Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 34
Da questi versi latini promettevasi egli l’immortalità, che invece gli venne da un usuale incidente. Bell’uomo, accuratissimo nel vestire, frequente ai convegni, in una chiesa d’Avignone (1327) s’invaghì di Laura, figlia d’Odiberto di Noves e moglie ad Ugo di Sade[328]; amore ben poco romanzesco, giacchè ella seguitò a vivere in pace col marito, cui partorì undici figliuoli, ed egli, pur assediandone la virtù cogl’istinti d’un temperamento riottoso, non si distolse da studj nè da amori più positivi, dal maneggiarsi alla corte, e dal vagheggiare la gloria, prima e preponderante sua passione. Se non che per Laura tratto tratto componeva o imitava dal provenzale qualche sonetto o canzone, che il nome dell’autore e l’intrinseca loro soavità facea cercare e ripetere, e gli guadagnava anche presso al bel mondo quella fama, per cui era insigne fra i dotti. Da questa pubblicità gli venne una specie d’obbligo a perseverare ne’ sentimenti stessi verso Laura, la quale pare si guardasse dall’impedirli soddisfacendoli; poi quando, dopo venti anni, ella soccombette alla morte nera, il Petrarca si fece onore della costanza al cenere di lei, «di sua memoria e di dolor pascendosi».
Nella bella Avignonese piacevangli le vaghezze corporee, i bei crini d’oro, le mani bianche sottili, e le gentili braccia, e il bel giovanil petto, e le altre leggiadrie per le quali essa diveniva superba[329] e stancava gli specchi a vagheggiarsi; e lei vedeva nelle _chiare, fresche e dolci acque_; e lei sopra l’erba verde, e in bianca nube; e colla mente ne disegnava nel sasso il viso leggiadro. Tanto basterebbe a smentire coloro che supposero ente simbolico questa Laura; che anzi quel sempre mostrarcela come persona vera, lo salvò dallo sfumare in astrazioni come i suoi seguaci. Amò, bramò[330], e nel dialogo con sant’Agostino confessa le irrequietudini, i trasporti, le veglie, le noje di quella sua passione, e implora soccorso per disvincolarsene. Ben è vero che a Cicerone, a Virgilio, a Varrone, a Seneca, a Livio egli dirizzava lettere spiranti un ardore forse più verace, certo più vivamente espresso che non per Laura: poi nelle prose in tutt’altro tenore favella delle donne; doversi il matrimonio schifare chi a studj intende, al più accettar la concubina; pazzo chi deplora la defunta moglie, quando ne dovrebbe menare tripudio[331].
Da quell’affetto suo uscì un canzoniere, tutto d’amore se togli dodici sonetti e tre canzoni oltre le due a bisticci. Nella forma si piacque delle difficoltà, sia colle sestine, disposizione provenzale ove da nessun’armonia è redenta la fatica del replicare le medesime desinenze; sia col sonetto, ordito per lo più sopra quattro sole rime; sia colle canzoni, legate a norme impreteribili. Soggiunse i _Trionfi_, sogni allegorici ed erotici, ove in terzine divisa i trionfi dell’Amore sopra il poeta, della castità di Laura sopra Amore, della Morte sopra Laura, di Laura sopra la Morte, della Fama sopra il cuore del poeta ch’essa divide coll’Amore; in ultimo il Tempo annichila i trofei dell’Amore, e l’Eternità quelli del Tempo.
Sono concetti e forme secondo l’età; ma per quanto si provi che da altri, massime da Provenzali e Spagnuoli e nostri anteriori, togliesse molti pensieri suoi, altri si appuntino d’esagerati, di lambiccati, di falsi, resta al Petrarca la lode d’una lingua candidissima, fresca ancora dopo cinque secoli, d’uno stile vivo e corretto, d’una inesauribile varietà nell’esprimere quei miti dolori, quelle placide repulse, quelle pitture monotone eppur varianti, passionate insieme e sottili; della soave melanconia e della casta delicatezza con cui trattò la più sdrucciolevole delle passioni. Studiò egli moltissimo ciascun sonetto; eppure sembrano messi fuori d’un fiato, e colla squisitezza che nell’espressione riproduce le gradazioni del sentimento, con quella grazia d’elocuzione che allo spirito presenta l’attrattiva della novità insieme col merito della limpidezza.
Più altre opere condusse il Petrarca: nella raccolta di _Memorabili_ imita Valerio Massimo: nella _Vera sapienza_ mette un di cotesti saccenti a fronte d’un idioto di buon senso, onde svergognare la dialettica d’allora, frivola, nè giovevole al cuore nè all’ingegno. Certi garzonetti veneziani, trinciatori delle reputazioni più sode come tanti se n’incontra, avendolo sentenziato uom dabbene ma di piccola levatura, egli rispose col libro _Dell’ignoranza propria e dell’altrui_, ove qualche sentenza buona può pescarsi in un mare di sottigliezze e d’erudizione facile e presuntuosa, e dove conchiude che «la letteratura a molti è stromento di follia, di superbia a quasi tutti, se non cada in anima buona e costumata». Ribattendo un Avignonese, vitupera tutti i medici, come incettatori di scienza vana e ambiziosi nell’andare in volta con un vestone di porpora e anella smaglianti, e sproni dorati quasi aspirino al trionfo, benchè pochi abbiano ucciso i cinquemila che la legge romana richiedeva.
Il libro _Degli uffizj e delle virtù d’un capitano_ chiama alle labbra il riso d’Annibale; quello _Del governare uno Stato_ barcola su luoghi comuni, che nè rischiarano i savj, nè correggono i ribaldi. A conforto di Azzo Correggio spodestato espose i _Rimedj d’ambe le fortune_, dialoghi prolissi e scolorati fra enti di ragione, ove sfoggia argomenti ed erudizione per mostrare che i beni di quaggiù sono fallaci, e che le sventure si possono colla ragione disacerbare e convertire a bene. Due libri _Della vita solitaria_ diresse a Filippo di Cabassole vescovo di Cavaillon, i tedj del cittadino comparando alle dolcezze del solitario: antitesi non troppo sociale, dover nostro essendo l’operare anche in mezzo a questa ciurma che c’impaccia, frantende e calunnia.
Coll’amore e colla filosofia, terza sua ispiratrice fu la devozione. Anche nei tempi del suo _primo giovanile errore_ pregava Dio a _ridurre a miglior vita i pensier vaghi_; delle bellezze di Laura si fa scala al suo Fattore; e dopo morte spera vedere il Signor suo e la sua donna, per la quale, dice un contemporaneo, «ha facto tante limosine et facto dir tante messe et orationi con tanta devotione, che s’ella fosse stata la più cattiva femina del mondo, l’avrebbe tratta dalle mani del diavolo; benchè se rexona che morì pura et santa». Questo sentimento gli dettò il _Disprezzo del mondo_, specie di confessione, scevra dalla sguajataggine ostentata da certuni, e dove, a imitazione della _Vita nuova_ di Dante, commenta i proprj carmi, ed analizza i sentimenti profondi e i dilicati.
Di maggior conto è la raccolta di sue epistole _famigliari, senili, varie, e senza titolo_, carteggio coi migliori dell’età sua. Prolisso sempre e ammanierato, perchè sapeva che quelle circolavano, e spesso erano state lette da cento prima che giungessero al loro indirizzo; tocca però gli avvenimenti, i costumi, le missioni sue, massime i disordini della Corte avignonese, e certi difetti del suo tempo che sono pure del nostro. Or riprova i _moderni filosofi_, cui non pare essere a nulla approdati se non abbajano contro Cristo e sua dottrina: «soltanto da timore di temporali castighi rattenuti dall’impugnare la fede, in disparte se ne ridono, adorano Aristotele senza intenderlo, e disputando professano di prescindere dalla fede»; or move querela di coloro «che s’appellano dotti delle scienze, nei qual degno di riso è tutto, e soprattutto quel primo ed eterno patrimonio degl’ignoranti, la boria sfolgorata»; or quelli rimorde che «mentre si dicono italiani e sono in Italia nati, fanno ogni opera per sembrar barbari: e se non basta a questi sciagurati l’aver perduto per ignavia propria la virtù, la gloria, le arti della pace e della guerra che fecero divini i padri nostri, disonestano ancora la nostra favella e fino le vestimenta»[332].
Con quelle lettere è curioso seguirlo ne’ viaggi che fece alle _città de’ Barbari_, le cui costumanze delineò pelle pelle. Parigi trovò veramente gran cosa, ma inferiore all’aspettazione, più sucida e puzzolenta di qual altra città sia, eccetto Avignone, e che tutto deve alle ciancie de’ suoi[333]. Passò buon tempo a discernere il vero dal falso su quell’Università, «simigliante a paniere, ove si raccolgono le più rare frutte d’ogni paese..... Oserà comparar la Francia all’Italia chi abbia la minima nozione di storia? Discuter sulle doti intellettuali de’ due paesi sarebbe ridicolo, quando s’ha il testimonio de’ libri. Se qualche straniero produsse alcuna cosa sopra l’arti liberali, la morale, la filosofia, l’ha scritta o studiata in Italia; ambo i diritti furono stabiliti e spiegati da Italiani; fuor di qui non si cerchino oratori, non poeti; qua nacquero, qua si formarono letteratura, politica, tutto insomma qui si perfezionò. A tanti lavori, a studj così serj e variati cosa possono opporre i Francesi? Le scuole nella via degli strami (_rue du Fouarre_, dov’era l’Università). Son gente lepida, sempre soddisfatti di se stessi, bravi sonatori, allegri cantanti, intrepidi bevitori, buoni convitati, lo concedo. Beata nazione, che pensa sempre male degli altri e bene di sè: chi non le invidierebbe coteste illusioni?»[334]
Vaglia a mostrare in che i tempi sono cangiati, e come allora non men che adesso rendesse ingiusti il patriotismo. Eppure in quella Francia che gli pare così barbara, il Delfino, di precoce maturità, amava metterlo a disputa coi dotti e cogl’ingegnosi del suo paese, accettò l’omaggio dei _Rimedj d’ambo le fortune_, e li fece tradurre dal suo precettore. Chiestogli da Guido Gonzaga qualche libro francese, Petrarca gli mandò il _Romanzo della rosa_ di Giovanni de Meun, della natura della Divina Commedia, cioè che abbraccia tutto lo scibile, con sottigliezze scolastiche, misticismo, personificazioni, allegorie abusate, digressioni scientifiche, e che era commentato, lodato, biasimato in Francia, quanto Dante da noi. — La superiorità della letteratura nostra (gli scrisse) è provata da questo libro, che la Francia leva a cielo, e pretende comparare ai capolavori. L’autore vi racconta i suoi sogni, la possa dell’amore, le fiamme giovanili, le senili astuzie, le pene di chi serve a Venere, le frequenti lacrime sopra gioje passeggere. Qual vasto e fecondo campo al talento del poeta! eppure narrando i suoi sogni e’ sonnecchia. Quanto meglio non espressero la passione que’ divini cantori dell’amore, Virgilio, Catullo, Properzio, Ovidio e tant’altri, che l’antico o il moderno tempo vide sulle nostre rive italiane? Tu però riceverai con giubilo questo libro; poichè, se ne desideravi uno straniero e in lingua vulgare, non potevo offrirtene un migliore, se pur Francia tutta non s’inganna sul merito di esso»[335].
Nelle Fiandre e nel Brabante, Petrarca vide il popolo occupato dietro a tappezzerie e lavori di lana: a Liegi penò ad avere inchiostro onde trascrivere due orazioni di Cicerone: a Colonia stupì di scorgere urbanità tanta in città barbara, e onesto contegno negli uomini, studiata lindura nelle donne; e non di Virgilio, ma vi trovò copie d’Ovidio. Gli amici il trassero ad ammirare il tramonto del sole in riva al Reno, ed essendo la vigilia di san Giovanni, un’infinità di donne ne empivano la spiaggia, senza tumulto, coronate di fiori, colle maniche rimboccate fin al gomito, per lavare le mani e le braccia nella corrente, recitando versi in loro favella, e dandosi a credere che quella lustrazione le assicurasse da calamità nel corso dell’anno. Traversare la _fámosa Ardenna_ non si ardiva allora senza buona scorta, tra pei ladroni, tra per le nimicizie del conte di Fiandra col duca di Barbante. Lieto fu dunque allorchè, uscendo da que’ monti, rivide _il bel paese e ’l dilettoso fiume_ del Rodano ed Avignone. Quivi fremeva nell’udire alcuni cardinali aborrire dal tornare in Italia, perchè non vi gusterebbero il vin di Francia[336].
Nulla però incontrava che lo facesse scontento d’essere nato italiano. La Francia ottenne da Roma i doni di Bacco e di Minerva, ma non vi si coltivano che pochi ulivi e nessun arancio; i montoni non danno buona lana; non miniere od acque termali la terra. In Fiandra non bevesi che idromele, in Inghilterra birra e sidro. Che dire dei climi gelati cui bagnano il Danubio, il Bog, il Tanai? ebbero matrigna la natura; quali senza legna, sicchè vi si riscaldano solo con torba; quali tristi da fetide esalazioni de’ paduli, senz’acqua a bere; quali di erica e sterile sabbione; quali di serpi e tigri e lioni e leopardi (?). Italia sola fu prediletta dal cielo, che le largheggiò il supremo impero, gl’ingegni, le arti, e principalmente la cetra, per cui i Latini sorpassarono i Greci; nè cosa le mancherebbe se Marte non nocesse.
A Roma trova che a dritto quelle donne si preferiscono a tutt’altre per pudore, modestia femminile e virile costanza; gli uomini son buona pasta, affabili a chi li tratta con dolcezza; ma v’è un punto sopra cui non intendono celia, la virtù delle mogli; e non che in ciò sieno conniventi come gli Avignonesi, han sempre in bocca il motto d’un loro antico: — Batteteci, ma la pudicizia sia salva». Stupì di trovarvi sì pochi mercanti ed usurieri, forse perchè il commercio n’era sviato coll’andarsene della Corte.
Firenze mandò Giovan Boccaccio ad annunziargli come avesse determinato di elevare la propria repubblica, secondo avea fatto Roma antica, di sopra delle altre città d’Italia anche mediante l’istruzione. E «per tuo mezzo soltanto può essa raggiungere il suo desiderio, e perciò ti prega a scegliere qualunque libro ti piaccia interpretare, qualunque scienza tu trovi confacente alla tua fama e alla tua quiete. Altri senni elevati forse dal tuo esempio prenderan coraggio a pubblicarvi i loro versi. Intanto lascia che ti confortiamo a terminare l’immortale tuo poema dell’_Africa_, sicchè le Muse, da secoli neglette, ripiglino stanza fra noi. Abbastanza viaggiasti, hai veduto abbastanza costumi e caratteri di nazioni; or ascolta a’ tuoi magistrati, a’ concittadini tuoi nobili e popolo, e torna all’antica casa, al patrimonio avito che ti restituiranno».
Anche oggi è impossibile leggere il Petrarca e non amarlo: quanto più allora! e massimamente che egli non s’abbandonava a quella superbia, che spesso è dignità necessaria, ma che aliena le simpatie, e stuzzica le invidie. Dappertutto era una gara a chi meglio l’onorasse, «e principi d’Italia (dic’egli) con forza e con preghiere cercarono ritenermi, si dolsero della mia partita, e impazienti attendono il mio ritorno». Francesco Carrara il vecchio lo volle amico, mosse ad incontrarlo fin alle porte di Padova, e spesso il visitava ad Arquà, onde Petrarca gl’intitolò il libro _Del governare uno Stato_, esordendo con un elogio di lui pomposissimo, e per cenno di esso intraprese le vite degli uomini illustri. Alla morte di Ugo d’Este rammentava che gli era stato signore umanissimo per dignità, per amore ossequiosissimo figlio, e quanti favori ne avesse ritratto. Luchino Visconti gli chiese versi, e frutte ed erbe del suo giardino; e n’ottenne lodi le meno meritate[337]. Giovanni Visconti lo ricevette baciandolo, e tanto fece che lo trattenne a Milano, e lo deputò a conchiudere pace col doge Andrea Dandolo. Galeazzo II se l’ebbe a fianco nel solenne ingresso del cardinale Albornoz, e vedendolo in pericolo di essere rovesciato da cavallo, smontò per camparlo; gli affidò un’ambasciata a Carlo IV imperatore; nelle nozze di sua figlia con Lionello figlio del re d’Inghilterra il volle a mensa con loro. Luigi Gonzaga di Mantova deputò ad Avignone chi l’invitasse e offrissegli denaro; e quando venne alla sua corte, il ricevette con ogni migliore onoranza. Azzo Correggio gli mostrò tenerezza da fratello, dicendolo il solo che non avessegli recato noja o dispiacere con alcun detto o atto. Il guerresco Paolo Malatesti prima di conoscerlo inviò un pittore a cavarne l’effigie; scontratolo poi in Milano, mai non sapeva spiccarsi da’ suoi colloquj, nè avea bene che dello stare con lui; scoppiata la peste, gli offrì un ricovero; rottasi guerra fra i Carraresi e Veneziani, gl’inviò cavalli e uomini che lo scortassero fin a Pesaro. Il gran siniscalco Niccolò Acciajuoli non finiva di visitarlo a Milano, «come Pompeo visitava Posidonio col capo scoperto e chinandosi per rispetto», sicchè trasse le lacrime al poeta. Fu dunque indovino un astrologo, il quale al Petrarca ancor fanciullo avea presagito la famigliarità e l’insigne benevolenza di tutti i principi e illustri personaggi dell’età sua.
Quest’entusiasmo propagavasi ai minori. Un vecchio cieco, maestro di grammatica in Pontremoli, viaggiò fino a Napoli per udirlo, e trovatolo partito, riprese sua via «disposto a cercarlo fin nelle Indie»; se non che lo imbattè a Parma, e con indicibile trasporto l’abbracciava, non cessando di baciar la testa che avea concepito, la mano che avea vergato sì soavi cose. Arrigo Capra, orafo Bergamasco, beato d’aver conosciuto il Petrarca a Milano, de’ ritratti di esso empì sua casa, ne comprò le opere, e dismessa l’arte, raccolse libri, nè più conversava che con dotti; poi tanto s’ingegnò, che indusse il poeta a venire da lui, e gli fu incontro con quanti v’aveva eruditi nel contorno; e sebbene il podestà e i maggiorenti gli destinassero alloggio nel palazzo pubblico, il Capra lo volle a sè, ed avea disposta sala a porpora, letto a oro, nel quale giurò nessun mai avea dormito o dormirebbe; poi tali furono le dipartite, che la gente temeva non colui impazzasse.
Roberto, re pedante lodato dai dotti, avendo scritto l’epitafio di Clemenza regina di Francia, lo mandò per giudizio al Petrarca, il quale in una lunghissima epistola lo incensò smaccatamente, e — Non avrei mai creduto potessero dirsi cose tanto sublimi con tanta concisione, gravità, eleganza. Beata quella morte che ottiene un tal lodatore, e conseguisce due eternità, l’una dal celeste monarca, l’altra dal terrestre». Applausi non disinteressati, giacchè miravano a indurre Roberto a coronarlo poeta; di che non s’asconde in altra lettera a Dionigi da Sansepolcro, dove nuovi encomj prodiga a Roberto, dicendo che alla lettera di lui, scritta con regio stile, avea risposto in tono plebeo, sentendosi tanto inferiore di forza e di cetra.
Quel desiderio, eccitatogli da ricordanze classiche, fu adempito allorchè a lui, che a trentasei anni era venerato dagli eruditi e dal vulgo, in Avignone giunsero contemporanee lettere di Roberto de’ Bardi fiorentino, cancelliere dell’Università di Parigi, e del senato di Roma che l’invitavano a ricevere la corona di poeta. Al Petrarca viepiù lusingava quest’onore perchè il serto di _lauro_ tenea somiglianza di nome colla donna sua ancor viva; e alla _città del fango_, dov’egli avrebbe pel primo avuto tale onoranza, preferì quella dove aveano trionfato Pompeo e il suo Scipione. Volle crescervi fasto e solennità col chiedere esaminatore e giudice del suo merito re Roberto. Venne dunque a lui, che in presenza de’ principi e cortigiani l’interrogò; e la prima quistione fu sull’utile della poesia, al quale poco credeva, neppure gran fatto stimando Virgilio. Il Petrarca dimostrò ne’ poeti stare depositato il senno dei tempi, e d’immagini sensibili vestir essi le filosofiche contemplazioni. Chi avrebbe osato non dirsene convinto? Il domani l’esame versò su tutto lo scibile, sui libri metafisici e naturali d’Aristotele, sui pregi de’ varj storici latini e greci, dove il Petrarca mostrò entusiasmo per Tito Livio, ed esortò Roberto a rintracciarne le deche perdute. E Roberto l’assicurò, ben più del regno essergli care le lettere, e quello torrebbe di perdere piuttosto che queste. Al terzo e più solenne e affollato convegno il Petrarca lasciossi pregare a leggere alcuni passi della sua _Africa_, e quantunque non ancora limati, tanto piacquero, che Roberto il chiese di dedicarla a lui. Così, al modo solito degli onori accademici, gli si facea merito d’un componimento di cui l’autore stesso arrossì più tardi, invece delle rime italiane per cui la sua fama non vedrà mai sera.
La Pasqua del 1341, il Petrarca, in veste di porpora donatagli da esso re, corteggiato da paggi delle primarie famiglie romane[338], a suon di trombe e fra solenni acclamazioni salì al Campidoglio, che da dieci secoli più non vedea trionfi, e ginocchione dal senatore ricevette la laurea, mentre popolo infinito gridava: — Viva il poeta e il Campidoglio». Il serto gli fu accompagnato con questa patente: — Noi senatore conte di Anguillara, a nome nostro e del nostro collegio, dichiariamo grande poeta e storico Francesco Petrarca: e per ispeciale indizio della sua qualità, colle nostre mani poniam sulla sua fronte una corona d’alloro, concedendogli, col tenore delle presenti, e per autorità del re Roberto, del senato e del popolo di Roma, nell’arte della poesia e dell’istoria e in tutto ciò che a queste arti si appartiene, tanto nella santa città, quanto altrove, libera e intera permissione di leggere, analizzare, interpretare tutti i libri antichi, farne di nuovi, e comporre poemi, che, a Dio piacendo, vivranno pe’ secoli de’ secoli». Il Petrarca, andato nel maggior tempio, depose l’alloro sull’altare.
[Sidenote: 1374]
Così visse lungamente onorato e benvoluto, finchè ad Arquà, dov’egli erasi procacciata una villa per essere vicino al suo canonicato di Padova, fu trovato morto sopra un Virgilio. Avea per testamento chiamato erede Francesco da Brossano, marito d’una sua figlia naturale; legò cinquanta fiorini d’oro al Boccaccio onde si facesse un vestone da camera per le invernali sue veglie; al principe Carrarese una madonna di Giotto, «la cui bellezza non si comprende dagli ignoranti, ma empie di meraviglia i maestri dell’arte».
Noi dovevamo fermarci a lungo su questo insigne, del cui nome è piena l’età che descriviamo. E già di qui ci trapela l’importanza che acquistavano le lettere; le quali, mentre tutt’altrove balbettavano appena, in Italia già erano state portate a tanta altezza da Dante, Petrarca, Boccaccio, insigne triumvirato, che alla nazionale letteratura impresse il carattere che tuttora conserva. Non è dunque soltanto un còmpito letterario, ma civil dovere dello storico il badarsi su loro, come chi alle fonti studii il fiume che irriga, impingua o devasta un paese.
La poesia di Dante e del Petrarca fu modificata dall’indole dei tempi e dalla lor propria. Visse l’Alighieri cogli ultimi eroi del medio evo, robusti petti, tutti patria, tutti gelosia del franco stato, cresciuti fra puntaglie di parte, esigli, fughe, uccisioni; in repubbliche, dove le passioni personali non conosceano freno di legge o d’opinione, onde ciascuno sentiva la potenza propria, concitata alle grandi cose. Bastava dunque guardarsi attorno per trovare tipi poetici da atteggiare nel gran dramma di cui sono scena i tre mondi, i quali allora teneano da vicinissimo alla vita, ogni opera facendosi in vista di quelli. L’età del Petrarca erasi implicata ne’ viluppi della politica; non più a punta di spade, ma per lungagne d’ambascierie e per insidie e veleni si consumavano le vendette; a Federico II, a san Luigi, a Sordello, a Giotto, a Farinata, a Bonifazio VIII erano succeduti re Roberto, Stefano Colonna, Cola Rienzi, Clemente VI, Simon Memmi; alla imperturbata unità cattolica il miserabile esiglio avignonese; e preparavasi l’età della colta inerzia, dei fiacchi delitti, delle fiacche virtù, delle sciagure senza gloria nè compassione.