Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 36
E perchè questi furono molti, massime nel Cinquecento, non v’ha encomio iperbolico che non siasegli profuso. I suoi imitatori rifuggirono dalla naturalezza de’ pensieri o dell’espressione; una delle cause per cui ci mancarono la commedia ed il romanzo, e per cui tanta fatica occorre ai moderni onde richiamare sul semplice. E fosse solo grammaticale il guasto!
Eppure il Boccaccio sapeva gustare le dolcezze campestri, e a Pino de’ Rossi descrive come tornò a Certaldo, e «qui ho cominciato con troppo men difficoltà che non mi pensava a confortar la mia vita, e già principianmi li grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non veder le spiacevolezze, le finzioni, li fastidj de’ nostri cittadini mi è di tanta consolazione nell’animo, che se io potessi far senza udirne alcuna cosa, credo che il mio riposo crescerebbe d’assai. In iscambio de’ solleciti continui avvolgimenti de’ cittadini, veggio campi, colli, arbori di verdi fronde e di fiori varj vestiti, cose semplicemente da natura prodotte; dove ne’ cittadini son tutti atti fittizj: odo cantar usignuoli ed altri uccelli con non minor diletto, che fosse più la noja di udire gl’inganni e le difficultà de’ cittadini nostri. Co’ miei libricciuoli, quante volte mi piace, senza alcun impaccio posso liberamente ragionare: e in poche parole vi dico che mi crederei qui, mortale come sono, gustare e sentire della eterna felicità se Dio mi avesse dato un fratello».
Già di sette lingue s’era a quell’ora impadronita la letteratura nuova; la castigliana, la portoghese, la valenziana o provenzale, la francese, la tedesca, l’inglese e l’italiana: le altre si abbandonavano all’istinto, anzichè studiassero l’arte; nessuna può offrire capolavori; le opere di quelle son rivangate solo per istudio filologico, le nostre rimasero classiche, non soltanto per noi, ma e per gli altri popoli. Ed è gran prova d’incivilimento questo apparire quasi contemporaneo di tre genj, così differenti l’uno dall’altro, e ciascuno inventore o tipo di generi, di cui doveano restare modelli insuperati. Ma Dante si proponeva una poesia nazionale e religiosa; come i veri ingegni, ha più franchezza che arte; tormentato da grandi pensieri, fatica ad esprimerli in una lingua già formatasi, ma non educata ad esporre poeticamente tanta dottrina; e col suo cantare eccita, anzi obbliga il lettore a pensare da sè. Petrarca forbì poi quella lingua, dandole una rigogliosa gioventù, che nulla perdè fin ad oggi della natìa freschezza. L’uno e l’altro fissarono il linguaggio poetico, bellissima veste, che bastò al lepore dell’Ariosto come alla gravità del Tasso, alle dolcezze di Metastasio come ai fremiti dell’Alfieri. Quanto alla prosa, forse è colpa di Boccaccio o de’ suoi idolatri se ancora non n’abbiamo una nazionale, colta insieme e popolare, corretta e sicura, ferma ed ingenua, più candida che azzimata, più viva che compassata, acconsentita dai dotti, e insieme affabile al popolo, il quale vi incontri le sue forme ma ingentilite, i suoi vocaboli ma artisticamente disposti; atta ad esprimere tanto la famigliare ingenuità, quanto i grandi bisogni e i grandi sentimenti.
Da principio tutti corsero dietro a Dante; Petrarca gli porta invidia pur negandola, e lo imita; Boccaccio ne tessella la sua prosa, ne farcisce la sua poesia[363]. Cecco Stabili d’Ascoli nell’_Acerba_[364], poema filosofico nè bello di poesia nè dotto di scienza, denticchia l’Alighieri colla stizza dell’impotente, e fu poi per mago bruciato a Firenze. Fazio degli Uberti nel _Dittamondo_ espone un viaggio che fa dietro al geografo Solino, tela mal ordita e peggio tessuta. Federico Frezzi da Foligno nel _Quadriregio_ descrive in terza rima i quattro regni dell’amore, del demonio, dei vizj, delle virtù, dove Minerva viene a diverbio con Enoc ed Elia profeti. Francesco da Barberino leggista nei _Documenti d’amore_ tratta di filosofia morale, politica, civiltà, perfino tattica, in metro vario e stile nè facile nè elegante, non ajutando tampoco la cognizione de’ costumi quanto il titolo prometterebbe. Scrisse anche _Del reggimento e dei costumi delle donne_, ove in versi stiracchiati misti a prosa, se pur tutta prosa non sono, ammanisce precetti alle donne delle diverse condizioni ed età: prolisso, stucchevole, ma con buon intento e bella lingua[365]. Giusto de’ Conti canta la _bella mano_ della donna sua[366], sbiadito imitatore del Petrarca. Nè gloria nè compiacenza alla patria; sol ricordati perchè vecchi.
Francesco Sacchetti fiorentino, uom di toga e di mercatanzia, pel leone coronato al pulpitino di Palazzo vecchio fece questa divisa:
Corona porto per la patria degna Acciocchè libertà ciascun mantegna;
ed era sì reputato, che essendosi esclusi dalle magistrature i padri, figli, fratelli di coloro ch’erano stati sbanditi, si eccettuò lui solo _per esser tenuto uomo buono_[367]. Mal calcate le orme del Petrarca, dietro a quelle del Boccaccio avviò ducentoquarantotto novelle, di stile dimentico e scorrevole, slegate fra loro, nè per intreccio, vivacità e pompa simili a quelle del Certaldese, ma piuttosto ad aneddoti senza idealità, burlevoli e pittoreschi. Lasciam via le sconcezze e le scempie riflessioni, ma fanno ritratto della vita d’allora que’ piacevoli motti scoppiati alla sprovvista; quegli uomini di corte, che coll’improntitudine subbiellano doni; que’ lepidi ostieri, che fanno cronache di chi non usa la parola propria; quelle burle e risa sopra magistrati ignoranti o tirchi; quelle braverie di soldati tedeschi con nomi bisbetici; quella meschinità degl’imperatori, che senza denaro scendevano in Italia; que’ leggisti smaniosi d’azzeccar liti, onde uno di Metz si meraviglia che Firenze non sia disfatta con tanti giudici, mentre un solo era bastato a rovinare la sua patria; insomma quella vita piena, pubblica, vivace, procacciante, di gente che non subì ancora i miasmi della pacifica oppressione.
Purezza di lingua, proprietà di parole e vezzi di stile accostano al Boccaccio ser Giovanni fiorentino (-1375), il quale nel Pecorone finge che Auretto, innamorato di suor Saturnina, vada frate, e divenuto cappellano, s’accordi con lei di passare ogni giorno alcun tempo raccontandosi in parlatorio una novella a vicenda. Con sì misero appicco e senza varietà d’incidenti vanno alle cinquanta, storiche le più, esposte con istile semplice, e velando le sconcezze. E in generale ai narratori di quel secolo mancano la rapidità e la precisione, e lo spirito arguto che s’acquista col lungo frequentare gli uomini e la scelta società.
Così la letteratura accampavasi sotto due bandiere, dietro quei campioni. Petrarca e Boccaccio dovettero l’immortalità a lavori fatti quasi per trastullo o distrazione, di mezzo a studj più gravi; questo obbediva ai comandi d’una principessa, quello non avrebbe mai _creduto che sì care fossero le voci dei sospir suoi in rima_. Dante applicò tutto sè al poema che _per molti anni lo fece magro_; e quando a lui esulante furono riportati i primi canti del divino poema, — Emmi (disse) restituito lavoro massimo con perpetuo onore»[368], e confidava mercè di quello poter coronarsi poeta sul battistero del suo San Giovanni. Boccaccio e Petrarca nell’età grave si doleano delle inezie e delle lubricità scritte, e quasi si vergognavano della gloria conseguita; Dante confida di aver fama appo coloro che il suo tempo chiameranno antico, e che vital nutrimento deriverà dall’agro de’ versi suoi. Egli aveva dischiuso i tempi nuovi, gli altri due respinsero verso gli antichi; egli inventivo, essi imitatori; egli biblico, essi classici; egli scotendo, essi addormentando la patria. Ed è non ultima colpa del Boccaccio l’avere o incitato o scusato i nostri a moltiplicare in un genere di letteratura affatto immorale come sono i novellieri. Ma egli fu addobbo di corte, corifeo di coloro che appigionano l’ingegno a chi paga, sia principe o plebe: Dante si considerava educatore delle nazioni, e i suoi seguaci credettero tale l’uffizio della letteratura. Anche i Petrarchisti empirono di belati questa povera Italia, la quale ogni qualvolta pensasse a scuotere il letargo, e sviarsi dai torbidi rivi, tornò ai vigorosi difetti e alle incomparabili bellezze dell’Alighieri.
CAPITOLO CX.
Roma senza papi. — Cola di Rienzo.
Di quel papa Clemente V che spiegò fermezza contro Enrico VII forse per debolezza verso il re di Francia, e che scomunicò i Veneziani perchè aveano comprato Ferrara, dominio diretto della santa Sede, non v’è iniquità che non si scriva; colle simonie, o meglio coll’aggravare esorbitantemente le chiese accumulò tesori, che profondeva poi fosse ai parenti, fosse in un fasto insolito a’ suoi predecessori, e che credea forse necessario per rialzare il papato, errante fuor del teatro di sua grandezza. Appena morto (1314), il popolo ne saccheggiò il palazzo, e pel cadere d’una candela appiccatasi la fiamma al feretro, niun badò a spegnerlo, e appena un cencio rimase per ricoprirne il semiusto cadavere.
Lungo e procelloso conclave seguì, qual poteasi aspettare da quell’esiglio e dalle modificazioni del concistoro, dove gli otto cardinali italiani voleano un papa che tornasse a Roma, guaschi e francesi il contrario. Una banda di mercenarj guasconi indisciplinati minacciò e saccheggiò i mercanti nostri in Carpentrasso, malmenò ed incendiò le case de’ prelati italiani, violentò il conclave, sicchè i cardinali fuggirono per una breccia, e si dispersero. Giacomo d’Euse, figlio d’un ciabattiere di Cahors, piccolo e deforme di corpo, ma di senno acuto, studioso, perseverante, era ito a Napoli per cercar fortuna, dove entrò maestro dei figli del re, ed ebbe la gloria di formare Roberto, che fu tenuto il re più sapiente de’ suoi giorni, e Luigi vescovo di Tolosa, da poi canonizzato. A grande istruzione nei due diritti Giacomo univa molta destrezza negli affari, e adoprato presso i papi e i re di Francia, salì vescovo di Fréjus, poi grancancelliere a Napoli e vescovo d’Avignone. La presenza della Corte pontifizia gli diè campo a mostrare i suoi talenti; fu di grande sussidio nel concilio di Vienna a Clemente V, che l’ornò della porpora; poi già vecchio, col favore di re Roberto e mediante largizioni e promesse, ottenne la tiara (1316), col nome di Giovanni XXII. Benchè abituato in Italia, e benchè vel chiamassero i larghi suoi divisamenti, si stabilì in Avignone, città appartenente ad esso suo protettore; talmente pareva una funesta necessità rimuovere la santa Sede da Roma, in preda a violenti fazionieri[369]. Già vedemmo come Giovanni fosse trascinato fra quelle contese, ed avesse con Lodovico Bavaro dissensioni agitate con armi e con violenti diatribe.
Fra le quali come sapere quanto abbiano di vero le accuse appostegli di simonia, di scostumatezza e d’avidità? Fin d’eretico fu tacciato; e Germania e Italia reclamavano un concilio che pronunciasse, e che speravano deporrebbe quel papa, e tornerebbe la sede a Roma. Però storici serj dicono che Giovanni vivea ritiratissimo, fuor d’ogni pompa o spasso; studioso e intelligente di scienze sacre e profane, caldo nel diffondere le missioni fino all’estremità dell’Asia; se non istituì, diede ordinamenti al tribunale della Sacra Rota e alla cancelleria romana, donde un vicecancelliere, che è la maggior dignità di corte, spedisce le lettere apostoliche.
Giovan Villani, contemporaneo e mercatante, che allega l’autorità de’ tesorieri adoprati a far l’inventario, dice lasciasse venticinque milioni di zecchini[370], somma sì sproporzionata al numerario allora in corso, che vuolsi metterla in conto delle dicerie popolari; pure possiam credere avesse riposto un tesoro quale non poteva a gran pezza averlo nessun altro potentato, e che esso Villani dice destinato «per fornire il santo passaggio d’oltremare».
Ma a quali fonti attingeva sue ricchezze la Corte romana?
La prima erano le offerte che i fedeli recavano sull’altare della confessione di San Pietro, al sacro palazzo, al papa stesso, in denaro, arredi sacri, biancheria, cera: Vittore II cedette al cardinale Umberto le offerte d’un giovedì e sabbato santo, che bastarono a montare una chiesa. Varj regni si erano messi sotto la protezione della santa Sede, alla quale tributavano, l’Aragona ducencinquanta oboli d’oro, il Portogallo due marchi, cento la Polonia, mille d’argento l’Inghilterra, oltre il denaro di san Pietro che fruttava ducentonovanta marchi, e forse altrettanti quello di Svezia, Norvegia e Danimarca. Feudi suoi erano Napoli, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica: e il primo pagava ottomila oncie; tremila la Sicilia, da cinque zecchini l’oncia; duemila l’Aragona, cui erano infeudate le altre due isole. La Camera apostolica traeva pure guadagno dall’infeudare qualche città per un tempo determinato. Molti possessi tenea negli Stati pontifizj: ma solo conosciamo che il ducato di Spoleto le rendeva milleottanta libbre, milletrentotto soldi, dieci bisanti, e alcuni valori in natura; il contado di Narni e d’Aurelia quarantanove libbre, cinquecentoquarantotto soldi, netti da spese di percezione; la Sabina cencinquantaquattro libbre, soldi dieci; il contado Venesino diecimila fiorini. Il _Liber censuum_, compilato nel 1192 dal cardinale Cencio tesoriere apostolico, enumera un’infinità di possessi e di rendite in tutto il mondo: ma l’incertezza del valore delle monete, e l’essere una gran parte in natura ci tolgono di raccorne un computo, neppure approssimativo; se non che siam fondati a credere superasse la rendita di qualunque altro Stato.
Eppure la Corte romana trovavasi in gran distretta; e colpa l’ingordigia o anche l’infedeltà de’ collettori, la difficoltà e il ritardo delle trasmissioni, i sotterfugi per non pagare, ben poco ne giungeva sin alla cassa papale. Innocenzo II dovette impegnare le città d’Orvieto, Gubbio e Casale per ducento libbre pavesi; Adriano IV Città di Castello per cenventi marchi d’argento; nel 1265 Clemente IV scriveva d’avere, per la spedizione di Carlo d’Angiò, messe in pegno tutte le ricchezze delle chiese di Roma eccetto San Pietro e San Giovanni Laterano, ed essersi obbligato per un valore di centomila libbre di proventi, _si ea poterimus invenire_.
Bisognò dunque ricorrere a spedienti, ignoti alle altre finanze. Innocenzo IV pose tasse sulle dispense e le esenzioni; ma dopo portata la sede oltremonti, maggiori spese occorsero: i beni d’Italia erano quasi perduti; i censi si stentavano dai re, per paura che ne vantaggiasse la Francia: onde Clemente V cominciò a riservarsi per tre anni tutti i benefizj dell’Inghilterra, e diede in commenda moltissime chiese, tanto che potette morendo lasciare un tesoro di un milione settantaquattromila ottocento zecchini. Giovanni XXII camminò più franco su questa via, e non inventò, ma sistemò le annate, cioè la riserva dei frutti d’un anno d’ogni benefizio vacante in tutta la cristianità _pro Ecclesiæ romanæ necessitatibus_; ed aumentò tale rendita col promovere sempre da un benefizio inferiore; di modo che ogni nomina portava una lunga serie di vacanze.
Aggiungi le aspettative; lettere dapprima _monitorie_ poi _precettorie_, infine _esecutorie_, che davansi a un ecclesiastico perchè ottenesse un benefizio quando verrebbe vacante: erano vendute da cinquanta zecchini, e divennero una delle entrate più pingui della Camera, finchè il concilio di Trento le abolì. Inoltre il papa poteva imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici; come, per esempio, nel 1336 fece su quelli di Francia per sostenere la guerra in Lombardia.
Ma non sempre i fondi giungevano alla destinazione; una volta furono predati in Lucca; un’altra Paganino conte di Panico bolognese si accordò con diversi nobili, e mentre il guascone Raimondo d’Aspello marchese d’Ancona e nipote del papa attraversava il Modenese con settanta o novantamila fiorini a gran fatica raccolti, e benchè già gli avessero venduto il salvocondotto, lo assalirono e uccisero con quaranta uomini della scorta, e si spartirono i cavalli e le spoglie: il papa non potè che metter Modena all’interdetto. Venendo un altro legato da Avignone colle paghe pe’ soldati, convogliato da cencinquanta cavalieri, i Pavesi lo colsero in agguato, e almeno metà del tesoro ne pigliarono.
Giacomo Fournier di Saverdun, quando fu acclamato papa col nome di Benedetto XII (1334), disse ai cardinali: — Eleggeste il più asino tra voi». Datosi a medicar tante piaghe, abolì le aspettative: e non avendo sciupato in guerre, l’erario non risentì la mancanza di questa pingue rendita; d’altra parte vi suppliva col vendere in Italia il titolo di vicario, pel quale riscoteva annualmente da Luchino Visconti diecimila fiorini, tremila dagli Scaligeri per Verona e altrettanti per Vicenza, diecimila dai Gonzaga di Mantova e dai Carrara di Padova, altrettanti per Ferrara da Obizzo d’Este.
Nel primo concistoro dichiarò che nè la romana nè altra chiesa dovea sostenere i suoi diritti colle armi, rimandò alle loro parrocchie quanti curati erano in Corte, revocò le commende, voleva egli stesso esaminar quelli che chiedevano benefizj, e tanto in ciò procedeva severo, che lasciava questi scoperti piuttosto che darli a indegni. Essendosi presentato un tal Monozella, lodato musicante, a chiedere l’abbadia di San Paolo in Roma, esso gli domandò: — Sapete cantare? — Santità sì. — Sarei curioso d’udire qualche canzone. — E canzoni io so. — Sonate anche qualche istromento? — La ghitarra». Allora Benedetto cangiando tono: — Come! un saltimbanco pretenderebbe diventare il venerabile capo del monastero di San Paolo?» e lo cacciò. Voleva si ascoltasse chiunque a lui ricorrea, e faceva giustizia, e diceva che un papa deve somigliare a Melchisedech, il quale non conoscea nè padre nè madre nè genealogie.
Pari alla virtù non avea la scienza degli uomini e degli affari; e credette a un pontefice bastasse la bontà senza la politica, mentre cotanta ne occorreva per barcheggiare fra gli andirivieni della mondana. Benedetto prefisse di tornare a Roma, ma i cardinali francesi nel dissuasero. Caduto in grave malattia, rinnovò il proposito, ma gl’Italiani dovettero perderne ogni speranza quando lo videro fabbricare quel grandioso palazzo fortificato, con architettura di Pietro Obreri e pitture di Simon Memmi; e subito i cardinali fecero altrettanto, e la meschina Avignone si convertì in bella città, dove anche i gran signori di Francia e i re aveano palazzi. Sì bene riuscivano le arti di Filippo di Valois, il quale, col sospendere le prebende ai cardinali e minacciar di trattare Benedetto come Bonifazio VIII, impedì che questo si riconciliasse con Lodovico Bavaro.
Dopo la vacanza di soli tredici giorni fu eletto papa (1342) Pietro Roger limosino, che volle esser chiamato Clemente VI, e che, più condiscendente ai cardinali e oprante nelle cose temporali, spiegò pompa regia, diceva non doversi nessuno ritirare malcontento dal cospetto del papa, e invitò alla Corte i cherici sprovvisti di benefizio onde potessero coprire i tanti lasciati vacanti dal precessore. In pochi mesi vuotò l’erario impinguato dall’abilità di Giovanni XXII e dalla parsimonia di Benedetto XII; e a chi l’appuntava de’ mezzi con cui provvedeva a nuove liberalità, vogliono dicesse: — I miei predecessori non seppero esser papi». Comprò da Giovanna di Napoli per ottantamila zecchini la città d’Avignone; e quivi, per quanto strillassero i Romani, passavano le ricchezze e i proventi curiali. La corte assunse quel tono, e i cardinali sfoggiarono di lusso principesco: gl’intriganti, le donne potevano tutto, se pur la malignità de’ tanti suoi avversarj nol calunniò.
Intanto Roma soffriva non si potrebbe dir quanto dalla lontananza di quei papi, ch’essa suole molestare vicini e rimpiangere perduti; a vicenda trambustata da una plebe turbolenta e da una nobiltà faziosa, conculcate la giustizia e l’amministrazione, le vie ingombre da rovine di rovine, le chiese sfasciantisi, denudati gli altari, i sacerdoti senza il necessario decoro de’ paramenti; signori romani faceano traffico di monumenti antichi, di cui abbellivano le città vicine e la _indolente_ Napoli[371]. Colonna e Orsini erano corifei di due fazioni, azzuffantisi ogni giorno in città e fuori; e per parteggiare con loro o per non restarne oppressi, anche gli altri signorotti aveano mutato in fortezze i palagi e il Coliseo e gli altri avanzi della magnificenza romana; e pretendendosi superiori ai vassalli dell’impero, esercitavano baldanzosamente la guerra privata, minacciavano e rapivano, deturpavano gli asili delle vergini sacre, traevano a disonore le zitelle, involavano le mogli dalla casa maritale; i braccianti, quando andavano fuori a opera, erano derubati fin sulle porte dalle masnade che infestavano la campagna: laonde il Boccaccio diceva che Roma, come già fu capo del mondo, così allora era coda[372]; e il Villani, che «i forestieri e i romei v’erano come le pecore tra lupi, ogni cosa in rapina e in preda».
Il popolo aveva sistemato un governo municipale, divisa la città in tredici rioni, ciascuno con un banderale; quattro membri per rione componevano il consiglio del popolo, che aveva anche un altro collegio di venticinque membri, con un capitano delle forze, ma senza partecipazione agli interessi civili. A capo del popolo come politica comunità stava il prefetto di Roma[373]; mentre il senatore rappresentava la legge, superiore anche ai nobili, sempre scelto fra i maggiori di essi; fra quell’ordine cioè, contro del quale avrebbe dovuto esercitare la sua autorità, che invece sfogava in private nimicizie.
L’autorità di re Roberto non avea forza; e il popolo, credendo soffrir meno sotto l’immediata amministrazione del papa, a Benedetto XII offrì la dignità di senatore, capitano, sindaco, difensore: ma bentosto una sommossa cacciò di Campidoglio i due suoi rappresentanti. Il vicario pontifizio sedente a Orvieto restringevasi nell’autorità spirituale: al papa mandavansi deputati quando fosse eletto[374], poi non vi si badava più.
Questa decadenza ridestava più vive le memorie dell’antica grandezza, e ne fu tocco principalmente Nicola figlio di Lorenzo, uno de’ ciucciari che portavano l’acqua in città, prima che Sisto V vi conducesse la Felice, e che Roma diventasse la città delle fontane. Fu costui «di sua gioventute nutricato del latte di eloquenza, buono grammatico, migliore retorico, autorista bravo. Deh come e quanto era veloce lettore! Molto usava Tito Livio, Seneca e Tullio e Valerio Massimo; molto gli dilettava le magnificenzie di Julio Cesare raccontare; tutto lo dì si specolava negl’intagli de’ marmi li quali giacciono intorno a Roma. Non era altri che esso che sapesse leggere gli antichi pitafj, tutte scritture antiche vulgarizzare, queste figure di marmo giustamente interpretare». Da tali studj aveva attinto ammirazione per l’antica repubblica romana; ed accorandosi del vederla dai papi abbandonata in balìa di masnadieri, aspirò a quel ch’è il più grande e più difficile assunto, resuscitare un popolo già cadavere. Bella figura, portamento nobile, fisonomia espressiva, voce sonora, parola facile e passionata, sagacia nel vedere i mezzi opportuni, abilità a mostrarsi ispirato unicamente dal pubblico bene, cosa vi richiedeva di più per essere un rivoluzionario?