Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 29
Ogni apparenza di elezione popolare scompariva poi, allorchè i tiranni ottenessero il titolo di vicarj, che compravano dagli imperatori, ben contenti di vendere a denaro un’autorità ch’essi non potevano esercitare. Allora il tiranno gittava a spalle ogni rispetto ai privilegi e consuetudini, nè alle comunità lasciava che di nominare alcuni inferiori magistrati, curar le strade e le rendite proprie, quali ad un bel circa sono oggi ridotte.
Come alla licenza non si era trovato altro rimedio che la servitù, così alla tirannide non restava riparo che la cospirazione, e quei signorotti duravano brevissimo; alzati da una rivoluzione violenta, da una violenta abbattuti; ogni anno ne portava una nuova, sempre fatta colla forza, cioè al despotismo surrogando il despotismo[288]; gridavasi _Popolo popolo_, e si finiva col dare la libertà in mano d’un signore assoluto.
Guelfi e Ghibellini, nati dal cozzo dell’Impero col papato, nonchè guarire con quello, incancrenirono, più non disegnando due partiti ben distinti, la forza e le idee, l’indipendenza e l’unità, la democrazia e l’aristocrazia, bensì un’eredità di antichi odj, dei quali erano mancate le ragioni: tanto che i pontefici, quando dimenticarono d’esser padre di tutti, stettero alcuna volta coi Ghibellini, e contro di questi gl’imperatori; e mutando parte, a vicenda invocavano d’essere dipendenti o dissoggetti all’Impero per convenienze ed ambizioni particolari e giornaliere. I tirannelli inclinavano al segno ghibellino, ma sciagurato l’imperatore che sul loro appoggio contasse! Veniva di Germania? essi gli prodigavano accoglienze, la cui pompa mortificava l’obbligata parsimonia di lui; porgevangli le chiavi delle città, gli pagavano certe regalie, ma non gli lasciavano potere di sorta, nè consentivano tampoco che troppo s’indugiasse nel loro paese; partito appena, cessavano ogni dipendenza, e ordivano leghe contro di esso.
Tali cambiamenti erano qualche volta prodotti dal rivalere d’una parzialità sull’altra, poichè quella che trionfasse in una città faceva propendere in suo senso le decisioni; spesso ancora venivano da un intento più largo, qual era il cozzo fra le superstiti repubbliche e gl’invadenti principati; intento che costringeva a parteggiare or con questo or con quello, non più a norma di nomi o a simpatia di genti, ma secondo che l’opportunità facea credere che meglio conducessero a libertà i papi o i re, Francia o l’Impero, i Guelfi o i Ghibellini.
Di qui il sistema d’equilibrio, contro del quale si è tanto declamato, e che pure recò all’Italia due secoli d’indipendenza e di civile progresso, quali non ebbe più mai: minacciata d’immediata servitù da questo o quel signorotto, riuscì sempre a reprimerlo. È vero che così si trovò poi inferma a repulsare la servitù straniera; ma, senza discutere se l’unità ne l’avrebbe salvata, chi dirà che fosse possibile prevederla nelle condizioni dell’Europa d’allora? Francia, allora assai più piccola, sudava per tutelare la propria nazionalità contro gl’Inglesi: Spagna riscattava pezzi a pezzi la patria dalla schiavitù araba: l’Impero greco disfacevasi di tabe senile; i Turchi poteano spingere qualche correria sulle nostre coste, ma lo sforzo principale drizzavano contro Bisanzio. Gl’imperatori aveano forze tanto sproporzionate alle pretensioni, che di qua dall’Alpi non poteano avventurarsi senza l’ajuto de’ Ghibellini nostri; così era venuto, così partito Lodovico Bavaro, senza che pel suo venire prosperassero i Ghibellini, o del partir suo vantaggiassero i Guelfi.
Capo nominale di questi come legato pontifizio, il cardinale Del Poggetto, creato conte della Romagna e marchese d’Ancona, continuava la sua tirannia, che spegnava gli spiriti repubblicani; e fingendo allestire a Bologna un palazzo pel papa, il quale andava ripetendo volesse restituirsi in Italia e stanziare in quella città, fece una fortezza, e collocativi i suoi Guasconi, ed altri nelle cariche e fin nell’arcivescovado, sbraveggiava quella repubblica. Tentò pure, coi modi allora in uso, imprigionare i primarj cittadini: ma il popolo tumultuante l’obbligò a rilasciarli.
Voleva anche sottrarre Ferrara al marchese d’Este, ma una segnalata vittoria scompigliò i papalini e diè prigioni i principali signori di Romagna che con essi militavano. Il marchese li rilasciò, ma dopo esserseli guadagnati, onde presto cominciò tutta Romagna a rialzare la testa. I Bolognesi, spinti da Brandaligi Gozzadini e Collazio Beccadelli, uccidono parecchi soldati (1333), assediano il legato stesso, che, salvo solo per l’interposizione de’ Fiorentini, dovette ritornarsene in Avignone, dopo avere in Italia sprecato tanti milioni e tanto sangue, nulla acquistando, molto sperdendo, e facendo aborrite le sante chiavi e men gelosa la libertà. Di fatto i Bolognesi non tardarono a ridursi a signoria di Taddeo Pepoli figlio di Romeo (1337), il quale promise annuo tributo alla Chiesa purchè assolvesse la città dall’interdetto ove era incorsa col cacciare il legato, e si assodò colle solite persecuzioni e coll’appoggio solito delle bande mercenarie.
Papa Giovanni XXII avea continuato a perseguitare Lodovico Bavaro. Il quale vedea Polacchi e Lituani rompergli guerra, la Germania irrequieta del trovarsi priva degli uffizj divini, sollevato come anticesare Carlo di Boemia, figlio di Giovanni di Luxemburg: sicchè, temendo Dio e gli uomini, offriva disfare quanto avea fatto contro della Chiesa e degli alleati di essa, implorare l’assoluzione, e per isconto andare crociato. Ma il re di Francia mandò ad Avignone, minacciando confiscare i beni de’ cardinali e guaj al nuovo papa Benedetto XII, il quale ai vescovi che lo supplicavano di pace rispose con lagrime agli occhi, esserne impedito da re Filippo. Tali erano i papi in terra altrui.
Lodovico, a cui per prima condizione poneasi che abdicasse, vi si disponeva; ma gli elettori e gli Stati non gliel soffersero, cassarono la condanna papale, tolsero l’interdetto, e proclamarono che l’autorità imperiale emana immediatamente da Dio, nè all’eletto fa mestieri di conferma papale; vacante l’impero, n’è vicario l’elettor palatino; basta essere coronato re dei Romani per valere quanto l’imperatore coronato a Roma; e se il papa ricusi, può qualsivoglia vescovo adempiere la cerimonia della coronazione. Benedetto, cui la decisione fu notificata, dovette obbedire al re di Francia, e una scomunica riboccante[289] d’imprecazioni avventare a Lodovico, che del resto, ispirato da frati apostati, tornava dalla sommessione all’arroganza: ma infine non faceva se non difendere l’indipendenza del regno affidatogli. Cacciando all’orso presso Monaco, Lodovico cascò d’apoplessia (1347), e imperatore incontrastato rimase Carlo di Boemia.
Papa Benedetto, lontano dall’ostinarsi all’abbassamento de’ Ghibellini in Italia, che tanti tesori era costato al suo predecessore, nel primo concistoro dichiarò non dovere nè la romana, nè altra Chiesa sostenere i proprj diritti colle armi[290], e mandò Bertrando di Deux arcivescovo d’Embrun perchè mettesse pace, come in molti luoghi riuscì. Ma la pace è buona quando fondata su forti basi, e qui vedemmo come invece servisse a consolidare tante piccole tirannie. Più non bastando l’invecchiato re Roberto a mantenere la primazia ai Guelfi, rivaleva la parte opposta. Principali n’erano i Visconti; e i Milanesi, grati dell’averli salvi dallo straniero, elessero Azzone signor perpetuo (1328) a voti unanimi, presto imitati da Bergamo, Pavia, Piacenza, Cremona, Brescia, Pizzighettone, Borgo San Donnino, donde egli snidava le guarnigioni forestiere; gli si diedero Crema, Lecco, Treviglio, Vigevano, Caravaggio, Cantù; Como gli fu offerta da Franchino Rusca, che si riservò il contado di Bellinzona; tolse Lodi ad un Tremacoldo mugnajo, che l’aveva usurpata ai Vestarini. Suo zio Giovanni, vescovo di Novara, fintosi malato, ricevette in palazzo le visite de’ cittadini di primo conto, e di Caccino Tornielli signore della città; ed ivi coltolo e imprigionato, introdusse in Novara il nipote.
Cessati i nemici esterni, i Visconti si molestavano tra di loro. Marco, zio di Azzone, valoroso ma turbolento, dicemmo come fu tolto di mezzo assassinandolo. Lodrisio suo cugino, al quale era toccato il contado del Seprio, e che già due volte avea cospirato contro i parenti, col denaro datogli da Mastin della Scala che volea sbrattare Vicenza dai Tedeschi rimasti alla partenza del Bavaro, sotto un Raimondo di Giver, detto il capitano Malerba, soldò costoro, gli aggomitolò in una compagnia detta di San Giorgio (1339) e menolli sulla campagna lombarda a rapire e taglieggiare; e fattosi forte nel suo contado, minacciava Milano. I cittadini, vedendosi sovrastare il saccheggio e gli altri guai d’una invasione, presero a stormo le armi, e condotti da Azzone e da Luchino suo zio, affrontarono quei ribaldi a Parabiago (21 febb.). Quivi, in sulla neve, si fece la battaglia più sanguinosa che si combattesse prima di Carlo VIII; e già Luchino era stato preso e l’esercito scarmigliato, quando una riserva di Savojardi si buttò sopra i Tedeschi che si sbandavano a saccheggiare, li ruppe affatto, ed assicurò la vittoria.
Tanto terrore aveva incusso quella masnada, che la battaglia di Parabiago restò nelle tradizioni popolari più viva che non quelle di Legnano e d’Alessandria: e consacrandola col meraviglioso, si disse che Sant’Ambrogio era stato veduto in aria a cavallo, staffilando gli stranieri: laonde d’allora in poi egli fu dipinto in quell’atto, così dissonante dalla sua mansueta fermezza[291].
Que’ masnadieri si sparpagliarono per la campagna guastando, finchè furono distrutti con orribili supplizj. «Ed io (dice un contemporaneo) ne ho visti venire a Roma da dugencinquanta, a piedi, quai cogli sproni attaccati alla coreggia, quai con una targhetta, e chi portando un cimiero, chi cavalcando un ronzino secondo sua condizione». Il Malerba prese servizio nel Canavese con trecento barbute, combattendo pei signori di Valperga contro quelli di San Martino.
Di tale vittoria assai ringrandì Azzone: il quale, ricco di tutte le virtù che possono stare coll’ambizione, comprese che il primo dovere, come il primo accorgimento dopo le rivoluzioni, è il perdonare; il secondo, indorar le catene. Tutto pace, alla città circondò buone mura con cento e più torri e porte marmoree: le vie pulì e ammattonò; eresse un palazzo e chiamò a dipingerlo Giotto ed altri minori, e vi sfoggiò una sontuosità principesca; primo di sua famiglia pose il proprio nome e la biscia sulle monete.
Morto (1339) di soli trentasette anni[292], il maggior consiglio pregò gli zii Giovanni e Luchino a succedergli. Il primo continuò a far da prete; Luchino, come il predecessore, ebbe briga cogli Estensi, cogli Scaligeri, i Gonzaga, i Pepoli, dominanti nelle vicine città di Modena, Verona, Mantova, Bologna. Dai Gonzaga comprò Parma: acquistò Asti, distruggendovi la famiglia dei Solari guelfa, signora di ventiquattro castelli; ebbe pure Bobbio, Tortona, Alessandria; a re Roberto tolse Alba, Cherasco ed altre terre in Piemonte; ottenne fin l’alto dominio sulla Lunigiana; e colla forza e l’astuzia crebbe la signoria, e l’assodò a scapito delle giurisdizioni comunali e de’ privilegi delle città. Fu severissimo contro i turbatori della pace; i masnadieri, solito postumo delle guerre, con supplizj atroci sterminò; gli amici di Azzone aborrì, i nepoti tenne relegati, non amò altri che i proprj bastardi, e sì poco fidava degli uomini, che avea sempre a fianco due mastini, pronti ad avventarsi a chi egli accennasse. Tuffò nel sangue le congiure vere o supposte, e se ne valse per fiaccare la nobiltà, della quale incamerando i larghissimi possessi, ingrossava l’erario pubblico e il proprio. È singolarmente ricordato lo eccidio della casa Pusterla, di derivazione longobarda, una delle più antiche e poderose di Milano, e della quale egli mandò al supplizio Franciscolo con due o tre bambini e colla moglie Margherita Visconti, odiata da lui perchè repugnante dagli osceni suoi omaggi[293].
Delle sue scostumatezze fu ripagato. Sua moglie Isabella de’ Fieschi, fingendo andare per voto a Venezia alle famose feste dell’Ascensione, si fece accompagnare giù per il Po da fastoso corteo di dame e cavalieri, di deputati di tutte le città suddite a Luchino, e da interminabile caterva di camerieri e palafrenieri, quasi a far prova e pompa della grandezza di casa Visconti, passando di città in città, ricevuta con emulazione di tripudj. In realtà essa v’andava per isbandarsi a’ suoi amori; nel che imitata dalle compagne, scandolezzò fin quell’età poco scrupolosa. Luchino, informato del proprio scorno dopo tutti gli altri, come è il solito, lasciossi intendere lo laverebbe nel sangue; ma vuolsi che Isabella pigliasse il tratto innanzi, e un giorno, di ritorno dalla caccia, lo ristorasse con una bevanda della quale morì (1349). Riprovevole come uomo, fu principe operosissimo; favorì ai poveri dispensandoli dal servizio militare, e nella terribile carestia del 1340 ne manteneva quarantamila; non punì i Guelfi benchè ghibellino; vietò di atterrar le case de’ ribelli; istituì un podestà unicamente per nettare le vie dai ladri; dava facile udienza a tutti; dalla peste nera salvò lo Stato con rigorosissimi provvedimenti. Fabbricò suntuosamente, verseggiò, e ottenne lodi dal facile Petrarca, che stette lungamente in quella corte e nella suburbana campagna di Linterno.
Giovanni suo fratello, ch’era divenuto arcivescovo di Milano, allora unì al pastorale la spada. Piacevole, liberale a dotti ed artisti, destinò sei professori che commentassero la _Divina Commedia_; insieme destro e oprante, arrivò a dominare diciotto città, fra cui Genova.
In questa irrequietissima repubblica re Roberto era riuscito a rimpatriare Guelfi e Ghibellini, e fare che gli uffizj si distribuissero in proporzioni eguali; ma ben tosto i Ghibellini rivalsero, e cacciarono i Fieschi e il capitano postovi dal re di Napoli. Allora fu ripristinato l’antico governo con due capitani del popolo e un podestà di parte ghibellina, oltre l’antico abate: ma i Guelfi, fatto nodo in Monaco, poco tardarono a ritornare. I nobili, quasi soli capitani e piloti, vessavano la ciurma, usando prepotenze sulle navi come in terra. Nella flotta mandata a servigio di Filippo VI di Francia (1338) contro l’Inghilterra sotto Antonio Doria, i marinaj, maltrattati perchè lagnavansi dei soldi fraudati, giunti a terra chiedono vendetta, e colla gente di Voltri, Polcevera, Bisagno si attestano a Savona, declamando contro l’oligarchia; gli artigiani fan causa con loro, e nominano due consoli; i popolani di Genova levansi anch’essi per ricuperare la libera elezione dell’abate. Si delibera, e non venendosi a un fine, un battiloro grida: — Sapete che? eleggiamo abate Simon Boccanegra» (1339). Tutti ricordano i servigi di sua casa, e — Sì, sì, andiamo dal Boccanegra».
Questo, forse non a caso, si trovava là in mezzo alla folla; onde i vicini lo alzano sulle braccia fra i viva e riviva. Egli, ottenuto silenzio, rammenta: — Io son nobile ed i miei hanno sostenuto dignità più elevate; onde, diventando abate, verrei a degradarmi». E il popolo: — Ebbene, sii signor nostro». Ma egli: — Nol posso, perchè avete de’ capitani. — Sii dunque doge», e in trionfo lo portarono a San Siro esclamando: — Viva il popolo, viva i mercanti, viva il doge», e tra quel brio si sveleniscono contro le case dei Doria e dei Salvagi[294].
Da questa tumultuaria risoluzione, che volemmo addurre per esempio delle altre, restò ferita di grave colpo la nobiltà, poichè il popolo avea nominato, non più magistrati subalterni, ma il sommo. Era esso però capace di soffrire un governo? I più dei nobili si ritirarono ne’ loro castelli, ma non sempre vi furono sicuri. Avendo il marchese Del Carretto guasti i piani d’Albenga, il doge spedì gente contro di lui, e specialmente nove vascelli che tornavano dalla guerra di Spagna, non lasciando smontarne alcuno. Il marchese mandò scusarsi, ma il doge rispose voleva vederlo in Genova. Ed egli, assicurato della vita, vi venne; ma il popolo cominciò a gridargli _Mora, mora_, e il doge lo fece buttare in prigione, donde rinunziò Varigotti, il Finale, il Cervo e l’altre sue terre e feudi.
Per quanto il Boccanegra, attivo e sperimentato, in cinque anni d’amministrazione rinvigorisse la giustizia, ed assoggettasse ai magistrati il circostante territorio, non potè assodar la pace, onde depose il comando (1345), che fu dato a Giovanni da Murta. Alle scosse interne si mescolavano guerre esteriori, e il mare d’Azof e la Propontide erano bagnate di sangue genovese; poi davanti Alghero di Sardegna la loro flotta fu sbarattata dai Veneziani uniti co’ Catalani, lasciando tremilacinquecento prigioni. Al tempo stesso Giovanni Visconti affamava la città, proibendo di recarvi grani; del che scoraggiati i Genovesi, presero il miserabile spediente di sagrificare la libertà (1353) e si esibirono ad esso Visconti.
Gli ambasciadori dicevano al Petrarca: — Non paura de’ nemici, non diffidenza delle forze nostre ci costringe, ma ribrezzo dell’intestina sconcordia, perchè i principali nobili vogliono profittare dell’occasione onde ridurre la patria al servaggio; sicchè il popolo, perseguitato dai vincitori e da cittadini peggiori de’ nemici, ci invia ad implorare la protezione d’un principe giusto e potente». Introdotti nel consiglio, dissero al Visconti: — Veniamo per ordine del popolo genovese offrirvi la città di Genova e i suoi abitanti, il mare, la terra, gli averi, le speranze loro, le cose divine e le umane, quanto insomma è da Corvo a Monaco, coi patti convenuti». Il Visconti rispose, accettava non per estendere i suoi confini, ma per compassione a un popolo oppresso; si obbligava proteggerli, rendere giustizia, soccorrere la repubblica contro chi che fosse, e pregava per ciò Iddio e tutti i santi, dei quali recitò una litania[295]. E subito mandò vettovaglie, fece aprir comunicazioni fra il suo paese e questo, rappattumò le fazioni, diede quanto bastasse per raddobbare la flotta, colla quale, avendo invano intromesso la mediazione del Petrarca, entrati nell’Adriatico sotto il comando di Paganino Doria (1353), i Genovesi sconfissero e presero l’ammiraglio veneto Niccolò Pisani con cinquemila ottocensettanta uomini, e obbligarono i Veneziani a chieder pace, pagare ducentomila fiorini d’oro, e rinunziare per tre anni al commercio sul mar Nero, eccetto Caffa.
Adunque i Visconti possedevano tutta Lombardia, la Liguria, parte del Piemonte e della Romagna, e minacciavano la Toscana. Tanta potenza era bilanciata dai signori della Scala di Verona, i primi che, senza possedere antichi feudi ereditarj, aspirassero ad estesa signoria. Succeduti in una parte de’ dominj di Ezelino, stettero capitani de’ Ghibellini contro Roberto re e Giovanni XXII, e favoriti dagl’imperatori (1312). Cane, che da’ suoi partigiani ottenne il nome di Grande, seppe sostenerlo nella non lunga vita; abbellì Verona; letterati ed artisti accoglieva; savio in consigli, e, cosa rara fra que’ signorotti, fedele alle promesse; prode e fortunato in armi, sicchè, oltre Verona sua sede, recossi in mano Feltre, Belluno, Treviso. Ma non teneva assodata la propria grandezza finchè non acquistasse anche Padova.
Questa città, rifattasi dalla tirannia di Ezelino al favore della libertà, avea sottomesso Vicenza e Bassano, e fioriva di studj per la sua Università; ma trasmodando nella democrazia, escludeva dal governo tutti i nobili: eppure affidava larghi poteri alla famiglia de’ Carrara, sopravissuta alle altre della Marca. Come guelfa, era incorsa nell’ira di Enrico VII, che incitò Vicenza a sottrarsele, e che diede questa a governare a Can della Scala, suo braccio destro. Cane vi introdusse soldati mercenarj, soprusò militarmente e aprì guerra ai Padovani. Il territorio n’andò guasto; file di contadini vedeva lo storico Ferreto condotti tratto tratto in Vicenza colle mani legate alle reni, e trattati alla peggio finchè si riscattassero; nè maggiore umanità mostravano i mercenarj di Padova. Frequenti tornavano a battaglie, ciascuno coi proprj alleati; e Padova riuscì a mettere in piedi quarantamila fanti e diecimila cavalli[296]; tant’era in fiore sinchè non la guastò una terribile epidemia.
Dentro v’erano perseguitati i Ghibellini; e i Carrara, blandendo alle invidie del vulgo e gridando — Viva il popolo, morte ai traditori», assalsero chi ostava alle loro ambizioni (1314), e massime Pietro Alticlinio, ricco e creduto avvocato, nella cui casa, allora data al saccheggio, si pretese trovar le prove dei più atroci delitti[297]. Esso e i parenti e gli amici furono mandati a strazio; lo storico Albertino Mussato, reo d’aver proposta una tassa e di starne formando il catasto, a fatica si salvò.
Intanto continuava la guerra collo Scaligero, sebbene più di oltraggi e latrocinj che d’uccisioni; e nell’assalto di Vicenza, Giacomo Carrara, caduto prigioniero di Cane, s’intese con esso per darsi di spalla nelle mutue ambizioni. Di fatto, valendosi della stanchezza prodotta dalle lunghe ostilità, Rolando di Piazzola giureconsulto[298] con una brava arringa persuase i Padovani a scegliersi un principe, e Giacomo Carrara fu proclamato. Marsiglio suo nipote non tardò a guastarsi con Cane, e a’ danni di lui invitò il duca di Carintia e Ottone d’Austria. Con Tedeschi e Ungheresi, che i cronisti fanno ascendere a quindicimila cavalli, vennero quelli saccheggiando il Friuli come Dio vel dica; e il Padovano e tutta Lombardia spedivano soldati per arrestare quel flagello: ma Cane riuscì meglio col denaro, facendoli dar volta senza che avessero danneggiato altro che gli amici. Poi si vendicò dei Padovani guastando se alcun che vi era rimasto non guasto; e seguitò le nimicizie tanto, che indusse Marsiglio a cedergli Padova (1328), e così si trovò contentato del lungo desiderio.
Mastino II, succeduto a lui con coraggio eguale e ambizione maggiore, ebbe Parma a patti, occupò Brescia cacciandone il vicario di Giovanni di Luxenburg, e abbandonando i Ghibellini alla vendetta de’ Guelfi. Tenea corte splendidissima; lo storico Cortusio lo trovò circondato da ventitre principi, spossessati dalle catastrofi consuete; durante il pranzo, musici, buffoni, giocolieri; le sale erano coperte di quadri rappresentanti le vicende della fortuna; appartamenti aveva allestiti con simboli e insegne convenienti alla varia condizione di chi gli cercava ricovero, il trionfo pe’ guerrieri, la speranza per gli esuli, le muse pei poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso pei predicatori[299].
Lucca era stata da re Giovanni venduta ai Rossi, e Firenze diè commissione a Mastino (1335) di trattarne per essa la compra: egli strinse la pratica, poi per le spese e l’incomodo pretese trentaseimila zecchini. Sperava sgomentarli coll’enorme domanda, ma i Fiorentini senza dibattere un soldo accettarono: se non che egli allora soggiunse non aver bisogno di siffatte miserie, e tenne per sè la lieta città. Così sopra nove ebbe balìa, le quali gli rendeano l’anno settecentomila fiorini, quanti neppur la Francia al suo re. E meditava nulla meno che farsi signore di tutta Italia; intanto Lucca gli sarebbe scala a sommettere la Toscana, mediante l’alleanza co’ signorotti degli Appennini.