Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 35
Nelle traversie Dante s’indispettì, e sprezzando la fama e _ciò che quivi si pispiglia_, professava che _bell’onore s’acquista a far vendetta_ (_Convivio_); agli stessi amici ispirò piuttosto riverenza che amore, lo che è la gloria e la punizione de’ caratteri ferrei e degl’ingegni singolari. Il Petrarca benevolo, dava e ambiva lodi, avea supremo bisogno dell’opinione; e se nel generale mostra scontento degli uomini o di qualche classe, individualmente godeva di tutti e tutti lodava, appassionavasi per un mecenate, per un autore, per la famiglia rustica che lo serviva in Valchiusa. Non vede che armonie, getta l’iride poetico sulle tempeste di tutti i partiti, e sempre conciliatore, nasce in repubblica e canta gli uccisori delle repubbliche, esalta Cola Rienzi e i Colonna da lui fatti trucidare; i Visconti e frà Bussolari ch’essi mandano a morte, i Carrara e i Veneziani, re Roberto e Carlo IV; anzi trasforma in eroi sino i dappoco. Piegando all’aura che spirava, anche quando rimprovera egli s’affretta a dichiarare che il fa per amore della verità, _non per odio d’altrui nè per disprezzo_: Dante teme di perdere fama presso i tardi nepoti se sia timido amico del vero; che se il suo dire avesse da principio _savor di forte agrume_, poco gliene caleva, purchè da poi ne venisse _vital nutrimento_. Petrarca mille volte prometteasi fuggire i luoghi funesti alla sua pace, e sempre vi tornava: mentre Dante, mal accordandosi colla moglie Gemma, «partitosi da lei una volta, nè volle mai ov’ella fosse tornare, nè ch’ella andasse là dov’ei fosse» (BOCCACCIO), e di lei nè de’ suoi figli mai lasciò cadersi menzione.
Il primo, se fastidisse l’età sua, raccoglievasi nella solitudine o nello studio degli antichi, ch’egli preferiva alle attualità, dalle quali affettavasi alieno[339]: l’altro spingeva lo sguardo su tutto il mondo per cogliere dappertutto quel che al suo proposito tornasse[340], nè notte nè sonno gli furava _passo che il secolo facesse in sua via_. Entrambi (elezione, o forza, o moda) trovaronsi avvicinati ai signorotti d’Italia: ma Petrarca si abbiosciò a chi il carezzava, e i suoi encomj direbbe vili chi non li perdonasse all’indole di lui e all’andazzo retorico; Dante conservò la sua alterezza anche a fronte de’ benefattori[341]: quel che più loda, è nella speranza che ricacci in inferno la lupa per cui Italia si duole.
Ambidue rinfacciano agl’Italiani le ire fraterne: ma Dante sembra attizzarle, cerca togliere alla sua Firenze fin la gloria della lingua, e par si vergogni essere fiorentino d’altro che di nascita; nel Petrarca, Laura ha un solo rincrescimento, quello d’esser nata in troppo umil terreno, e non vicino al _fiorito nido_ di lui. Dante incitava Enrico VII a recidere Firenze, testa dell’idra; Petrarca chetava le liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli Scaligeri quando spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma, e andava _gridando pace, pace, pace_, senza ricordare che questa ben si muta anche coll’armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro nazionale importi respingere il «bavarico inganno» e il «diluvio raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi».
Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della corte pontifizia; ma Dante pei mali che credea venirne all’Italia e alla Chiesa, Petrarca per le dissolutezze di quella: e sebbene per classiche reminiscenze lo vedremo applaudire a Cola Rienzi che rinnovava il tribunato, ed esortare Carlo di Boemia a fiaccar le corna della Babilonia, pure continuò a viver caro ai prelati, e morì in odore di santità; mentre l’Alighieri errò sospettato di empio, e poco fallì si turbassero le stanche sue ossa.
Secondo quest’indole, Dante, malgrado la disapprovazione e la novità, osò in lingua italiana _descriver fondo a tutto l’universo_; Petrarca, benchè venuto dopo un tanto esempio, non la credette acconcia che alle _inezie_ vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri e da se stesso[342]. Questi con dolcissima armonia cantò la più tenera delle passioni; Dante le robuste, «gittando a tergo eleganza e dignità», come il Tasso gli appone; e _rime aspre e chioccie_ trovò opportune a servir di velame alla dottrina che ascondeva _sotto versi strani_: se anche tratta d’amore, sì il fa per imparadisare la donna sua. Petrarca verseggia lindo e forbito come parlava e con gioconda abbondanza, sicchè la forma poetica v’è tanto superiore al pensiero; a differenza dell’Alighieri, che ruvido e sprezzante, non lasciasi inceppar dalla rima, per comodo di questa e del ritmo mutando senso alle parole e traendole d’altra favella e dai dialetti.
Quello soffoga talvolta il sentimento sotto un lusso d’ornati e di circostanze minute; questo unifica gli elementi che l’altro decompone, coglie le bellezze segregate, traendole meno dai sensi che dal sentimento, nè mai indugiandosi intorno a particolarità[343]. La costui lingua tiene della rozza e libera risolutezza repubblicana: quella del Petrarca riflette l’affabilità lusinghiera e l’ingegnosa urbanità delle corti. Nel primo prevale la dottrina, nell’altro la leggiadria; nell’uno maggiore profondità di pensieri e potenza creatrice, nell’altro maggior lindura ed artifizio; quello genio, questo artista; uno finisce come l’Albano, l’altro tocca come Salvator Rosa; uno inonda di melanconia pacata[344] come le cavate di notturno liuto, l’altro colpisce come lo schianto della saetta.
L’un e l’altro seppero quanto al loro secolo si poteva, anzi si volle trovarvi divinazioni o presentimenti di scoperte posteriori[345], e Dante in astronomia fece uno sfoggio che, quand’anche non erra, costringe a lunghissimo ragionamento per raggiungere il senso delle frasi con cui designa le ore e i giorni delle sue avventure. Ma egli conoscea appena di nome i classici greci, e poco meglio i latini[346]; l’altro era il maggior erudito de’ tempi suoi, e sceglieva pensieri e frasi da’ forestieri e da’ nostri[347], e massime da Dante, di cui pure affettò disprezzo; sicchè dove credi il linguaggio mover da passione, riconosci la traduzione forbita: benchè coll’arte raffinasse le gemme che scabre traeva dal terreno altrui; laonde que’ Provenzali e Spagnuoli perirono, egli vivrà quanto il nostro idioma. E fu veramente il primo letterato moderno che togliesse a considerare la vita non coll’austerità del medioevo, ma in modo largo e lieto, come i classici antichi.
È naturale che le poesie del Petrarca fossero divulgatissime, per la limpida facilità[348] e perchè esprimenti il sentimento più universale: il poema dell’Alighieri non era cosa del popolo[349], ma appena morto si posero cattedre per ispiegarlo, spiegarlo in chiesa, come voce che predica la dottrina, scuote gl’intelletti, eccita i buoni coll’emulazione, i rei svergogna, ed insinua le idee d’ordine, tanto allora necessarie. Petrarca sapeva che il Po, il Tevere, l’Arno bramavano da lui _sospiri_ generosi, ma continuava ad esalarne di gracili; e poichè il fondo della vera bellezza, come della virtù vera e del genio è la forza, e senza di questa la grazia presto avvizzisce, e l’andar sentimentale inciampa facilmente in difetti di gusto, potè, perfino nella sua castigatezza, dare occasione ai traviamenti de’ Secentisti[350]. Egli ebbe a torme imitatori che palliarono l’imbecillità delle idee e il gelo del sentimento sotto la compassata forma del sonetto, e che, mentre la patria cercava conforti o almeno compianti, empirono gli orecchi con isdulcinate querele in vita e in morte[351]. Lo studiar Dante richiese gravi studj, di filologia per paragonare e ponderare frasi e parole; di storia per trovare le precedenze de’ fatti, di cui egli non porge che le catastrofi; di teologia per conoscere il suo sistema e raffrontarlo co’ santi padri, co’ mistici, cogli scolastici; di filosofia per librarne le argomentazioni, la precisione del concetto, gli elementi della scienza: onde aprì una palestra di critica elevata e educatrice; e Benvenuto da Imola e il Boccaccio allargano le ale quando hanno a viaggiare con esso.
Primo genio delle età moderne, egli scoperse quanti pensieri profondi e quanta elevata poesia stessero latenti sotto la scabra scorza del medioevo, rivelò ai concetti popolari la loro grandezza, e costringe a continuamente pensare, persuadendo che la poesia è qualcosa meglio che forme vuote e combinazioni sonore[352]. Di qui la grande efficacia sull’arti belle, giacchè, pur ammirando l’antichità, credea fermamente ai dogmi cattolici, e tra quella e questi forma una mitologia in parte originale, che poetizzò le tradizioni fin allora conservate fra gli artisti; e il modo ond’egli aveva coordinato i regni invisibili, offrì oggetti nuovi ai pittori, che i santi medesimi improntarono di passioni più profonde, invece di quell’aria di beatitudine soddisfatta o di ascetica compostezza, da cui sin allora non sapeano spogliarsi.
Dante è interprete del dogma e della legge morale, come Orfeo e Museo; Petrarca interprete dell’uomo e dell’intima sua natura, come Alceo, Simonide, Anacreonte: quello, come ogni vero epico, rappresenta una razza e un’epoca intera, e il complesso delle cose di cui consta la vita; l’altro dipinge il sentimento individuale. Perciò questo è inteso in ogni tempo; l’ammirazione dell’altro soffre intermittenze e crisi[353]; ma vi si torna ogniqualvolta si aspira a quella bellezza vera, che sulla forza diffonde l’eleganza e la delicatezza.
La prosa italiana vedemmo come a Dante dovesse esempj e precetti; ma se molti la adoperarono, pochi la coltivarono. I vulgarizzamenti hanno sempre un’azione importantissima ne’ primordj delle lingue scritte; e l’abbondanza loro in Italia, ed anche di opere moderne, attesta come fosse secolarizzato il sapere, e come sentisse bisogno di rendersi popolare. Fra i molti che ce ne restano di quel tempo, citiamo a caso il primo dell’_Oratore_ di Cicerone per Brunetto Latini, le carissime _Vite_ dei santi Padri del deserto, il _Sallustio_ male attribuito a frà Bartolomeo da San Concordio, le _Pistole_ di Seneca, le _Avversità della fortuna_ di Arrigo da Settimello, il _Guerino detto Meschino_, la vita di Barlaam, la leggenda di Tobiolo, i _Fatti d’Enea_ per frà Guido da Pisa, tutti d’incomparabile ingenuità toscana. Albertano, giudice di Brescia, stando prigione di Federico II, dettò tre trattati morali in latino, la cui versione per Soffredi del Grazia notaro, anteriore al 1278, è vetustissimo monumento di nostra favella[354]. Negli Ammaestramenti degli antichi, raccolti e vulgarizzati da frà Bartolomeo da San Concordio, rimbalza continuo il toscano, benchè qua e là avviluppati in frasi latine.
Pier Crescenzi, «uscito di Bologna per le discordie civili, si aggirò per lo spazio di trent’anni per diverse provincie, donando fedele e leal consiglio ai rettori, e le cittadi in loro quieto e pacifico stato a suo poter conservando; e molti libri d’antichi e dei novelli studiò, e diverse e varie operazioni de’ coltivatori delle terre vide e conobbe»; indi rimesso in patria, settagenario scrisse dell’_Utilità della villa_, dedicandolo a Carlo II di Napoli. Delira cogli aristotelici nel proporre teorie; ma buone pratiche suggerisce, come uomo sperimentato. Pare dettasse in latino, ma di corto fu tradotto da un Fiorentino, fortuna che lo fece vivere e studiare; e Linneo ad onoranza denominò dal Crescenzi una pianta americana.
Jacopo Passavanti domenicano tradusse egli stesso il suo _Specchio della penitenza_, dove, insieme con ubbie vulgari, mostra intendere il cuore umano; i racconti sono d’altrui, e massime di Elinando e di Beda, onde hanno per teatro le Fiandre, Parigi, il deserto; ma non turba mai per affettazioni la cara limpidezza, che era consueta prima del Boccaccio. Frà Cavalca si ricorda sempre che predica al popolo; molti de’ suoi racconti non la cedono al Villani nè al Boccaccio; e i suoi _Atti apostolici_ son tale tesoro di schiettissime eleganze, ch’io vorrei dirlo il perfezionatore della prosa italiana[355]. Le prediche di frà Giordano da Rivalta bollono di zelo contro il pubblico disordine. Di santa Caterina da Siena abbiamo versi infelici e lettere care alle anime pie, non meno che profittevoli agli studiosi del bello e ricco scrivere[356]. Qual natìo candore di lingua e «semplicità colombina» nei _Fioretti di san Francesco_! Che se noi siam costretti a cercare la miglior lingua in autori di cui smettemmo le idee, questa non è la più piccola delle sciagure d’Italia.
Lo studio de’ Trecentisti, racconcie solo e riformate poche parole, e tolte via quelle desinenze in _aggio_, in _anza_ derivate soverchiamente dal provenzale, sarà sempre opportunissimo a riparare al neologismo moderno e all’erudito arcaismo, e porgere la primitiva accettazione e il logico collocamento delle parole, il senso ingenuo e vero, la grazia ornata solo di se stessa, affine di dare al nostro idioma quella franca naturalezza che è la voce del genio. E tali scrivevano quei buoni, e tali principalmente gli storici, ignorando però l’arte degli incidenti, delle sospensioni, di ciò che alla frase reca forza e varietà. L’arte che le mancava, fu data alla prosa del Boccaccio, non già per meditazione sull’indole del parlar nostro, bensì per erudizione, della quale fu vago quanto il Petrarca. Nasceva egli (1313-75) a Parigi dall’amore d’un mercante di Certaldo, il quale seco l’avviò alla mercatura e al viaggiare, poi per le liete speranze di sua giovinezza l’applicò alle lettere sotto valente professore. La vista della tomba di Virgilio lo invaghì degli studj; del _sulmontino_ Ovidio si professa devoto[357]; profitto maggiore trasse dall’amicizia de’ migliori contemporanei e dalla lettura di Dante, «mio duce, face mia, e da cui tengo ogni ben, se nulla in me sen posa».
Di greco fece stabilire una cattedra in Firenze per Leonzio Pilato, calabrese vissuto lungamente in Levante, e venire una copia d’Omero e d’altri autori non prima conosciuti sull’Arno. Pilato era di schifosa apparenza, «orrido e per lunga meditazione inselvatichito, ma un archivio ambulante inesausto delle storie e favole greche», e da’ costui colloquj il Boccaccio trasse notizie per esporre in latino la _Genealogia degli Dei,_ opera per la quale intimava ai posteri d’avergli pubblica benemerenza. Scrisse pure in latino casi d’illustri infelici, virtù e vizj di donne; e un’opera sui monti, le selve, i fonti, i laghi e i fiumi, che, qual essa sia, fu il primo dizionario geografico. In queste, come nelle sedici egloghe, sta ben di sotto al Petrarca in latina eleganza. Le molte liriche in vulgare composte da giovane, bruciò come vide le stupende di questo. Maturo, condusse la _Teseide_, epopea in dodici cantari e in ottave sugli amori d’Arcita e di Palemone per l’amazzone Emilia ai tempi di Teseo; il _Filostrato_ su quelli di Troilo con Briseide alla guerra di Troja, con istile stentato, rotto e non di vena. Nell’_Amorosa visione_ finge che nel tempio della felicità gli appaja il trionfo della Sapienza, della Gloria, della Ricchezza, dell’Amore e della Fortuna; cinquanta canti, cadauno di ventinove terzine, le iniziali di ciascuna delle quali vengono a formare un sonetto e una canzone. Il _Ninfale fiesolano_ versa sui lacrimevoli amori d’Africo e Mensola; ma neppur le lascivie seducono a rileggerlo.
La gloria al Boccaccio dovea venire dalla prosa; e come Petrarca volle nel verso introdurre l’armonia di Virgilio, così egli nella prosa il periodo di Marco Tullio; e le descrizioni, che prima di lui non si conosceano. Nel _Filocopo_ narrò le avventure di Fiorio e Biancafiore, invenzione cavalleresca, sorretta da macchina mitologica, prolisso senza ingenuità, tutto enfasi ed assurda mescolanza di antico e moderno, o di cose moderne dette all’antica: eppure ebbe prestamente sedici edizioni, e fu tradotto in ispagnuolo e in francese; grande avviso a non giudicare i romanzi dalla subitanea divulgazione. Meno ampolle gittò nell’_Amorosa Fiammetta_, sotto il qual nome designava Maria figlia naturale di re Roberto, colla quale egli intendevasi d’amore. Burlato da una vedova, si svelenì contro le donne nel _Corbaccio o Labirinto d’Amore._ Pretta retorica è la consolatoria a Pino de’ Rossi, dalle miserie dell’esiglio confortandolo coll’esempio d’altre miserie. Nell’_Ameto_, sette ninfe dell’antica Etruria narrano i proprj amori, finendo con un’egloga ciascuna, mescolanza di prosa e versi, che poi in altri idillj fu adottata dal Bembo, dal Sannazaro, dal Menzini: come agli epici egli avea dato il primo esempio dell’ottava; come della prosa didattica fece la più antica prova nel commento a Dante. La vita che scrisse di questo, fra declamazioni e digressioni serbò preziosi aneddoti sul gran poeta. Nei commenti, che accompagnano solo i primi diciassette canti della Divina Commedia, spiega passo a passo il sentimento letterale, poi l’allegorico; e sebbene alcune chiose siano trivialissime, fino a indicare chi fossero i primi parenti, e chi Abele e Caino, palesa però buon intendimento della grammatica, della storia e delle dottrine. Ma se a Parigi Dante avea studiato i teologi e gli scolastici, Boccaccio vi cercava i _fabliaux_, udiva Rutebeuf, Gianni de Boves, Gaurin; leggeva i _Dolopathos_, romanzo indiano, di fresco tradotto da un monaco d’Altacomba in latino, e in francese dal trovero Herbers[358]; e da queste letture e dall’umor suo dedusse un’arte affatto pagana, volta ai gaudj della vita presente, non ai presentimenti della avvenire.
Comincia la _Teseide_ dall’invocare le _sorelle Castalie che nel monte Elicona contente dimorano_; nella caccia di Diana, sotto questo nome divinizza Giovanna regina di Napoli, e sotto quel delle seguaci di lei la Cecca Bazzuta, la Marietta Melia ed altre di quella corte; fa che Pamfilo, vedendo a messa la Fiammetta, sia spinto da Giunone ad amarla; nel _Filocopo_, chiama il papa gran sacerdote di Giunone, e parla dell’incarnazione del figliuolo di Giove e dei pellegrinaggi in Galizia a visitare il Dio che vi si adora.
Ad eguali sentimenti s’ispira il _Decamerone_, suo capolavoro, di cui abbiamo già fatto cenno. Le novelle che vi fa raccontare, sono le più d’invenzione altrui, lascive e inumane, talchè i contemporanei lo intitolarono il principe Galeotto. La donna, da Dante era stata scelta ispiratrice e guida nella _selva selvaggia_ della vita e nel viaggio alla verità; Petrarca l’avea velata di pudore e di melanconia, e posta esempio di pacata resistenza, che pur sentendo la passione non la lascia prevalere alla ragione, e provvede soavemente a salvar la vita dell’amante e il proprio onore; la sua Laura «inclina e adora come cosa santa», e trova che «non vi sente basso desire, ma d’onore e di virtù», e attesta che «ogni basso pensier dal cor gli avulse»[359]. Ed ecco il Boccaccio converte la donna in sollazzevole cortigiana, ebbra ne’ piaceri sensuali, insiememente credula e superstiziosa, che va a messa ma per far all’amore[360]; che quando si muor d’ogni parte, non conosce migliore spediente che novellare e godere. La fedeltà maritale e la castimonia monastica bersaglia esso continuamente: irreligioso nel ser Ciappelletto e nel frà Cipolla, deista nel Melchisedec giudeo, sempre lusinga l’egoismo: fa i personaggi cedere alla passione senza quel contrasto da cui viene nell’arte il drammatico, nella vita il sagrifizio, che è fonte dell’ordine.
Chi lo scusa col supporre che il novellar di que’ tempi si nutrisse di lubricità, ha dimenticato il _Novellino_, che sono cento novelle antiche, di cui alcuna scritta poco dopo la morte d’Ezelino, dove in semplice dettatura è ritratta la vita d’allora, facendo «memoria d’alquanti fiori di parlare, di belle cortesie, e di belli risponsi, e di belle valentìe, di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo passato hanno fatto già molti». Neppure si può scagionarlo per giovane, trovandosi egli nella maturità dei quarant’anni, e forbì quel libro colla diligenza che ognun vi sente, tal fatica sostenendo per ordine d’una principessa. Alcuno volle purgare il Decamerone per uso dei giovani[361]: ma si prese, come spesso, immoralità per lascivia; e tolte frasi e racconti sconci, se ne lasciarono altri non meno pericolosi. S’è detto non bisognerebbe darlo a leggere se non a chi avesse fatto qualche bell’azione per la patria; vuol dire non sarebbe più letto. Vedemmo come se ne rimordesse; e fatto prete, visse esemplarissimo, e in testamento lasciava i suoi libri a un frate eremitano «sì veramente che sia tenuto e debba pregare Iddio per l’anima mia»; molte reliquie ai frati di Santa Maria di San Sepolcro fuor di Firenze «acciocchè quante volte reverentemente le vedranno, preghino Iddio per me»; un’immaginetta di Nostra Donna d’alabastro e molti arredi da chiesa a San Jacopo di Certaldo, coll’obbligo «di far pregar Iddio per me»; a madonna Sandra «una tavoletta, nella quale è dall’una parte dipinta Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e dall’altra un teschio di un morto».
Fu dunque egli il primo, non che scrivesse bene in prosa, ma che scrivesse bene di proposito, sapendo quel che faceva e conservando l’arte dal principio al fine, senza quelle mescolanze di rusticità che offendono in tutti gli altri. Nè verun prosatore fin allora avea posto industria allo stile, bastando esprimere i proprj sentimenti, non ornati che della loro semplicità, a guisa d’amici schiettamente parlanti; forma tanto più conveniente, in quanto i libri allora erano men cosa pel pubblico, che confidenze domestiche e cittadine. Il Boccaccio volle attribuire allo stile la magnificenza che prima non conosceva, configurarlo ai diversi soggetti, e spurgatolo di quanto tenea di vieto e sgraziato, maestare il periodo e darvi numero e movenza variata, e pastosità e contorno e leggiadria al possibile. Lodevole divisamento: se non che mal distinse la natura degli idiomi, e appigliatosi al latino, tondeggiò la frase con arte troppo apparente ed ambiziosa. Ricchezza, abbondanza gioconda, variata armonia, chi n’ebbe altrettanta? ma la nuova prosa, logica e perspicua, quale innamora nel Compagni, nel Villani, nel Passavanti, intralciò cogli incisi, con raggirate trasposizioni, coll’anelante periodare, repugnanti alle moderne favelle, che, sprovviste di desinenze, amano la sintassi diretta; e fece parer vile la sapiente parsimonia, la famigliarità franca e dignitosa, la nobile sprezzatura. Stile ricercato è sempre cattivo; e quel fare pompeggiante s’accomoda ancor meno alla leggerezza delle materie assunte dal Boccaccio, onde ti par dall’acconcia toga romana vedere sporgere il tôcco del trovadore o il battocchio del giullare. Ed anche quel suo intarsiare frasi e sin versi interi di Dante e d’altri, introdusse o scusò un vezzo malaugurato nella prosa nostra sia di mescolarvi locuzioni poetiche, sia di vestire i proprj pensieri colle forme altrui.
Ammirano la varietà di caratteri; direi piuttosto di condizioni: ma fra tante frondi invano cercheremmo il ritratto della vita e dell’indole italiana, nè la curiosità v’è sostenuta. Ha stupenda novità di prologhi, canzoni, descrizioni del mattino, divertimenti varj ad ogni giornata; ha inesauribile dovizia di modi: ma gli manca fantasia pittrice, comunque nettissima sia la sua tavolozza, ed eccellenti i dettagli[362]; colla perifrasi nuoce all’evidenza che otterrebbe colla voce propria; quello scialacquo di parole, elettissime ma non necessarie, quell’inzeppamento di eleganze, quella sinonimia viziosa, impastoiano il racconto; quell’incessante splendore abbaglia più che non riscaldi, colorisce più che non delinei, titilla più che non iscuota. Chi mai versò una lacrima a que’ racconti, che pur sono talvolta mestissimi? Quando gli domandi l’affetto, t’avvedi ch’egli studia solo la parola, il periodo, la cadenza; vero caposcuola di coloro che s’ascoltano da sè.