Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 38

Chapter 383,612 wordsPublic domain

«Il dì di Natale (dice Matteo Villani, scrivendo quel che ne vide) cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le visitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di Santo Pietro, e di San Giovanni Laterano, e di Santo Paolo fuori di Roma; al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di Cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli Cristiani. Con tanta devozione e umiltà seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte; e i cammini pieni di dì e di notte; e gli alberghi e le case sopra i cammini non erano sufficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri, in gregge e a turme grandissime stavano la notte a campo, stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane, il vino, la biada, ma a prendere i denari. E molte volte avvenne che i romei, volendo seguire il loro cammino, lasciavano i denari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi li togliesse, infino che dello ostelliere venia chi li togliesse. Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e ajutava l’un all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, ajutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni; sicchè secondo il fatto assai furono sicure le strade e cammini tutto quell’anno. La moltitudine de’ Cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma si stima da coloro che erano residenti nella città, che il dì di Natale e ne’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla Pasqua della santa resurrezione, al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaja alle dodici centinaja di migliaja, e poi per l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaja. Ma venendo la state, cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per lo disordinato caldo; ma non sì che, da quanto v’ebbe meno romei, non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaja d’uomini forestieri. Alla visitazione delle tre chiese, le vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piedi e a cavallo, che poco si potea avanzare; e per tanto era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco, chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di San Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta: perchè più volte avvenne che quando due, quando quattro, quando sei, e talora fu che dodici vi si trovarono morti dalla stretta e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì un tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. Sul fine dell’anno vi concorsono più signori e grandi dame e orrevoli uomini, e femmine d’oltre ai monti e lontani paesi, ed eziandio d’Italia; e nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma e non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse senza la indulgenza de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenza».

Lo spossamento causato dalla peste, e la ricchezza prodotta dal giubileo davano animo a Clemente VI di umiliare la rimbaldanzita nobiltà. Bertoldo Orsini e Stefano Colonna, posti a reggere la città, erano stati l’uno lapidato, l’altro vôlto in fuga dalla plebaglia, che chiedeva pane: poi la guerra tra le parti erasi rinfocata; sorsero tiranni nobili e tiranni vulgari, finchè, valendosi de’ concetti non riusciti a Cola Rienzi, erasi messo secondo tribuno del popolo e console augusto Francesco Baroncelli già scrivano del senato, che molti sediziosi mandò al supplizio, e che ben tosto da un’altra sedizione fu trucidato. Allora comparve il cardinale Egidio Albornoz (1353) nobilissimo spagnuolo, che come arcivescovo di Toledo guerreggiando i Mori nella famosa battaglia del Rio Salado, avea guadagnato gli sproni d’oro, e adesso dal papa era mandato a sottomettere la Romagna, «spegner l’eresia, reprimere la licenza, restaurare l’onore del sacerdozio, rialzare la maestà del culto divino, chetare la discordia, porgere soccorso agl’infelici, procurare la salute delle anime, disfare le alleanze ordite contro la Chiesa romana, obbligare gli usurpatori a rendere il mal tolto, e rintegrarne l’autorità colla pace o colla guerra». Tanti erano i mali da riparare, tanta la confidenza del papa nel suo legato. Più che la scarsa masnada e il denaro, lo rendevano potente la dignità, il merito personale, lo scontento dei popoli, ai quali veniva a restituire il buono stato, abbattendo gli Ordelaffi, i Manfredi e gli altri tirannelli, contro cui Clemente VI prima di morire avea lanciato la scomunica. Egli costrinse il prefetto Giovanni di Vico a cedere le città di Viterbo, Orvieto, Trani, Amelia, Narni, Marta, Camino, che aveva occupate, e ne trasse in sè la signoria.

Il popolo allora (1354) lo pregò volesse dargli per rettore Cola Rienzi che seco era venuto, ed egli in fatto lo istituì senatore, perchè colla sua popolarità ravviasse qualche ordine; e Cola, trovato chi gli prestasse, comprò una banda di ducencinquanta cavalieri e ducento fanti Al solito, fu ricevuto con tanto entusiasmo, con quanto sprezzo era stato espulso; i nobili, che lo esecravano, si tennero chiotti, ed egli diede un terribile esempio col cogliere e processare il famoso capo di ventura (29 agosto) frà Moriale. Costui da molti anni desolava l’Italia colla sua banda; e temuto dai popoli, rispettato dai principi, non avrebbe mai creduto che un villano osasse cercare al castigo e all’infamia lui cavaliero, e che gli avea prestato grosse somme. Come conobbe apparecchiarsegli da senno il supplizio, pregò, minacciò, esibì; tutto invano; sicchè contrito, e con tutte le esteriorità di penitente andò alla morte, baciando il ceppo fatale, e dicendo: — Salve, o santa giustizia». Il papa fece sequestrare sessantamila fiorini che costui avea messi a frutto presso mercadanti veneziani, e invece di renderli ai popoli cui gli avea smunti, li versò nel tesoro pontifizio[385].

Cola fu da Innocenzo VI riconosciuto nobile cavaliero; e se avesse profittato della stanchezza de’ Romani, poteva ottenere la gloria ch’è la più bella dopo una rivoluzione, quella di restauratore. Ma egli erasi buttato al mangiare e bevere eccessivo; il terrore che ispirava, lo credette sommessione; dacchè poi esercitava la potenza a nome del papa, cessava di essere il balocco del popolo. Condusse le truppe ad assediare Palestrina, dov’erasi afforzato il giovane Colonna, ma fu costretto distogliersene per manco di denari. Per farne, mise imposte sul sale e sul vino, le quali colmarono lo scontento de’ Romani, che sollevatisi e gridando: — Mora il traditore che ha fatto la gabella», l’assalirono in palazzo. Non credendo gli minacciassero la vita, egli aspettò quella sfuriata in abito senatorio e col gonfalone del popolo in mano; e chiese di parlare: ma preso a sassi e fuoco, cercò trafugarsi, e scoperto (1354 8bre) fu trucidato e appeso alle forche. Così il popolo spezza i proprj idoli: eppure l’altezza del concetto e una certa generosità nell’attuarlo sceverano Cola dai sommovitori ordinarj, e lo lasciano anc’oggi tema di studj, di meditazioni, di simpatie.

Il cardinale Albornoz e Rodolfo di Varano signore di Camerino, comandante all’esercito pontifizio, rimisero il freno a Roma; indi colla dolcezza e colla forza continuarono a sottomettere il patrimonio di san Pietro, il ducato di Spoleto, la marca d’Ancona e l’altre piccole città, in ciascuna delle quali avea fatto nido un tiranno.

CAPITOLO CXI.

Carlo IV. Il cardinale Albornoz. I condottieri italiani. Le arme da fuoco.

I reali di Napoli stavano occupati nella guerra intestina, della quale vedremo appresso la causa e le vicende; il papa trescava in Avignone; l’alito repubblicano s’andava spegnendo, sicchè i tirannelli prevalevano in ogni parte. Fra essi maggioreggiava Giovanni Visconti. Oltre Milano di cui era arcivescovo, quindici grosse città possedeva: Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli, Asti; e lasciando alla cheta svampar l’amore della comunale indipendenza e l’ira delle fazioni, a cose maggiori aspirava.

Taddeo de’ Pepoli, bell’uomo, dottore e cavaliere aurato, umano di costumi, sereno d’aspetto, studioso e degli studiosi amico, liberale e caritatevole, sollecito per gli amici, erasi fatto gridare signor di Bologna (1337); le schede di tutte le corporazioni lo confermarono; il letterato Ferino Gallucci predicò sulla felicità di una repubblica governata da un capo. Colla libertà terminava la grandezza di Bologna, che languì sotto dominj l’uno più stupefacente dell’altro.

I figli di Taddeo secondavano Ettore Duraforte, il quale, col titolo di conte, era stato deputato dal papa a sottomettere i signorotti di Romagna, e v’adoprava le bande mercenarie e tradimenti. Ma avendo arrestato Giovanni Pepoli, Giacomo, costui fratello, prese le armi (1350), e vedendo non potere altrimenti salvar la città, la vendette a Giovanni Visconti. Il popolo gridava: — Noi non volemo esser venduti»; Clemente VI facea mostra di accingersi a ripigliarla: ma le sue bande passavano a servizio del Visconti, che le retribuiva più lautamente. Ricorso ad altre armi, Clemente processò d’eresia costui, intimando rilasciasse Bologna, e scegliesse fra il potere temporale e lo spirituale. Il Visconti fece assistere i legati alla messa, che celebrò colla magnificenza di quel capo di rito; e voltandosi a dare la finale benedizione col pastorale in una, la spada nell’altra mano, disse a quelli: — Riferite al papa che colla spada difenderò il pastorale». E poichè questo insisteva a citarlo in Avignone, vi mandò forieri che accaparrassero abitazioni, e magazzini di fieno e grano per dodicimila cavalieri e seimila fanti: di che sgomentato, il papa gli fece intendere bastargli la buona volontà mostrata; e per raccomandazione e denaro lo ricomunicò (1352 — 5 maggio), e lasciogli per dodici anni Bologna, purchè retribuisse dodicimila fiorini l’anno.

Vi fu posto governatore Giovan d’Oleggio, cherichetto del duomo di Milano, che i Visconti aveano allevato con tanta benevolenza da dargli il proprio nome; e accortissimo politico non men che provveduto capitano, di là menava guerra e intrighi. Lo sorreggevano i signorotti di Romagna, che avendo armi proprie e sapendo esercitarle, se ne valevano sì per proprio conto, sì per guadagnare al soldo altrui; e affine di sottrarsi all’autorità più vicina, attaccavansi al Visconti. Firenze perseverava a sostenere la libertà pericolante, sia prima coll’incorare Bologna, sia ora coll’opporsi al Biscione, che cercava avvolgerla nelle sue spire. Giovan d’Oleggio invase le valli dell’Ombrone e del Bisentino, e favorito dagli Ubaldini di Mugello, dai Pazzi del Valdarno, dagli Albertini di Valdambra, dai Tarlati d’Arezzo, rialzava dappertutto la bandiera ghibellina, tanto più da che i reali di Napoli avean altro a fare che contrastarlo. Però Siena, Perugia, Arezzo s’accomunarono con Firenze in una lega guelfa che resistette generosamente a Giovanni, finchè a Sarzana (1353) fu conchiusa pace[386].

Non meno che le repubbliche, i signori ingelosivano dell’incremento dei Visconti; e quei di Mantova, Ferrara, Verona, Padova, a sollecitazione della signoria di Venezia, fermarono alleanza per reprimerli, e chiesero appoggio all’imperatore Carlo IV. Fingendo prendere a cuore le sorti d’Italia, ma in fatto perchè ricordava che si potea smungerne danaro, diede egli ascolto ai nemici di casa Visconti e ai Fiorentini che lo invitavano; e col consenso di papa Innocenzo VI, al quale avea promesso cassare tutti gli atti di Lodovico il Bavaro, passò le Alpi con alquanti baroni (1354 — 8bre), de’ cui obblighi feudali il più ilare appunto era questa pomposa comparsa in Italia. Ma quali rimasero e amici speranti e nemici paurosi quando il videro giungere a Udine con nulla più che trecento cavalieri, e «traversar l’Italia sopra un ronzino fra gente disarmata, quasi un mercante cui preme d’arrivare alla fiera!» (M. VILLANI).

Strani imperatori codesti! venivano con forza? erano odiati; senza? disprezzati. Pure a questo porporato fantoccio i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammemoravano i diritti imperatorj, Ghibellini e tiranni volontieri faceano capo a lui, invocandolo giudice ne’ litigi. Mentre ambasciadori di tutti i paesi sciorinavangli erudite dicerie, sua maestà baloccavasi a sbucciare col temperino virgulti di salice: mal dissimulò la paura quando i Visconti faceano due o tre volte il giorno sfilare seimila cavalli e diecimila pedoni in armi e ben in arnese davanti al palazzo ove l’aveano accolto ad onoranza. S’intromise di qualche pace: a Giovanni Paleologo marchese di Monferrato confermò la signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino, e d’oltre cento castelli, e il titolo di vicario imperiale: quanto ai diritti, egli non istava a guardare per minuto; chè questi, e il titolo regio e l’imperiale gli piacevano soltanto per avere alcuna cosa da poter farne denari onde abbellire la sua Praga.

A Lucca era stato governatore al tempo di suo padre, e v’avea fabbricato la bellissima fortezza di Monte Carlo, che chiude il territorio verso val di Nievole, fronteggiando i Fiorentini (1355). Ora i Lucchesi sperarono essere da lui rimessi in libertà; ma egli già s’era obbligato con Pisa, che gli avea esibito sessantamila fiorini per le spese di sua coronazione. Venuto a questa città, straziata fra Bergolini e Raspanti, e gridatone sovrano, per sospetto manda al supplizio la casa Gambacurti, che per lui s’era sagrificata: ma poco poi essendosene pentiti i Pisani, egli rinunzia alla sovranità. Altrettanto gli avviene di Siena, la cui oligarchia artigiana v’era stata indotta, come l’altra, dal timore di Firenze.

E Firenze, che dapprima l’avea chiamato, si sgomentò vedendolo farsi capo della nobiltà avversa alle istituzioni cittadine (1355), e lusingare il basso popolo col promettere giustizia. I partigiani dell’imperatore asserivano che i governi municipali s’intendessero costituiti soltanto in sua assenza, e al comparire di lui cessasse ogni autorità, ogni restrizione, come avveniva (diceano) degli antichi imperatori romani. I Guelfi di rimpatto frugavano nell’erudizione la libertà, mostrando che Augusto e Tiberio s’erano mantenuti subordinati al senato e al popolo; mentre tutte le genti erano ad essi tributarie, _essi ai cittadini obbedivano_, la cui autorità li creava. I Comuni toscani, ammessi fra i primi alla romana cittadinanza, traevano di là il diritto a godere della libertà del popolo romano, in nessun modo sottoposta alla libertà dell’impero; e questo popolo medesimo, non da sè, ma la Chiesa per lui, in sussidio de’ fedeli cristiani concedette l’elezione degl’imperatori a sette principi d’Alemagna[387]: e consideravano come peccato il sottomettersi agli imperatori. Pure Firenze credette che poco nocesse il riconoscere la supremazia d’un principe che presto se n’andrebbe, e col denaro risparmiarsi una guerra; laonde giurò vassallaggio a Carlo, purchè egli la assolvesse da tutte le condanne lanciatele da Enrico VII, confermasse le leggi e gli statuti fatti e da farsi; i membri della Signoria fossero vicarj dell’imperatore, e in nome di lui esercitassero la giurisdizione; egli non mettesse piede nè in Firenze nè in altra città murata, ma s’accontentasse di centomila fiorini per riscatto delle regalie, poi di quattromila annui, finchè vivesse. I Guelfi (Matteo Villani ce l’esprime) trovavano obbrobriosa questa soggezione, sebben nominale; il popolo la sentì fra gemiti e singhiozzi; non s’interveniva alle adunanze, non si sonavano campane, e ci volle tutta la erudizione de’ prudenti per mostrare che l’indipendenza della patria non era perduta.

Il Petrarca amava Carlo IV perchè in Avignone avea voluto vedere madonna Laura, e per ammirazione baciarla, mostrato molta riverenza al poeta stesso, e chiestogli la dedica del suo libro _Degli uomini illustri_; esso gli regalò alquante medaglie d’oro e d’argento d’imperatori, dicendogli: — Ecco a chi tu succedi; ecco i modelli che devi seguire. Io conosco i costumi, i titoli, le imprese di costoro; tu se’ obbligato non solo a conoscerle, ma a imitarle». Tutto classiche reminiscenze, il Petrarca desiderava restaurata la dignità d’Augusto e di Costantino, e avea scritto sollecitando Carlo: — Invano all’impazienza mia tu opponi il cangiamento de’ tempi, e lo esageri in lunghe frasi che mi fanno ammirare in te piuttosto l’ingegno di scrittore, che l’animo d’imperatore. Possono forse i mali nostri paragonarsi a quei degli antichi, quando Brenno e Pirro e Annibale sperperavano Italia? Le piaghe mortali che nel bel corpo io veggo dell’Italia, son colpa nostra e non natural cosa. Il mondo è ancora lo stesso, lo stesso il sole, gli stessi gli elementi; soltanto il coraggio diminuì. Ma tu sei eletto ad uffizio glorioso, a togliere le disformità della repubblica, e rendere al mondo l’antica sua forma: allora agli occhi miei sarai Cesare vero, vero imperatore».

Consigliandolo di porsi a capo degli uomini dabbene, gli dava per esempio Cola di Rienzo. — Egli non era re nè console nè patrizio, ma appena conosciuto per cittadino romano; e benchè non distinto da titoli di antenati nè da virtù proprie, osò chiarirsi risarcitore della pubblica libertà. Qual titolo più illustre? La Toscana subito a lui si sottomise; Italia tutta seguì l’esempio; l’Europa, il mondo intero si commosse: e già la giustizia, la buona fede, la sicurezza erano tornate, già ricompariva l’età dell’oro. Aveva egli assunto il titolo più infimo, quel di tribuno; col quale se tanto potè, che non potrebbe il nome di Cesare?» E quando l’udì arrivato, non capiva in sè dalla gioja, e — Che dirò? donde comincierò? Longanimità e pazienza io desiderava nell’aspettanza mia: or comincio a desiderare di ben comprendere tutta la mia felicità, di non essere inferiore a tanta gioja. Più non sei tu il re di Boemia; il re del mondo sei, l’imperator romano, il vero cesare. Tutto ritroverai disposto com’io t’assicurai, il diadema, l’impero, gloria immortale, e la strada del cielo aperta. Io mi glorifico, io trionfo d’averti colle parole mie animato. Noi ti reputiamo italiano; nè importa dove sii nato, ma a quali imprese. E non io solo verrò a riceverti nel calar dall’Alpi, ma meco infinita turba, tutta Italia madre nostra, e Roma capo dell’Italia, ti si fanno incontro cantando con Virgilio: _Venisti tandem, tuaque expectata parenti Vicit iter durum pietas_»[388].

Or bene, questo re glorioso avea dovuto lasciare in pegno a Firenze il proprio diadema, finchè i Senesi glielo riscattarono per mille secentoventi fiorini: avea promesso al papa di non badarsi in Roma più che una sola giornata; onde, essendovi giunto alquanto prima, entrò incognito da pellegrino, tanto per visitarne i monumenti. Splendidissima fu la solennità della coronazione, gareggiando di sfarzo l’arcivescovo di Salisburgo, i duchi di Sassonia, d’Austria, di Baviera, i marchesi di Moravia e Misnia, il conte di Gorizia ed altri, calati coll’imperatore. Il quale, per nulla geloso d’abbassare la dignità imperiale davanti alla pontifizia, addestrò il cavallo del papa insieme con Giovanni Paleologo imperatore d’Oriente, venuto ad abjurare lo scisma; servì da diacono alla messa, ebbe la corona, e il dì medesimo uscì per andarsene. — Fugge senza che alcuno l’insegua (esclamava il disingannato Petrarca); le delizie d’Italia gli fanno ribrezzo; per giustificarsi dice aver giurato di non rimanere che una giornata a Roma: oh giornata d’obbrobrio! oh giuramento deplorabile! il papa, che rinunziò a Roma, non vuole tampoco che altri vi s’indugi!»[389].

I signorotti e le truppe ch’erano venute con esso, si sbandarono da che lo spettacolo fu terminato. A Pisa, di cui nominò cavaliere e vicario Giovanni d’Agnello, volle fare una scelta, coronando il retore fiorentino Zanobio Strada coll’alloro, che non valse a mantenergli la gloria di poeta. Per via, a Siena, dove volea riformare il governo, è assediato in palazzo, poi datigli ventimila fiorini perchè se ne vada: dappertutto lo insultano, ed egli inghiotte; i Visconti gli chiudono le porte in faccia, ed egli inghiotte; a Cremona è tenuto due ore fuor delle mura mentre si esaminava la sua gente, di cui solo un terzo si lasciò entrare e senz’armi; a Soncino altrettanto, e a Bergamo[390]; ed egli inghiotte, consolandosi nel pensare ai tesori che riporta nella sua Boemia. Così giunse bramato dai deboli, temuto dai forti, e partì sprezzato da tutti, sempre più convincendo che queste calate imperiali riuscivano di reciproca ruina.

Allora dalla corona germanica si staccarono e il contado Venesino, venduto da Giovanna di Napoli ai papi, e il Delfinato, ceduto al re di Francia, e la Provenza, che pur essa divenne provincia francese; poi, per raccogliere i centomila fiorini che ciascun elettore pretendeva in pagamento del dare a suo figlio Venceslao il voto per l’impero, egli cedette dominj, città, diritti imperiali, sicchè ben si disse aver lui rovinato la sua casa per ottenere l’impero, poi per ringrandire sua casa rovinato l’impero, dove parve anche, colla sua predilezione per la Boemia, volere far prevalere la stirpe slava alla tedesca.

Eppure forse nessun imperatore potè vantarsi d’avere goduto estesa quanto lui la prerogativa imperiale. Condusse in Germania il celebre Bàrtolo da Sassoferrato, «stella della giurisprudenza, maestro della verità, lanterna del diritto, guida de’ ciechi», e gli conferì l’allora nuovo, poi prodigato titolo di conte palatino[391], e da lui fece compilare la Bolla d’oro (1356), costituzione dell’Impero, dove venivano determinati i diritti sempre perplessi degli elettori, rendendo stabili anche le grandi dignità secolari; e il modo d’eleggere i re e coronarli ad Aquisgrana; oltre molte norme per la pace pubblica e per le diete. Con ciò sodandosi le attribuzioni e il potere degli elettori, restavano impiccioliti gli altri principi di Germania, e stabilita la divisione di questo paese in varj Stati sovrani, nel tempo che gli altri regni d’Europa stringevansi all’unità e all’ereditaria successione; si escludevano i papi dal vicariato che negl’interregni pretendevano, destinandolo al palatino del Reno e all’elettore di Sassonia.