Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 37
I Tredici lo deputarono ad Avignone (1342) per supplicare Clemente VI del ritorno; e Cola Rienzi (così lo chiamavano) parlò francamente al papa, che prima lo sgradì, poi lo fece notaro della Camera apostolica, uffizio lucroso, nel quale esso non usava penne d’oca ma di argento, per significare la nobiltà di quest’uffizio. Ai degeneri nipoti di quelli che aveano udito Gracco e Cicerone, egli parlava delle glorie vetuste; ponea sott’occhio ai signori iscrizioni e simboli atti a stimolare la vanità nazionale[375] e scandagliarne la risolutezza; e fantasticava i diritti del popolo, sempre dietro alle reminiscenze antiche[376]. L’uccisione d’un suo fratello (1344) fatta dai Colonna e rimasta impune finì di rendergli esecrata quell’aristocrazia, non meno corrotta e più prepotente e compatta che l’antica; sicchè pensava ripristinare i tribuni della plebe, ed associando alle classiche le ricordanze di Crescenzio e di Arnaldo, reprimere i baroni non solo, ma anche i pontefici disertori dell’ovile.
Sempre nobile è l’intento di rigenerare la patria; ma quanto è facile il credere che i nomi grandi suppliscano alle grandi cose, e lo scambiare le memorie per speranze! Il popolo romano poi, le cui idee sono, come l’orizzonte della sua città, circoscritte fra i sette colli, dà orecchio volenteroso a chi gli rammemora le grandezze di quelli che considera come suoi avi. I letterati, che allora tornavano leggere in Livio e Sallustio, dilettavansi di riudire gli antichi nomi; e Cola salì in credito come chiunque offre uno specifico in gravissima malattia: poi, côlta un’occasione che i baroni erano fuori, invitò il popolo ad un’adunanza (1347), ove parlerebbe loro del passato e del presente, de’ mali e de’ rimedj. Era uno spettacolo, e perciò fu graditissimo. Cola veglia la notte in chiesa orando; poi sentito tre messe, armato tutto fuorchè la testa, sale al Campidoglio, tra giovani infervorati e tra una pompa di bandiere, pennoni, emblemi, e tutto quel chiassoso tripudio che in niun luogo si sa fare quanto a Roma. Dalla gradinata donde vedeva i luoghi delle arringhe di Cicerone e dei trionfi degli Scipj e de’ Cesari, non ragiona come deve un riformatore, ma declama come sogliono i demagoghi; e preso alla solita illusione che l’idolo della plebe riuscirebbe a reprimerla e ordinarla, legge una riforma del _buono stato_, assicurando agli altri e forse egli stesso persuadendosi che il papa (il cui vicario stavagli a fianco) gli saprebbe grado di sottrar Roma sua dalla tirannide de’ baroni.
I regolamenti di Cola consistevano in garantire i cittadini contro le trapotenze della nobiltà, ordinare milizie urbane in Roma e vascelli sulle coste, assicurare ponti e vie, abbattere le rôcche e gli steccati da cui i baroni minacciavano; giustizia pronta e vita per vita, granaj pel povero, pubblici soccorsi per le vedove e gli orfani, massime di quelli morti combattendo. Invitò ciascun Comune a spedire due sindaci a un generale parlamento; primo esempio d’un’assemblea rappresentativa: sicchè con questo e colla federazione italiana ch’e’ proponeva sotto al senato romano, «il quale non avea perduto se non per forza l’antica supremazia di fare e interpretar leggi», un’êra nuova potevasi aprire all’Italia, posta un’altra volta a capo dell’Europa.
Queste ultime finezze non le intendeva il popolo, bensì la sicurezza, il buon mercato, i sussidj, il ritorno del papa; sicchè in concordia esultante diede a Cola l’incarico (maggio) di attuare quella costituzione col titolo di tribuno, e gli offerse braccia per ridurre ad effetto i consigli. Ed esso s’impadronisce delle porte, intima agli armati d’uscire, e fa impiccare alcuni masnadieri côlti in città.
I Colonna ci si presentano con qualcosa della grandezza de’ patrizj di Roma antica. Vedemmo la persecuzione che contro di loro esercitò Bonifazio VIII, nella quale Stefano, côlto dai satelliti e sdegnando il simulare, rispose: — Sono cittadino romano»; della qual fermezza colpiti, essi il lasciarono libero. Perduta Palestrina e tutti gli altri castelli, a chi gli domandava qual fortezza ancor gli restasse, rispose — Questa» toccando il cuore. I papi succeduti restituirono possessi e dignità a quella casa, che parteggiò con Enrico VII, avversò Lodovico Bavaro, dopo la cui partenza Stefano prevalse agli emuli Orsini; la quale vittoria cantò il Petrarca, protetto da questa famiglia, che egli non rifiniva di lodare. Giovanni, cardinale munificentissimo, era l’anima della corte d’Avignone. Jacopo osò in Roma presentarsi con un pugno di risoluti, ed affiggere la scomunica contro il Bavaro mentre questo vi stava; poi rifuggito ad Avignone, fu fatto vescovo di Lombez. Agapito, e dopo lui Giordano, furono vescovi di Luni, Pietro canonico lateranense, Enrico famoso battagliero.
Contro di questi or sorgeva Cola di Rienzo; e il vecchio Stefano, il quale non sapeva indursi a temere del lepido ciucciaro, dell’imbelle erudito, alle prime stracciò l’intimazione mandatagli d’andarsene di città; ma poi che Cola a suon di martello raccoglieva le compagnie del popolo, n’ebbe assai a potere trafugarsi con un unico servo nella sua Palestrina. Il barone primario di Roma! pensate quanto ne rimasero sgomenti gli altri, che se n’andarono, abbandonando i loro bravacci alla giustizia pronta, inesorabile.
Gli Orsini, altra famiglia antichissima, che diede cinque papi, trenta cardinali, senza numero senatori e capitani, erano stati principalmente cresciuti da Nicola III, e si suddivisero in molti rami, illustri poi a Napoli, in Francia, in Germania. Giordano di Montegiordano e Nicola di Castel Sant’Angelo, per odio ai Colonna, fiancheggiavano il tribuno; lo avversavano Rinaldo e Giordano signori di Marino, Bertoldo signore di Vicovaro.
Ridotta a quiete la città, Cola mandò uscieri alle insolite rôcche dei Colonna, degli Orsini, dei Savelli, citandoli a comparire e giurar la pace; e molti sul Vangelo promisero non molestar le vie, non nuocere al popolo o al tribuno, non ricettare malfattori, e ad ogni richiesta presentarsi colle armi al Campidoglio. Altrettanto dovettero giurare i gentiluomini, i giudici, i notaj, gli artigiani. Giovanni da Vico, signore di Viterbo e prefetto di Roma, fu pur costretto venire ad invocar la grazia di Cola; al quale di voglia o per forza si sottomisero le altre fortezze ond’era seminato il Patrimonio.
Gongolava il buon popolo romano di vedere applicata a tutti la giustizia e il taglione, quantunque arbitrariamente; i corrieri che il tribuno spediva, riferivangli: — Abbiamo portato questa verga per città e foreste; migliaja d’uomini si posero a ginocchio e la baciarono con lacrime, riconoscenti della sicurezza restituita alle strade, e della dispersione degli assassini». I Cristiani, che d’ogni parte d’Europa accorrevano alle soglie degli Apostoli, meravigliavano dell’inusata sicurezza, e reduci in patria, magnificavano la robustezza del tribuno.
La Corte d’Avignone erasi impaurita al vedere estendersi quel moto; ma Cola, «severo e clemente, di libertà, di pace, di giustizia tribuno, della romana repubblica liberatore illustre», le spacciò lettere dove prometteva fedeltà alla santa Sede. Altre ne spedì ai potentati di Francia, di Germania e per tutta Italia; e ai Fiorentini diceva: — Fu dono dello Spirito Santo l’avere avuto misericordia di questa città, sovvertita da malvagi e crudeli reggitori, anzi distruttori, sicchè ne era compressa la giustizia, espulsa la pace, prostrata la libertà, tolta la sicurezza, condannata la carità, oppressa la verità, profanate la misericordia e la devozione; onde non solo gli estranei, ma nè tampoco i cittadini e i provinciali poteano venirvi e starvi in sicurezza, ma dentro e fuori nimicizie, sedizioni, guerre, micidj, rube, incendj. Voi dunque rendete grazie al Salvatore e ai santi Apostoli, e unitevi con noi per esterminare la tirannia de’ ribelli e la peste dei tiranni, e riformare la libertà, la pace, la giustizia in tutta la sacra Italia. Vi preghiamo pure a mandare due sindaci e ambasciadori al parlamento che intendiamo celebrare per salute e pace di tutta Italia; e un giurisperito, che terremo con stipendio nel nostro concistoro».
Del tentativo parve bene a quei molti che pasceansi di rimembranze più che d’opportunità: il Petrarca prese entusiasmo per Cola; ma mentre nella canzone direttagli è tanto sublime quanto sobrio[377], nella lettera al tribuno tesse una prolissa filatera, tutta fiori retorici (come quegli la lodava) e luoghi comuni ed esempj di antichi: — La magnifica tua soscrizione annunzia il ristabilimento della libertà; il che mi consola, mi ricrea, m’incanta..... Le tue lettere corrono per le mani di tutti i prelati, voglionsi leggere, copiare; par che discendano dal cielo o vengano dagli antipodi; appena arriva il corriere, il popolo fa ressa per leggerle, nè mai gli oracoli d’Apollo delfico ebbero tanto diverse interpretazioni. Quel tuo tentativo è sì mirabile, da porti in salvo da ogni rimprovero, e mostrare la grandezza del tuo coraggio e la maestà del popolo romano, senza offendere il rispetto debito al sommo pontefice. E da uomo savio ed eloquente come tu sei il conciliar cose in apparenza cozzanti..... Nulla che indichi basso timore o folle presunzione..... Non si sa se più ammirare le azioni tue o il tuo stile; e dicono che operi come Bruto, parli come Cicerone... Non lasciare la magnanima tua impresa..... Fondamenta eccellenti ponesti, la verità, la pace, la giustizia, la libertà... Com’io mi verso contro chiunque osa mettere dubbj sulla giustizia del tribunato e la sincerità delle tue intenzioni!... A te, unico vindice della libertà, penso la notte, a te il giorno, vegliando e dormendo». Ma fra tante parole non sa dargli altri consigli se non questi: «di ricevere l’eucaristia ogni mattina, prima di mettersi agli affari, lo che sa che egli pratica di già, e l’avrebbero certamente praticato Camillo e Bruto se ai loro tempi ne fosse stato l’uso; e di leggere tutte le volte che può, o farsi leggere, come praticava anche Augusto».
Questa lettera e i versi fecero, sulla parola del Petrarca, ammirare Cola dal mondo letterato; molte città gli si sottoposero, altre il sostennero; Firenze, Siena, Perugia mandarongli forze, le città dell’Umbria deputati, Gaeta diecimila fiorini d’oro; Venezia e Luchino Visconti se gli chiarirono alleati, Giovanna di Napoli onorò i suoi messi, l’imperatore Lodovico non meno: pur non mancavano città che il trattassero da mentecatto, e i Pepoli, gli Estensi, gli Scaligeri, i Gonzaga, i Carrara, gli Ordelaffi, i Malatesta ne faceano canzoni; tanto più il re di Francia.
Parve egli giustificare questi ultimi mostrando più vanità nella testa che vigore nel carattere, col fare seguire ambiziose scede a que’ cominciamenti così leali. Volle circondarsi di fasto, forse per abbagliare il popolo; vivea di costosissime splendidezze; «faceva stare dinanti a sè, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi, ritti, colle braccia piegate, e colli cappucci tratti. Deh come stavano paurosi! Aveva moglie molto giovane e bella, la quale quando iva a San Pietro, iva accompagnata da giovani armati; delle patrizie la seguitavano; le fantesche colli soliti pannicelli nanti al viso le facevano vento, e industriosamente rostavano, chè sua faccia non fosse offesa da mosche. Aveva un suo zio, Janni avea nome, barbiere fu, e fatto fu grande signore, e iva a cavallo, forte accompagnato da cittadini romani. Tutti li suoi parenti ivano a paro». Pensò anche farsi ornare cavaliere con una solennità che mai la maggiore[378]; assunse la dalmatica, usata dagli antichi imperatori alla loro coronazione; e col bastone del comando e con sette corone in capo, simbolo delle sette virtù, brandendo la spada verso le quattro plaghe del cielo, intonava: — Io giudicherò la terra secondo la giustizia, e i popoli secondo l’equità».
In virtù di questo dominio che pretendeva sul mondo, citò Luigi d’Ungheria e Giovanna di Napoli, Lodovico imperatore e Carlo anticesare perchè producessero al suo tribunale i titoli di loro elezione, «la quale, come sta scritto, non appartiene che al popolo romano»; intimò al papa di tornare alla sua sede; elevandosi all’idea dell’unità nazionale, dichiarò libere tutte le città d’Italia, alle quali, «volendo imitare la benignità e libertà de’ Romani antichi», concesse la cittadinanza e il diritto di eleggere gl’imperatori; e insisteva perchè gli Stati Italiani, il papa, l’imperatore mandassero legati a Roma onde convenire della pace e del bene di tutta Europa[379]. Come avviene a cotesti rifatti, cui l’altezza dà le vertigini, cercò parentele illustri; e non che allearsi con qualche barone, non curò disonorare sua madre pretendendo essere bastardo di Enrico VII[380].
Clemente VI, che da principio l’avea intitolato rettore pontifizio, s’irritò del vederlo trasmodare in poteri e pretensioni; il vicario pontifizio, che sin allora lo aveva secondato, protestò contro quell’intimata al papa e ai principi; l’opinione, che non vuol durevoli i suoi idoli, toglieva a rinnegarlo; ed esagerando nella contraddizione come già nell’applauso, gli si rinfacciavano le disordinate spese, di cui dicevansi conseguenza le tasse che ogni governo nuovo è obbligato rincarire. Ad un banchetto ch’e’ diede alla primaria nobiltà, si pose in disputa se meglio valga ad un popolo il governo di un avaro o d’un prodigo; e Stefano Colonna, rialzando il lembo dorato e gioiellato della vesta del tribuno, — Ben a te starebbero meglio i modesti abiti de’ pari tuoi, che non coteste magnificenze». Cola irritato ordinò fossero presi tutti i nobili convitati, e dando voce d’una congiura, li condannò al taglio della testa. A ciascuno fu mandato il frate per disporlo; ma convocato il popolo, il tribuno cominciò una diceria sul _Dimitte nobis debita nostra_, e invocò che esso popolo gli assolvesse. I detenuti si presentarono un dietro l’altro a capo chino implorando grazia (1347), e Cola li pose in prefetture e in altre cariche nella Campania e in Toscana.
Irritare e non uccidere, mezza misura che perde i tiranni. I baroni, non anelando che vendetta, s’afforzano nelle rôcche, raggomitolano gli scontenti, e portano guerra ai contorni, e guasto alle raccolte vicine alla falce. Il buon letterato, il pacifico tribuno, indarno citatili a scagionarsi in giudizio, si vide costretto prendere le armi; accadde sanguinosa battaglia (20 9bre), ove il popolo prevalse ai guerrieri; combattendo perirono il vecchio Colonna col figlio Giovanni e alcuni nipoti ed altri signori; sul campo il tribuno armò cavaliere il proprio figlio, aspergendolo col sangue di que’ grandi; e invece di proseguire l’inaspettata vittoria, andò a trionfare in Campidoglio, e in Araceli asciugando la propria spada, le disse: — Hai mozzato orecchia di tal capo, che non la potè tagliare papa nè imperatore».
Ma al popolo che giovavano più questi trionfi? Il tribuno trovavasi assottigliato del denaro e della rendita; i mezzi di procurarsene inasprivano; onde il cardinale legato Berferudo di Deux, ripreso ardire, sentenziò Cola traditore ed eretico, e s’accordò coi baroni per affamare Roma. Coi discorsi e colla campana a stormo tentò Cola ravvivare l’entusiasmo popolesco; ma non gli bastò coraggio da sostenere la pena maggiore, quella dell’abbandono; pregò, pianse, tremò, infine abdicò il potere (16 xbre), e si chiuse in Castel Sant’Angelo coi parenti e coi pochi fedeli, sinchè trovò via a fuggire. Rimbalditi i suoi avversarj e quei che tremavano dell’esserglisi mostrati amici, lo appiccarono in effigie, e distrussero in un fiato quanto in sette mesi aveva faticosamente compiuto.
Il tribuno, errante ma non malvagio, vissuto alcuni anni fra gli eremiti francescani di Monte Majella negli Appennini, ove serpeggiavano gli errori dei Fraticelli, specie di Puritani che declamavano contro all’autorità e al fasto dei pontefici, nell’entusiasmo della solitudine si credette chiamato a cooperare ad una riforma universale del mondo, che Dio stava per compire: frà Angelo lo preconizzò come destinato a grandi cose, e ad effettuare quel regno dell’amore, di cui i Fraticelli aspettavano la venuta. Per avacciare l’opera si presentò all’imperatore Carlo IV, dicendo avergli a confidare gravi segreti, incoraggiarlo a liberare l’Italia, e fornirlo d’armi, senza cui la giustizia non vale; presto un papa povero fabbricherebbe a Roma il tempio dello Spirito Santo, fra quindici anni il mondo si troverebbe unito in uno stesso ovile sotto un sol pastore, e Carlo impererebbe sull’Occidente, Cola sull’Oriente. Carlo, che avea le pretensioni non la generosità di suo padre, vilmente il fece prendere, e tradurre ad Avignone (1352).
Sarebbe stato condannato se alcuno non avesse suggerito ch’egli era poeta, e il poeta è cosa sacra, a detta di Cicerone, e perciò non si deve mandare a morte. — Io esulto (scrive Petrarca) che uomini ignari delle muse concedano ad esse il privilegio di salvare di morte un uomo, odiato dai suoi giudici. Che cosa avrebbero elle potuto ottenere di più sotto Augusto nel tempo in cui ad esse si tributavano sommi onori, ed i poeti accorrevano da ogni banda per vedere quel principe unico, signore dei re ed amico dei vati? Io mi congratulo colle muse e col Renzi: ma se tu mi domandi quel che penso, ti dirò che Renzi è buon dicitore, dolce, insinuante, che si trovano pochi pensieri ne’ suoi componimenti, ma molta amenità ed un assai vago colore: credo abbia letto tutti i poeti, ma di poeta non merita il nome, più che non merita il nome di ricamatore chi porta abito ricamato. Pure tu, come me, ti gonfierai di bile al sapere che un uomo è in pericolo per aver voluto salvare la repubblica, e sorriderai udendo che il nome di poeta salvò lui, che non ha giammai composto un verso»[381].
È ancora la solita retorica; ma intanto voi intendete che il Petrarca, dopo udito che Cola «non amava il popolo, ma la feccia del popolo obbediva e secondava», dopo vistolo perseguitare i suoi Colonna, si dolse che cadesse il proprio idolo, ma non fece come coloro che più fieramente conculcano chi più ciecamente elevarono, nè si vergognò di mostrarsi amico allo sventurato. — Amavo (dic’egli) il suo valore, approvavo i disegni suoi, ammiravo il suo coraggio; mi congratulavo coll’Italia che Roma ripigliasse l’impero d’altre volte, e ne prevedevo la pace del mondo. Nè d’averlo lodato mi pento. Così avess’egli proseguito come cominciato!... Quest’uomo, che faceva tremare i ribaldi per tutto l’universo, che di bellissime speranze rallegrava i dabbene, entrò in questa Corte umiliato e vilipeso; egli una volta cinto dal popolo romano e da cospicui signori, procedea fra due satelliti; e il popolaccio accorreva per rimirare costui di cui tanto avea inteso. È il re dei Romani che lo manda al pontefice di Roma; qual dono! qual baratto! Il pontefice affidò la causa di lui a tre insigni prelati, per deliberare qual supplizio meriti colui che volle libera la repubblica. O tempi! o costumi! Non sarebbe mai punito soverchiamente del non aver proseguito con fermezza; non annichilato in un colpo solo, come poteva, tutti i nemici della libertà; non afferrato un’occasione che la pari a nessun imperatore si era presentata. Strano accecamento! si faceva appellare severo e clemente quando la repubblica avea bisogno di severità, non di clemenza. O se voleva essere clemente verso que’ pubblici parricidi, non dovea privarli dei mezzi di nuocere, e cacciarli dalle fortezze da cui traggono tanto orgoglio? Sperai ch’egli risarcirebbe la libertà dell’Italia; dacchè entrò in un sì bel disegno, lo riverii ed ammirai s’altro mai: quanto più mi arrise la speranza, tanto più m’affligge il vedermi deluso; pure non cesserò di ammirare il cominciamento. Ma che un cittadino romano si affligga nel vedere la sua patria, da regina del mondo, divenuta schiava degli uomini più vili, è titolo di accusa?»[382].
E ai Romani scriveva: — Se in luogo sicuro, davanti equo giudice, si dibattesse l’affare, io spererei chiarire che l’impero romano, benchè conculcato ed oppresso lungamente dalla fortuna, ed invaso da stranieri, esiste ancora in Roma e non altrove; e quivi starà, quand’anche di tanta metropoli non rimanesse che il nudo sasso del Campidoglio, se è una verità che il possessore di mala fede non può acquistare il diritto di prescrizione. Dunque, o cittadini, non abbandonate il vostro compatrioto in estremo pericolo, mostrate che egli è vostro, ridomandandolo con solenne ambasciata: che se in qualche cosa peccò, peccò in Roma; e a voi soli appartiene il giudizio delle colpe commesse in Roma, se a voi fondatori e cultori delle leggi, che le dettaste a tutte le genti, non si negano i comuni diritti. Che se il vostro tribuno, come i buoni son d’avviso, è degno non di supplizio ma di premio, ove più acconciamente lo riceverà che nel luogo in cui lo meritò?... Recate l’ajuto che potete e che dovete al tribuno, o (se svanì questo nome) al vostro cittadino, benemerito della repubblica per avere risuscitata quella quistione grande, utile all’universo, sepolta molti secoli, che è l’unica che conduca alla riforma dello Stato ed a cominciare un secolo d’oro. Accorrete a salvezza di chi per la vostra incontrò mille pericoli e si fe segno d’immensa invidia: pensate al suo coraggio ed al suo intento, a che ne fossero le cose vostre, e come all’improvviso, per consiglio ed opera di un solo, sia stata eretta a grandi speranze, non che Roma, l’Italia tutta; quanto grande sonasse in un subito il nome italiano; quanto diversa la faccia del mondo e l’inclinazione degli animi. Io credo che appena dall’origine del mondo in poi siasi tentata impresa più grande; e se essa fosse andata a prospero riuscimento, piuttosto divina che umana sembrerebbe»[383].
L’intercessione del Petrarca valse perchè il tribuno, assolto dalla scomunica, fosse lasciato vivere in pace.
Roma riprese freno di temperanza sotto al legato e a due senatori; e la peste sopravvenuta, buon ausiliario agli oppressori, depresse gli spiriti bollenti; vi attirò gente e denaro il giubileo (1350), che il papa avea voluto rinnovare dopo cinquant’anni, affinchè ciascuno nel corso d’una vita comune potesse goderne, promettendo indulgenze plenarie anche a quelli che fossero morti per via, e comandando agli angeli di portarli subito in paradiso[384]. Coloro che lo spettacolo di tanti morti della peste avea richiamati a coscienza, o che nel pericolo aveano fatto voti, accorreano alle soglie degli apostoli, nè il rigidissimo verno li trattenne.