Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 44

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[184] La dimostrazione di fatto può vedersi in GALVANI, _Sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua._ Milano 1845, pag. 124 seg. E vedasi il Manzoni.

[185] Non credo cantato il poema, bensì le poesie amorose, alcune delle quali supremamente soavi, come questa:

Quantunque volte, lasso, mi rimembra Ch’io non debbo giammai Veder la donna ond’io vo sì dolente, Tanto dolore intorno al cor mi assembra La dolorosa mente, Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?

[186] _Karolensis ponatur in igne ut accendatur; et sic totus calidus et accensus ab igne imprimatur in facie illius vel illorum qui karolensem pro minori quantitate dederint vel expenderint._ Decreto dei 1268.

[187] _Capitoli del regno di Napoli_, novembre 1275.

[188] NICOLA BUSCEMI, _Vita di Giovanni da Procida_, 1841. — Michele Amari (_Un periodo della storia siciliana_, Palermo 1842) sfronda l’alloro che la storia e la poesia attribuirono a Giovanni da Procida e a Ruggero di Loría, ch’e’ chiama _stranieri_ perchè della terraferma. Molti lo confutarono.

[189] Ap. RAYNALD., ad 1267, § 4.

[190] Adottò questa tradizione Dante, _Inf._, XX:

Carlo venne in Italia, e per ammenda Vittima fe di Corradino, e poi Ripinse al ciel Tommaso per ammenda.

Avrebbe forse san Tommaso alluso alla tirannia di Carlo nel libro _De regimine principum_?

[191] Negli atti di quella pace, riferiti dal Ghirardacci, lib. VIII, si trovano distinte le famiglie delle due fazioni.

[192] _Tractabat... ut totum imperium in quatuor divideretur partes; in regnum Alemaniæ, quod dabatur posteris Rodulphi in perpetuum; in regnum viennense, quod dabatur in dotem uxori Caroli Martelli, filiæ dicti Rodulphi: de Italia vero, præter regnum Siciliæ, duo regna fiebant, unum in Lombardia, aliud in Tuscia._ PTOLOMEI LUCENSIS, Hist. eccl. — _Adnisus est ut cognatos suos eveheret, et alterum in Etruria, alterum in Longobardia reges faceret, quoniam Rodulphus imperator, rebus germanis impeditus, in Italiam non veniebat. Verum civitates Italiæ imperatori adhærentes contrastabant, et misso locumtenente per Rodulphum in Italiam, consilia pontificis frustrata sunt._ ABBAS USPERGENSIS, Chron.

[193] «Passò in Sicilia con circa ducento tra galee e vascelli armati, tra’ quali furon molti Veneziani, e tra quelli diversi suoi regj e vassalli, messer Marco Badoer e messer Jacomo Tiepolo Scopolo, il qual condusse seco gran compagnia, nella qual si fu anco messer Lorenzo Tiepolo suo parente e mio cugino». MARIN SANUTO il vecchio.

[194] Allora vi si cantava questa canzone:

Deh! com’egli è gran pietate Delle donne di Messina, Veggendole scapigliate Portar pietre e calcina. Iddio dia briga e travaglio A chi Messina vuol guastare.

[195] Giovan Villani vorrebbe che il duello si fosse giurato al cospetto del papa. Al contrario, Martino IV nella sua bolla dice: _Duellum reprobamus, irritamus, ac penitus vacuamus, cum non sit omnino ab Ecclesia tollerandum_.

[196] E tali s’affatica a mostrarli il Giannone, che, scandolezzato dal vedere un papa italiano frenare il venturiero tiranno francese, ammonisce i re «di guardarsi molto bene a commettere la cura ed il governo de’ loro Stati ad altri che a se stessi ed a’ loro più fedeli ministri». L’hanno imparata tal lezione.

[197] — Re Jacobo con parte de’ suoi cavalieri e altra gente si partì di Sicilia, e andò a Roma ove era la Corte, e fu a parlamento con il pontefice. Il pontefice fra le altre cose li disse, che l’avea raso senza bagnarlo; nè senza causa li disse queste parole, perchè l’armata costava al pontefice ogni giorno miladucento onze d’oro, ed era stato detto re Jacobo in quel viaggio e spedizione circa un anno e mezzo». MARIN SANUTO.

[198] _Calath al-Bellut_, castello delle querce. E di simile radice molti nomi sorvivono in Sicilia.

[199] Della vita di quei baroni ci è saggio la storia di Macalda di Scaletta. Vedova di un Guglielmo d’Amico, esigliato al tempo degli Svevi, era andata profuga in abito di frate Minore, stette a Napoli, a Messina, e da Carlo d’Angiò ricuperò i beni confiscati al marito. Sposatasi ad Alaimo di Lentini, uno dei più fervorosi nel Vespro, tradì i Francesi che a lei, come beneficata da Carlo, rifuggivano in Catania, della qual città suo marito fu fatto governatore. Quand’egli andò alla guerra di Messina, essa ne tenne le veci; e sui quarant’anni, pure ancor bella, generosa nel donare, vestiva piastre e maglie; e con una mazza d’argento alla mano, emulava i cavalieri ne’ cimenti guerreschi. Di sua onestà chi bene disse, chi ogni male. Aspirò agli amori di re Pietro, lo accompagnò, gli chiese ricovero; ma egli non volle comprenderla, di che essa pensò vendicarsi.

Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell’infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioje. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l’amenità del luogo: Costanza fu a visitarla, e n’ebbe accoglienze sgarbate; offrì di levare al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, male in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l’aveano domandato compagno e non re.

Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno dei Francesi, anzi procurarne il ritorno in Sicilia. Se il facesse nol sappiamo; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors’anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti: Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi finì la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. V. _Cronaca catalana_, cap. XCVI; DE NEOCASTRO, SPECIALE; D’ESCLOT ecc.

[200] GREGORIO, _Considerazioni sulla storia della Sicilia_. Palermo 1807.

[201] Frà Jacopone da Todi gli scriveva una canzone per mostrargli quanto corresse pericolo l’anima sua nel papato:

Che farai, Pier di Morone? Se’ venuto al paragone; Vederemo il lavorato Che in cella hai contemplato; Se il mondo è di te ingannato, Seguirà maledizione..... Se l’ufficio ti diletta Nulla è più malsania infetta; Bene è vita maledetta Perder Dio per tal boccone. Grande ebb’io per te cordoglio Lor ti uscio di bocca _Voglio_, Se t’hai posto giogo in coglio Da temer tua dannazione... Grande è la tua dignitate, Non minor la tempestate, E grande è la vanitate Che averai in tua magione.... Da persone prebendate Guardati, sempre affamate.... Guardati da barattiere Che il ner bianco fa vedere. Se non ti sai ben schermire Canterai mala canzone.

[202] Da Anagni erano stati i papi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV; e ne provenivano le cinque illustri case romane Ceccano, Toscanella, Frangipane, Collemedio, Annibaldesca; cui s’erano aggiunte quelle di Segni e de’ Gaetani.

[203]

Vidi l’ombra di colui Che fece per viltate il gran rifiuto _Inf._, III.

V’ha chi nega che alluda a papa Celestino, ma non si accordano su altri. In ben altro senso il Petrarca (_De vita solitaria_, lib. II. c. 18) esalta Celestino, «il quale depose il gravissimo carico del papato con quella alacrità che altri avrebbe mostrata trovandosi sciolto improvvisamente da nemiche catene. Magnanimo fatto del santissimo solitario... Ho udito dire da chi era presente all’uscir suo dal concistoro in cui avea deposto il gran peso, che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell’angelico. Nè a torto; chè sapeva il valore di ciò che recuperava, nè ignorava quel che perdeva».

Saviissimo giudizio ne reca Clemente V nella bolla di sua santificazione: — Uomo di stupenda semplicità, inesperto de’ negozj che concernono il reggimento della Chiesa universale, attesochè dalla puerizia sino alla vecchiaja aveva applicato l’animo non alle cose di quaggiù ma alle divine, prudentemente rivolgendo in se stesso l’occhio dell’intima sua attenzione, liberamente e appieno rinunziò agli onori e agli oneri del papato, perchè all’universa Chiesa non derivasse pericolo dal suo reggimento, e perchè, deposte le turbanti cure di Marta, potesse starsene con Maddalena ai piedi di Gesù, nella pace della contemplazione».

Gli accordi e le promesse con cui Bonifazio VIII avrebbe comprato la tiara da Carlo d’Angiò, asseriti da scrittori posteriori, più che dal silenzio de’ contemporanei, sono smentiti dall’interesse che Carlo aveva d’allontanare Bonifazio dal papato. Da poi i Colonna scrissero fieramente contro di lui, dichiarandolo eletto illegalmente, ma solo fondandosi sull’invalidità della rinunzia di Celestino: se egli avesse compra la tiara colla simonia di cui Dante lo infama, l’avrebbero taciuto questi accaniti suoi avversarj?

[204] Il giubileo fu rinnovato dopo cinquant’anni da Clemente VI; e Matteo Villani narra essersi veduta a Roma una fiera perpetua, e un milione ducentomila persone, talchè mancarono i viveri; e il danaro raccolto si occupò parte a vantaggi della Chiesa, parte a ricovrare dai tiranni le città di Romagna. Urbano VI ridusse l’intervallo a trentatrè anni, quanti ne visse Gesù Cristo; poi Paolo II a venticinque, come restò.

Si attribuisce a Bonifazio VIII l’avere introdotto la doppia corona per la tiara papale: eppure sei statue che si conoscono, alzategli da vivo o poco dopo morto, recano la corona semplice; e tale pure l’hanno quelle di Benedetto XI suo successore. Suggero scriveva di Innocenzo II: «Impongono al suo capo un frigio ornamento a foggia di elmo, adorno d’un aureo cerchio». La triplice compare nella statua che il Manno orefice bolognese fece di Bonifazio VIII, poi in quelle di Urbano VI.

[205] PETRARCA, _Ep._, pag. 4-15.

[206] _Alter oculus Florentiæ._ BENVENUTO DA IMOLA al X dell’_Inferno_.

[207] LEONARDO ARETINO, v. 57.

[208] _Vulgare Eloquio_. — E in un congedo:

O montanina mia canzon, tu vai; Forse vedrai Fiorenza, la mia terra Che fuor di sè mi serra Vuota d’amore e nuda di pietate; Se dentro v’entri, va dicendo, — Omai Non vi può fare il mio signor più guerra.

[209] Quest’ignominia era stata subìta dal suo compagno di pena, il padre del Petrarca, dispensato però dalla mitera al capo; e la riformagione del 10 febbrajo 1308 stanzia _quod præfatus ser Petraccolus, facta de eo oblatione secundum modum prædictum, intelligatur esse et sit perpetuo exemptus, liberatus et totaliter absolutus._

[210] Di queste profonde convinzioni sì energicamente espresse dà prova continua nel poema; e nel _Convivio_, a proposito d’una proposizione filosofica, dice: — Col coltello, non con argomenti convien rispondere a chi così parla».

[211]

Digli che il buon col buon non prende guerra Prima che co’ malvagi vincer prove: Digli ch’è folle chi non si rimuove, Per tema di vergogna, da follìa. _Canzone_.

[212] _Par._, XVI. Baldo d’Aguglione e Morubaldini da Signa erano quelli che proferirono la sentenza capitale contro Dante.

[213] Lettera a Guido Novello da Polenta, che i Veneziani però vorrebbero apocrifa.

[214] Però Dante faceva espressa riserva degli statuti particolari: _Advertendum sane quod cum dicitur humanum genus posse regi per unum principem, non sic intelligendum est, ut ab illo uno prodire possint municipia et leges municipales. Habent namque nationes, regna et civitates inter se proprietates, quas legibus differentibus regulari oportet. _De monarchia_._ Sono le eccezioni, colle quali il buon senso ovvia le illazioni che mostrerebbero erroneo il posato principio.

[215] Vedi l’_Appendice_ VIII.

[216] Non l’Orgagna, come si dice volgarmente. Vedi GAYE, _Carteggio_, II. V. La cattedra di spiegar Dante durò lungo tempo: nel 1412 la Signoria pagava otto fiorini il mese a Giovanni di Malpaghini ravennate, il quale aveva lungo tempo commentato Dante, e che ancora lo spiegava ogni domenica; sei anni dopo, adempiva tale uffizio Giovanni Gherardi da Pistoja, con sei fiorini il mese; alquanto più tardi, gli successe Francesco Filelfo.

[217] La conferma datagli da Bonifazio respira grave orgoglio: _Fecit Deus duo luminaria magna; luminare majus, ut præesset diei, luminare minus ut præesset nocti. Hæc duo luminaria fecit Deus ad literam, sicut dicitur in Genesi: et nihilominus spiritualiter intellecta fecit luminaria prædicta, scilicet solem, idest ecclesiasticam potestatem, et lunam, hoc est temporalem et imperialem ut regeret universum. Et sicut luna nullum lumen habet nisi quod recipit a sole, sic nec aliqua terrena potestas aliquid habet nisi quod recipit ab ecclesiastica potestate. Licet autem ita communiter consueverit intelligi, nos autem accipimus hic imperatorem, solem qui est futurus, hoc est regem Romanorum, qui promovendus est imperator, qui est sol, sicut monarcha, qui habet omnes illuminare et spiritualem potestatem defendere, quia ipse est datus et missus in laudem bonorum et in vindictam malefactorum.... Unde hæc nota et scripta sunt, quod vicarius Jesu Christi et successor Petri potestatem imperii a Græcis transtulit in Germanos, ut ipsi Germani, idest septem principes, quatuor laici et tres clerici, possint eligere regem Romanorum, qui est promovendus in imperatorem et monarcham omnium regum et principum terrenorum. Nec insurgat hic superbia gallicana, quæ dicit quod non recognoscit superiorem. Mentiuntur: quia de jure sunt et esse debent sub rege romano et imperatore. Et nescimus unde hoc habuerint vel adinvenerint, quia constat quod Christiani subditi fuerunt monarchis ecclesiæ romanæ, et esse debent... Et attendant hic Germani, quia, sicut translatum est imperium ab aliis in ipsos, sic Christi vicarium successor Petri habet potestatem transferendi imperium a Germanis in alios quoscumque, si vellet, et hoc sine juris injuria.... Electus in regem Romanorum, prius fuit in nubilo arrogantiæ, etenim non fuit devotus ad nos et ecclesiam istam sicut debuit. Nunc aute mexhibet se devotum et promptum ad facienda omnia quæ volumus nos et fratres nostri et ecclesia ista... Si autem ipse vellet contrarium facere, non posset; quia nos non habemus alas nec manus ligatas, nec pedes compeditos, quia bene possumus eum reprimere et quemcumque alium principem terrenum_.

[218] Perfino il Sismondi, accannito contro Bonifazio, dice: — Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero e indipendente... I popoli dovrebbero desiderare che i sovrani dispotici riconoscessero al dissopra di loro un potere venuto dal cielo, che li fermasse sulla strada del delitto». _St. delle repubbliche ital._, cap. 24.

[219] Tanto vien rimproverata a Bonifazio questa bolla; eppure non conteneva che il preciso senso del canone 44 del concilio IV di Laterano, e la dottrina generalmente accettata nel diritto canonico d’allora. Lo dimostra ad evidenza Philipps nel _Diritto ecclesiastico_, vol. III. lib. I. § 130.

[220] L’anno seguente in concistoro dichiarò, non intendeva arrogarsi la giurisdizione del re, ma che questo è sottoposto al papa in quanto al peccato.

[221] _Petrus_ (la Flotte) _literam nostram falsavit, seu falsa de ea confixit_. Preuves du différend etc. pag. 77. Ma la lettera di Filippo pare autentica.

[222] Si pretende che Bonifazio mandasse al famoso Guido di Montefeltro, che stanco delle avventure s’era messo frate, e l’esortasse a capitanare l’impresa contro Palestrina. Egli si scusò; ma instando il papa perchè almeno gli sovvenisse di consigli, rispose temeva per l’anima sua. Il papa l’assolse, ed esso gli suggerì di promettere e non mantenere. Dante vi allude in quel verso «Lungo prometter con attender corto».

Tutte le cronache attestano la penitenza di Guido, il suo ritiro dal mondo e la santa fine. E davvero valeva egli la pena che si facesse uscir di monastero un frate per farsi suggerire uno spediente così comune?

[223] Il Ferreto racconta che morì rabbioso, dando del capo per le pareti, rodendo il bastone, soffocandosi. Sismondi neppur gli domanda donde trasse queste particolarità; e perchè al suo cadavere, trovato intatto dopo 302 anni, non apparisse il minimo segno di lesione.

Il processo di Bonifazio narra che morì tranquillo nel palazzo Vaticano; e il cardinale Stefaneschi che v’assisteva, scrive:

_Lecto prostratus anhelus_ _Procubuit, fassusque fidem, curamque professus_ _Romanæ ecclesiæ, Christo tunc redditur almus_ _Spiritus, et sævi nescit jam judicis iram,_ _Sed mitem placidamque patris, ceu credere fas est._

Vedansi JO. RUBEI, _Bonifacius VIII_. Roma 1651. Da Dante, dal Ferreto, dagli storici, e principalmente dal Sismondi lo difesero il _Dublin Review_, anno 1842, e il cassinese padre Tosti nella _Storia di Bonifazio VIII_, 1847. Benvenuto da Imola, commentando Dante, lo chiama _magnanimo peccatore_; e magnanimo è il titolo datogli da sant’Antonino e da Giovanni Villani; _meraviglia del mondo_ lo dice Petrarca. Con cristiana imparzialità il Rainaldo, continuatore del Baronio, conchiuse così il giudizio intorno ad esso pontefice: _Super ipsum itaque Bonifacium, qui reges et pontifices ac religiosos, clerumque ac populum horrende tremere fecerat, repente timor et tremor et dolor una die irruerunt, ut ejus exemplo discant superiores prælati non superbe dominari in clero et populo, sed forma facti gregis, curam subditorum gerant, priusque appetant amari quam timeri._

L’opera capitale intorno a quel papa sono sempre le _Prove_, cioè gli atti pubblici, editi da Pietro Dupuy. Nel 1526 Alessandro bolognese viaggiava da quelle parti, e vedendo Anagni deserta e in ruina, domandò la ragione: — La prigionia di Bonifazio (rispose un de’ pochi abitanti); da quell’ora guerre, peste, fazioni peggiorarono sempre più la città».

[224] _Tacita mente conciperet intra magnam Italiam apud Longibardos sedem apostolicam sibi statuere, ut et in posterum ibidem esset forte mansura_. FERRETO, lib. III. p. 1012.

[225] L’Istituto di Francia nel 1858 premiava una memoria di M. Rabanis, _Clément V et Philippe le Bel_, ove, spogliando i giornali di Bertrando de Goth che quell’anno era in visita della sua diocesi, e quelli di re Filippo, convince che certamente essi non s’incontrarono nè a Saint-Jean-d’Angely nè altrove. E con altri argomenti prova quel che già il buon senso presumeva, l’impossibilità di quell’accordo.

[226] Clemente V «fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per moneta in sua corte si vendea; e fu lussurioso, che palese si diceva che tenea per amica la contessa Palagorgo, bellissima donna, figliuola del conte di Fos. E lasciò i suoi nepoti e suo lignaggio con grandissimo e innumerabile tesoro; e dissesi che vivendo il detto papa, essendo morto un suo nepote cardinale cui elli molto amava, costrinse uno grande maestro di nigromanzia che sapesse che fosse dell’anima del nipote. Il detto maestro, fatta sua arte, un cappellano del papa molto sicuro fece portare alle demonia allo inferno, e mostrogli visibilmente un palazzo dentrovi un letto di fuoco ardente, nel quale era l’anima del detto suo nepote morto, dicendoli che per la sua simonia era così giudicato. E vidde nella visione fatto un altro palazzo allo incontro, il quale li fu detto si facea per papa Clemente; e così rapportò il detto cappellano al papa, il quale mai poi non fu allegro e poco vivette appresso». VILLANI.

[227] VILLANI; e Dante, _Purg._, XX:

Veggio il nuovo Pilato sì crudele Che ciò nol sazia, ma senza decreto Porta nel tempio le cupide vele.

Sui Templari e il loro processo in Toscana ragionò ripetutamente alla Accademia Lucchese monsignor Telesforo Bini, com’è a vedersi negli atti di quella del 1838 e del 1845. Appare di là come fossero numerose le loro case in Toscana. Vero è che il papa nel 1307 scriveva agli arcivescovi di Pisa, Ravenna ed altri che assumessero informazione sui Templari, ma non che s’adunasse per ciò un concilio a Pisa, come asserì il Tronci, dal 20 settembre al 23 ottobre 1308; e il processo fu fatto in Firenze e in Lucca da frà Giovanni arcivescovo di Pisa, Antonio vescovo di Firenze, Pietro de’ Giudici di Roma canonico di Verona pei Templari di Lombardia e Toscana: que’ commissarj nel 1312 ne diedero al papa un ragguaglio, che conservasi nella Vaticana, legalizzato da nodaro e testimonj. Il papa aveva trasmesso cenventiquattro e più articoli sui quali esaminarli: e gl’inquisiti erano cinque a Firenze, uno a Lucca. Appare che furono esaminati senza le torture usate in Francia, non perchè i tribunali ecclesiastici non le usassero, chè anzi in quel processo parlasi delle deposizioni di sette altri fratelli di minor conto, che non pareano attendibili, _licet, debito modo servato, eosdem exposuerimus coactionibus et tormentis_. Inoltre essi non doveano temere che, confessando, andrebbero al rogo, siccome in Francia, atteso che qui li giudicava un tribunale ecclesiastico, le cui pene erano il pentimento e la ritrattazione. In fatto a Ravenna furono assolti, come non rei delle colpe imputate (RUBEIS, _Storia di Ravenna_, lib. VI). È dunque più attendibile la loro deposizione, che giurano aver fatta _non odio vel amore, parte, pretio vel timore, sed pro veritate tantum_.

Le accuse numerosissime possono ridursi a sei capi: 1º che rinegassero la fede, bestemiassero Cristo, Maria, i Santi, conculcassero e deturpassero la croce; 2º che consacrando non proferissero le parole sacramentali, e il maestro, sebben laico, assolvesse i peccati; 3º adorassero la testa di Bafomet, e si cingessero con cingoli, benedetti dal suo contatto; 4º usassero fra loro baci indecenti; 5º peccassero contro natura; 6º tutto facessero clandestinamente, giurando di estender l’Ordine con qualsifosse modo.

Le accuse, alcune sono ammesse generalmente; altre solo da alcuni, o per casi o persone speciali, o sol come d’udita, o come d’uso di là dal mare; sopratutto convengono quanto alla gelosissima secretezza dei capitoli e alla bestemmia miscredente.

Dopo ciò parrebbe che, se gli scellerati processi fatti loro in Francia spinsero a crederli innocenti e vittime dell’avidità di Filippo il Bello, la calma con cui procedette la Chiesa, i processi fatti regolarmente in Italia come in altri paesi, nel volger di molti anni, senza violenze, lascino supporre che molti de’ Templari fossero rei, e che col re di Francia mal si metta a fascio Clemente V, il quale, col sopprimer l’Ordine _non de jure sed per viam provisionis_, salvò individui innocenti, e ne sottrasse i beni dalla principesca avidità, applicandoli alla difesa di Terrasanta.

Parmi che i documenti uniti a quel discorso, e da cui il Bini raccolse il nome di ben centosette Templari, aggiungano gran luce a questo punto storico, molto dibattuto dal Raynouard in poi.