Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 33
Venticinquemila persone da quindici in settant’anni erano capaci dell’armi, fra cui millecinquecento nobili, sottoposti alle rigide cautele delle ordinanze di giustizia; non più di settantacinque cavalieri di corredo, atteso gli ordinamenti democratici; millecinquecento forestieri, ottantamila abitanti in contado. Ottanta in cento persone componevano il Consiglio de’ giudici, seicento quello de’ notaj: sessanta fra medici e chirurghi, cento droghieri, cenquarantasei mastri di muro e di legname, cinquecento calzolaj, e senza numero merciajuoli ambulanti. Da otto a diecimila fanciulli frequentavano le scuole di leggere, da mille a milleducento quelle d’aritmetica, un seicento quelle di grammatica e logica. Volgendo a morale perfino l’astrologia, i Fiorentini diceano la loro città esser nata sotto la costellazione dell’ariete, e perciò predestinata al commercio, e che già Carlo Magno l’avesse divisa in arti; volendo l’industria favolose genealogie, come l’aristocrazia. V’erano dunque ducento e più esercizj d’arte della lana, e venti fondachi di panni forestieri occupavano più di trentamila operaj: ventiquattro case trafficavano di banca.
I contorni erano popolati di ville, deliziose per posto, e arricchite di capi d’arte; e «uno forestiere non usato (conchiude Giovan Villani questo lusinghiero ritratto della sua patria) venendo di fuori, i più credeano per li ricchi e belli palagi ch’erano a tre miglia a Firenze, tutti fossero della stessa città, al modo di Roma; senza dire delle case, torri, cortili e giardini murati più da lungi, talchè si stimava che intorno a sei miglia vi aveva tanti ricchi e nobili abituri, che due Firenze non n’avrebbono tanto».
Da così bel crescere la tracollarono gravissime sventure. Nel novembre 1333 piogge interminate flagellarono molti paesi, e peggio Firenze, ove l’Arno traripando guastò mura, ponti, casamenti, e molte vite e ricchezze inestimabili; e seguì devastando il Casentino, il val d’Arno superiore e l’inferiore, e per tutto ove tenne sua corrente fin al mare. Incalcolabile il danno de’ privati; quel che ricadde sul pubblico passò i ducencinquantamila zecchini: ma la città si affretta al riparo, spendendo cencinquantamila zecchini ne’ soli ristauri, sebbene contemporaneamente menasse la sciagurata guerra per l’acquisto di Lucca e quella contro Mastin della Scala. Pure, non avendo mai il granchio alla borsa ne’ pubblici comodi, eleva anche il magnifico palazzo sopra le logge d’Or San Michele, e getta le fondamenta del meraviglioso campanile.
Ma ecco la squassano grossi fallimenti. I Bardi banchieri nel 1345 doveano avere novecentomila fiorini d’oro dalla corona d’Inghilterra, e centomila da quella di Sicilia; i Peruzzi seicentomila dalla prima, centomila dall’altra; e avendo il re inglese lasciato scadere le cambiali, le due case furono ridotte a fallire, e i Bardi diedero ai creditori il settantotto per cento, assai meno i Peruzzi. Anche gli Scali fallirono di quattrocentomila fiorini, e dietro a loro i minori mercanti, «e fu (dice il Villani) a’ Fiorentini maggiore sconfitta, senza danno di persone, che quella d’Altopascio».
Di quel tempo Firenze fece un primo assaggio di tirannia. Già quando la guerra con Mastino metteva a repentaglio lo Stato, e invaleva la paura che i Ghibellini di dentro gli desser mano, si provvide ad un’autorità dittatoria, invece dei sette bargelli istituendo un capitano della guardia o conservatore del popolo, con cento uomini a cavallo e il doppio pedoni, e la provvisione di diecimila fiorini annui; la cui giurisdizione non solo si estendeva illimitatamente sopra i fuorusciti, ma era disobbligata dagli ordini della giustizia, e dal render conto ad altri che ai priori delle arti. Il primo fu Jacopo Gabrielli da Gubbio, che severo e tirannico, a contemplazione della plebe oppresse i nobili, tendendo a privarli delle castella venti miglia attorno alla città, cercando al castigo alcuni de’ Bardi e Frescobaldi che studiavano a novità; e n’acquistò tale odio, che, quando scadde, fu stanziato che nessun da Gubbio si eleggesse più a pubblica funzione.
Avrebbero dovuto accertarsi che mal si ripara la libertà all’ombra del dispotismo: eppure, scontenti della lentezza de’ magistrati e della perdita di Lucca, conferirono la signoria a Gualtiero di Brienne (1342). Proveniva costui da quel Brienne che campeggiò in Italia, suocero poi nemico di Federico II: re titolare di Gerusalemme, per donne avea conseguito il ducato d’Atene, donde cacciato dalle bande catalane, si era posto al mestiero più lucroso, la guerra di ventura, e con cenventi uomini e gran fama di valore stava al soldo de’ Fiorentini, quand’essi il domandarono capitano e conservatore del popolo, per quella funesta propensione che i vulghi hanno verso i capi militari. «Non senno, non virtù, non lunga amicizia, non servigi a meritare, non vendicate loro onte, ma la loro grande discordia»[319] riduceva i Fiorentini a dominio di questo forestiero, il quale, avaro quanto ambizioso, perfido, ostinato, senza pietà nè confidenza, pensò vantaggiarsi delle passioni di tutte le sêtte, e tutte ingannarle. Bardi, Frescobaldi, Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Donati, Gianfigliazzi ed altri nobili antichi, esclusi di governo dalla mercantile oligarchia, e continuamente rimorsi per un potere che più non aveano, aizzavanlo contro i popolani grassi, dominatori superbi, ed esosi anche alla plebe; ed egli in fatto ne processò alcuni, come Altoviti, Medici, Rucellaj, Ricci, rivedendo antiche ragioni; e trovando aveano trassinato il denaro del Comune, li mandò al supplizio. Ne sbigottì quella fazione: nobili e plebe s’allegrarono che Dio avesse finalmente mandato un uomo (1342), il quale non mirava in viso a nessuno, nè si lasciava metter la mano sotto da tirannetti. Incontrandolo dunque, gli gridavano _Viva il signore_, ne magnificavano la integrità, ne dipingevano l’arma su tutti i canti; ond’egli carezzando chi lo favoriva, salvando i falliti dalla prigione, s’acquistò tanti fautori, da poter fidarsi a interrogare il voto universale.
Radunato il parlamento, fattasi la proposta di dargli la signoria per un anno, «il popolo cominciò a rugghiare, com’era deliberato per li traditori; e gridarono, _A vita a vita, viva il signor duca, in tutto sia signore_; e così pesolone preso e portato alla porta del palagio» (STEFANI), ottenne il potere (8 7bre) senza verun termine o salvo, bruciandosi i libri degli ordinamenti della giustizia e i gonfaloni delle compagnie, tra feste incredibili: Arezzo, Pistoja, Colle, San Geminiano, Volterra secondarono l’esempio. Egli (primo fondamento d’ogni tirannia) soldò ottocento cavalieri francesi, eppure fe pace con Pisa mentre i Fiorentini speravano la ricuperasse; si legò cogli Estensi, coi Pepoli, cogli Scaligeri, garantendosi reciprocamente i dominj, mentre nelle cariche ai gentiluomini preferiva i ciompi, cioè la gente bassa: con ciò e coi mangiari e colle giostre otteneva la vulgare reputazione di democratico, e con questa esercitò tirannia. Allora seguirono i soliti corredi; prestiti forzati, divieto delle armi, nuove inventie di gabelle ed imposte, giudizj ingiusti, prepotenze, e tentar donne oneste, e cingersi di Francesi assetati di preda e di femmine; fraudò i creditori del pubblico per ammassare denaro che asportava: e puniva senza pietà chiunque appuntasse il suo dominio, «sicchè (conchiude il Rinuccini), carissimi miei cittadini, guardatevi di venire a tiranno».
Non tardò a prorompere la pubblica indignazione; e mentre i piccoli artieri e il vulgo lo fiancheggiavano (1343), i grandi, i popolani grassi e gli artefici, stanchi di vedersi sempre innanzi agli occhi la mannaja e l’oltraggio, formarono tre congiure, una ignorando dell’altra: poi unitisi nell’intento comune, e levando popolo al grido di _Libertà_, in un batter d’occhio (luglio) misero fuori tutte le bandiere, abbarrarono le strade, assalsero in palazzo il duca e per le vie i suoi scherani: Guglielmo d’Assisi, Cerrettieri de’ Visdomini ed altri di quegli abjetti che mai non mancano per assistere e invelenire i tiranni contro la propria patria, furono uccisi con rabbia sì furibonda, da mordere e mangiar persino delle loro carni, «che, secondo che si legge, in inferno non si fa peggio di un’anima» (STEFANI). Il duca, per intromessa dell’arcivescovo, potè ritirarsi, rinunziando a qualsifosse diritto: si prese che il giorno di sant’Anna fosse festivo come Pasqua; ed oggi ancora si commemora sventolando in Or San Michele i ventuni gonfaloni delle arti.
A denaro i Fiorentini recuperarono molte rôcche, dal duca concesse ad altri: ma quasi la libertà acquistata da Firenze invitasse le costei suddite a ricuperarla esse pure, Arezzo, Colle, San Geminiano si fecero di propria balìa; Volterra tornò a Ottaviano de’ Belforti; Pistoja, in nome alleata, in fatto serva, cacciò il capitano e la guarnigione fiorentina per darsi a Pisa, che ridiveniva capo della Toscana; mentre Siena durava indipendente e metteva freno a’ nobili campagnuoli.
In quei disastri, ciascuno trovandosi obbligato a riparare colle forze proprie, le conosce e vuole esercitarle, sicchè la democrazia prevale. E già ne’ passati tempi per mozzare la potenza dei nobili si agevolavano ai servi le guise di venir liberi, od accogliendoli ne’ Comuni, o sorreggendoli nelle querele contro i padroni. Ora a quattordici persone coll’arcivescovo fu data balìa di riformare d’uffizj Firenze; e giacchè tutti aveano cooperato a spezzare la tirannide, accomunarono a’ magnati un terzo delle cariche. Ma questi, appena uscirono dallo anteriore svilimento, trascesero la civile modestia, non soffrendo eguali ne’ privati o superiori ne’ magistrati; sicchè da un lato crescendo le insolenze, dall’altro i dispetti, il popolo, inizzato da Giovan della Tosa, insorse contro le famiglie, abbattendone i palazzi, segnatamente que’ de’ Bardi e Frescobaldi, e riordinò a signoria di plebe la città, divisa in quartieri, invece dei sesti. I nobili restavano esclusi dalle magistrature; finchè, lentato il rigore, si accettarono molti casati fra’ popolani. «E nota e ricogli, lettore (avverte qui il Villani), che in poco più d’un anno la nostra città ha avuto tante rivolture, e mutati quattro stati di reggimento: prima signoreggiò il popolo grasso, e guidandosi male, per loro difetto venne alla tirannica signoria del duca; cacciato il duca, ressono i grandi e popolani insieme, tutto fosse piccolo tempo e con uscita di gran fortuna; ora siamo al reggimento quasi degli artefici e minuto popolo. Piaccia a Dio che sia esaltamento e salute della nostra repubblica; ma mi fa temere per li nostri peccati e difetti, e perchè i cittadini sono vuoti d’ogni amore e carità tra loro, ed è rimasa questa maledetta arte in quelli che sono rettori, di promettere bene e fare il contrario».
Qui nuovo flagello percosse non la Toscana sola ma tutto il mondo. Per la nessuna precauzione nel comunicare coi paesi di Levante, facilmente ricorreva la peste, che il 1340 rapì dodicimila persone alla sola Firenze, moltissime e delle meglio stanti a Siena, talchè fu vietato di sonar le campane, o radunarsi a mortorio, o mandare attorno, come si soleva, banditori ad annunziare i defunti. Poco poi una nevata straordinaria corruppe i seminati, donde seguì gravissima strettezza di vettovaglie. Firenze non badò a spese, e consumati cinquantamila fiorini d’oro a tirare grano, lo distribuiva in tal quantità, che novantaquattromila persone riceveano pane dal pubblico, non negandolo a verun forestiero nè pellegrino o villano; furono sciolti di carcere gl’indebitati verso il Comune, concesso di redimersi col quindici per cento dalle vecchie multe. Pure la fame affralì i corpi, e li predispose ai guasti di quella che chiamarono la morte nera. La precedettero stranissime meteore, disastrosi tremuoti, vascelli sobbissati, voragini aperte, che per più giorni arsero infiniti spazj; poi il nembo spinse innumerevoli cavallette in mare, i cui cadaveri rigettati sulla riva, finirono d’appuzzare e corromper l’aria; e un nebbione coprì lungamente la Grecia.
Il morbo scoppiò nella Cina (1348), poi nell’India, nella Persia, nell’Armenia, nell’Egitto e nella Siria con tal furore, che al Cairo perivano da dieci a quindicimila persone al giorno; ventiduemila ne perdette Gaza in sei settimane, e quasi tutti gli animali. A Cipro fu recato dal vivissimo commercio; così nelle altre isole dell’Arcipelago e alla foce del Don. I mercanti italiani, numerosi per tutti quei porti, cercarono salvezza fuggendo; ma otto galee genovesi, salpate dal mar Nero, approdando in Sicilia, aveano già perduto tanto equipaggio, che quattro furono abbandonate; gli altri sbarcando comunicarono il male, che presto ammorbò quell’isola, la Corsica, la Sardegna, le coste del Mediterraneo, la Toscana.
I sintomi variavano secondo i paesi, anzi dal cominciamento al dechino della malattia. Da noi per lo più manifestavasi con febbre violenta, poi delirio, stupore, insensibilità; la lingua e il palato illividivano; fetidissimi il fiato, il sudore, le dejezioni; insaziabile sete; a molti sopragiungeva violenta peripneumonia con emorragie di pronto esito; e macchie nere e sozzi gavoccioli rivelavano la cancrena. Alcuni cadeano come di colpo; i più perivano il primo giorno; fortunato cui succedevano ascessi esterni: ma rimedj umani non menomavano il male, e il minimo contatto bastava a comunicarlo. Invano si fecero processioni di reliquie, si portò il tabernacolo devotissimo dell’Impruneta attorno per Firenze gridando misericordia, e davanti a quella facendo gran paci di quistioni e di ferite. Fuggivasi alla campagna, ma la morte veniva a disabbellirla. I medici che sopravivessero, voleano smisurato prezzo in mano, a appena col viso addietro stendere le dita a tastar il polso, e da lungi veder le orine con essenze odorifere al naso. Quei medesimi che a principio per arte, per carità, per prezzo studiavano gl’infetti, gli abbandonavano poi a morire nell’isolamento, fossero anche i padri, i figli, i mariti; se l’infermo si trovasse confortato, facevasi alla finestra, e stava buon tempo innanzichè passasse persona; e quando fosse udito, o non gli era risposto, o non soccorso; molti morivano così senza sacramenti, e stavano sul letto finchè la puzza annunziasse che là entro erano cadaveri, e i vicini per borsa mandavano a raccoglierli e sepellire senza pietà d’esequie. I becchini esigevano tal ricompensa, che molti vi arricchirono, come arricchirono speziali, pollajuoli, trecche di malva, d’ortiche e d’altre erbe d’impiastri: smisuratamente valevano i confetti, e lo zucchero fin tre in otto fiorini la libbra, e bazza chi ne trovasse: non aveasi più cera, non bare e stamigne, delle quali usavasi ai morti: lanajuoli e ritagliatori che si trovarono panni bruni, li vendettero a peso d’oro[320].
A tal modo Firenze perdette centomila abitatori, altrettanti Venezia, Pisa sette ogni dieci, Siena ottantamila in quattro mesi se si credesse a un cronista, il quale soggiunge che «morivano uomini e donne quasi di subito; ed io Angelo di Tura sotterrai i miei figliuoli in una fossa con le mie mani, ed il simile fecero molti altri»[321]. Quarantamila ne pianse Genova, Roma censessantamila, e così Napoli, e fra tutto il Regno cinquecentotrentamila; in molti luoghi non rimase che un decimo degli abitanti, a Trapani nessuno: cinquecentomila perirono in Sicilia, quasi tutti quelli di Cipro. Trovaronsi vascelli erranti a grado dell’onde, essendo perito tutto l’equipaggio; la messe e la vendemmia infradiciarono non côlte; a Bologna Taddeo Pepoli faticò a tirar grano e tenerlo a basso prezzo, ma entrato il morbo, moltissime famiglie terminarono, delle quali dà la lista il Ghirardacci.
Luchino Visconti orlò i confini del Milanese di forche, dove appendere chiunque li varcasse, col che tenne immune il paese, come fu pure di Parma e del Piemonte[322]. Passò poi la morte nera in Savoja, nella Spagna, nelle Baleari, in Francia, ove la sola Parigi dava cinquecento vittime al giorno, Vienna d’Austria milleseicento; ad Avignone durò sei mesi, uccidendo sette cardinali e duemila persone: in Inghilterra per nove anni mietè cinquantamila vite l’anno; l’Irlanda ne rimase deserta: insomma dicesi che se ne portasse un terzo d’Europa; ove rimase spaventevolmente ricordata. «Non fia creduto ai posteri che siavi stata un’età in cui il mondo rimase quasi totalmente spopolato, e le case di famiglia vuote, e di cittadini le città, e le campagne senza lavoratori. Come lo crederanno gli avvenire, se noi medesimi a fatica prestiamo fede ai nostri occhi? Usciti di casa, scorriamo le vie, e le troviamo piene di morti e di morenti: tornati fra le domestiche pareti, più nessuno troviamo di vivo, essendo tutti morti nella breve nostra assenza. Fortunati i posteri, a cui tali calamità sembreranno finzioni e sogni»[323].
Le analogie de’ sintomi con quelli dell’avvelenamento fecero supporre che una malizia, smisurata quanto il male, propagasse ad arte la morte: principalmente imputavansi gli Ebrei di avvelenare le fonti, e per Germania e Spagna fu fatto strazio di questi infelici, dei quali papa Clemente VI attestò l’innocenza e diede loro ricovero in Avignone.
Alcuni vedevano in quel flagello la punizione divina perchè si violavano la domenica e il digiuno, e si commettevano adulterj, usure, bestemmie; e si bucinò che in Gerusalemme fosse arrivata una lettera dal cielo, ove diceasi che Cristo non concederebbe misericordia se ognuno non si flagellasse e andasse ramingo per trentaquattro giorni. Pertanto moltissimi buttavansi alle penitenze, alle macerazioni, e si rinnovarono le scene de’ Flagellanti, che a centinaja passavano di terra in terra, con litanie e miserere, ed anche con superstizioni di miracoli e liberazione d’ossessi, e dogmi nuovi e strani. Fu profuso a cause pie quel che ritenere non si potea, e di venticinquemila fiorini l’ospedale di Santa Maria Nuova, di trecencinquantamila la Compagnia d’Or San Michele restarono eredi in Firenze: la Compagnia della misericordia, istituita un secolo prima dai facchini che servivano all’arte della lana, prestò intrepidamente soccorsi, e ne fu compensata con lasciti dell’ammontare di trentacinquemila fiorini.
Altri, all’opposto, si persuasero che rimedio fosse lo svagarsi e il darsi buon tempo; e ne seguì un enorme rilassamento di costumi, volendo ciascuno godere una vita che fuggiva, o allietarla d’ogni piacere, se l’avea campata; i popolani vestivano delle robe lasciate dai ricchi; eredità improvvise mutando fortune, davano spirito ad abusarne, come appiglio a complicatissime liti; i latrocinj al par che gli amori furono agevolati dal pericolo e dagli abbandoni. E quel misto di devozione e d’allegria può dirsi rappresentato nei _Balli dei morti_, stravaganti pitture ove si effigiano scheletri che menano danze o s’atteggiano bizzarramente con persone vive, papi, re, belle, mercanti, letterati, fanciulli, vegliardi, per intimare a tutti la necessità del morire. La Svizzera e la Germania ne abbondano, non ne manca l’Italia[324].
Questa peste fu anche deplorabile pel numero di valentuomini che l’Italia perdette, fra i quali mentoveremo Giovan Villani e Giovanni Andrea canonista peritissimo; ma «tiranni e grandi signori non morì nessuno»[325]. Fu poi descritta nel primo lavoro di prosa italiana elaborata, il _Decameron_ di Giovanni Boccaccio. Finge egli che sette gentildonne, durante la peste, scontratesi in chiesa con tre loro amanti, prendano accordo di uscire alla campagna[326], e tuffare i timori e la compassione nella vita sollazzevole e nel raccontar novelle: le quali, distribuite in dieci giornate, finite ognuna con una canzone, formano appunto quel libro. Precede la descrizione della peste, ma come d’uomo che non la vide, adoprando le riflessioni e le particolarità di Tucidide e di Lucrezio, e su queste diffondendosi in modo, che sono in quantità assai meno e in parole assai più che nell’originale. E il concetto e le parti dell’opera risentono d’un colto egoismo; e laide avventure, e la facilità delle donne e la spensierataggine degli uomini insinuano di goder la vita e non darsi altro pensiero. La pittura stessa della peste finisce con un’idea scherzevole e affatto pagana[327]. Piacque alla società gaudente; ma gli spiriti serj ne restarono scandolezzati, e il certosino Gioachino Cino si presentò al Boccaccio dicendogli come il suo compagno Pier Petroni da Siena morendo gli avesse lasciato l’incarico di venire a richiamarlo a coscienza. Ne rimase tocco Boccaccio, e dato migliore indirizzo all’ingegno, fece libri di pietà, e a Mainardo Cavalcanti scriveva: — Lascia le mie novelle ai petulanti seguaci delle passioni, che sono bramosi di essere creduti dall’universale contaminatori frequenti della pudicizia delle matrone. E se tu non vuoi perdonare al decoro delle tue donne, perdona all’onor mio, se tanto mi ami da sparger lagrime pe’ miei patimenti. Leggendole, mi reputeranno turpe mezzano, incestuoso vecchio, uomo impuro e maledico, ed avido raccontatore delle altrui scelleraggini. Non v’ha dappertutto chi sorga e dica per iscusarmi: _Scrisse da giovane, e vi fu astretto da autorevole comando_».
Ebbe amicissimo Francesco Petrarca, che nato (1304) in Arezzo da un Petracco sbandito di Firenze coll’Alighieri, visse poveramente colla madre all’Incisa in val d’Arno, poi si avviò nelle scienze a Pisa sotto Convenevole, a Bologna sotto Giovanni d’Andrea, a Montpellier sotto il celebre giurista Bartolomeo d’Osio bergamasco: ma dagli studj del diritto impostigli da suo padre divagavasi per la lettura di Cicerone e la compagnia di Cino da Pistoja e Cecco d’Ascoli, dai quali prese vaghezza della poesia italiana. Rimasto orfano e scarso di patrimonio, si acconciò allo stato ecclesiastico, e stabilì mutarsi ad Avignone a cercarvi fortuna come faceano tutti (1326). Il trattar cortese e il limpido ingegno lo fecero il ben arrivato alla Corte pontificia, dove ai principali prelati lo introdusse l’amico suo Jacopo Colonna, vescovo che fu poi di Lombez. Il papa, a cui diresse un’elegante prosopopeja di Roma che lo richiamava, gli assegnò un canonicato a Padova, e l’aspettativa della prima prebenda che vacasse. Comprossi anche un poderetto presso la fontana di Valchiusa, e vi si ritirò co’ suoi libri. A questi applicò allora tutto l’animo, e venuto idolatro dell’antica civiltà, fantasticava sempre i vetusti eroi e la città di Romolo e d’Augusto in quella che i pontefici abbandonavano alle masnade dei Colonna e degli Orsini; ed applaudiva a chi tentasse restaurarvi il buono stato.
Era capace di apprezzare le bellezze dei classici, e non ostante presunse poterle raggiungere, e scrisse l’_Africa_, poema sul soggetto stesso di Silio Italico. È un racconto senza macchina, nè episodj nuovi, nè sospensione curiosa: ma versi di così buona lega non si erano più uditi da Claudiano in poi, tanto avea convertito in sostanza propria quella de’ classici meditati. Riesce più poetico nelle _Egloghe_, ove sotto nomi pastorali allude a fatti d’allora, non rifuggendo dall’adulazione.