Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 31

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I signori d’Acaja e quelli di Savoja aveano sempre avuto l’occhio a sottomettere i marchesi di Saluzzo e di Monferrato. I primi, dopo lunghe persecuzioni, prestarono omaggio al conte di Savoja, ricevendo il paese come feudo (1413). Nel Canavese fra le due Dore dominavano i conti di Biandrate, di cui già parlammo, e i marchesi del Canavese, forse discendenti da Arduino re d’Italia, divisi ne’ due rami di Valperga e di San Martino, suddivisi in moltissimi altri col titolo di conti, quali erano i Valperga di Masino, di Cuorgnè, di Salassa, di Rivara, di Mazzè, e i San Martino d’Agliè, di Brosso, di Strambino, di Sparone, di Castellamonte. Le due famiglie divennero nemiche, e colla bandiera ghibellina i Valperga, colla guelfa gli altri si recarono guerre micidiali, cui presero parte i vicini. Anche i popolani del Canavese, stanchi di queste baruffe, insorsero col nome di Tuchini, e trascorrendo agli eccessi consueti della plebe attizzata, uccisero, violarono, rubarono, arsero castelli, posero al tormento feudatarj, sinchè furono domati colle armi dal duca di Savoja, che raccomandò ai signori di trattar meglio i villani, e meglio stabilì i doveri de’ vassalli. Eguali moti popolari erano scoppiati nella Tarantasia, nel Vercellese, nella Moriana.

Di tali scompigli volle fare suo pro Giovanni marchese di Monferrato, e appoggiandosi a bande mercenarie, acquistò Alba, Asti, il Vercellese, il Novarese, e fin Pavia e Valenza, chiavi della Lombardia; ma gli accordi suoi co’ signori di Savoja tornarono a danno di lui e dei suoi successori. Fra questi vogliam nominare il marchese Secondotto, che abbandonavasi agli eccessi comuni ai principotti d’allora, emulando il tristo Gian Galeazzo Visconti. Il quale invitato da lui ad ajutarlo nel domare la città di Asti ribellatagli, si fece da questa riconoscer signore. Poco poi Secondotto, che a volte piacevasi di far da boja, volle strozzare di propria mano un ragazzo del suo seguito; ma un costui compagno trafisse a morte il marchese. Accorre allora da Napoli Ottone di Brunswick, ch’era stato tutore di lui, e che assume la tutela di Giovanni suo successore; e per impedire il ritorno di somiglianti tirannie si raccoglie il parlamento generale in Moncalvo, dove, a tacere gli affari particolari su cui si deliberò, venne presa risoluzione che al giovane marchese si giurasse fedeltà sol fino ai venticinque anni, quando si potrebbe già prevederne la riuscita; inoltre che, se mai il marchese uccidesse o ferisse alcun suddito, o gli facesse violenza nella roba o nella persona o nelle donne, subito cessasse ogni obbligo di fedeltà; essendo ben giusto che, se i sudditi rendono fedeltà, n’abbiano in compenso protezione, custodia, difesa delle persone, delle cose, dei diritti loro.

Aveano dunque rappresentanza e privilegi que’ paesi. I signori di Savoja, che di questi conosceano l’importanza, or s’allearono a danno loro coi Visconti, or li vollero in protezione per difenderli da essi Visconti; intanto ne cincischiavano i dominj e li riducevano a vassalli.

Allora unito l’intero Piemonte, Amedeo VIII dominava dal lago di Ginevra al Mediterraneo, e da Sigismondo imperatore (1416) acquistò il titolo di duca di Savoja mediante il dono di vasi d’argento pesanti ducento marchi; quattromila scudi d’oro, e sei cani mastini, e nella solennità sventolavano dieci stendardi, cinquecento pennoni, millecinquecento bandiere collo stemma di Savoja in argento; ma Sigismondo stesso salvò dall’avidità di lui Ginevra, dichiarandola membro dell’Impero. Dopo esercitato personaggio importante nelle vicende italiche, pubblicato lo Statuto generale, assodata l’autorità sovrana sopra l’anarchia feudale e lo sminuzzamento comunale, e istituito l’ordine di San Maurizio (1434), si pose a Ripaglia, delizioso paesetto sul lago di Ginevra presso Thonon, in devoto e voluttuoso ritiro. Quando i venturieri diventavano signori, egli ambì diventare pontefice, e lo vedremo sostenere l’infelice parte d’antipapa; deposta la quale, morì (1451) decano dei cardinali[305].

Egli avrebbe voluto l’unità monarchica rappresentata con unica capitale, scegliendo Ginevra, collocata fra la Savoja, la Bressa, il paese di Vaud, il basso Vallese, ma non potè ottenere che il vescovo di quella cedesse i diritti sovrani che vi aveva. Creato papa, conferì quel vescovado a uno di sua casa, il che continuò a praticarsi fino al tempo della Riforma.

Neppur qui la dominazione d’un principe spegneva i privilegi de’ Comuni, i quali continuavano ad avere vita propria, in alcuni degna di storia, in altri d’imitazione[306]. Ai Comuni era riservato il diritto di votare le imposte, e in casi straordinarj bisognava domandarle come grazia speciale. Ma i signori d’Acaja o di Savoja, come si sentirono forti, gli obbligavano a queste prestanze volontarie; e Amedeo, fratello dell’ultimo Lodovico, il marzo 1396 scriveva al vicario di Torino: — Col piacer di Dio, saremo domattina a Torino; e ti comandiamo di far che quelli della città deliberino nel loro consiglio, e deputino due o più persone con facoltà di concederci sussidio e alloggio pe’ nostri soldati e guerra, come gli altri delle città nostre han fatto e faranno a ragione di tre grossi per fuoco. Sappiate che quelli di questa città ce l’hanno concesso»[307].

Chieri, potente per commercio non meno che per armi, ebbe sottoposti fin quaranta castelli. I Balbo, fondatori o principali di quella repubblica, rincorarono a difendersi contro i marchesi di Monferrato e il Barbarossa, cooperarono alle vittorie de’ Lombardi su questo, e vi piantarono un governo conforme alle altre repubbliche. Esservi podestà non poteano i Balbo, carica da forestiere, ma per compenso sceglievano nella propria famiglia il capo del consiglio. Tale superiorità fu invidiata dalle sei case o _alberghi_ primarj della città, i quali si collegarono (1220) a danno di essa, unendosi anche nobili minori, onde venne a formarsi la società di San Giorgio, che lungo tempo regolò gli affari di quella repubblica (vol. VI, p. 204). I Balbo si restrinsero in un albergo, convenendo di fabbricare un palazzo e una torre per ricovero comune, e con facoltà a ciascuno di essi di farvi portare il letto in tempo di turbolenze. Altri alberghi vi opposero il Gribaldenghi, gli Albuzzani, i Merli, i De Castello, i Mercadilli ed altri, unendosi contro la plebe, e insieme contro chi volesse sormontare; onde ne vennero guerre intestine, e sol dopo cinquant’anni di conflitto si conchiuse la pace (1271), nella quale appajono centotto Balbo, divisi in trenta rami.

Mezzo secolo più tardi ripigliarono le ostilità, e poichè allora l’andazzo era a tirannia, pensarono porre un termine a’ guai col sottoporsi a casa di Savoja (1347). Con questa stipularono che Chieri conserverebbe le proprie consuetudini, diritto di batter moneta e dare l’investitura dei feudi; al rappresentante del principe nell’esercizio di sua autorità si unirebbero quattro savj di guerra, eletti nelle case d’albergo, e il primo sarebbe sempre un Balbo, scelto con voti della sola sua famiglia; verun atto legale avrebbe forza se non improntato con cinque suggelli, del principe, del popolo, dei Balbo, delle sei case d’albergo unite, della città.

Parve ancora soverchia l’autorità di casa Balbo, e si pretese torle il diritto di apporre il suggello. Il principe d’Acaja venne in persona per metter pace, e confermò ai Balbi tal privilegio che ab immemorabili possedeano, con che però riconoscessero averlo ricevuto dal Comune di Chieri. Siffatto lodo segnò la decadenza di quella casa, che veniva a considerarsi non più come indipendente, ma come autorizzata dal Comune. Quando, sessant’anni dopo, Valentina figlia, ed Aimonetta nipote di Galeazzo Visconti, sposarono una Luigi d’Orléans fratello del re di Francia, l’altra Luigi di Bertone capo del secondo ramo dei Balbo, le gelosie de’ costoro nemici rincalorirono, e vie più per l’alleanza di quelli con Venezia; i duchi di Savoja n’ebbero sospetto; si tornò a contender loro il diritto di suggello, e sebbene Luigi nel 1455 li parificasse agli altri nobili d’albergo, perdettero quel segno di primazia.

Uscente il XII secolo, Tommaso di Savoja con atto pubblico _consegnava alla libertà_ la città d’Aosta e i sobborghi, promettendo nè egli nè i successori levarne taglie _non consentite_; e ci sono testimonj del diritto antico le franchigie che quella valle conservò anche sotto il dominio della casa di Savoja. Negli stati, o come oggi diremmo, nel parlamento, presiedeva alla nobiltà uno delle famiglie di Vallesa e di Challant, prendendo il seggio quel che primo arrivasse: il secondo avea diritto di sedersegli sulle ginocchia. Vi si tenevano assise per risolvere le liti di maggior momento e promulgare le ordinanze per esecuzione della legge, assistendovi il sovrano, il cancelliere savojardo, i pari, gl’impari, i consuetudinarj. Pari dicevansi i nobili di case primarie: impari i vassalli banderesi o semplici gentiluomini e dottori in diritto; gli altri erano castellani, causidici, pratici di legge. Il duca dovea convocarli ogni sette anni, ed egli entrava nella valle pel piccolo Sanbernardo, e toccato il confine, spediva due baroni ordinando ai vassalli di consegnare tutte le rôcche, le quali rimanevano occupate da gente di lui per tutto il mese che duravano le assise. Entrato in città dalla porta San Genesio, sull’altare della cattedrale giurava proteggere la chiesa, il clero, gli orfani, i privilegi e le consuetudini del ducato. L’udienza tenevasi nel vescovado, in una sala dov’erano undici sedili di legno, tutti senza ornamenti, anche quello del duca; in man di questo rinnovavano l’omaggio vassalli e feudatarj, si confermavano gli statuti, poi si procedeva a rendere giustizia.

Rompendosi guerra, la valle soleva stipulare neutralità, massime colla Francia, per mediazione dei Vallesani e degli Svizzeri, ai quali giovava tener da sè lontana l’invasione; onde fino al 1691 nessuno straniero violò quella valle, che era detta perciò _la pulzella_[308].

Il 13 aprile 1360 ad Amedeo VI di Savoja si presentarono alcuni nobili, a nome degli altri tutti del Piemonte, chiedendo rinnovasse le concessioni ch’essi già teneano dai principi precedenti. Assentì egli, e giurò osservar loro privilegi siffatti: potessero dare asilo nelle loro terre ai banditi dal territorio del conte, salvo se fossero felloni o ladri; sostenersi l’un l’altro contro ai proprj nemici, e collegarsi all’usanza de’ nobili savojardi, purchè non fosse a danno del conte o di casa sua; esercizio amplissimo d’ogni maniera di giurisdizione civile e criminale, quale l’aveano nelle lor terre, proibendo agli ufficiali del conte di penetrarvi, fuori del caso di negata giustizia; dei castelli e delle fortezze di loro dominio non potessero venire spogliati se non nel caso di confisca, nel quale, non altrimenti che in ogni altra inquisizione criminale, si doveva procedere a termini di ragione; qual si fosse lite civile o criminale insorta fra nobili, oppure fra nobili ed altri sudditi del conte, fosse giudicata da tribunali costituiti in terra del conte al di qua dell’Alpi; se occorresse la confisca per misfatto dell’investito, il conte rilascerebbe il feudo ai consorti, mediante un equo correspettivo, per verun titolo potendo ritenerlo se non con assenso dei consorti, senza il quale non poteva egli comprar feudi; il conte dovesse conoscere in via sommaria sopra i vassalli ingiustamente spogliati dei feudi; tolto ed abolito in perpetuo il malaugurato dazio di transito, origine di recente guerra; il conte non riceverebbe tra i borghesi delle sue terre gli uomini de’ feudi nobili se non trascorso un anno e un giorno dacchè n’erano usciti, e il vassallo non avesseli richiamati; i nobili sariano obbligati a far oste col signore soltanto in occorrenza di guerra, secondo le vecchie consuetudini, ricevendone soldo e risarcimento dei danni.

Da queste limitazioni ai governanti, da questo sentimento d’una libertà necessaria e connaturale al popolo, il savio editore dedusse novelle prove di quell’asserto, che ogni giorno vien confermando, cioè che negli ordini politici d’Europa la libertà si può chiamare antica, mentre il despotismo non è che de’ governi ammodernati, siano assoluti o costituzionali.

CAPITOLO CVIII.

Le Compagnie di ventura.

L’assiduo avvicendarsi de’ signorotti in Italia trova spiegazione nelle mutate guise dell’arte militare. Nessuna n’aveano i Barbari; poco atti agli assedj, poco alla tattica navale, la forza personale facea tutto, e l’intento riducevasi a recare il peggior danno al nemico. Ai soli conquistatori il privilegio di portare le armi, tenendo gli altri nell’oppressione inerme. Stabilita la feudalità, ogni vassallo era obbligato dare al signore un numero di combattenti[309]; egli stesso ne teneva per proprio servizio e difesa: talchè gli eserciti restavano sminuzzati in piccoli corpi, diversi secondo l’importanza del feudo, e differentemente vestiti, armati, esercitati. Vi era possibilità di accordare gli sforzi ad uno scopo comune?

Prevaleva la cavalleria; e solo in quella addestrandosi i nobili, la fanteria non componeasi che di villani. Studio principale metteva il cavaliero nel coprirsi in guisa, che armi ordinarie nol ferissero; onde s’inventarono armadure a tutta botta, e che pure non impedissero i movimenti del corpo. Pesavano tanto che non le avrebbe rette un uomo a piedi: per ismontare e salire a cavallo con esse, s’inventarono le staffe; e per reggere alle lunghe marcie e difendere le reni, s’introdussero gli arcioni; due essenziali progressi. Sotto questa scaglia ferrata i cavalieri sfidavano i tiri degli arcadori e le picche della fanteria, la quale rimaneva senza riparo esposta alle mazze ferrate o agli spadoni dei cavalieri nemici, o serviva di siepe agli amici, qualora stanchi si ricoverassero in mezzo di essa.

Occorreva un assalto? o di dover guerreggiare, cioè saccheggiar le terre del vicino? chiamavansi all’armi i vassalli, ma bastava sapessero ferire e reggersi al posto; se il nemico prevalente li scompigliava, non poteasi temere diserzione, giacchè, legati com’erano alla gleba, forza era che tornassero alle capanne, dove il feudatario li rinveniva ad ogni nuovo occorrente. Questo metodo, eccellente alla difesa, non valeva all’attacco, e le crociate e le spedizioni degl’imperatori in Italia ne chiarirono l’imperfezione. I feudatarj poi, scostati che fossero dalle loro terre, più non aveano modo di surrogare uomini a quei che perissero; presto avevano consumato i loro mezzi nel vestirli e nutrirli, qualora non vi supplisse il bottino; e non potendo il signore ritenerli di là dal tempo prefisso, li vedeva partire spesso nel maggior suo bisogno.

Si dovette dunque provvedere a mutamenti, che il despotismo, a cui vantaggio riuscirono, intitolò miglioramenti. Già nelle crociate ciascun uomo acquistava importanza, sì perchè guerriero di Dio, sì perchè bisognava introdurre accordo nel numero, disciplina nell’entusiasmo; e quantunque lo sforzo maggiore si facesse ancora col sagrificare la pedonaglia, pure fu duopo disporla meglio ed esercitarla, fornire magazzini, assegnar paghe e quartieri comuni e divise. Gli Ordini militari religiosi dovettero avere tra loro un accordo di comandi, d’esercizj, di movimenti, la cui mercè prevalevano alle altre truppe. Ivi anche troviamo negli assedj rinnovati gli artifizj degli antichi, e l’unirsi in numerose masse, e le battaglie grosse; pure gli eroi di quelle imprese mai non ci vengono lodati per abili condottieri, se non sia nel classico poema del Tasso.

La prevalenza dell’individuo sopra la moltitudine, distintivo della feudalità, fu dai Comuni combattuta coll’opporre la moltitudine alla forza individuale; sicchè i pedoni riagirono contro ai cavalieri, contro alle masnade del castellano la milizia municipale. Ma conveniva sistemarla; e l’invenzione del carroccio, tentativo d’imporre qualche ordine ai nuovi liberi e agl’inesercitati artieri, convince come nessun migliore ne esistesse: tuttavia i Comuni, e massime quelli di Lombardia, valsero a resistere all’esperienza disciplinata de’ cavalieri franconi, sassoni, svevi.

Dagli statuti municipali appajono gli ordinamenti per la milizia. Una nazionale se n’era procurato Genova sin dal 1163; e rinomati n’erano i balestrieri, sottomessi a consoli particolari; ben diecimila di essi combattevano alla sanguinosa giornata di Crecy fra Inglesi e Francesi, e perirono perchè la pioggia avea guaste le cocche. Ogn’anno il doge e il suo consiglio eleggeva due, valenti al tiro, i quali doveano cercare giovani balestrieri ed esercitarli quattro volte l’anno, dando in premio ogni volta una tazza d’argento da venticinque genovine[310].

I quartieri o sestieri, in cui era divisa ciascuna città, formavano le divisioni anche dell’esercito, e ciascuna provvedevasi di carri, munizioni, armi, guastatori. Per lo più non uscivano che alcuni quartieri, e nelle imprese diurne si alternavano. A Bologna ciascuna parrocchia, secondo l’importanza, eleggeva due, quattro o sei uomini da’ quarant’anni in su, e un notaro non minore de’ venticinque, i quali giuravano di formare una venticinquina caduno nella sua parrocchia d’uomini fra i diciotto e i settanta. Più tardi tutta la città era partita in venti compagnie di sedicimila settecensettantasette uomini e milleseicentrentotto balestrieri. Pel contado erano disposti dei fortini con guardie che davano i segnali mediante bandiere diversamente colorate, e con lucerne la notte. Al tocco della campana, tutti che avessero cavalli doveano comparire sotto i loro vessilli in piazza. I cavalieri portavano panziera, guanti di ferro, corazzina, schinieri e cosciali, cappellina di ferro o bacinetto con nasale. Sopra la guerra si eleggevano due savj per tribù[311]. Pisa era compartita in compagnie vecchie e nuove, comandate da gonfalonieri eletti nel proprio gremio. Al suon dello stormo, ciascuno raccoglievasi alla bottega del proprio gonfaloniere; e lo statuto fissava qual dovesse dirigersi al palazzo, quale alla tal porta; e così dalla campagna quali postarsi a un crocicchio, quali a un ponte. A Como dodici cittadini per turno custodivano il castel Baradello.

La cavalleria, più importante quanto più piccole sono le schiere, richiede più lunghi esercizj, sicchè quell’arma era affidata di solito ai meglio stanti, o a gente stipendiata; Milano fin dal 1227 vi assegnava soldo; Firenze v’aggiungeva premj e medaglie, e ne formava una o due compagnie: seguivano due corpi di balestrieri e di fanteria pesante, con lancia, palvese e cervelliera: gli altri cittadini, ripartiti in compagnie con spada e lancia, doveano trovarsi in arme al posto assegnato quando toccasse la squilla; la quale, dopo sonato continuo per un mese, era posta sopra un carro, e serviva a guidare la marcia. Il supremo comando spettava ai consoli; sotto di loro i capitani di quartiere, il gonfaloniere, il capitano di ciascuna compagnia. Con tali armi uscivasi o alla _gualdana_, correria per guastare le terre; o alla _cavalcata_, corta impresa di cavalli e arcieri; carroccio e gonfalone andavano solo a _oste_, ch’era un esercito compiuto.

Ci rimangono in latino i _preparativi per la guerra_ de’ Fiorentini nel 1285, che dicono presso a poco: — Quest’è il modo di far esercito pel Comune di Firenze contro i Pisani, trovato dai mercanti di Firenze per lo migliore stato della città e delle arti. E prima, far chiudere tutte le botteghe e i fondaci sinchè l’esercito si muova: suoni ogni giorno la campana del Comune, e si bandisca per la città che ognuno si prepari di quanto occorre all’esercito: si eleggano quattro persone in ogni canonica, e due in ogni cappella, e facciano cinquantine d’uomini dai quindici ai settant’anni, e li mettano in iscritto: da ciascuna cinquantina si scelga quali devono rimanere in città per custodia, e quali andare nell’esercito: a quei che rimangono s’imponga quantità di denaro conveniente, e così agli assenti: i trascelti vadano e restino nell’esercito a loro spese proprie: nel contado poi restino alcuni a custodia delle pievi e delle ville e de’ popoli, e gli altri tutti vadano e stiano nell’esercito a spese di quei che rimangono»[312].

Ordini consimili troverebbe, chi li cercasse, nelle varie città; e al sommar de’ conti unico comando era il combattere, unica regola non iscostarsi dalla bandiera o dal carroccio, unico scopo il vincere.

Ma già fin dai primi tempi de’ Comuni v’era chi specialmente si ammaestrava e sistemava per la guerra, e tali erano que’ Gagliardi, che nel 1235 a Milano giurarono difendere il carroccio; tali i Coronati, che cinque anni dappoi, gridando _A morte, a morte_, traevano tutta Milano a combattere; tali i Cavalieri delle bande, che Firenze istituì quando temeva d’Enrico VII, e che poi si volsero a spassi e sollazzi[313]; tali altre compagnie in diversi Comuni, le quali facilmente acquistavano importanza politica, e privilegi, e ingerenza nel pubblico maneggio. L’uomo ama la libertà perchè gli rechi la pace; e i nostri cittadini, bramando applicarsi alle arti, desideravano esimersi dalla milizia. Si cominciò dunque a non chiamar più alle armi l’intero popolo, ma solo chi avesse un dato censo, o chi si esibisse, o chi l’accettasse per ingaggio. Da ciò venne che si potessero meglio esercitare e disciplinare; laonde come superfluo si lasciò da banda il carroccio, e primo Ottone Visconti vi surrogò lo stendardo bianco con sant’Ambrogio, poi tutti i Comuni spiegarono la propria insegna. Ma già prima essi Comuni aveano introdotto di prendere al soldo uomini meglio addestrati nell’arme che non i borghesi; e nel capitale problema statistico di fare che la guerra non isfrutti i vantaggi della pace, si figurarono tornasse a pro l’avere una forza stipendiata e forestiera, la quale dispensasse i cittadini dal togliersi alle arti e alle campagne; e che, condotta in occasione di guerre, fosse congedata durante la pace senza logorar le finanze; riducesse insomma la guerra ad una quistione di denaro.

Gl’imperatori svevi, menando a spedizioni più lontane e più prolungate che nol portasse il servizio feudale, dovettero ricorrere a truppe mercenarie, e con esse si fecero forti Federico II, e più Manfredi e Corradino, e per contrasto a loro Carlo d’Angiò. Le accantonavano essi qua e là per Italia, all’uopo di favorire l’uno i Ghibellini, l’altro i Guelfi; sicchè passando da terra a terra, da bandiera a bandiera, costoro s’avvezzarono alle imprese di ventura. Con siffatti trionfarono Ezelino, Salinguerra, Buoso da Dovara, Oberto Pelavicino; ad essi furono dovute le vittorie di Tagliacozzo e di Benevento, poi gli alterni successi dell’interminabile guerra di Sicilia.

In quest’ultima, singolar rinomanza di valore e fierezza acquistarono i Catalani e gli Aragonesi; e quando, sospeso il combattere, Federico re di Trinacria volle rimandarli in patria, risposero essere liberi di sè, manomisero l’isola per proprio conto, e presero a capo Ruggero di Flor, generato da un gentiluomo tedesco del seguito di Corradino in una nobile di Brindisi, lo perchè dai nostri è appellato Ruggero di Brindisi. Perduto il padre alla battaglia di Tagliacozzo, colla madre cresceva negli stenti, finchè, menato via da un Templare, presto meritò divenir egli pure friere. Alla presa di Tolemaide (1291) salvò molte persone e le ricchezze del suo Ordine: ma accusato d’essersene appropriato qualche porzione, fuggì in Sicilia. Creato viceammiraglio, fatto esercito di avveniticci italiani, tedeschi e principalmente catalani, e da re Federico, desideroso di sbrattarne l’isola, avute in dono dieci galee, che egli crebbe fino a trentasei, passò in Grecia, ove l’imperatore Andronico II (1304) l’accolse con tanto onore, da sposargli fino una nipote. Contro i Turchi prestò eccellente servigio: ma i liberatori nocevano non meno che i nemici; non risparmiavano onore, robe, vite; e per lunghi anni, col nome di _esercito de’ Franchi regnante in Tracia e Macedonia_, fecero ogni loro arbitrio su quel confine dell’Asia e dell’Europa, e gravi jatture recarono alle colonie genovesi.