Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 49

Chapter 491,512 wordsPublic domain

Nel 1386, allorchè i Padovani osteggiavano i Veronesi, così erano composti gli eserciti, secondo il Gataro. Quel di Padova era in otto schiere: 1ª Giovanni Acuto con cinquecento cavalli e seicento arcieri tutti inglesi; 2ª Giovanni degli Ubaldini con mille cavalli; 3ª Giovanni da Pietramala con mille cavalli; 4ª Ugolotto Biancardo con ottocento cavalli; 5ª Francesco Novello con millecinquecento cavalli; 6ª Broglia e Brandolino con cinquecento cavalli; 7ª Biordo e Balestrazzo con seicento cavalli; 8ª Filippo da Pisa con mille cavalli. Questa era alla guardia delle bandiere, e con essa erano anche i consiglieri del campo. Da ultimo venivano mille fanti provvigionati, spartiti in due bande, sotto il Cermisone da Parma. L’esercito di Verona era distinto in dodici schiere: 1ª Giovanni Ordelaffi, capitano del campo, con mille cavalli; 2ª Ostasio da Polenta con millecinquecento; 3ª Ugolino Del Verme con cinquecento cavalli; 4ª il vecchio Benetto da Marcesana con ottocento; 5ª il conte di Erre con ottocento; 6ª Martino da Besuzuolo con quattrocento; 7ª Francesco da Sassuolo con ottocento; 8ª Marcardo dalla Rôcca con quattrocento; 9ª Francesco Visconti con trecento; 10ª Taddeo Del Verme con seicento; 11ª Giovanni Del Garzo e Ludovico Cantello con cinquecento; 12ª Raimondo Resta e Frignano da Sesso con milleottocento. Venivano di poi mille fanti palvesati, divisi in due schiere, e milleseicento arcieri e balestrieri tra forestieri e del paese. Marciava alla coda un grosso di popolo sotto il pennone della Scala, fin in sedicimila persone. Terminato lo scompartimento e fatte le schiere, tutti i condottieri si raccolsero presso il capitano del campo, che gli esortò a combattere virilmente, e a non dar quartiere.

Dal Sanuto (Vita del Foscari, _Rer. It. Script._, XXII) abbiamo il nome de’ condottieri e il numero de’ lor soldati nella guerra de’ Veneziani e Fiorentini contro Milano il 1426. Il Carmagnola ducentrenta lancie; Gian Francesco Gonzaga quattrocento; Pietro Gian Paolo cennovantasei; il marchese Taddeo cento; Ruffino da Mantova ottantotto; Falza e Antonello sessantatre; Rinieri da Perugia sessanta; Lodovico de’ Micalotti settanta; Battista Bevilacqua cinquanta; altrettante messer Marino, Blanchin da Feltro, Buoso da Urbino; quaranta Scariotto da Faenza; trenta Lombardo da Pietramala; dieci Jacopo da Venezia; otto Cristoforo da Fuogo, oltre centredici lancie libere. Altri capi stavano nelle guarnigioni: Bernardo Morosini con sessanta lancie; Jacopo da Castello con ventisei; Antonello di Roberto con cinquanta; Testa da Moja con venti, Jacopo da Firminato con tredici; Giovanni Sanguinazzo con sessantatre; Antonio degli Ordelaffi con dieci; Bolachino da Cologna con quarantatrè; il conte d’Ulenda con quarantacinque; Luigi Del Verme con ducensessanta; Orsino degli Orsini con cenventi; Pietro Pelacane con cento; Giovanni da Pomaro con trentotto. Arroge le compagnie di fanteria. Ciascuno avea patti diversi colla repubblica, e diversi gradi d’obbedienza e disciplina.

[400] Nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze (filza 23. c. 65) è sotto il 1326, 11 febbrajo, questa provvigione, pubblicata dal Gaye, ii. 8: _Item possint dicti domini priores artium, et vexillifer justitie, una cum dicto officio duodecim bonorum virorum, eisque liceat nominare, eligere et deputare unum vel duos magistros in offitiales et pro offitialibus ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Comuni_ pilas seu palloctas ferreas et cannones de metallo pro ipsis cannonibus et palloctis, _habendis et operandis per ipsos magistros et offitiales et alias personas in defensione Comunis Flor. et castrorum et terrarum, quæ pro ipso Comuni tenentur, et in damnum et prejuditium inimicorum pro illo tempore et termino, et cum illis offitio et salario, eisdem per Comune Flor. et ipsius Comunis pecunia per camerarium camere dicti Comunis solvendo illis temporibus et terminis, et cum ea immunitate et eo modo et forma, et cum illis pactis et conditionibus, quibus ipsis prioribus e vexillifero et dicto offitio _XII_ bonorum virorum placuerit_.

Ne’ libri pubblici di Lucca è notato al 1382, 23 agosto: _Cum per commissarios Lucani Comunis ordinatum fuerit quod pro munitione et tuitione civitatis Lucanæ fierent quatuor bombardæ grossæ, et sic per Johannem Zappetta de Gallicano jam duo fabricataæ sint, et in civitate Lucana ductæ, et denariis egeat præfatus Johannes pro fabricatione et constructione reliquarum_ etc.

Il 27 ottobre 1470 Paolo Nicolini domandava di poter fare a Petrajo un edifizio a acqua per trapanare le spingarde. _Mem. Lucchesi_, II. 221.

[401] _Est bombarda instrumentum ferreum cum tromba anteriore lata, in qua lapis rotundus, ad formam trumbæ, habens cannonem a parte posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba, sed exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificialis cum salnitrio et sulphure et ex carbonibus salicis per foramen cannonis prædictis versus bucam etc._ De bellicis machinis, mss. — Moschetto diceasi nel medio evo un projettile che si lanciava con una balista più forte. V. DUCANGE. Giovan Villani, lib. x, c. 21, dice che in una battaglia data dal fratello del re Roberto «molti furono fediti e morti di moschetti di balestri di Genovesi». E nelle _Storie pistoiesi_ al 1326: «M. Simone fu fedito d’una moschetta al ginocchio».

[402] Al 1441 nel castello di Nizza marittima v’avea venticinque palle di pietra da centrentasei libbre.

[403] _Rer. It. Script._, XXIII. 794.

[404] All’assedio di Zara, nel 1346, lanciaronsi pietre da libbre tremila (metriche 1431): a quello di Cipro nel 1373, che costò alla repubblica più di tre milioni di ducati (15 milioni di nostre lire) i Genovesi ebbero un trabocco che lanciava da dodici a diciotto cantari, da libbre cencinquanta (metriche 1287).

Non di rado fu usato il fuoco greco, composizione arcana; e pare che questo nome si applicasse a tutti i mezzi d’incendiare. Il Valturio chiama fuoco greco una composizione di carbon di salice, nitro, acquavite, solfo, pece, incenso, con filo di lana molle d’Etiopia.

[405] Nel 1405 il Sanuto (_Rer. It. Script._, XXII. 817) parla di bombarde che scagliavano palle di quattrocento in cinquecento libbre; da cinquecentotrenta libbre ne cita al 1437 Neri Capponi (XVIII. 1285); d’una nel 1420 di sei cantari genovesi Giovanni Stella (XVII. 1282); nel 1453 molte di mille e milleducento libbre sono accennate in MARTÈNE, _Thes. Nov. Anecd._, 1820. I Genovesi lanciarono pietre da Pera fino a Costantinopoli.

[406] Così un sacro dell’arsenal veneto aveva:

Chiamata son la fiera serpentina Che ogni fortezza spiano con ruina. 1508, _Opus Thome D. Fr._;

e una spingarda, _Il nome mio possente_; una colubrina, _Non mi aspettare_; un’altra,_ Non più parole_. Ad Algeri nel 1831 fu trovato un grosso cannone colla scritta:

Quand’io mi nutrirò di polve e foco, Ogni terrena possa Contro ai vomiti miei cederà il loco.

[407] A torto dunque si dicono adoperate la prima volta all’assedio di Wachtendonk nel 1588. L’ambasciadore veneto Andrea Gussoni scrive che «il duca Cosmo di Toscana si diletta di fuochi artifiziali, e ha modo di fare una palla di così grande artifizio, che uscita dal pezzo, si fa rompere ove l’uomo vuole, o vicino a trenta braccia d’uscita, o a mezza strada: e dove dà ed è volta, fa grandissima mortalità di gente».

L’Archivio mediceo, filza 45, contiene originale questa lettera di Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico (ap. Gaye):

«_Rex Siciliæ, magnifice vir, amice mi carissime_,

«Avendo noi presentito che in lo arsenale de questa Signoria è un capomastro, nominato mastro Joanni, lo quale noviter ha trovato certa natura de navili, quali chiama _arbatrocti_, che teneno bumbarde supra quali tirano preta de CCL libbre, ne è stato piacere intendere la invenzione, ed havevamo assai de caro vederne l’effecto. Pertanto vi pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Joanni quale monstrarà lo modo di taglio de dicti navilii ad questi nostri, acciò che ne possiamo o ad lui o ad li nostri far costruere uno per satisfatione dell’animo nostro, che de ciò ne farete piacere etc. etc.

_Datum in civitate Calvi_, XIII _jan._ 1488.

_Rex Ferdinandus._ _Joannes Pontanus._

[408] _Relazioni d’ambasciadori veneti_. Firenze, serie II, vol. II, p. 135.

[409] Negli _Statuti de’ pittori fiorentini_ verso il 1400, rubrica LXXXIX, si legge: — Conciosiacosa che socto l’armadure da cavagli di cuojo o di ferro gli uomini si difendino e fidino le loro persone a vita, e di fuori della città di Firenze sieno portati, e portansi alla città di Firenze armadure di cuojo debili e vili e falsamente facte, sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona e la vita: stabilito e ordinato è che larmadure da cavallo di cuojo si faccino e far si debbino di cojame di bue, di vaccha, di toro o di bufalo, come di consuetudine nella città di Firenze sopradetta, o non di niun altro cuojo, ovvero d’altre bestie o dalcuna altra bestia. E che niuno dipintore o alcunaltra persona dell’arte predetta, o niunaltra persona possa, ardisca o presuma tenere o far tenere nelle loro botteghe armadure da cavallo facte contro la forma predetta nella città di Firenze o fuori della città di Firenze, nè esse dipingere o far dipingere, nè facte contro la forma predetta raconciare o far aconciare, sotto la pena di lire cinque di f. p. per ogni armadura e tante volte; e l’armadura s’intenda testiera per sè, fiancali per sè, pectorali per sè. E non di meno tali armadure così contro la predetta forma facte, s’ardino e ardere si debbino. La pena dell’ardere abbia luogo nell’armadure facte contro la forma predetta, che si trovassero nelle botteghe e appresso alcuno dipintore e alcun’altra persona della detta arte».

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. In particolare il testo in greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.