Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 30
Firenze legossi al dito l’affronto ricevuto da Mastino, e gli ruppe guerra; dove, se sottostava di valor militare e d’alleanze, avea denaro e volontà di spenderlo per l’onor nazionale. Avrebbe dovuto sostenerla la lega guelfa; ma re Roberto era invecchiato; Bologna non pareva aver recuperato la libertà che per tempestare sanguinosamente fra Scacchesi e Maltraversi; Siena e Perugia erano minacciate da Pier Saccone de’ Tarlati signore di Pietramala, che, avendo spossessato la famiglia d’Uguccione della Faggiuola, gli Ubertini, i conti di Montefeltro e Montedoglio, dominava su tutte le montagne della Toscana e della Romagnola, oltre Arezzo possedeva Castello e Borgo Sansepolcro, ed essendosi alleato con Mastino, di molto pregiudizio poteva essere ai Fiorentini. Essi dunque cercarono un amico lontano.
I Veneziani, che fin allora non s’erano mescolati alle vicende del continente italiano se non come stranieri, e che nessun’ombra prendeano dalla vicinanza de’ vescovi di Padova, di Vicenza, d’Aquileja, vennero sospettosi dell’incremento degli Scaligeri. In fatti Mastino pensò sottrarre i suoi paesi alla privativa che i Veneziani s’arrogavano di somministrare il sale; onde eresse fortezze sul Po per esigere gabelle da chi lo navigasse, e proteggere le saline colà stabilite. Ne venne rottura, e Venezia pigliò concerto con Firenze, la quale pagando metà delle spese, si obbligava a lasciarle tutti gli acquisti. Capitanò la loro lega Pietro de’ Rossi, famiglia già signora di Lucca e Parma, la qual ultima pure era stata obbligata a cedere a Mastino dopo che si vide tolti anche i castelli aviti attorno a Pontremoli. Pietro, che aveva rinomanza del cavaliere più perfetto d’Italia, appoggiato a molte bande tedesche, condusse prosperamente i collegati contro lo Scaligero. Intanto i Fiorentini indussero il Saccone a vender loro la signoria d’Arezzo, dove costituirono una magistratura propria. In Lombardia poi sollecitavano quanti erano nemici allo Scaligero; e Azzone Visconti, i Gonzaga, i Carrara, gli altri da lui spodestati collegaronsi _ad desolationem et ruinam, dominorum Alberti et Mastini fratrum de la Scala_, spartendosene in fantasia i possessi e ribellandogli le città. Padova fu presa (1338), arrestandovi Alberto: ma l’essere morto in battaglia Pietro de’ Rossi troncò il corso alle vittorie. Mastino, ridotto alle strette, maneggiò la pace, cedendo molti acquisti; Padova tornava ai guelfi Carraresi, Brescia al Visconti; i Veneziani occupavano Treviso, Castelfranco e Céneda, primi loro possessi di Terraferma, e otteneano libera la navigazione del Po.
Mastino, amareggiato dai disinganni, infellonì; sospettando del vescovo Bartolomeo della Scala, per istrada lo ammazzò, donde fu scomunicato dal papa; poi, fatta onorevole ammenda, ricevè il titolo di vicario pontifizio.
Anche Parma gli fu tolta (1341) dai Correggio suoi zii a cui l’avea fidata; sicchè, interrottagli la comunicazione con Lucca, esibì questa a Firenze, che con ciò avrebbe potuto rifarsi dei seicentomila fiorini che le era costata la guerra di Lombardia. Ma mentre essa stitica sul prezzo, i Pisani, che se ne sentivano minacciati, la prevengono e la occupano coll’ajuto dei Visconti e d’altri Ghibellini e massime di fuorusciti, lieti di sottrarsi dalla incomoda vicinanza. I Fiorentini, tardi riconsigliati, vollero ricuperarla facendo sforzi ingenti; ma alfine le bande da essi assoldate furono sconfitte alla Ghiaja.
Gli Scaligeri più non fecero che decadere (1387) e disonorarsi, finchè ai tempi di Gian Galeazzo perdettero le restanti giurisdizioni, e cessarono d’essere dominanti. Verona ne attesta ancora co’ monumenti la grandezza, e le loro tombe sono chiari testimonj delle arti risorte e non ancora svigorite colla servile imitazione[300].
Al contrario, gli Estensi (1317), gridati nuovamente signori di Ferrara, come dicemmo, vi aggiunsero Modena per cessione di casa Pio, e da Carlo IV ottennero la conferma de’ feudi imperiali di Rovigo, Adria, Aviano, Lendinara, Argenta, Sant’Alberto, Comacchio importante per le saline. Barcheggiando fra i papi, Venezia e Milano, Obizzo III s’acconciò col papa, retribuendo un annuo canone per Ferrara (1344). Comprò Parma da Azzone Correggio per settantamila fiorini; ma mentre andava a prenderne possesso, Filippino Gonzaga di Mantova, ajutato da Luchino Visconti, l’appostò, molti della sua scorta uccise, settecentoventidue condusse prigioni. I più liberò a prezzo; ma Giberto da Fogliano e suo figlio Lodovico tenne in una gabbia di ferro, ove morto questo dalle ferite, il padre dovette rimanere col suo cadavere. Filippino mosse guerra ad Obizzo e a Mastin della Scala, e dopo gran viluppo di leghe e di guerre, Parma fu comprata da Luchino (1340).
Oltre questi tiranni creati dal popolo, altri provenivano dall’antica feudalità, e principale tra questi fu la casa di Savoja. Da un cumulo di favole inventate o raccolte da frà Jacopo d’Acqui (1003?), par di dedurre che capostipite di quella fosse un Umberto Biancamano, forse discendente da Vitichindo emulo di Carlo Magno, o da un sassone Beroldo nipote di Ottone III, che fu vicerè d’Arles e conte di Moriana e del Ciablese. Quest’origine argomentò il Guichenon per ordine di Cristina di Francia vedova di Vittorio Amedeo I, quando ella, aspirando a far salire quella casa al trono di Germania, trovava opportuno il mostrarla oriunda da una germanica.
L’altro concetto di Enrico IV d’unire sotto ai principi savojardi tutta l’alta Italia, fece trarli da famiglia italiana, cioè dai conti d’Ivrea: asserto portato dal giudizioso Lodovico Della Chiesa, ed appoggiato nel secolo scorso dal Napione, quando il perire di tutte le dinastie italiche concentrava gli sguardi su quest’unica superstite; poi nel secolo nostro colle nuove speranze di fare di quel principato il piedistallo della futura Italia. Supposero dunque che il Beroldo o Geroldo, favoleggiato padre di Umberto, sia Ottone Guglielmo duca di Borgogna[301], figlio di re Adalberto e nipote di Berengario II, re che furono d’Italia; pronipote di Gisla, figlia di Berengario I imperatore; abnepote d’Anscario marchese d’Ivrea, figlio di Guido di Spoleto, fratello di Guido re d’Italia. Il Cibrario, che con viaggi e documenti appoggiò quest’assunto, conchiude che «s’aspettano documenti che forniscano la prova diretta di ciò»: e di fatto, come in tutte coteste genealogie, non manca se non l’anello che congiunga il ramo discendente coll’ascendente. Del resto, che la famiglia regnante in Piemonte indagasse avi incerti per ricordarsi e ricordare ch’è d’origine italiana, è la più perdonabile delle vanità.
Che che sia de’ primi, ornati col titolo di conti di Moriana, i successivi vi aggiunsero nuovi dominj anche di qua dall’Alpi e nominalmente Aosta. La posizione fra queste rendeva importante il marchesato di Susa, il quale per le nozze della contessa Adelaide, celebre nelle lotte de’ concubinarj e dell’imperatore Enrico IV, fu unito al contado di Moriana (1045) nel figlio di lei Amedeo II; pel quale innesto la casa di Savoja metteva un piede in Italia. Quando Enrico IV veniva a invocar l’assoluzione da Gregorio VII, Amedeo per concedergli libero passo ne pretese cinque vescovadi in Italia e un’ubertosa provincia della Borgogna, che forse fu il Bugey. Molti sorsero pretendenti all’eredità di Adelaide, donde si formarono parecchi contadi rurali e principati, e segnatamente quelli di Monferrato e Saluzzo; e varj paesi si stabilirono a Comune, fra cui Asti, riconosciuta libera (1098) da Umberto II il Rinforzato[302], il quale, a detta di sant’Anselmo di Aosta, «usava del principato a mantenere la pace e la giustizia», e fu forse il primo che s’intitolasse conte di Moriana e marchese d’Italia.
Amedeo III, figlio di questo (1103), diede carta di Comune a Susa, e ad onore di san Bernardo fondò in riva al lago del Borghetto l’abbazia di Altacomba, celebre pei sepolcri de’ principi di Savoja, sperperata al fine del secolo scorso, restaurata ai dì nostri; come il padre, fu alla crociata, e morì a Cipro. Umberto III, detto il Santo pel tenore di sua vita (1148), vedendo il Barbarossa voler attenuare le giurisdizioni di lui colle ampie concessioni fatte al vescovo di Torino, avversò quell’imperatore, poi mediò la pace fra esso e i Lombardi. Tommaso I ampliò le franchigie a Susa, le diede ad Aosta (1188), acquistò Testona, Pinerolo, Carignano, e fu vicario di Federico II in Italia, valendosi di tali dignità per reprimere i prelati e i baroni. Ad Amedeo IV esso Federico conferì il titolo di duca del Ciablese e conte d’Aosta, e una costui figlia sposò al suo Manfredi che fu re di Sicilia (1233): legati così agli Svevi, que’ duchi ebbero a patire dalla venuta di Carlo d’Angiò, talchè si restrinsero di nuovo fra le Alpi. Pietro, già ministro d’Enrico III d’Inghilterra, tornò alla propria devozione i paesi di qua dell’Alpi (1263) fino a Torino; conoscendo la necessità d’essere forte, munì il paese, condusse truppe, regolò le finanze e la giustizia, e fu detto il Piccolo Carlo Magno.
Salda alla monarchia, quella casa compresse i germi di libertà comunale, che l’esempio delle lombarde confinanti sviluppava nelle città subalpine; e nè guelfa nè ghibellina, dalle altrui gare traea profitto per consolidarsi di governo, di possessi, di forze. Nè poeti, nè storici ne tramandarono i fasti, ma incerte tradizioni e contraddicentisi, e soprannomi capricciosi.
Lungo sarebbe a seguire il dividersi e ricomporsi di essa. Nel ramo di Piemonte Tommaso II era detto anche conte di Fiandra e di Hainault perchè sposo a Giovanna erede di que’ paesi e figlia di Baldovino IX imperatore di Costantinopoli. In sette anni ch’egli regnò colà, estese molto i Comuni (_keure_) al modo d’Italia: perduta poi la moglie, tornò in patria, ed ampliò i possessi (1244), e non solo ebbe dal fratello Amedeo IV il Piemonte proprio, cioè il paese fra l’Alpi, il Sangone e il Po, di cui era principal terra Pinerolo, ma Federico II imperatore se l’amicò concedendogli Torino col ponte e col castelletto, Cavoretto, Castelvecchio, Moncalieri, stato sostituito a Testona distrutta da Astigiani e Chieresi; onde con questa linea sulla destra del Po dominava le strade commerciali di Asti e di Genova con oltremonte (1248): aggiunse il Canavese, Ivrea ed altre terre, e fu nominato vicario imperiale dal Lambro in su.
Caduto Federico, egli corteggia il papa Innocenzo IV, che dall’imperatore Guglielmo d’Olanda gli ottiene concessioni nuove, e feudi, e diritto di moneta, di mettere pedaggi, d’aprire mercati. Molto ebbe a cozzare con Asti, e seppe interessare nel litigio Luigi IX di Francia, il quale fece arrestare quanti Astigiani trovavansi colà. A vendetta questi occuparono fin Moncalieri, a Montebruno sconfissero Tommaso (1257), contro del quale essendosi rivoltati i Torinesi, lo presero e consegnarono agli Astigiani. Di Francia, d’Inghilterra, di Fiandra, dal papa vennero preghiere a favor di lui; ma non fu voluto rilasciare finchè non ebbe rinunziato a tutti i diritti sopra Torino ed altri luoghi, dando statichi agli Astigiani i proprj figliuoli.
Due nobili sposi tedeschi pellegrinavano a Roma, quando, giunti nel Monferrato, la donna partorisce un bambino, e quivi il lascia a nutrire. Essi muojono in viaggio, e il fanciullo Aleramo acquista nome di valore; e ito a soccorrere l’imperatore Ottone il Grande contro Brescia, invaghisce di sè Adelaide figlia d’esso imperatore, e con lei fugge tra i carbonaj de’ liguri monti; finchè Ottone gli perdona, e gli assegna le terre fra l’Orba, il Po e il mare, facendone i sette marchesati di Monferrato, Garessio, Ponzone, Ceva, Savona, Finale, Bosco. A un nuovo assedio di Brescia, Aleramo uccide senza conoscerlo il proprio figlio Ottone; dagli altri fratelli Bonifazio e Teodorico derivano le famiglie di Bosco, Ponzone, Occimiano, Carretto, Saluzzo, Lanza, Clavesana, Ceva, Incisa, e da Guglielmo i marchesi di Monferrato. Questi furono cantati spesso dai poeti, dei quali è fantasia una tale origine, viemeno probabile perchè nessuna figlia d’Ottone il Grande ebbe uno sposo di quel nome. Qualunque però si fosse e di qualunque tempo questo Aleramo, la sua discendenza dominò il pendìo dell’Appennino ligure dalla riva destra del Po fino a Savona; e ne vennero le famiglie che dominarono il Monferrato, Saluzzo verso le sorgenti del Po, e le città occidentali di Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, disputandole ai Visconti e alla libertà comunale.
I marchesi di Monferrato vedemmo mescolarsi alle vicende dell’Italia superiore e nelle crociate, tanto che vennero i più illustri di quei dintorni, cercata l’alleanza loro, temuta la nimicizia. Ma ristretti fra le ambizioni de’ duchi di Savoja e de’ signori di Milano, non poterono ampliarsi; intanto che una nobiltà potente, la quale si vantava d’origine pari ai dominanti, li contrastava dentro, non lasciando che il paese prendesse ordinamento nè monarchico nè a popolo.
Bonifazio IV, essendogli tolto dai Musulmani (1222) il suo principato di Tessalonica, per ricuperarlo cercò novemila marchi a Federico II, dandogli in pegno i proprj Stati; col che non solo dimezzò la propria potenza, ma pose a repentaglio l’indipendenza del Piemonte, se la casa Sveva non fosse perita. Anche a signori e Comuni cedette le ragioni sopra molte città.
Guglielmo VI, detto il gran marchese, figlio a Margherita di Savoja (1254), sposo ad Isabella di Glocester, poi a Beatrice di Castiglia, maritò la figlia Jolanda al greco imperatore Andronico II Paleologo, dandole in dote l’infruttuoso regno di Tessalonica, e ricevendone grosse somme e la promessa di cinquecento cavalieri, mantenuti a suo servizio in Lombardia. Con questi egli facea pendere la bilancia a favore de’ Guelfi o de’ Ghibellini, secondo che vi si accostava. Per tradimento entrato in Torino, molti uccise, molti imprigionò, fra cui il vescovo Melchiorre, che sempre avea contrariato i disegni del marchese sulla sua patria, e che, non volendo far rilasciare i suoi castelli al vincitore, fu ucciso. Mentre egli andava in Spagna a trovare il suocero, Tommaso III di Savoja lo arrestò a tradimento, e costrinse rinunziare i diritti sopra Torino. Tornati con alquanti uomini e denari, prometteva conquistar tutta Italia, ma vide ribellarsegli le città, e fu preso dagli Alessandrini (1292), che quanto visse lo tennero in una gabbia di ferro; morto, vollero accertarsene col fargli sgocciolare sul corpo del lardo bollente e del piombo fuso.
Allora le città di sua dipendenza consolidarono le loro franchigie; molto paese fu occupato da Matteo Visconti, che si vendicava del suo nemico, e che fu dai popoli dichiarato capitano del Monferrato; sicchè il figlio Giovanni II, succedutogli a quindici anni, si trovò ristretto nel primitivo dominio. Questi fu l’ultimo di quella linea; e morto improle (1305), doveva ereditarne la sorella Jolanda. Se non che Manfredi di Saluzzo, del sangue stesso, aspirava a quel dominio, e l’occupò armatamano; e perchè prese anche molte delle terre ch’erano state di Carlo d’Angiò, chetò i reali di Napoli coll’accettare da loro come feudo il Monferrato, sebbene non v’avessero titolo di sorta. L’imperatore greco spedì Teodoro suo secondogenito, che sposata una figlia d’Obizzino Spinola genovese per averne appoggio, coll’armi recuperò l’eredità, e per combattere a vantaggio i Visconti, dai vassalli esigette uomini e denaro di là dal convenuto.
La casa di Savoja, che distesasi oltr’Alpi verso l’Elvezia e la Francia, voltava le sue ambizioni all’Italia, presto si trovò in gara coi marchesi di Monferrato; e il possesso d’Ivrea fu seme di guerra, in cui arrivarono ad acquistare sovranità sopra i conti di Piemonte e i marchesi di Saluzzo. Nel 1285, morto Tommaso III, che dai marchesi di Monferrato avea ricuperato il Piemonte, dovea succedergli il nipote Filippo; ma Amedeo V di Savoja suo zio governò il paese come suo, mentre a Filippo non restò che il titolo di principe d’Acaja, col quale i suoi successori s’ingegnarono di dominare qualche parte del Piemonte.
Esso Amedeo (1287), che assistette a trentacinque assedj, e battagliò continuo col Delfino, col conte di Ginevra, col sire di Faucigny e con altri, fu creato principe dell’impero da Enrico VII suo cognato, che gli assegnò pure la contea d’Asti, gloriosa repubblica scaduta dalla sua grandezza: ma questa fu tenuta da Roberto di Napoli finchè il marchese di Monferrato gliela tolse per sorpresa, e se ne chiamò signore. Amedeo stabilì l’indivisibilità della monarchia di Savoja e l’esclusione delle femmine, e cominciò a pigliare il titolo di principe: ebbe da Enrico anche Ivrea e il Canavese, e Fossano dal marchese di Saluzzo. Allora detta monarchia comprendeva otto baliaggi; Savoja, con cui la Moriana, la Tarantasia e diciotto castellanie; la Novalesa con nove castellanie; il Viennese con altrettante; la Bressa con dieci; il Bugey con sette; il Ciablese con sedici; val d’Aosta con cinque; val di Susa con tre.
Amedeo VI, detto il Conte Verde (1343) dal colore onde comparve divisato egli e il cavallo in un torneo a Chambéry, tolse alla contessa di Provenza Chieri, Cherasco, Mondovì, Savigliano, Cuneo; bene amministrando le finanze per l’abilità del ministro Guglielmo De la Beaume, potè ottenere il Faucigny, comprare la baronia di Vaud, e le signorie di Bugey e Valromey. Vedendo agli antichi Delfini surrogata la Francia, potenza più robusta, non sperò ingrandire ulteriormente da quel lato, e si volse più specialmente all’Italia.
Passando l’imperatore Carlo IV dalla Savoja, Amedeo l’accolse con sommi onori, gli mosse incontro con sei cavalieri banderesi riccamente in addobbo, lo convitò suntuosamente, egli stesso e i suoi a cavallo servendolo di vivande quasi tutte dorate, mentre due fontane giorno e notte sprizzavano vin bianco e chiaretto, che ognuno poteva prendere a piacere[303]. In ricompensa fu costituito vicario imperiale, e fe pace con Giovanni Paleologo di Monferrato, spartendosene il possesso. Ito a Costantinopoli (1366) a soccorrere questo suo cugino, conquistò Gallipoli, Mesembria, Lemona sopra i Turchi, assediò Varna, e costrinse i Bulgari a far pace con esso imperatore. Il papa abilitò i vescovi ad assolvere da usure e mali acquisti chi contribuisse per essa impresa, concesse al conte le decime ecclesiastiche, mentre ciascun feudo dava armi ed oro. Il conte se ne valse per continuare anche poi le esazioni; col papa entrò in lega a danno de’ Visconti qual capitano generale; e neppure alla pace volle restituire alcuni castelli ad essi occupati, avido sempre di gloria e denaro; ma per ottenere la prima rovinò le finanze, ed oltre impegnare a lombardi ed ebrei le gemme e gli argenti, vendette gli uffizj. Aspirava a formare uno Stato solo, riunendo a Savoja il Piemonte tolto ai principi d’Acaja, e mozzando le giurisdizioni feudali: ma in quanto acquistava verso l’Italia introduceva forme d’amministrazione alla francese, restringeva in senso principesco i liberi statuti; moltiplicò le imposizioni, fallì alla fede quando gli giovò, servì agli stranieri nel conquisto di Napoli (1383), dove morì miseramente (Cap. CXIV). Dell’ordine dell’Annunziata, da esso istituito, abbiamo già parlato[304].
Amedeo VII, soprannomato il Conte Rosso, più valente in armi che in consigli, si tenne all’amicizia di Francia come il padre. Ai tempi di Carlo Magno, la Provenza già era divisa in contadi, due dei quali formavano quel che ora dicesi di Nizza. I popolani di questa, mentre Raimbaldo loro conte stava oltremare crociato, si vendicarono in libertà; e quegli, reduce, si accontentò d’esservi console. Non era spenta però la soggezione, e Nizza nel XII secolo obbediva ai conti di Arles, il restante paese a quelli di Tolosa, di Forcalchieri, d’Orange, del Balzo, finchè i conti di Barcellona si fecero marchesi di Provenza. I Nizzardi spesso tentarono, alfine riuscirono a sottrarsene nel 1215 giurando la _compagnia_ di Genova, e i marchesi di Provenza giuravano rispettare i loro statuti. Con Beatrice, figlia di Raimondo Berengario, passò quel dominio a Carlo d’Angiò, che ne fece fondamento alla futura sua grandezza in Italia. Frattanto le fazioni non risparmiavano Nizza, e la città era divisa fra nobili che abitavano la villa di sopra, e cittadini della villa di sotto. I mali cui andò soggetta la stirpe di re Roberto di Napoli, furono risentiti dai Nizzardi, finchè regnando il fanciullo Ladislao, essi per opera dei Grimaldi chiesero ad Amedeo VII di venire aggregati al suo dominio. Amedeo vi riunì i contadi di Ventimiglia e Villafranca (1388) e la valle di Barcellonetta, allegando o crediti verso le due case d’Angiò, o dedizione de’ baroni, o il titolo di vicario imperiale.
Amedeo da un ciarlatano lasciossi dare un beveraggio che rifiorisse la sua debolezza, e gliene costò la vita (1391). Bona di Berry sua vedova e sospetta autrice della morte di lui, fatta reggente, tempestò in contese di potere colla suocera e coi grandi, in guerre coi conti di Ginevra, coi vescovi di Sion, con Berna, con Friburgo, coi parenti; e menò pace. Amedeo VIII, loro figlio, detto il Pacifico perchè all’armi preferì la politica, con questa vantaggiò assai, attento a tor via i feudi, trarre a sè il Monferrato e Saluzzo, rodere il Milanese. Ebbe in fatti omaggio dagli Avogadri di Quinto, di Quaregna, di Valdengo, di Casanova, di Collobiano, di Pezzana, dagli Alciati, dagli Arborj, dai Dionisj, dai Pettinati, da molti monasteri e Comuni, tra cui val d’Ossola, e infine anche da Vercelli. Questa città, che vedemmo (vol. VI, p. 201) una delle prime ad acquistar le franchigie municipali, e delle più gloriose nel sostenerle, straziò le proprie viscere nelle fazioni degli Avogadri coi Tizzoni, della società nobile di Sant’Eusebio colla popolana di Santo Stefano, e infine cadde in signoria de’ Visconti di Milano. Amedeo VIII, il cui avo già aveva acquistato Santhià, San Germano e Biella, e che riceveva omaggio dai tanti Avogadri di quel paese, soggettava or per forza or a persuasione alcuni Comuni, profittando delle discordie scoppiate nel Milanese alla morte di Gianmaria Visconti; poi dal costui successore ottenne Vercelli, col patto di spiccarsi dalla lega con Venezia e Firenze.
Acquistò inoltre il Genevese (1414), disputato fra molti dopo finita la stirpe dei prischi conti; e il Piemonte quando si estinsero i principi d’Acaja. A questo titolo erasi dovuto accontentare Filippo di Savoja (1294); ma sebbene del Piemonte giurasse vassallaggio alla Savoja, lo tenne come indipendente, e così suo figlio Jacopo; onde i signori di Savoja miravano sempre a tarparli, intanto che il paese era mal condotto dal dover obbedire a due padroni, e soddisfarne i bisogni o l’avidità. Lodovico, il quale di buoni ordini confortò il Piemonte e di studj Torino, fu l’ultimo principe d’Acaja (1418); Amedeo VIII occupò il paese di lui, e da quell’ora principe di Piemonte fu il titolo del primogenito di Savoja.