Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 48
E TOMAO FORTIFIOCCA, _Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo romano, scritta in lingua volgare romana di quella età_. Bracciano 1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare, erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pure LEVATI, _Viaggi del Petrarca_; DU CERCEAU, _Conjuration de Nicolas Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome_, 1733; SCHILLER, _Rivoluzione di Cola di Rienzo_ 1788; PAPENCORDT, _Cola de Rienzo und seine Zeit, besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt_, 1841. I documenti inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga, a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero fin al principio del XVI secolo. Sono da aggiungere dieci lettere che Giovanni Gaye pubblicò nel _Carteggio degli artisti_, vol. I, dirette dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’_Archivio storico_.
[372] _Novella_ 3 della _Giornata_ V.
[373] Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo, esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava. Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre, castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale, e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’ pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili romane. _Antiq. M. Æ._, II. 858.
[374] Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza, un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano. _Carminum_, lib. II.
[375] «Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea, _Questa è Roma_. Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima avea nome _Babilonia_, la seconda _Cartagine_, la terza _Troja_, la quarta _Gerusalemme_. Lo soprascritto diceva, _Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro, e vennero meno_. Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine, e diceva così:
Sopra ogni signoria fosti in altura, Ora aspettiamo qua la tua rottura.
Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina che sedea vergognosa, e diceva la lettera, Questa è Italia; favellava questa e diceva così:
Tollesti la balìa ad ogni terra, E sola me tenesti per sorella.
Nell’altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:
D’ogni virtude fosti accompagnata, Ora per mare vai abbandonata.
Queste erano le quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia, Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava una femmina inginocchiata; la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome avea _Fede cristiana_, e lo suo verso dicea così:
O sommo padre, duca e signor mio, Se Roma pere, dove starò io?
Ne lo lato ritto de la parte disopra stavano quattro ordini di diversi animali colle sue ale, e tenevano corna alla bocca, e soffiavano come fossino venti, li quali facessero tempestate al mare, e davano ajutorio a la nave, che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi; la lettera diceva, _Questi sono li potenti baroni e rei rettori_. A lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva, _Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili_. A lo terzo ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva, _Questi sono li falsi officiali, giudici e notarj_. A lo quarto ordine stavano lèpori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva, _Questi sono li popolari ladroni micidiali adulteratori e spogliatori_. Ne la parte disopra stava lo cielo; in mezzo la Majestade divina come venisse al giudizio; due spade l’escivano dalla bocca di là e di qua; dall’uno lato stava santo Pietro, e dall’altro santo Paolo in orazione. Quando la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si maravigliava».
[376] _Nihil actum fore putavi si, quæ legendo didiceram, non adgrederer exercendo_. Epist.
[377] _Spirto gentil, che quelle membra reggi_, ecc.
De Sade sostenne che lo _spirto gentil_, il _cavalier che tutta Italia onora_ non può essere Cola di Rienzo. Egli fu confutato da Zefirino Re, al quale consente il Papencordt, giacchè le lettere del Petrarca a Cola ripetono quei medesimi sentimenti, e gli drizzò pure un’egloga pastorale, mandandogliene anche la chiave. Ma Salvatore Betti adduce fortissime ragioni per sostenere che la canzone è diretta a Stefano Colonna senatore, e perciò ornato della onorata verga. Ed è singolare che abbia a disputarsi a chi dirette la più bella canzone del Petrarca, e le speranze di Dante.
[378] «In prima apparecchiarono alle nozze tutto lo palazzo del papa, con ogni circostanza di San Giovanni di Laterano, e per molti dì innanzi fece le mense da mangiare, delle tavole e del legname dei chiostri de li baroni di Roma. E furo stese queste mense per tutta la sala vecchia dello vecchio palazzo di Costantino e del papa, e lo palazzo nuovo, sì che stupore parea a chi lo considerava. E fuori rotti i muri delle sale, donde venivano scaloni di legno allo scoperto per agio da portare la cucina, la quale si coceva. E ad ogni sala apparecchiato lo cellaro di vino nel cantone. Era la vigilia di san Pietro in vincoli: ora era di nona. Tutta Roma, maschi e femmine ne vanno a San Giovanni. Tutti si apparecchiano sotto li porticali per la festa vedere; nelle vie pubbliche per questo trionfo vedere. Allora venne la molta cavallaria de diverse nazioni de gente, baroni, popolari, foresi, a pettorali da sonagli, vestiti di zendato con bandiere; facevano grande festa; correvano giocando. Ora ne vengon buffoni senza fine: chi suona trombe, chi cornamuse, chi ciaramelle, chi mezzi cannoni. Poi questo grande suono, venne la moglie a piedi colla sua madre; molte oneste donne l’accompagnavano per volerle compiacere. Dinanti alla donna venivano due assettati gioveni, li quali portavano in mano un nobilissimo freno di cavallo tutto inaurato. Trombe di argento senza numero; ora si vede trombare. Dopo questi venne grande numero di giocatori da cavallo; poi veniva lo tribuno, e lo vicario del papa a canto. Dinanzi a lo tribuno veniva uno, il quale portava una spada ignuda in mano. Sopra lo capo un altro gli portava lo pennone; in mano portava una verga di acciaro. Molti e molti nobili erano in sua compagnia. Era vestito con una gonnella bianca da seta _miri candoris_, inzaganata di oro filato. In tanta moltitudine di ogni parte era letizia. Non fu orrore, nè fu arme: due persone ebbero parole; adirate trassero le spade; innanzi che colpi menassero, le tornarono in sue vagine. Ognuno va in sua via. De le città vicine a questa festa vennero gli avvitatori, che più? e li veterani, e le pulzelle, vedove e maritate. Poi che ogni gente fu partita, allora fu celebrato uno solenne officio per lo chiericato. E dopo l’officio entrò nel bagno, e bagnossi nella conca de lo imperatore Costantino, la quale è di preziosissimo paragone. Uno cittadino de Roma messere Vico Scotto cavaliere gli cinse la spada. Poi se addormì in un letto venerabile, e giacque in quel loco, che si dice li fonti di San Giovanni, dentro de lo circuito de le colonne. Là compì tutta quella notte. Ora senti maraviglia grande. Lo letto e la lettiera nuovi erano. Come venne lo tribuno a salire a lo letto, subitamente una parte del letto cadde in terra, e _sic in nocte silenti mansit_. Fatta la dimane, levossi su lo tribuno vestito de scarlatto con vari; cinta la spada per messere Vico Scotto, co’ speroni di oro, come cavaliere. Tutta Roma, e ogni cavalleria ne va a San Giovanni: ci vanno ancora tutti li baroni, e foresi, e cittadini per vedere Cola de Rienzo cavaliere. Fassi grande festa, e fassi letizia».
[379] _Nos non sine inspiratione Sancti Spiritus jura sacri romani populi recognoscere cupientes, habuimus, cum opportuna maturitate omnium utriusque juris peritorum et totius collegii urbis judicum, et quamplurium aliorum sacræ Ytaliæ consilium sapientum, qui per expressa jura sæpius revoluta, discussa et examinata mutuis collationibus, opportuna noverunt et dixerunt: senatum populumque romanum illam auctoritatem et jurisdictionem habere in toto orbe terrarum, quam olim habuit ab antiquo tempore, videlicet quo erat in potentissimo statu suo, et posse nunc jura et leges interpretari, condere, revocare, mutare, addere, minuere, ac etiam declarare, et omnia facere sicut prius, et posse etiam renovare quidquid in sui lesionem et præjudicium factum fuerit ipso jure, et revocatum esse etiam ipso facto. Quibus discussis et satis congregatis apud sacrum latinum palatium omnibus, senatu, magnatibus, viris consularibus, satrapis, episcopis, abbatibus, prioribus, clericis urbis omnibus ac populo universo in plenissimo et solemnissimo parlamento, omnem auctoritatem, jurisdictionem et potestatem, quam senatus populusque romanus habuerunt et habere possent, et omnem alienationem, cessionem et concessionem et translationem officiorum, dignitatum, potestatum et auctoritatum imperialium, et quarumcumque aliarum per ipsum senatum et populum factas in quoscumque viros clericos et laicos, cujuscumque conditionis existant, et cujuscumque etiam nationis, auctoritate quidem populi et omni modo et jure, quo melius de jure potuimus, de totius ejusdem romani populi voluntate unanimi duximus solemniter revocandas, et ea officia, dignitates, potestates et auctoritates imperiales et quascumque alias, et omnia primitiva et antiqua jura ejusdem romani populi reduximus ad nos et populum prelibatum; citare quoque fecimus in parlamento præfato gerentem se pro duce Bavariæ, ac dominum Karolum, illustrem regem Boemiæ, se romanorum regem appellantem, et tam præcedentes singulos alios speciales, tam electos quam etiam electores nominatim, et omnes et singulos imperatores, reges, duces, principes, marchiones, prelatos et quoscumque alios tam clericos quam laicos in romano imperio et electionis ipsius imperii jus aliquod prætendentes, qui diversas incurrerunt ingratitudines et errores in urbis et totius sacræ Ytaliæ detrimentum et totius fidei christianæ jacturam, ut usque ad festum Pentecosten futurum proximum in urbe et sacro Laterani palatio coram nobis et romano populo cum eorum juribus omnibus, tam in electione et imperio supradictis, quam contra revocationem ipsam, personaliter vel per legitimos eorum procuratores studeant comparere, alioquin in revocationis hujusmodi et electionis imperii præfati negotio prout de jure fuerit, non obstante eorum contumacia, procedetur. Et ut dona et gratia Spiritus Sancti participarentur per Ytalicos universos, fratres et filios sacri romani populi pervetustos, omnes et singulos cives civitatum sacrae Ytaliæ cives romanos effecimus, et eos admittimus ad electionem imperii ad sacrum romanum populum rationabiliter devoluti; et decrevimus electionem ipsam per XX seniorum voces eligentium in urbe mature et solemniter celebrandam. Quarum aliquibus reservatis in urbe, reliquas distribuimus per sacram Ytaliam, prout in capitulis et ordinationibus super hoc editis continetur. Cupimus quidem antiquam unionem cum omnibus magnatibus et civitatibus sacræ Ytaliæ et vobiscum firmius renovare, et ipsam sacram Ytaliam, multo prostratam jam tempore, multis dissidio lacessitam hactenus et abjectam ab iis, qui eam in pace et justitia gubernare debebant, videlicet qui imperatoris et augusti nomina assumpserunt, contra promissionem ipsorum venire, nomini non respondente, effectui non verentes, ab omni suo abjectionis discrimine liberare, et in statum pristinum suæ antiquæ gloriæ reducere et augere, ut pacis gustata dulcedine floreat per gratiam Spiritus Sancti melius, quam unquam floruit inter ceteras mundi partes. Intendimus namque ipso Sancto Spiritu prosperante, elapso præfato termino Pentecostem, per ipsum sacrum romanum populum et illos quibus electionis imperii voces damus, aliquem Ytalicum, quem ad zelum Ytaliæ digne indicat unitas generis et proprietas nationis, secundum inspirationem Sancti Spiritus, dignati ipsam sacram Ytaliam pie respicere, feliciter ad imperium promoveri, ut Augusti nomen, quod romanus populus, immo inspiratio divina concessit et tribuit, observemus per gratas effectuum actiones. Hortatur vos itaque purus nostræ sinceritatis affectus, ut commune nostrum et totius Ytaliæ decus, commodum et augmentum velitis congrua consideratione diligere, et honores proprios occupari et detineri per alios pati nolle, in tantum nefas, tantum opprobrium, quantum est proprio privari domino, et propriis raptis honoribus, alieno indebite subdere colla jugo, eorum videlicet qui sanguinem ytalicum sitiunt, sicut sunt soliti deglirare_. Lettera del 19 settembre 1347, ap. GAYE.
[380] Nelle accennate lettere, Cola pretende essere generato da Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Roma _ministrabat, nec forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas exstitit ministratum_.
[381] _Ep. famil._, lib. XIII. 6.
[382] _Ep. famil._, lib. XIII. 6.
[383] _Epistolæ sine titulo_, ep. 4. Ho molto compendiato.
[384] _Et nihilominus prorsus mandamus angelis paradisi, quatenus animam illius, a purgatorio penitus absolutam, in paradisi gloriam introducant_. Bolla ap. BALUZIO, che vuol crederla falsa, come altre asserzioni a carico di questo papa.
[385] Della morte del Moriale assai lodavano Cola i Fiorentini, il 4 settembre 1354 scrivendo al Comune di Perugia: _Fidedigna relatione didicimus, magnificum dominum almæ urbis senatorem illustrem, tamquam justitiæ zelatorem notorium, divinitus inspiratum, virum nequam fratem Monregalem de Albanio, dudum iniquum compagniæ capitaneum et nefarium conductorem, homicidiorum, robariorum, incendiorum ac maiorum omnium nefarium patratorem, die sabati præteriti proxime, in urbe, quæ omnibus comunis est patria, fecisse ultimo puniri supplicio; primo, sicut juris ordo expostulat, vista, lecta, ac promulgata solemniter sententia in Campitolio contra eum_. Archivio storico, app. N. 24, p. 397.
[386] Nel trattato, riferito dal Dumont, sono nominati più di quaranta signori ghibellini.
Di questo Giovanni d’Oleggio poco dicono gli storici milanesi, ma ne discorse De Minicis ne’ _Monumenti di Fermo_, 1857. Schiericatosi, sposò una Benzoni di Crema, fu podestà e capitano in varie città e fazioni; ebbe Bologna, come dicemmo, e la cedette alla Chiesa, ricevendo in ricambio a vita la signoria di Fermo, dove morì nel 1366. Sua moglie gli alzò colà un monumento, scolpito da Tura di Imola, artista che non si conosce per altra opera.
[387] Sono le ragioni lungamente esposte da Matteo Villani, lib. IV. c. 77.
[388] _Epistolæ famil._, IX. 1. X. 1.
[389] Anche il Boccaccio nella V _Egloga_:
_I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:_ _Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus._
[390] Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria fiorentina il 27 giugno 1355. Vedi _Arch. storico_, app. Nº 24, p. 408.
[391] Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre 1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo, che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.
I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi ai fratelli di Schlick e loro discendenti.
Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli sopravvissero. SCHOELL.
[392] «_Scioccamente_ avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti capipopolo, tanto più se frati.
[393] MATTEO VILLANI, VII. 69; il quale conchiude: — Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».
[394] _Vita b. Petri Tommasii_. Fu poi patriarca di Costantinopoli.
Vedasi SEPULVEDA, _Hist. de bello administrato in Italia a cardinali Egidio Albornotio_.
[395] FILIPPO VILLANI, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l. IV. c. 1, dice che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un pezzo con l’altro s’annestava».
[396] Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per le aste. Tali erano _li Cavrei_ in val Brembana sul Bergamasco, dove i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino, e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso preparavano i tamburi. G. MATTEO CICOGNA, _Trattato militare_, 1567; CIBRARIO, _Studj storici_.
[397] _Arch. storico_, XV. p. 41.
[398] CORIO al 1367.
[399] Una lancia costava da tredici a sedici fiorini il mese, cioè circa lire centottanta, che oggi varrebbero il quadruplo: e appartenevano al cavaliere l’armi e i cavalli. Quattro per lancia era obbligato darne il magnifico cavaliere messer Colluccio de Grisis di Calabria, che il 6 di novembre 1475 fu condotto da Violanta di Francia duchessa di Savoja per un anno co’ patti seguenti: — In primamente che lo dito mesiro lo caualero se conduca cun armati vintezinque, videlicet lanze XXV a quattro cauali per lanza, infra le quali sia un homo d’arme armato imbardato cum la testera de azelle in ordine, a uso talliano, cum uno sachomano et uno ragazzo, el quale sachomano auerà la balestra, en utrio (_inoltre_) la zellata e lo corseto cum la lanza o sia pertesana, o un altro sachomano appresso a lo caualo cum la lanza in mane. Item per ogni lanza et homo d’arme cum quatro cauali in modo sopradicto li sia dato per suo soldo e pacto fl. XX de Savoja per zarcheduna lancia e per zascheduno mese, pagando lo suo soldo da tre mesi in tre mesi sanza alcuna difficultà. Item la ferma sua se intende de un anno del dì conducto, comenzando lo termine facta la mostra».
Fu ancora pattuito che avesse la paga di trenta lancie, e non fosse tenuto che alla mostra di venticinque, e quelle cinque la signora gliele donava per la sua persona ed il suo piattello; egli promise di stare e andare dove piacerà a madama, in Italia e fuori, e offendere e difendere come gli sarà comandato. Pigliando uomo di Stato e caporale di guerra, lo lascerebbe a disposizione dell’_excelsa madama_, e così pure ville e castella. _Conto d’Alessandro Richardon tesoriere generale_, fol. 383, ap. CIBRARIO.