di nuovo, ma tolte da edifizj anteriori: mancavano i capitelli? se ne surrogavano di rozzi, con qualche fogliame grossolano e poco rilevato, o incrociamenti di linee, o qualche testa disavvenente. Gli archi, acciocchè impostassero su colonne di diversa altezza, furono talvolta allungati in basso; in alcuni meno appariscenti si deviò dal perfetto semicircolo, ora schiacciandolo verso il sesto acuto, ora prolungandolo a ferro di cavallo, ora dandogli forma d’un frontone; talvolta nello sfogo d’un arco se ne chiusero altri minori, appoggiati sopra colonnine[108].

Ravenna, che conservò meglio il carattere dell’Oriente, ha maggiori esempj di stile bisantino, sempre ad archi e volte. San Vitale, che san Massimiano eresse imperante Giustiniano, all’esterno è informe costruzione di cotto, ma, come entri, ti sorride in un regolare ottagono del diametro di quaranta metri, con cupola emisferica e due ambulacri, de’ quali l’inferiore imposta su otto pilastri, vestiti di marmo greco venato; ogni cosa poi adorna senza discrezione con avanzi antichi, massime dell’anfiteatro, e con bei musaici. La quale pittura di marmo fregia e contorna le porte, le finestre, gli altari in tutti gli edifizj di quello stile.

Il vicino mausoleo di Galla Placidia, sacro ai santi Nazaro e Celso, forma croce latina senza anditi laterali nè tribuna, avente al centro l’altare di tre grandi tavole d’alabastro orientale. Quadrilungo a tre navi è pure Sant’Apollinare nuovo, eretto da Teodorico, con musaici, tombe, iscrizioni, e lavori di alabastro, di porfido, di cipollino, di marmo pario e serpentino; comunque guasto dai Barbari, e forse più dai correttori. Ivi stesso, fin dal 417 era finita Sant’Agata, a tre navi sorrette da venti colonne, ma ogni cosa fu mutata, eccetto la pianta; e così la gran basilica di Sant’Apollinare in Classe con tre ampie navate e tre tribune, ed archivolti robustamente profilati. Al duomo, fabbricato da sant’Orso nel 540, è annesso un battistero forse dell’età medesima, formato di due circoli da otto arcate, che portano la cupola. V’è chi reca al IX secolo il battistero d’Asti, a quattro angoli fuori e otto dentro, e il palazzo delle Torri a Torino, facciata di cotto[109].