Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 47

Chapter 473,283 wordsPublic domain

[328] Non è ben dimostrato che il De Sade trovasse il vero intorno a questa Laura. Vedi _L’illustre châtelaine des environs de Vaucluse, e la Laure de Pétrarque par_ HYACINTHE D’OLIVIER-VITALIS. Parigi 1843. Anche Salvatore Betti sostiene ch’ella fosse la nobilissima Laura Des Beaux Adhémar di Cavaillon, figlia del signore di Vaucluse, nata in riva alla Sorga, e morta fanciulla di consunzione il 1348.

«Le trenta vite del cantore di Laura ce ne lasciano bramare una degna di lui», scriveva il Bettinelli quasi un secolo fa, e possiamo ripeter noi.

[329]

Perchè a me troppo ed _a se stessa_ piacque. La rividi più bella e meno _altera_.

[330]

Con lei foss’io da che si parte il sole, E non ci vedess’altri che le stelle.... Solo una notte, e mai non fosse l’alba, E non si trasformasse in verda selva Per uscirmi di braccia.... Pigmalïon, quanto lodar ti dèi Dell’immagine tua, se mille volte N’avesti quel ch’io sol una vorrei.

E _De contemptu mundi_, dial. III: _Nullis mota precibus, nullis victa blanditiis, muliebrem tenuit decorem, et adversus suam simul et meam ætatem, adversus multa et varia quæ adamantinum flectere licet spiritum debuissent, inexpugnabilis et firma permansit._

[331] _De vita solitaria; De remediis utriusque fortunæ_.

[332] _Seniles_, 3. 6.

[333] _Apol. contra Galli calumnias._ È in ripicchio d’un anonimo che avea confutato la lettera ove egli persuadeva Urbano V a ritornare la sede pontifizia in Roma, dicendogli ogni male della Francia.

[334] _Opera_, pag. 170. ediz. di Basilea.

[335] Rathery, nella Memoria premiata dall’Accademia nel 1852 intorno all’_Influenza dell’Italia sulle lettere francesi_, vorrebbe nel Roman de la Rose riconoscere l’influenza di Dante, ch’e’ suppone amico di Giovanni de Meun.

[336] _Audio, quo nil possem tristius, nihilque indignantius audire, quosdam cardinales ibi esse qui murmurent se Benvense vinum in Italia non habere_. Opera, pag. 845.

[337] Di lui scrive nelle _Epist. famil._, VII. 13: _Reges terræ bellum literis indixerunt; aurum, credo, et gemmas atramentis inquinare metuunt, animum ignorantiæ cæcum ac sordidum habere non metuunt. Unde illud regale dedecus? videre plebem doctam, regesque asinos coronatos licet (sic enim eos vocat romani cujusdam imperatoris epistola ad Francorum regem). Tu ergo hac ætate vir maxime, et cui ad regnum nihil præter nomen regium desit... meliora omnia de te spero._

E nell’_Epist. metr._ lib. III:

_Maximus ille virûm quos suspicit itala tellus,_ _Ille, inquam, aeriæ parent cui protinus Alpes,_ _Cui pater Apenninus erat, cui ditia rura_ _Rex Padus ingenti spumans intersecat amne,_ _Atque coronatos altis in turribus angues_ _Obstupet..._ _Adriaci quem stagna maris, thyrrenaque late_ _Æquora permetuunt, quem transalpina verentur,_ _Seu cupiunt sibi regna ducem, qui crimina duris_ _Nexibus illaqueat, legumque coercet habenis,_ _Justitiaque regit populos, quique aurea fessæ_ _Tertius Hesperiæ melioris secla metalli_ _Et Mediolani romanas contulit artes,_ _Parcere subjectis et debellare superbos._

Alla nascita d’un figlio di Barnabò cantava:

_Te Padus expectat dominum, quem flumina regem_ _Nostra vocant, te purpureo Ticinus amictu...._ _Tu quoque tranquillo votivum pectore natum_ _Suscipe, magne parens, et per vestigia gentis_ _Ire doce, generisque sequi monumenta vetusti._ _Inveniet puer iste domi calcaria laudum_ _Plurima, magnanimos proavos imitetur avosque,_ _Mirarique patrem docili condiscat ab ævo._

[338] Dodici vestiti di scarlatto erano delle case Forni, Trinci, Capizucchi, Caffarelli, Cancellieri, Coccini, Rossi, Papazucchi, Paparesi, Altieri, Leni, Astalti; sei di verde, delle case Savelli, Conti, Orsini, Annibaldi, Paparesi, Montanari.

[339] _Incubui unice ad notitiam antiquitatis, quoniam mihi semper ætas ista displicuit._ Ep. ad posteros.

[340] _Auctor venatus fuit ubique quidquid faciebat ad suum propositum_. BENVENUTO DA IMOLA al XIV del _Purgatorio_.

[341] Il Petrarca narra che Dante fu ripreso da Can Grande, qual uomo meno urbano e men cortese che non gli istrioni medesimi e i buffoni della sua Corte. _Memorab._, II. Avendogli Can Grande domandato: — Perchè mi piace più quel buffone che non te, cotanto lodato?» n’ebbe in risposta: — Non ti maraviglieresti se ricordassi che la somiglianza di costumi stringe gli animi in amicizia».

[342] _Sonetto_ 25. II. — Nella prefazione alle _Epistole famigliari_ dice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. Nella VIII di esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (_cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet_), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». Nella XIII delle Senili: _Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim_. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nella XI delle _Famigliari_ modestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (_Difesa di Dante_, VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257: _Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante_. Trionfo d’Amore, IV: _Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo_.

[343] Si confronti la descrizione della sera. DANTE, _Purg._, VIII: — Era l’ora che volge il desìo e intenerisce il cuore dei naviganti il dì che dissero addio ai cari amici; e che punge d’amore il nuovo pellegrino se ode squilla da lontano che sembri piangere il giorno che si muore». PETRARCA: — Poichè il sole si nasconde, i naviganti gettan le membra in qualche chiusa valle sul duro legno o sotto l’aspre gòmone. Ma perchè il sole s’attuffi in mezzo l’onde, e lasci Spagna e Granata e Marocco dietro le spalle, e gli uomini e le donne e ’l mondo e gli animali acquetino i loro mali, pure io non pongo fine al mio ostinato affanno».

[344] Eppure la parola _melanconia_ nè una volta si trova nei suoi versi.

[345] Indicò chiaramente gli antipodi e il centro di gravità della terra; fece argute osservazioni sul volo degli uccelli, sulla scintillazione delle stelle, sull’arco baleno, sui vapori che formansi nella combustione (_Inf._, XIII. 40. XIV. III; _Purg._, II. 14. XV. 16; _Par._, II, 35. XII. 10), sull’origine delle meteore acquose (_Ben sai come nell’aer si raccoglie Quell’umido vapor che in acqua riede Tosto che sale dove freddo il coglie_), e sulla teoria de’ venti (_il vento Impetuoso per gli avversi ardori_), sul rapporto fra l’evaporazione del mare e le correnti de’ fiumi (_In fin là, ’ve si rende (l’Arno) per ristoro, Di quel che il ciel della marina asciuga, Ond’hanno i fiumi ciò che va con loro_). Prima di Newton assegnò alla luna la causa del flusso e riflusso (_E come ’l volger del ciel della luna, Copre e discopre i lidi senza posa_. _Par._, XVI). Prima di Galileo attribuì il maturar delle frutte alla luce che fa esalare l’ossigeno (_Guarda il color del Sol che si fa vino Giunto all’umor che dalla vite cola_. _Purg._, XXV). Prima di Linneo e dei viventi dedusse la classificazione dei vegetali dagli organi sessuali, e asserì nascer da seme le piante anche microscopiche e criptogame (_Ch’ogn’erba si conosce per lo seme._ Ivi, XVI; _Quando alcuna pianta Senza seme palese vi s’appiglia_. Ivi, XXVIII). Sa che alla luce i fiori aprono i petali e scoprono gli stami e i pistilli per fecondare i germi (_Quali î fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Si_ drizzan _tutti_ aperti _in loro stelo. Inf._, II); e che i succhi circolano nelle piante (_Come d’un tizzo verde ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme E cigola per vento che va via_. Ivi, XIII). Prima di Leibniz notò il principio della ragion sufficiente (_Intra duo cibi distanti e moventi D’un modo, prima si morria di fame Che liber uom l’un si recasse a’ denti_. _Par._, IV). Prima di Boussingault e Liebig assegnò le rimutazioni della materia (_Il ramo Rende_ alla terra _tutte le sue spoglie_). Prima di Bacone pose l’esperienza per fonte del sapere (_Da questa istanzia può deliberarti Esperienza, se giammai la provi, Ch’esser suol fonte a’ rivi di vostr’arti_. Ivi, II). Anzi l’attrazione universale vi è adombrata, cantando — Questi ordini di su tutti rimirano, E di giù vincon sì che verso Dio Tutti tirati sono e tutti tirano» (_Par._, XXVIII). Indica pure la circolazione del sangue, dicendo in una canzone: — Il sangue che per le vene disperso Correndo fugge verso Lo cor che il chiama, ond’io rimango bianco». Il che più circostanziatamente esprime Cecco d’Ascoli nell’_Acerba_:

Nasce dal cuore ciascuna arteria E l’arteria sempre dov’è vena; Per l’una al core lo sangue si mena, Per l’altra vien lo spirito dal core; Il sangue pian si move con quiete.

[346] Oltre l’argomento dedotto dal suo silenzio, vedi la confusione che ne fa nel IV dell’_Inferno_; altrove nomina come autore di _altissime prose_ Tito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio; nel _Par._, VI. 49, fa venire in Italia gli Arabi con Annibale, ecc.; nel _Convivio_ confessa che stentava a capire Cicerone e Boezio.

[347] Per esempio, Cino da Pistoja scrive degli occhi della sua donna:

Poichè veder voi stessi non potete, Vedete in altri almen quel che voi siete;

e il Petrarca:

Luci beate e liete, Se non che il veder voi stesse v’è tolto: Ma quante volte a me vi rivolgete, Conoscete in altrui quel che voi siete.

Cino ha un sonetto:

Mille dubbj in un dì, mille querele Al tribunal dell’alta imperatrice, ecc.

ove figura che egli ed Amore piatiscano avanti alla Ragione, e infine questa conchiude:

A sì gran piato Convien più tempo a dar sentenza vera.

Petrarca riproduce quest’invenzione nella canzone _Quell’antico mio dolce empio signore_, ove dopo il dibattimento la Ragione sentenzia:

Piacemi aver vostre quistioni udite, Ma più tempo bisogna a tanta lite.

Confronti del Petrarca coi Provenzali fece il Galvani nelle _Osservazioni sulla poesia de’ trovadori_. E vedi il _Paradosso_ del Pietropoli.

[348] Però il Bembo, quel gran petrarchista che ognun sa, confessa aver letti per oltre quaranta volte i due primi sonetti del Canzoniere senza intenderli appieno, nè avere incontrato ancora chi gl’intendesse, per quelle contraddizioni che pajono essere in loro; _Lettera a Felice Trofimo_, lib. VI. E Ugo Foscolo, grande studioso del Petrarca, interrogato sul senso della strofa famosa _Voi cui natura_, ecc., la spiega con un _Se non m’inganno_ (Epistolario, vol. III. 46). Fin ad ora si disputò sul senso del verso

Mille piacer non vagliono un tormento

e dell’altro

Che alzando il dito colla morte scherza.

[349] Gli aneddoti che si raccontano in contrario, e l’asserzione del Petrarca parmi non si possano riferire che a’ versi amorosi, od altri men conosciuti, che sono di forma affatto moderna e di concetto semplice.

[350] Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale la _gloriosa colonna_ a cui s’appoggia nostra speranza, e il vento angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e il lauro a cui coltivare adopera _vomer di penna con sospir di fuoco;_ e la nebbia di sdegni che _rallenta le stanche sarte della nave sua, fatte d’error con ignoranza attorto_: e i ravvicinamenti fra cose disparate, come fra sè e l’aquila, la cui _vista incontro al Sol pur si difende_; e il dolore che lo fa _d’uom vivo un verde lauro_. Nel che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo che _sceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea_; e il _vecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera_, confronta a sè _che cerca la forma vera di Laura_.

[351] Alessandro Velutello nel 1525 fu il primo che distribuì il Petrarca in rime avanti la morte, dopo la morte di madonna Laura, e rime varie.

[352] Un’elevata definizione della poesia leggiamo pure nel Boccaccio (_Genealogia degli Dei_, lib. XIV, c. 7): _Poesis, quam negligentes abjiciunt et ignari, est fervor quidam exquisite inveniendi atque discendi seu scribendi quod inveneris, qui ex sinu Dei procedens, paucis mentibus, ut arbitror, in creatione conceditur. Ex quo, quoniam mirabilis est, rarissimi semper fuere poetæ. Hujus enim fervoris sublimes sunt effectus ut puta mentem in desiderium dicendi compellere, peregrinas et inauditas inventiones excogitare, meditatas ordine certo component ornare compositum inusitato quodam verborum atque sententiarum contextu, velamento fabuloso atque decenti veritatem contegere_.

[353] La Divina Commedia a La Harpe parve _une rapsodie informe_, a Voltaire _une amplification stupidement barbare_. Ebbe essa ventuna edizione nel secolo XV, quarantadue nel XVI, quattro nel XVII, trentasei nel XVIII, più di cencinquanta nella prima metà del nostro; diciannove traduzioni latine, trentacinque francesi, venti inglesi, altrettante tedesche, due spagnuole; cencinquantacinque illustrazioni di disegni o pitture. Vedi COLOMB DE BATINES, _Bibliografia dantesca_.

[354] Nota varietà di giudizj. Il padre Cesari, proclamato pedante, ristampando i _Fioretti_ (Verona 1822) levò le uscite alla antica, mettendovi le moderne «per togliere agli schifiltosi ogni cagione di mordere e sprezzare questa lingua del Trecento; e così cammineranno senza incespicare». Sebastiano Ciampi, ristampando il vulgarizzamento d’Albertano Giudice (Firenze 1833), conserva non che le cadenze, fin tutti gli sbagli del manuscritto, e ne fa per rogito notarile attestare l’identità.

[355] Come tale è considerato dal TEMPESTI, _Disc. sulla storia letteraria pisana_.

[356] Altre letterate italiane, oltre la Pisani e la Nina sicula, nomineremo le fabbrianesi Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga, Livia di Chiavello, Elisabetta Trebani d’Ascoli, Giustina Levi Perotti, che indirizzò sonetti al Petrarca; la Selvaggia, cantata da Cino di Pistoja; Giovanna Bianchetti bolognese, che sapeva di greco, latino, tedesco, boemo, polacco, italiano, e di scienze filosofiche e legali.

[357] F. VILLANI nella sua vita; _Filocopo_, v. 377.

[358] Dal _Dolopathos_ il Boccaccio dedusse le novelle, 2ª della giornata IX, 4ª della giornata VII, 8ª della giornata VIII. Contano dieci delle sue novelle, tratte dai trovadori.

[359] Vedi _Sonetto_ 192, 121. 87. E nella _Canzone_ x:

Pace tranquilla senza alcun affanno, Simile a quella che nel cielo eterna Move dal loro innamorato riso

cioè degli occhi; e che da questi move

un dolce lume Che mi mostra la via che al ciel conduce. _Canz._ IX.

E più disteso nel _Trionfo della Morte_:

Più di mille fïate ira dipinse Il volto mio, ch’amor ardeva il core; Ma voglia in me, ragion giammai non vinse. Poi, se vinto te vidi dal dolore, Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente, Salvando la tua vita e il nostro onore... S’al mondo tu piacesti agli occhi miei, Questo mi tacio: pur quel dolce nodo Mi piacque assai che intorno al core avei... Fur quasi eguali in noi fiamme amorose, Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco; Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

[360] Però anche Laura fu veduta da Petrarca il giovedì santo; Beatrice da Dante nel luogo dove si cantava le lodi della regina di gloria; ser Onesto bolognese s’innamorò il giovedì santo; il Firenzuola in chiesa l’Ognissanti; e nella _Flamenca_ Guglielmo di Nevers s’invaghisce vedendo a messa la figlia del conte di Nemours. Tali coincidenze non hanno significazione?

[361] Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma, tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo per l’arte quanto pericoloso pel costume.

Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo inno _alle Grazie_ raccontando l’origine del Decamerone:

Gioì procace Dioneo, sperando Di sedur, coll’esempio della ninfa, La ritrosa fanciulla, e pregò tutti Allor d’aita, e i satiri canuti E quante invide ninfe eran da’ balli E dagli amori escluse: e quei maligni Di scherzi e d’antri e d’imenei furtivi Ridissero novelle, ed ei ridendo Vago le scrisse, e le rendea più care: Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libro Dettato dagli Dei, ma sventurata Quella fanciulla che mai tocchi il libro! Tosto smarrite del pudor natìo Avrà le rose; nè il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

[362] Petrarca designa così il tempo del suo innamoramento:

Era il giorno che al sol si scoloraro Per la pietà del suo fattore i rai, Quand’io fui preso...

Boccaccio nel _Filocopo_: — Avvenne un giorno, la cui prima ora Saturno aveva signoreggiata, essendo già Febo co’ suoi cavalli al sedicesimo grado del celestial montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io della presente opera componitore mi trovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che, per deificarsi, sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata... e già essendo la quarta ora del giorno sopra l’oriental orizzonte passata, apparve agli occhi miei l’ammirabile bellezza della prefata giovane». Cioè la domenica di Pasqua 8 aprile, in San Lorenzo di Napoli.

[363] Nel _Filostrato_ forma sin un’ottava intera con versi di Dante:

Quali i fioretti dal notturno gelo Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca, Tutti s’apron diritti in loro stelo; Cotal si fe di sua virtude stanca Troilo allora, e riguardando il cielo Incominciò come persona franca, ecc.

[364] Cioè _acervo_, mucchio di grano.

[365] Me ne appello ai primi pretesi versi, _si digito callemus et aure_:

Novellamente, Francesco, parlai Coll’onestade; Ed a preghiera di molte altre donne Mi lamentai con lei, e dissi Ch’erano molti, ch’avean scritti libri, Costumi ornati d’uom, ma non di donna. Sicch’io pregava lei Che per amor di sè, E per amor di questa sua compagnia, Ch’à nome cortesia; Ed anco per vestir l’altre donne con meco Di quello onesto manto, ch’ella hae seco, E ch’ella porge a quelle che voglion camminare Per la via de’ costumi, degnasse di parlare Con questa donna, che si appella Industria; E seco insieme trovassono uno modo Che l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza, Parlasse alquanto di questa materia, E ’l suo parlare si trovasse in scritto.

Rimase inedito fin al 1815.

[366]

O man leggiadra, ove il mio bene alberga... O bella e bianca mano, o man soave...

[367] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, lib. XIV.

[368] BENVENUTO DA IMOLA al cap. VIII del _Purgatorio_.

[369] Al principio del XII secolo Avignone era sottomessa ai conti di Tolosa, di Provenza, di Forcalquier; della qual divisione profittando i cittadini, di buon’ora se ne emanciparono, e si unirono col vescovo. Nel 1154 già si davano statuti e forma comunale sotto la presidenza del vescovo Gaufredo, e si conserva quella carta, donde appare l’amichevole cooperazione dei poteri. Sussisteva però ancora il visconte, subordinato al conte di Provenza, ma restò vinto, e cessò verso il 1190. Allora Avignone prosperò grandemente, costruì sul Rodano un ponte lungo un quarto di lega, eppure gli abitanti erano esenti da ogni tassa o gabella.

Il governo consolare era composto:

1º di due o quattro e fin otto consoli che univano l’amministrazione, la giurisdizione, il comando militare;

2º di un giudice annuo;

3º di un consiglio della città composto di nobili, di borghesi e del vescovo che rappresentava la città e dava la direzione degli affari;

4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.

Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles; annuo, straniero e intitolato _Dominus_.

[370] _Storie fiorentine_, lib. II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini; Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi quindici. Siamo appoggiati a CRISTOPHE, _Hist. de la papauté pendant le xiv siècle_, tom. II. l. VI: e vedansi pure HURTER, _Quadro delle istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo_; ANDRÉ, _Monarchie pontificale au_ XIV _siècle_; Antiq. M. Æ., V. diss. 60.

Vedi pure GREGOROVIUS, _Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vom_ V _bis zum_ XVI _Jahrhundert_. Stuttgard 1859.

[371] _De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur_. Così il Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.