Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 43
Essi Annali (p. 140) dicono: _Tous les architectes de ce célèbre édifice sont connus, depuis le premier jusqu’au dernier. Dès la seconde année des travaux, Philippe Bonaventure de Paris devenait maître de l’œuvre, et conservait la maîtrise pendant huit ans, jusqu’à ce que des événements politiques (l’expédition du comte d’Armagnac) le fissent exiler de l’Italie, ainsi que les autres Français qui travaillaient sous sa direction_. Asserzioni gratuite. Nel 1390 diffatti è un protocollo _quod cassetur magister Nicolaus de Bonaventis_ (forse è abbreviato) _inzign. a salario quod sibi datur pro fabr. et tollatur ab opere ipsius fab. penitus_; e torna ingegnere in capo Simone da Orsenigo. Molti Tedeschi vi lavorarono certo, quali Giovanni de Fernach, Giovanni da Furimburg, Pietro di Franz, Hans Marchestein, Ulrico Fusingen o Eisingen di Ulma.
Quando rivaleva il gusto classico, Cesare Cesariano pretese riscontrare i precetti di Vitruvio in quella _maxima sacra ede baricefala_; nella quale, a dir suo, ricorrono i numeri simbolici 7, 10, 12; cinquanta piedi da un pilone all’altro dell’arcata; cinquanta si elevano le colonne, metà le navi piccole, il triplo la facciata; e tutto l’edifizio è tre volte la larghezza totale; sette finestre ha il coro, e due volte sette colonne fiancheggiano le navate.
[122] V’è scritto:
_Cosmas et filii Lucas, et Jacobus alter,_ _Romani cives in marmoris arte periti,_ _Hoc opus explerunt abatis tempore Landi._
Lando fu abate nel 1235.
[123] Sono qualificate di turrita Pavia, Volterra, Cremona, Siena, principalmente Bologna. Vedi GOZZADINI, _Delle torri gentilizie di Bologna_.
[124] In Santa Restituta, attigua al duomo di Napoli, mostrano la Madonna del Principio a musaico, come fatto ai tempi di Costantino. Ma l’iscrizione smentisce la tradizione, dicendo:
_Annis dat clerus jam instaurator partenopensis_ _Mille tricentenis undenis bisque retensis._
E ancor più difficilmente vi si legge: _Hoc opus fecit Lellus_. Ivi nella cappella di San Giovanni in Fonte sono pitture del 550.
[125] Il Rosini dubita dell’autore o del tempo, atteso che sieno troppo rozze: egli non vide quelle di Monreale.
[126]
_Quicquid auro vel argento_ _Et metallis ceteris,_ _Quicquid lignis ex diversis_ _Et marmore candido,_ _Nullus unquam sic peritus_ _In tantis operibus._ _Horologium nocturnum_ _Nullus ante viderat,_ _Et invenit argumentum,_ _Et primum fundaverat._
Si avverta la rima alla francese, cioè come se l’accento cadesse sempre sull’ultima sillaba.
[127] Al tempo del Meschinello contenea milletrecento perle, quattrocento granate, novanta ametiste, trecento zaffiri, trecento smeraldi, quindici balasci, quattro topazj, due cammei preziosissimi, incastonati in oro.
[128]
_Munere divino, decus et laus sit Peregrino_ _Talia qui sculpsit; opus ejus ubique refulsit._
[129] Per quelle opere riceveva soldi otto al giorno; il suo figlio Giovanni quattro; sei gli altri allievi.
[130] La cronologia di queste opere è emendata dal Rosini, _St. della pittura italiana esposta coi monumenti_, Pisa 1840 e seg., e dal p. Marchesi. Vedi pure DAVIA, _Mem. storico-artistiche intorno all’arca di San Domenico_. Bologna 1838.
[131] Il Davia trovò il documento originale, con cui i frati Minori nel 1288 ne danno la commissione a questi, per ducati 2150 d’oro.
[132] Egidio Boucher nel 1612 vedeva quelle pitture ad Aquisgrana, e vi lesse questi versi:
_A patriæ nido rapuit me tertius Otto_.... _Claret Aquisgranæ tua qua valeat manus arte._
E nel suo epitafio:
_Qua probat arte manus dat Aquis dat cernere planum_ _Picta domus Karoli rara sub axe poli._
[133] In Napoli vedeasi Federico II in trono, e Pier delle Vigne in cattedra, e lor davanti il popolo che chiedeva giustizia con questi versi:
_Cæsar amor legum, Federice piissime regum,_ _Causarum telas, nostras resolve querelas:_
e Federico additando Pietro, rispondeva:
_Pro vestra lite censorem juris adite._ _Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:_
e a Pietro usciva di bocca:
_Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen._
Le pitture di Subiaco si sa dalle cronache che furono fatte sotto i papi Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, cioè dal 1198 al 1241. Ora vi si legge _magister Consulus pinxit hoc opus_. Sarebbe dunque un pittore antichissimo, romano probabilmente di nazione come di nome; e se tutte son di sua mano, mostrerebbero che già staccavasi dalla secchezza de’ Bisantini.
[134] La repubblica di Perugia nel 1297 ordinò di cancellare tali ritratti. Altre volte si effigiavano i condannati: nel bando di Federico II contro Verona il 1239 è detto che i ribelli erano ritratti nella sala. Altre pitture si ordinarono nella sala della Ragione di Padova.
[135] L’Escalopier fece nel 1843 a Parigi una nuova edizione di quest’opera, attentamente collazionata e con versione francese e note: esso la crede d’autore tedesco. Guichard vi unì una dissertazione sull’autore, ch’e’ collocherebbe tra il fine del XII e il principiare del XIII secolo. Vedasi i capi _De coloribus et de arte colorandi vetra_, e _De rubricandis ostiis et de oleo lini_. Poi in quello _De coloribus oleo et gummi terendis_ scrive: _Omnia genera colorum eodem genere olei teri et poni possunt in opere ligneo, in his tantum rebus quæ sole siccari possunt, quia, quotiescumque unum colorem imposueris, alterum ei superponere non potes, nisi prior exsiccetur, quod in imaginibus diuturnum et tædiosum nimis est. Si autem volueris opus tuum festinare, sume gummi quod exit de arbore ceraso vel pruno, et concidens illud minutatim, pone in vas fictile, et aquam abundanter infunde, et pone ad solem, sive super carbones in hieme, donec gummi liquefiat, et ligno rotundo diligenter commisce; deinde cola per pannum, et inde tere colores et impone. Omnes colores et misturæ eorum hoc gummi teri et poni possunt, præter minium et cerussam et carmin, qui cum claro ovi terendi et ponendi sunt_.
[136] Giovanni pisano in Sant’Andrea di Pistoja scrisse:
_Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;_
a Pisa:
_Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,_ _Qui dedit has puras homini formare figuras;_
a Castel San Pietro presso Pisa:
_Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;_
a San Paolo fuor delle mura:
_Summe Deus, tibi hic abbas Bartholomæus_ _Fecit opus fieri, sibi te dignare mereri._
Duccio di Buoninsegna sotto la tavola del duomo di Siena pose:
_Mater sancta Dei, sis causa senis requiei._ _Sis Ducio vita te quia pinxit ita._
Gelasio di Nicolò a Ferrara:
_Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede._
Sotto al quadro di Guido da Siena nella sua patria leggerebbero:
_Me Guido de Senis diebus pinxit amœnis_ _Quem Christus lenis nullis velit agere pænis_ _Anno D._ MCCXXI.
Ma la critica obbliga a leggere MCCLXXXI.
[137] BISCIONI, _Lettere di santi e beati fiorentini_.
[138] Il signor Raynouard (_Choix des poésies originales des Troubadours_) la sostiene: ma i medesimi accidenti incontransi nel valacco, ben distinto dal romanzo. Il Perticari si valse degli argomenti stessi per umiliare Firenze col derivare il parlar nostro dal provenzale.
[139] Pier d’Alvernia, presso MILLOT, _Storia de’ Trovadori_. Una raccolta di poeti provenzali nella biblioteca di Modena, fatta fin dal 1254, porta quest’annotazione: «Maestro Ferrari fu da Ferrara e giullare; e s’intendeva meglio di trovare ossia poetar provenzale, che altro uomo che fosse mai in Lombardia; e meglio intendeva la lingua provenzale, e sapea molto bene di lettere, e nello scrivere non aveva persona che il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli. Cortese uomo fu di sua persona; andò e volentieri servì a baronie cavalieri, ed a’ suoi tempi stette nella casa d’Este; e quando accadeva che i marchesi facessero festa e corte, vi concorrevano i giullari che s’intendevano di lingua provenzale, e convenivano a lui, e il chiamavano maestro. E se alcuno ci venìa che s’intendesse meglio degli altri, e che facessero quistioni del trovar suo e d’altri, maestro Ferrari gli rispondeva all’improvviso, in maniera ch’egli era il primo campione della corte del marchese d’Este. Da giovane attese ad una donna che avea nome madonna Turca, e per lei fece di molte buone cose. Venuto vecchio, poco andava attorno, pure si conduceva a Trevigi, a messer Gerardo da Camino ed a’ suoi figliuoli, che gli facean grand’onore e accoglienze e regali».
[140] Vedi il nostro _Ezelino da Romano, storia d’un Ghibellino esumata da un Guelfo_.
[141] Ecco qualche strofa della Barca:
_De quatre element ha Dio lo mont formà,_ _Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà._ _Stelas e planetas fey de fuoc,_ _L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc._ _L’ayga produy li oysel e li peyson,_ _La terra li jument e li om fellon._ _La terra es lo plus vil de li quatre element,_ _De la cal fo fayt Adam paire de tota gent._ _O fang, o polver, or te ensuperbis!_ _O vaysel de miseria, or te enorgolhis!_ _Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),_ _La fin te mostrare que tu aures obrà._
V. RAYNOUARD, t. II. p. 103. Ma dell’età di quelle molto si dubita.
[142] TIRABOSCHI, IV. 51; e il nostro Cap. XC, nota 20.
[143]
_Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,_ _Non vacat omnimoda nobilitate genus._ _Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,_ _Sed probitas vera nobilitate viget._
[144] Il padre Spotorno lo difende mostrando che i passi insulsi vi furono interpolati.
[145] «Questa presente opera è stata impressa per Antonio de Alexandria della Paglia, Bartholomeo de Fossombrono de la Marcha, et marchesino di Salvioni milanese, nella inclita città, di Venexia, negli anni del incarnatione MCCCCLXXXI». A correzione del Crescimbeni e del Tiraboschi vedi _Il Maurolico_, giornale di Messina, nel novembre 1833.
[146]
_Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferire_ _Carmina_... CALPURNIO, Ecl. IV.
_Dumque rudem præbente modum tibicine thusco_ _Ludius æquatam ter pede pulsat humum._ OVIDIO, Ars. am.
[147]
_Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc._ _Ego nolo Florus esse etc._
e così il notissimo epigramma:
_Animula, vagula, blandula._
Orazio, tutto greca umanità, chiama orrido il verso saturnio; ma confessa che, malgrado de’ grecanici, si conservava ancora al suo tempo:
_Horridus ille_ _Defluxit numerus saturnius, et grave virus_ _Munditiæ pepulere; sed in longum tamen ævum_ _Manserunt, _hodieque manent_ vestigia ruris._ Ep. I. lib. 2.
[148] Ovidio amava cominciare col dattilo, Virgilio collo spondeo; Claudiano gli alterna, e per lo più il primo piede è dattilo, spondeo il quarto. La cesura nel secolo d’oro trovasi dopo il secondo piede; Claudiano la mette dopo il primo e dopo il terzo. Al tempo della decadenza si volle sempre terminato il verso con un bisillabo.
[149] San Paolino d’Aquileja prega il lettore a perdonargli _cum aut per incuriam brevem pro longa, aut longam pro brevi_ trovasse; e Fortunato di Valdobbiadene:
_Posthabui leges, ferulas et munia metri;_ _Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisque_ _Altera in alterius dubia statione locetur._
[150] Ne occorrono in questo volume frequenti esempj. — Nel Fabretti leggiamo quest’epitafio:
_Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,_ _Utraque et hoc titulo nomina significo._ _Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;_ _Hoc titulo tegor, debita persolui._ _Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,_ _Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis._
[151] Omero: Ἒσπετε νῦν, μοῦσαι, ὀλύμπια δόματ’ ἔχουσαι.
Spessissime sono le rime ne’ Greci, e massime nell’_Edipo a Colono_ e nelle Trachinie di Sofocle.
Orazio: _Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,_ _Et quocumque volent animum auditoris agunto._ Virgilio: _Cornua velatarum obvertimus antennarum._ Ovidio: _Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas._ Properzio: _Non non humani sunt partus talia dona;_ _Ista deûm mentes non peperere bona._
Si sarebbe infiniti a volerli addur tutti; ma non isfugga che la prima ode d’Orazio è quasi tutta rimata colle rime imperfette. Son pure notissimi i quattro versi di Virgilio:
_Sic quos non vobis fertis aratra boves_ etc.;
e questi di Ennio presso Cicerone, _Tuscul._:
_Hæc omnia vidi inflammari,_ _Priamo vitam evitari,_ _Jovis aram sanguine turpari._
[152] Così san Colombano:
_Differentibus vitam mors incerta surripit;_ _Omnes superbos vagos mœror mortis corripit._
[153] In un antifonario bencorense, del VII od VIII secolo, il Muratori trovava questi versi di rima perfetta:
_Vere regalis aula — variis gemmis ornata,_ _Gregisque Christi caula — Patre summo servata._
Pier Damiani nel 1053 ne usava di perfette ed imperfette:
_Ave David fil_ia — _sancta mundo n_ata, _Virgo prudens, sobr_ia — Joseph despons_ata. _Ad salutem omn_ium — _in exemplum d_ata _Supernorum civ_ium — _consors jam prob_ata.
E altrove:
_O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictu_ _Ne devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu._
[154] Frà Jacopone da Todi compose quinarj sdruccioli:
_Cur mundus militat sub vana gloria,_ _Cujus prosperitas est transitoria?_ _Tam cito labitur ejus præsentia,_ _Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc._
[155]
_Dulce et decorum est pro patria mori,_ _Jam satis terræ nivis atque diræ..._ _Ibis liburnis inter alta navium..._ Orazio.
_Phaselus ille quem videtis, hospites..._ Catullo.
[156]
La partenza che fo dolorosa E penosa — più ch’altra m’ancide, Per mia fide — a voi dà bel diporto.
[157] È nell’Allacci, _Poeti antichi_, dove n’ha pure due di Cecco Nuccoli da Perugia, con tre terzetti.
[158] Prima di lui abbiamo l’ottava in Tibaldo conte di Champagne presso PASQUIER, _Recherches de la France_, Parigi 1617. Anche fra gli Arabi se ne trova.
[159]
Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano, D’ le cortesie de desco ne disette primano; D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a desco Frà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.
Dello stesso Buonvicino il codice Nº 92 della biblioteca Ambrosiana contiene una _disputatio Roxe et Viole_, che comincia:
In nome de Dio grande e de Bonaventura, Chilò (_qui_) si da comenzo a una legenda pura De gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia cura D’imprender ste parole de dolze nudridura.
Altri versi suoi cantano la _dignitade de la glorioxa vergine Maria_:
Quella viola olente, quella roxa fioria, Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia, Quella è nostra advocata, nostra speranza e via, Quella è piena de gratia, piena de cortexia... Quella è salut del mondo, vaxello de deitade, Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade, Vergen sopra la vergen, soprana per beltade, Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.
Se ne hanno pure varie leggende, di san Cristoforo, di santa Lucia, dello schiavo Dalmasina. Quest’ultima comincia:
Intendete, signori, sel vi piace ascoltare D’uno bello sermone eo ve vollio cuntare; Se voi ponete mente, ben ve porà zovare; Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare. Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare. Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato, E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.
Quest’è il verso martelliano; e in esso fu pur dettata da Boezio di Rinaldo aquitano la storia d’Aquila dal 1252 al 1362. _Rer. It. Scrip._
Non credo potermi valere d’altri poeti derivati dalle disputate carte d’Arborea.
[160] È manoscritto; e vedasi MAFFEI, _Verona illustrata_, par. II. lib. 2.
[161] _Vulg. eloq._, I. 13; _Purg._, XXIV.
[162] L’edizione del 1474 è citata dal MEHUS, _Vita Ambrosii camaldolensis_, pag. 156. L’orrido guazzabuglio del _Patafio_ che gli si attribuisce, è almeno d’un secolo posteriore, come provò il Dal Furia.
[163] _Convivio — De vulgari eloquio — Purg._, XXVI; e l’_Epistola al signor Federigo_, comunemente ascritta al Poliziano, ma da Apostolo Zeno con buone ragioni attribuita a Lorenzo de’ Medici.
[164]
In un boschetto trovai pastorella Più che la stella bella, al mio parere; Capegli avea biondetti e ricciutelli, E gli occhi pien d’amor, cera rosata; Con sua verghetta pasturava agnelli, E scalza, e di rugiada era bagnata; Cantava come fosse innamorata, Era adornata di tutto piacere. D’amor la salutai immantinente, E domandai se avesse compagnia; Ed ella mi rispose dolcemente Che sola sola per lo bosco gìa, E disse: Sappi quando l’augel pia, Allor desìa lo mio cuor drudo avere. Ballata _Era in pensier d’amor_.
Gli esempj degli altri diamo nell’Appendice I.
[165] Buonagiunta scriveva a Guido Guinicelli:
E voi passate ogni uom di sottiglianza Che non si trova già chi ben disponga; Cotanto è scura vostra parlatura.
[166] _Vita nuova._ — Sono i pensieri che espresse nel sonetto, il più bello fra gli amorosi che abbia la nostra favella, me lo perdoni il Petrarca:
Tanto gentile e tanto onesta pare La donna mia, quand’ella altrui saluta, Che ogni lingua divien tremando muta, E gli occhi non ardiscon di guardare. Ella sen va, sentendosi lodare, Benignamente d’umiltà vestuta, E par che sia una cosa venuta Di cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, Che dà per gli occhi una dolcezza al core, Che intender non la può chi non la prova; E par che dalle sue labbia si mova Uno spirto soave pien d’amore, Che va dicendo all’anima, Sospira.
[167]
Ma quel che più ti graverà le spalle, Sarà la compagnia malvagia e scempia, Con la qual tu cadrai in questa valle:
e altrove per avverso:
Cader coi buoni è pur di laude degno.
[168] _Primus sensus est qui habetur per literam; alius qui habetur per significata per literam. Et primus dicitur literalis, secundus vero allegoricus, sive moralis. Est subjectum totius operis, literaliter tantum accepti, status animorum post mortem simpliciter sumptus; nam de illo et circa illum totius operis versatur processus. Si vero accipiatur opus allegorice, subjectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem justitia praemiandi et puniendi obnoxius est. Finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miseriæ, et perducere ad statum felicitatis._ Lettera a Can Grande.
[169] Jacopo suo figlio nel commento inedito.
[170] Le particolarità che il fanno tanto somigliare a Dante, potrebbero essere state aggiunte dal traduttore italiano, dopo conosciuta la Divina Commedia. Nella _Revue des Deux Mondes_, 1º 7bre 1842, si enumerano moltissime visioni dell’altro mondo che precedettero quella di Dante. Meglio Ozanam, nel _Correspondant_ del 1843, espose _les sources poétiques de la Divine Comédie_. Tra i moltissimi confronti ch’egli reca, è particolare questo d’una Saga scandinava: _Catervatim ibant illi ad Plutonis arcem, et gestabant onera e plumbo. Homines vidi illos qui multos pecunia et vita spoliarunt; pectora raptim pervadebant viris istis validi venenati dracones_ (Solar-Liod, 63, 64). Eccovi la città di Dite, le cappe di piombo degli ipocriti, e quel che è più particolare, i serpenti che inseguono i masnadieri. — Nell’_Alphabetum thibetanum_ il padre Giorgi pubblicò un’immagine dell’inferno secondo gl’indiani, che ha strana somiglianza con quel di Dante (tav. II. p. 487). L’inferno del Corano suppone sette porte, che conducono ciascuna ad un particolare supplizio.
[171]
Pensando a capo chino Perdei il gran cammino, E tenni alla traversa D’una selva diversa... Io v’era sì invescato, Che già da nullo lato Poteva mover passo. Così fui giunto lasso E messo in mala parte; Ma Ovidio per arte Mi diede maestria, Sì ch’io trovai tal via. _Tesoretto_.
[172] GEREMIA, cap. V. vers. 6: _Percussit eos _leo_ de silva; _lupus_ ad vesperam vastavit eos; _pardus_ vigilans super civitates eorum: omnis qui egressus fuerit ex eis, capietur, quia multiplicatæ sunt prævaricationes eorum, confortatæ sunt aversiones eorum_.
[173] E’ dice esplicitamente che Bice è un 9, cioè un miracolo cui radice è la santissima Trinità.
[174] Sono cento canti in 14,230 versi, ripartiti in modo, che la prima cantica è appena superata di trenta dalla seconda, e di ventiquattro dalla terza. E a chi il supponesse caso, risponde il poeta:
Ma perchè piene son tutte le carte Ordite a questa cantica seconda, Non mi lascia più ir lo _fren dell’arte_.
[175] In Ricardo da San Vittore, _de præparatione ad contemplationem_, la famiglia di Giacobbe raffigura quella delle facoltà umane; Rachele e Lia, l’intelletto e la volontà; Giuseppe e Beniamino figli della prima, la scienza e la contemplazione, operazioni principali dell’intelletto; Rachele muore nel partorir Beniamino, come l’intelligenza umana svanisce nell’estasi della contemplazione.
[176]
Chiede consiglio da persona Che vede, e vuol dirittamente, ed ama.
[177]
Io mi son un, che quando Amore spira, noto, e in quel modo Ch’ei detta dentro, vo significando.
[178]
La contingenza, che fuor dal quaderno Della vostra memoria non si stende, Tutta è dipinta nel cospetto eterno. Necessità però quindi non prende Se non come dal viso in che si specchia, Nave che per corrente giù discende.
[179] Nella dedica a Can della Scala vuole che il titolo dell’opera sua sia _Incipit Comœdia Dantis Alighierii, florentini natione non moribus_. E soggiunge: — Io chiamo l’opera mia Commedia, perchè scritta in umile modo, e per aver usato il parlar vulgare, in cui comunicano i loro sensi anche le donnicciuole». Ov’è a sapere che, nel _Vulgare eloquio_, distingue tre stili, tragedia, commedia, elegia.
[180] Il Boccaccio in un sonetto dice:
Dante Alighieri son, Minerva oscura D’intelligenza e d’arte.
[181] L’anonimo commentatore ha: — Io scrittore udii dire a Dante che mai rima nol trasse a dire quello che aveva in suo proposito, ma ch’elli molte e spesse volte faceva li vocaboli dire nelle sue rime altro che quello che erano appo gli altri dicitori usati di esprimere». Questa è padronanza di genio, non merito, giacchè per essa dice _Vermo, Giuseppo, gli idolatre, allore, tarde, eresiarche, figliuole_ per figliuolo, _egli stessi, mee, trei, si partine, plaja, strupo, maggi, lodo, preghiero, di butto, robbi_ e _fusi_ e _cola_ e _agosta_ per stupro, maggiori, lode, preghiera, di botto, rossori, fussi, cole, augusta; dice che l’uomo si fa _sego_ per seco e _seguette_ per seguì; ha liberamente finito un verso con _Oh buon principio_, e ai due corrispondenti pone _scipio_ e _concipio_, storpiando questi anzichè modificar quello; e per comodo o di rima o di verso mette _nacqui suo Julo_, e _lome_, e _fazza_, e _Cristo abate del collegio_, e _conti_ i santi, e _cive_ di Roma ecc. Sarà sempre pedanteria suprema il volere che ne’ sommi si ammiri ogni cosa.
[182] Crede la prima lingua creata coll’uomo, ed essere stata l’ebraica. Al contrario, nel _Paradiso_ l’avea creduta d’origine naturale, e che fosse perita. Egli sosteneva che al primo uomo fosser rivelate tutte le scienze:
Tu credi che nel petto, onde la costa Si trasse per formar la bella guancia, Il cui palato tanto al mondo costa, Qualunque alla natura umana lece Aver di lume, tutto fosse infuso. _Par._, XIII.
[183] _Vulg. eloq._, I. 15. Eppure già erano fioriti un Giovanni da Modena, un Anselmo e un Antonio dal Berrettajo ferraresi; e a Reggio diversi della famiglia da Castello, e un Gherardo che corrispose di sonetti con Cino da Pistoja; poi furono ferraresi il Bojardo, l’Ariosto, il Minzoni, il Monti.