Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 32
Piacque tale esempio al genio andarino e venturiero d’allora, quando, non essendo accentrata ne’ governi ogni attività, ciascuno disponeva ad arbitrio della propria, siccome abbastanza ci fu veduto nelle spedizioni de’ Normanni, nelle crociate, nelle conquiste di Genovesi e Veneziani in Levante. Non era questa la forma, con cui i Germani erano sbucati addosso all’antico impero romano? non erano tali gli Ordini cavallereschi? Nell’indipendenza degli individui, e nella niuna protezione che poteano ripromettersi dai governi, ognuno doveva provvedere alla sicurezza propria, e chi non si volesse rassegnare all’oscurità, dovea procacciarsela coll’armi. Spesso, come dice il cronista di Cola Rienzi, «non c’era altra salvezza se non che ciascheduno si difendeva con parenti e con amici»; e queste associazioni di famiglie e di clienti facilmente dalla difesa passavano all’attacco.
A migliaja, lo vedemmo, le persone erano bandite da alcune città; le quali, sviate dai mestieri e cupide di vendetta, si applicavano alle armi, e restando unite dalla comunanza di sventure e di speranze, si offrivano a chiunque preparasse impresa contro la loro patria[314], o stanziavansi in altre città, come fecero i Guelfi fiorentini dopo la battaglia di Monteaperti, i quali poi raccozzatisi in un’armatetta, coadjuvarono alla spedizione di Carlo d’Angiò.
D’altra parte la nobiltà castellana teneva studio unico le armi, e vi esercitava i suoi villani onde averli pronti al bando feudale o nelle private baruffe. Accomandati a più d’un Comune, bilanciavansi tra i varj in modo di non obbedire a nessuno, e ingrandirsi a danno dei confinanti. I podestà, che andavano ad esercitare nelle città il potere esecutivo, doveano condurvi un pugno d’armati, e ne davano per lo più la cura ad alcuno di questi castellani; od un castellano veniva podestà o capitano del popolo colla propria masnada.
La feudalità avea risolto in modo insigne il problema supremo di fissare al suolo le genti da tanto tempo vagabonde, e di allestire alla difesa senza possibilità di conquiste. Ma ormai i feudi si venivano fondendo; quelle molecole politiche, per così esprimermi, si cristallizzavano attorno ad alcuni nuclei; alle guerre private succedeano quelle di Stato a Stato, più grosse e regolari; del sistema monarchico consolidatesi nella restante Europa, si risentiva pure l’Italia; e i re e gli imperatori che s’accingevano a lunghe e lontane imprese, non potendo pretendere i servigi de’ loro vassalli, doveano ricorrere a un valor mercenario. Dopo che la libertà comunale era riuscita a ridurre cittadini i guerrieri, i guerrieri ed i principi dovendo comprimere i sudditi, ricorrevano a quel che n’è mezzo supremo, una forza regolare e stabile, non più disposta a tutelare i borghesi che in pace trafficassero o lavorassero, ma a tenere in soggezione i sudditi, nè lasciare che sentissero la propria gagliardia.
Generale divenne dunque l’uso delle truppe mercenarie, e persone e paesi si applicarono specialmente a quest’arte. Nella bassa Germania e in quella che poi formò la Svizzera, sminuzzata tra innumerevoli signorotti, e con più popolazione che mezzi di sostentarla, presto divenne un mestiere il servire coll’armi; e come capobande era comparso in Italia quel Rodolfo d’Habsburg, la cui discendenza dovea darle tanti regnanti[315]. Allorchè Enrico VII morì a Buonconvento, i Tedeschi che con lui aveano passato le Alpi rimasero improvvisamente senza soldo e senza padrone, e vissero di saccheggiare, finchè si allogarono con chi li pagasse: altrettanto fecero i seguaci di Lodovico Bavaro, e quei che erano venuti col duca di Carintia, col re di Boemia, al ritorno ne’ loro paesi preferendo il rimanere nel nostro: con loro si univano i nostri maneschi, e gente necessitata a misfare per fuggire castighi. I tirannetti preferivano sempre i Tedeschi, perchè stranieri ai partiti nazionali, e perchè più ostinati, come quelli che non poteano disertare, e che aveano mestieri della guerra per vivere. Questi venderecci, non combattendo nè per sentimento nè per obbedienza ma per guadagneria, riuscivano terribili ad amici e nemici.
In Italia i cittadini eransi mostrati eroi nell’acquistare contro il primo e difendere contro il secondo Federico la loro indipendenza; ma quando le guerre si prolungarono, e divennero schermaglie di partiti, o da un signore decretate per proprio interesse e capriccio, essi prendeano le armi di tanto minor voglia, quanto più venivansi avvezzando alle dolcezze della quiete e all’applicazione delle arti. Ai signori nulla poteva tornare più desiderevole che questo svogliarsi dalle armi, le quali in man de’ cittadini sono terribile ritegno alle prepotenze: onde di lieto animo li sgravarono di tal peso, cambiandolo con un tributo, del quale si valeano per condurre truppe a stipendio.
Si trovò dunque chi speculasse su questo nuovo lucro, e uomini disposti a «versar l’alma a prezzo», e _condottieri_ che li comprarono, rizzando una bandiera di ventura per far guerra dove avessero maggior derrata. Costoro, trovandovi guadagno e fama, esercitarono meglio le bande, che applicate per elezione alle armi, dovettero possederne l’abilità, se non il vero coraggio che nasce dal sentimento del dovere. La milizia cessava dunque d’essere, come deve, una istituzione dello Stato, e diveniva mestiere d’individui: da gente poi senza patria, senza causa, senz’altro movente che l’oro, poteasi più aspettare nè cortesia cavalleresca, nè lealtà, nè l’altre doti che sceverano il masnadiero dal campione?
Questa genìa nuova, principal parte sostenne nelle guerre non solo, ma nelle vicende politiche del periodo sul quale ora ci esercitiamo, e che forma una nuova fasi della vita signorile. Perocchè da prima vedemmo i castellani imperare sul suolo sbocconcellato. Dappoi che furono la più parte costretti a divenire cittadini, cercarono primeggiare nei Comuni colle magistrature o col capitanare le fazioni; e Giano della Bella, Vieri de’ Cerchi, Corso Donati, non meno che i Torriani, i Carrara, i Da Camino, andarono podestà o capitani del popolo in varie città o nella natìa col mescere partiti. Or ecco nuovo campo aprirsi ai gentiluomini, il condurre soldati a servizio di questo o di quel belligerante, col nome in prima di capitani, poi di condottieri: e già per tal via vedemmo ingrandire Uguccione, poi Castruccio: e fu col costoro ajuto che le città, divezzate dalle armi, si sottoposero a principi.
I Comuni dovettero anch’essi adottare questo sistema, e appunto colle bande Firenze resistette a Castruccio, poi ai Visconti e al papa. Nel 1322 alcuni, partiti dal soldo de’ Fiorentini, si unirono a Deo Tolomei fuoruscito di Siena, che, raccoltine oltre cinquecento a cavallo e moltissimi a piedi, corse infestando il Senese[316], finchè il verno e la fame li sbrancò. Narrammo le vicende e la baldanza di quei che dal Ceruglio pericolarono Lucca e Pisa.
Guarnieri duca di Urslingen, con molti altri tedeschi a cavallo condotto a provvigione dai Pisani contro Firenze nella guerra di Lucca, congedato assunse imprese per proprio conto, e spinto (1343) o anche pagato dai Pisani e dai signori lombardi per danneggiare i principotti di Romagna, unì a sè le bande di Ettore Panigo e di Mazarello da Cusano bolognesi, e intitolandosi _signore della Gran Compagnia, nemico di Dio, di pietà, di misericordia_, taglieggiava tutt’Italia, dando mano a ribelli e vendicativi. Tremila barbute lo seguivano con infinita ciurma, ogni dì cresciuta dalla schiuma de’ paesi traversati; correvano a man salva sopra chiunque differisse a dare quanto pretendevano; e incendj, devastazioni, e quantità di villani appiccati agli alberi segnavano il loro passaggio. Alfine Guarnieri pel Friuli se n’andò ben arricchito: ma quando i pochi resti della sua banda ebbero al giuoco, ai bagordi, a postriboli sguazzato le prede, egli tornò con Luigi d’Ungheria venuto a conquistare il regno di Napoli, e che blandiva questo masnadiero al punto di volere da esso ricevere l’ordine cavalleresco. Accordatosi col vaivoda di Transilvania e con altri capibanda, fino a raccorre diecimila armati, Guarnieri taglieggia la Capitanata e la Terra di Lavoro (1348), e ogni luogo dove trapiantasse gli alloggiamenti; e il bottino che i suoi spartirono alla fine si valutò mezzo milione di fiorini, non contando l’armi, i cavalli, i panni e le cose d’uso o trafugate; e dopo strazj infandi traendosi dietro prigionieri e donne rapite, attraversarono la spaventata Italia.
Fra queste bande e nelle guerre del Napoletano (1351) si era segnalato Monreale d’Albano frate spedaliere, che, affidatisi alcuni masnadieri ed esibendosi a un signore o all’altro, era venuto in fiducia che nulla fosse impossibile alla forza; onde mandò inviti e promesse a quanti erano mercenarj per Italia, e arrolati millecinquecento cavalli e duemila fanti, mise a sacco la Romagna. Avvezzò egli i suoi a rubare e assassinare con ordine: teneva tesoriere, segretarj, consiglieri con cui discutere; giudici che mantenessero fra i soldati una giustizia a modo suo, e reprimessero i saccardi: il bottino doveva essere compartito equamente tra uffiziali e soldati, poi venduto a certi mercanti privilegiati: una repubblica insomma di masnadieri disciplinati. E per tutto se ne parlava; i venturieri non vedeano l’ora d’aver finito la propria condotta per mettersi ne’ ruoli di frà Moriale, e fin principi e baroni di Germania. Così aggomitolò da settemila cavalli e millecinquecento fanti scelti, ma l’ondata seguace saliva sin a ventimila; e ognun pensi come i paesi doveano rimanere in isgomento, e se pagavano di grosso acciocchè non venissero a far di loro Dio sa che. Le città toscane si serrarono in lega per difendersi, ma egli bravando di volerne far quel peggio che mai, seppe sconnetterle, ciascuna tagliando di pingui riscatti: Siena di sedicimila fiorini, d’altrettanti Pisa, di venticinquemila Firenze per rimanerne lontano due anni, oltre i regali ai capi. E corsa per sua la campagna, andò a servire la lega formata contro i Visconti, patteggiando cencinquantamila fiorini per quattro mesi di servizio. Finito il quale (1354), traversò Italia onde andare ad accaparrarsi imprese per la nuova stagione; ma Cola Rienzi il colse, come vedremo.
Tal modo di guerra aggeniava agli Stati piccoli e trafficanti, che col denaro sapeano di avere in pronto truppe ad ogni occorrenza, e ripristinavano in certo qual modo l’equilibrio, rotto dal crescere d’alcune potenze. Ai tiranni conveniva onde perfidiare la pace, giacchè, se volessero nel cuor di questa rovinare un loro nemico, congedavano una banda con segreto concerto che la si gettasse sulle terre di quello. Il condottiere tornava opportunissimo alla diffidenza di Stati non eretti saldamente sopra le istituzioni: e l’aristocrazia, temente la popolarità d’un guerriero vittorioso; la democrazia, gelosa di non affidare il comando a un cittadino; i principi, che repugnavano dall’armare nè i nobili nè la plebe, trovavano al caso loro questo nomade eroe, che combatteva perchè pagato, che se ne andava al cessar degli stipendj, che alla peggio potevasi reprimere collo stipendiare un suo emulo. Venezia, che, per gelosia, ai proprj nobili non avea mai consentito i comandi, menò soldati a mercede in tutte le campagne di terraferma; Firenze si piacque di un sistema, che i cittadini lasciava attendere alla mercatura e alle industrie di mano e d’ingegno; se ne piacque Roma pretesca: e così si estese questo vil modo, che della guerra faceva una speculazione, togliendole quel decoro che la rende men trista.
E fu un nuovo e gravissimo flagello della patria nostra. Que’ venturieri, terribili per barba, per cimieri strani, per nomi strepitanti, unendosi improvvisi e guerreggiando senza ragione, nessun più lasciavano sicuro della pace. Combattendo senza sentimento nè onore, ispiravano diffidenza anche ai proprj compratori, disposti com’erano ad abbandonarli appena ne trovassero uno più generoso. Ad ogni impresa ben riuscita, pretendeano _paga doppia e mese compiuto_; se finita la loro _ferma_ non fossero ricondotti, o la pace li mettesse _in aspetto_, i capitani assumevano imprese per conto proprio: riuscivano? ecco terre da saccheggiare, prigionieri da taglieggiare, conquiste da rivendere: fallivano? aveano scemato le bocche da mantenere. Dietro a loro traeva sempre una ribaldaglia di spie, saccomanni, guastatori, che sperperavano il paese, non peritandosi fra pace e guerra, fra amici e nemici. Aveano l’accortezza di non badarsi in un paese tanto da eccitare i natii a difesa disperata, e gl’inducevano a soffrire colla lusinga che presto ripartirebbero.
Nerbo degli eserciti restava sempre la cavalleria pesante, poco reputandosi la fanteria, cernita fra vulgari, e che supponevasi incapace a sostenere l’urto de’ corazzieri. Ma la grave armadura, disposta alla difesa anzichè all’offesa, rendeva i militi più formidabili per massa che per agilità; e se dai molti arcieri e pochi balestrieri che erano allora negli eserciti non poteva essere trapassata, disserviva però ne’ paesi caldi; e caduto che uno fosse, più non poteva rialzarsi, e rimanea prigione o ucciso o soffocato. Qualunque ostacolo poi frangeva quelle massicce ordinanze, nulla poteano fra le montagne, poco al varco de’ fiumi; in conseguenza evitavano le battaglie in campagna rasa, o bisognava che i due generali nemici si mettessero d’accordo per scegliervi luogo opportuno, come si farebbe in duello o in un torneo.
Rare perciò le giornate campali, limitandosi a _cavalcate_ sul terreno nemico per bottinare, distruggere, coglier prigioni; e consumavasi talvolta la guerra senza neppure una battaglia. Pertanto i paesani ritiravansi entro terre castellate, quali allora faceansi tutte, e che, per la natura delle armi d’allora, erano a gran vantaggio superiori nella difesa, e anche i villani poteano sostenervi raffrontata sinchè o si fosse patteggiato coi condottieri, o questi stancati non volgessero sopra un altro castello. Imperocchè una tela continua ne trovavano sui loro passi, e vicino un breve spazio alla piccola terra di Sanminiato contavansene ventotto, ventitrè nel contorno di Montecatino, ventiquattro ne possedeva attorno ad Asti la famiglia Solari; e la Toscana, che oggi non ha tampoco una piazza, non sariasi potuta conquistare che dopo tre o quattrocento assedj. La difficoltà d’essere espugnati rendeva animosi a resistere, come oggi la certezza del dover soccombere predispone a capitolare.
Intanto, a differenza di ciò che si fa o si cerca oggi, il danno cadeva non sugli eserciti, ma sul popolo, lasciando costoro dappertutto luridi segni di gola e di lussuria, e per lo meno mercatando degli alloggi risparmiati, del cammino cansato. Dopo la vittoria di Meleto (1349) il vaivoda di Transilvania, i conti Landò e Guarnieri doveano alle bande doppia paga, montante a cencinquantamila fiorini; e non trovandoseli, abbandonarono ad esse i gentiluomini prigionieri, che distesi su travi per terra, vennero a furore flagellati finchè non s’obbligassero a quel tributo. La Compagnia Bianca, capitanata dall’inglese Giovanni Acuto (Hawkwood), allorchè prese Faenza (1376), pose in catene trecento signori, undicimila cittadini cacciò, e sulle robe e sulle donne avventossi furiosa: due connestabili si contendeano una monaca rapita, quando l’Acuto sopravenne, e — Abbiatela metà per uno», disse, e la tagliò in due. Un’altra banda mandavasi avanti un villano, di cui aveva arrostito un fianco sopra la graticola, perchè i costui strilli ne annunziassero l’avvicinarsi.
Racconta Franco Sacchetti, che, essendo iti due frati Minori ad esso Acuto, lo salutarono al loro modo dicendo, — Monsignore, Dio vi dia pace»; e quegli subito rispose: — Dio vi tolga la vostra elemosina»; e meravigliandosi essi dello scortese ricambio, — Non sapete (soggiunse) ch’io vivo di guerre, come voi di elemosine, e la pace mi disfarebbe?» Dove l’autore, meno frivolo del solito, riflette: «Guaj a quelli uomini e popoli che troppo credono a’ suoi pari, perocchè popoli e Comuni e tutte le città vivono e accrescono della pace; ed eglino vivono e accrescono della guerra, la quale è disfacimento delle città, e struggonsi e vengon meno. In loro non è nè amore nè fede; peggio fanno spesse volte a chi dà loro i soldi, che non fanno ai soldati dell’altra parte; perocchè, benchè mostrino di voler pugnare e combattere l’uno contro all’altro, maggior bene si vogliono insieme, che non vogliono a quelli che gli hanno condotti alli loro soldi; e par che dicano, _Ruba di costà, ch’io ruberò ben di qua_. Non se n’avveggono le pecorelle, che tuttodì con malizia da questi tali sono indotte a far guerra, la quale è quella cosa che ne’ popoli non può gittare altro che pessima ragione. E per qual ragione sono sottomesse tante città in Italia a signore, le quali erano libere? per qual cagione è la Puglia nello stato ch’ella è? e la Sicilia? e la guerra di Padova e di Verona ove le condusse, e molte altre città, le quali oggi sono triste ville?»[317].
Una milizia che si proponea per fine il saccheggio e lo stupro, di rado conduceva a risultamenti decisivi; principi e repubbliche rimanendo a loro arbitrio, supplicavano, in vece di comandare; donavano titoli, stemmi, parentele ai capitani, e per reprimerli non sapeano che ricorrere a inganni e veleni; e il rigore che era necessario per isgomentar le bande, introduceva nuova ferocia negli statuti criminali. Armeggiando per mestiere, i venturieri non dimenticavano che domani forse servirebbero a quello che oggi combattevano; onde s’accordavano di nuocersi il men possibile, far prigionieri più che uccidere, sovrattutto risparmiare i cavalli, meno facili a rifarsi che gli uomini; e quando facessero de’ prigionieri, se li scambiavano. Essendo una volta Francesco Piccinino trascorso incautamente fra’ nemici, «subito che questi lo conobbero, gittarono le armi, e coi capi scoperti riverentemente lo salutarono; e qualunque poteva, con ogni riverenza gli toccava la mano, perchè lo imputavano padre della milizia e ornamento di quella» (CORIO). Dopo il fatto di Montorio, Roberto Sanseverino rimandò i fatti prigioni, ma con lettera in cui si doleva che i soldati avversi «con poco rispetto l’avessero sonato, e datogli molte punte di spada»[318].
Con tali cortesie la guerra si trovò ridotta ad una scherma da scacchiere, a una manovra di marcie e contromarcie; le battaglie a un accalcarsi piuttosto che azzuffarsi; nè versavasi sangue che per inavvertenza, e un’abbaruffata in città costava di più che una giornata campale; ingegno e astuzia sottentrarono al coraggio, e molti invecchiarono nell’armi senza trovarsi mai esposti a pericolo. Nel capitano però richiedevasi abilità personale; atteso che le truppe, massime di fanteria, non erano tenute alla bandiera da punto d’onore, non da vergogna de’ commilitoni coi quali trovavansi accozzati per un solo momento, onde si sbandavano appena perduta la speranza della vittoria o del bottino.
Alcuni capitani di ventura fondarono chiese e cappelle, massime a san Giorgio, del qual titolo è un ospedale a Firenze, posto il 1347 dagli stipendiati della Compagnia di quel nome; una cappella a Pisa del 1346, fondata da due degli Scolari; Bonifazio Lupo istituì a Firenze l’ospedale che conserva il suo nome; Pippo Span il tempio degli Angeli; Percival Doria l’Annunziata a Genova; Bartolomeo Coleoni ricchissima cappella e pie istituzioni a Bergamo e a Venezia. Anna Elena, dopo la tragica fine di Balduccio d’Anghiari suo marito, in Borgo San Gattolino a Firenze fonda un ospizio di vedove e povere, da lei denominato convento d’Annalena. E (ciò ch’è inonesto più che raro) in guerre di speculazione ottennero gloria; all’Acuto Firenze poneva il ritratto e un mausoleo nella propria cattedrale; esequie splendidissime rendeva a Niccolò da Tolentino, con venti bandiere e più di tremila libbre di cera, poi il ritratto in essa chiesa; statue equestri al Gattamelata Padova, al Coleoni Venezia, anche dopo che il sepolcro avea tolto che paressero formidabili.
Talora invece erano condotti a trista fine: si sa come Venezia si disfece del Carmagnola; i Fiorentini fecero dipingere impiccato per un piede il conte Francesco di Pontadera, capo di bande avversarie; Giovan Tomacelli fratello del papa, marchese delle Marche, fatto chiamare il famoso Boldrino da Panicale, lo fe trucidare, di che le costui bande vollero vendetta su quanti uomini della Chiesa colsero. Trionfi e supplizj, vicende d’ogni condizione avventuriera.
Le popolazioni non restavano assolte da ogni peso guerresco, anzi doveano far la guardia delle città e dei contorni, custodire e difendere le fortezze, dare i carri e i servigiali, preparar le strade. Ciò pesava piuttosto sulla gente del contado; quei di città contribuivano invece tasse o gabelle, con cui pagare le masnade.
Così il grosso della nazione italiana disusavasi del valore in mezzo alle battaglie; arbitro delle nimicizie e delle paci restava un gentame vendereccio; e le guerre non terminavano mai, perchè non toglievano le forze ai vinti, i quali al domani d’una solenne sconfitta poteano riaffacciarsi con esercito più poderoso, purchè avessero onde comprarlo. Ai condottieri medesimi stava a cuore di non lasciar soccombere i piccoli Stati ed i rivali, perchè non venisser meno le occasioni di guadagni. Quando i Fiorentini volevano obbligare re Ladislao di Napoli a restituir le terre tolte alla santa Sede, egli domandò: — Che truppe avete ad oppormi?» ed essi: — Le tue medesime».
CAPITOLO CIX.
Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio.
Da costoro furono agitate le guerricciuole di Toscana. Dalla campagna devastata accorreasi per sussidj a Firenze: eppure l’industria dentro e i banchi di fuori le recavano tal floridezza, che, aggrandita di possessioni, di castelli, di moneta, potè rappresentare parte principale nelle vicende di tutta Italia.
Per la guerra contro Mastin della Scala, Firenze spediva a Venezia venticinquemila fiorini d’oro il mese, oltre tenere al soldo mille cavalieri, e guarnigioni nelle terre e castelli, de’ quali ben diciannove sorgeano nel solo contado di Lucca, uno ad Arezzo, a Pistoja, a Colle. Ma i soldi della cavalleria cessavano al cessar della guerra, e ai magistrati invece di stipendj bastava l’onore di servire alla patria. Quarantasei terre murate ne dipendevano, oltre quelle di cittadini e le aperte: non grossa l’entrata diretta, ma le gabelle fruttarono fin trecentomila fiorini annui, che oggi si valuterebbero il quadruplo, e che sorpassavano l’entrata dei re di Sicilia, di Napoli, d’Aragona. La zecca coniava da trecencinquanta in quattrocentomila fiorini d’oro l’anno, e ventimila lire di moneta erosa: le spese non arrivavano a quarantamila fiorini d’oro, tra le quali, oltre le uffiziali, figurano le limosine a monaci e spedali, le feste al popolo e ad illustri avveniticci, e il mantenimento de’ leoni, animali pregiati colà non meno che a Venezia.
In città v’avea centodieci chiese, di cui cinquantasei parrocchiali, cinque badie, due priorati con ottanta regolari, ventiquattro monasteri con cinquecento religiose, settecento monaci d’ordini differenti, ducencinquanta e più cappellani, trenta spedali con mille letti. Lievissimo il tributo; bisognando denaro, se ne cavava dal vendere spazio da fabbricar case; e s’ampliava la cerchia della mura comprendendovi Borgognissanti e il Prato. Fra il 1284 e il 1300 si ergevano la loggia dei Lanzi, Santa Maria del Fiore, Santa Croce, futuro panteon de’ grandi Italiani.