Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 28

Chapter 283,677 wordsPublic domain

Privo di questa sua mandritta e di denaro, privo per morte di Marsiglio da Padova teologo, suo ispiratore nella sciagurata controversia col papa, Lodovico, che non avea saputo se non farsi ridicolo e vituperevole colle pompe e coi processi, e con que’ fastosi improperj ai pontefici che alternava con abjette sommissioni, invece della promessa flotta di Federico di Sicilia sentendo arrivar le truppe di re Roberto, levossi di Roma più che di passo, inseguito a sassate dal popolo cui aveva imposto trentamila fiorini, e che adesso gridava — Viva santa Chiesa, giù Pier di Corvara, morte ai Tedeschi», dei quali dissotterrò perfino i morti in quel frattempo, e buttolli nel Tevere come scomunicati. Egli tornato a Pisa, e fattevi nuove scene di congressi e deposizioni, vi si trovò fin nelle mura insultato dai Fiorentini: le perfidie e le violenze con cui smungea denaro fin da’ suoi più devoti finirono di diffamarlo. Immemore de’ servigi ricevuti da Castruccio, dopo aver fatto pagare a’ costui figli la conferma del dominio, vendette Lucca a Francesco Castracani, parente e nemico di quelli, che così trovaronsi ridotti al mestiero di condottieri. Molti Sassoni suoi soldati non ricevendo le paghe, ruppero l’obbedienza, e tentato invano sorprender Lucca, s’aggomitolarono sulla montagna del Ceruglio che divide il paludoso pian di Fucecchio dal lago di Bientina, donde signoreggiando il val di Nievole e il val d’Arno, interrompeano le comunicazioni tra Lucca e Pisa, e viveano di rapine. Speditovi Marco Visconti per chetarli, essi il tolsero a capo, ed occupata Lucca, la esibirono al miglior offerente per risarcirsi delle paghe.

Quando Azzone Visconti succedette al padre, tant’era bassa la sua famiglia che dovette a denaro comprar dal governatore la facoltà d’entrare in Milano; ma quivi s’affrettò a recuperare l’autorità, dall’imperatore comprò il vicariato per dodicimila fiorini alla mano e mille al mese finchè restasse in Italia, poi presto ne cacciò il governatore; e conoscendo Lodovico sullo sdrucciolo, e volendo fraudargli il resto del pagamento, si buttò colla Chiesa, chiamandosi vicario pontifizio. Anche i signori d’Este s’erano rappattumati col papa; Brescia, datasi a re Roberto, snidava i Ghibellini a cui segno era governata. L’imperatore, i cui soldati disertavano a chi più li pagasse, a Lodi si vide chiuse le porte in faccia: accampò sotto Milano, ma chetato a denaro, se n’andò oltr’Alpi, maledetto dagli Italiani che, in grazia sua, lungo tempo erano dovuti stare senza sacramenti, e lasciando svilita l’autorità imperiale, che egli avea venduta a ritaglio, e pregiudicati gli amici più che i nemici suoi. Il suo antipapa fuggì tra le maremme, ma scoperto nel suo nascondiglio, abjurò al cospetto di tutta Pisa: spedito ad Avignone, vi fu assolto, e finì la vita sotto custodia nel palazzo papale. E tutte le città s’affrettarono a domandar la ribenedizione del pontefice: Lodovico stesso propose più volte di venire all’obbedienza, purchè gli fosse conservata la dignità imperiale; ma Giovanni negò sempre, guardandolo come scaduto, e volendo una nuova elezione.

Sormontano allora in Lombardia la parte guelfa e Roberto; in Romagna le città, profittando dell’assenza de’ pontefici, agitano una burrascosa indipendenza; i Polenta assodano il loro dominio a Ravenna, a Rimini i Malatesta, a Urbino i Montefeltro, i Varano a Camerino; da venti altre signorie s’erano costituite fra l’Appennino, l’Adriatico e il principato di Benevento, appena frenate d’ora in ora da qualche legato pontifizio, che colle alleanze, colle armi, cogl’interdetti cercava rintegrare l’autorità papale. Bologna, posta nel cuor d’Italia, popolosa, trafficante, altera della sua Università, disputava con Firenze la capitananza dei Guelfi, e conservavasi libera, benchè in gran setta fosse e divisione. I signori ghibellini, vincitori de’ Guelfi toscani ad Altopascio, diedero ai Bolognesi una memorabile sconfitta a Monteveglio (1328), uccidendo il podestà Malatestino da Rimini e il fiore de’ cittadini: sicchè la città sgomentata si diede al cardinale Del Poggetto, che quivi piantatosi in aspetto di proteggere gl’interessi papali, mirava a formare per sè un principato: e già erasi ridotte a devozione Parma, Reggio, Modena, altre città di Romagna.

Intanto Carlo di Calabria, senza riguardo a’ patti con cui Firenze avea garantita la propria libertà, ne smungeva quattrocencinquantamila fiorini d’oro annui invece dei ducentomila stabiliti; volle diritto di guerra e pace, sorretto dai nobili cui il principato talentava meglio che la democrazia; indulgeva ogni licenza a suoi parziali; e coll’abolire le leggi che reprimevano il lusso delle donne, aggiunse ai pubblici guaj le querele domestiche. La morte che avea salvato Firenze da Enrico VII e da Castruccio, la campò anche da Carlo. Libera allora di sè (1329), si diede a riformare di nuovi ordini la riavuta libertà, tali che il popolo non governasse direttamente e universalmente, pure nessuno ne fosse escluso con legge generale. Gli eleggibili erano sinceramente riconosciuti da cinque magistrature, che rappresentavano interessi diversi: i priori quei del Governo, i gonfalonieri quei della milizia, i capitani di parte quelli dei Guelfi, i giudici di commercio quelli de’ mercanti, i consoli delle arti que’ degli artieri. I quattro consigli furono ristretti a due, uno di trecento guelfi e popolani sotto il capitano del popolo, l’altro di cenventi plebei e cenventi nobili sotto al podestà, rinnovabili ogni quattro mesi.

Allora prese nuovo fiore e preminenza. Pistoja, redenta dai Tedìci e dai Castracani, si unì ad essa in perpetua amicizia, saldata con reciproche cortesie, e così i castelli del ridente val di Nievole già confederati tra loro. Marco Visconti le esibì Lucca, ed essa improvvidamente la ricusò, nè lasciò l’accettasse una compagnia di mercanti; onde la comprò Gherardino Spinola genovese. Esso Marco, privo di quella fermezza per la quale soltanto il valore può riuscire ad alcun fine, falliva alla causa ghibellina col trattare coi Fiorentini; e forse al legato pontifizio offrì di tradirgli Milano; poi tornato a questa città, cominciò a maggioreggiare, tanto che i suoi parenti, tra per vendetta delle offese avutene, tra per sospetto di nuove, lo invitano a un banchetto, e la mattina è trovato con una soga al collo nella fossa.

Morti erano i caporioni tutti de’ Ghibellini, Castruccio, Gian Galeazzo, Can Grande di malattia, Marco Visconti e Passerino d’assassinio; Azzone Visconti, riconciliato col pontefice, otteneva per lo zio Giovanni, fatto cardinale dall’antipapa, l’assoluzione e il vescovado di Novara; insomma la bandiera ghibellina era dappertutto in travaglio. Ma neppur la pontifizia stava in onore: i nomi di Guelfi e Ghibellini non significavano più affezione all’uno e all’altro dei due luminari del mondo, ma odio all’avverso; e sotto di quelli continuavano a mutarsi le effimere signorie: unica aspirazione omai, al perdersi della libertà.

Trovavasi di quel tempo nel Tirolo Giovanni di Luxemburg re di Boemia, figlio d’Enrico VII, cavalleresco quanto il padre, e che male acconciandosi ai costumi slavi, andava randagio, guatando ove fossero litigi da accomodare o nozze da concludere; riconciliò il Bavaro con casa d’Austria, cercò rappattumarlo anche col papa, ma questo ricusò ogn’altra condizione se non che Lodovico scendesse dal trono. A questo re della pace i Bresciani mandarono offrire la loro città (1331), purchè li soccorresse contro i fuorusciti ghibellini, che Mastin della Scala voleva rimettere in città. «Povero di moneta e cupido di signoria», egli vi accorse, quietò le fazioni, indusse Mastino a desistere; e la fama di sue romanzesche imprese, il nobile aspetto, l’eloquenza, la generosità, il fare aperto e amichevole affascinarono gli animi, meno sospettosi perchè egli non armava diritti, ma dovea tutto alla libera elezione. Per quel solito farnetico d’imitazione, i Bergamaschi l’invitarono a signore; e così Crema, Cremona, Pavia, Vercelli, Novara, Parma, Reggio, Modena; anche Lucca, senza rincrescimento abbandonata dallo Spinola che mai non avea potuto godervi pace; perfin Milano, ove Azzone si rassegnò ad intitolarsi vicario di lui, aspettando senza gelosia il tramonto d’un regno che prevedeva effimero. Dappertutto egli ripatriava gli sbanditi, toglieva via le guarnigioni lasciate dal Bavaro, le quali non poteano vivere che di saccheggio. Ma lavorava egli pel papa o per l’imperatore? nessuno lo sapeva, giacchè facendo bel viso a Guelfi e a Ghibellini, tutti del pari sommetteva, pur professando non accettare le signorie che per rimettere l’ordine e la concordia.

Pel quale desiderio di tener buoni tutti, pontifizj o imperiali, Giovanni s’abboccò col legato. Bastò sì poco perchè gl’Italiani lo prendessero in sospetto d’intendersi con costui onde spartirsi l’Italia e tutti ridurre in servitù. Prima Firenze, che, più calcolatrice e men passionata delle altre città, avea resistito alla moda, si restrinse col re di Napoli; il papa indispettì del vederlo trattare da padrone col suo legato, e gli avversò i Guelfi; i Ghibellini ne insusurrarono il Bavaro, il quale si alleò coi duchi d’Austria e con altri signori suoi avversarj per invadere gli Stati di quel che gli si era mostrato intrinseco amico: sicchè il re della pace, divenuto causa di guerra universale (1332), fu costretto tornare in Germania, lasciando i dominj d’Italia a Carlo suo figlio, raccomandato ai duchi di Savoja. Ma questi ben presto l’ebbero abbandonato; Ghibellini lombardi e Guelfi toscani s’accordarono per ritorgli le città, e ad Orzinovi fu tessuta una lega fra’ signori ghibellini, la repubblica di Firenze e re Roberto, assicurandosi a vicenda i possedimenti. Carlo non oppose gran resistenza, bastandogli cavar denaro, ed aver campo ad altre imprese.

Giovanni in Germania avea dissipato i sospetti, salvato i proprj dominj, disperso Austriaci e Ungheresi; poi tornò per rimettere in accordo il papa coll’imperatore, e se il suo fare fu indarno, almeno riportò onore di molti tornei, e combinò nozze; e ottenuti da Filippo IV di Francia centomila fiorini, soldò milleseicento cavalieri (1333), e con questi ricomparve in Italia, ove tutti pareano intenti a cancellare ogni ricordo della dominazione di lui, o a farne lor profitto. Il papa, che voleva umiliare i Fiorentini avversi al cardinale legato, lo favorì: ma scarso di denaro ed avvedendosi di eccitar gelosie d’ogni parte, quanto a principio aveva ispirato confidenza, provvide a far denaro; vendette Parma e Lucca ai Rossi per trentacinquemila fiorini, Reggio ai Fogliano, Modena ai Pio, Cremona a Ponzino Ponzone, la riviera di Garda ai Castelbarco, e se n’andò in Francia a ferir torneamenti, conciliare parentele e paci; finchè nella battaglia di Crécy (1346), vecchio e cieco, combattendo gl’Inglesi che invaso aveano quel regno, obbligò molti cavalieri a legare i loro cavalli col suo e spingersi avanti a corpo perduto, menando a caso, finchè cadde nel fitto della mischia.

Poveri re e imperatori, che senza soldati nè denaro comparivano un tratto fra questi signori e questi repubblicani ben forniti degli uni e dell’altro; e non mostrando altro intento che di riguarnire alquanto la borsa, mietevano odio e vilipendio. Che se conseguivano lode in Germania, essi che nè tampoco sapeano leggere[285], fra la civiltà e la finezza italiana pareano barbari, fra le costituzioni nostre tiranni. Lodovico il Bavaro vendette ogni cosa e perfidiò; Giovanni di Luxemburg fu più leale, ma altrettanto vendereccio; Carlo di Boemia vendeva e impegnava: onde io non so che si volesse Dante quando invocava la vendetta di Dio sopra Rodolfo d’Habsburg e Alberto suo figlio perchè lasciavano deserto questo giardin dell’Impero, e non venivano a ricomporre il freno di questa fiera indomita; o il Petrarca allorchè ad esso Carlo dirigeva retorici inviti. Qual bene aveano mai gl’Italiani a sperare dagli imperatori? quali mai dai papi? eppure di loro lontananza continuavano a piagnucolare; e intanto si valevano del nome degli uni e degli altri per parteggiare, ammantar le proprie ambizioni, e tempestare in una libertà che nè sapeano stabilire nè voleano rinunziare, e che soccombeva or alla tirannia delle moltitudini, or alla tirannia d’un solo.

CAPITOLO CVII.

I tiranni. I figli di Matteo Visconti. Gli Scaligeri. Casa di Savoja.

Tutte ormai le antiche collegate lombarde sono ridotte a signoria di principe. Il primo esempio fu dato da Ferrara, quando nel 1208, al soccombere de’ Ghibellini e di Salinguerra Torello, conferì pieno arbitrio ai marchesi d’Este (t. VI, p. 310): ma questi andarono in dechino, ed Azzo VIII, effeminato e crudele, ribellatesegli Modena e Reggio, fu ridotto a nulla più che Ferrara e il proprio patrimonio. Morendo, invece del fratello chiamò erede il figlio d’un suo sterpone; di che sorse guerra intestina, e i vicini ne profittarono per cincischiar quella casa. I Veneziani, ausiliarj del bastardo, occuparono Ferrara: Clemente V, sostenendo il fratello di Azzo, spedì il cardinale Pellagrua suo nipote con un esercito, che predicò la crociata come contro i Turchi, e fulminò contro de’ Veneziani la bolla più smoderata, escludendoli sin alla quarta generazione da ogni dignità ecclesiastica e secolare, confiscati i loro beni in qualunque parte del mondo, libero il ridurli schiavi senza divario tra innocenti e rei; e vi fu chi ne profittò. I Veneziani venuti a guerra coi Pontifizj ed appoggiati specialmente da Bolognesi e Fiorentini, toccarono una terribile rotta sul Po (1309), fin seimila uomini perdendo tra di ferro e annegati: il Pellagrua fece impiccare quanti Ferraresi gli aveano favoriti, e destinò vicario della città re Roberto, senza alcun riguardo agli Estensi: i Veneziani dovettero comprare con centomila fiorini l’assoluzione. I Provenzali di Roberto fecero pessimo governo di Ferrara, che ribramando un signor proprio, si levò a rumore, espulse gli stranieri, e rimise gli Estensi (1317), che all’uopo s’erano collegati coi Ghibellini. Qui armi e scomuniche e processi d’eresia, malgrado de’ quali gli Estensi tennero il dominio.

Agli Ezelini in Treviso, Feltre e Belluno era sottentrato Gherardo da Camino, per bontà e beneficenza soprannomato _il semplice Lombardo_, e come nobilissimo lodato da Dante. Riccardo suo successore fu nel 1312 scannato nelle proprie stanze da un villano.

Dopo finiti i Traversara capi de’ Guelfi, Ravenna era venuta a Guido Novello, signore del castello di Polenta presso Brettinoro: cacciato dai Bagnocavallo, vi rientrò e ne fu fatto signore il 1275; ospitò Dante, e trasmise il reggimento ai figli Bernardino e Ostasio. Il primo generò Guido e Rinaldo arcivescovo di Ravenna: l’altro signoreggiava Cervia, della quale non contento, trucidò l’arcivescovo e s’impadronì anche di Ravenna (1322).

Rimini con buona parte della marca Anconitana era tiranneggiata dai Malatesta da Verucchio. A Pandolfo succedette il nipote Ferrantino; ma Ramberto cugino suo l’invitò con altri parenti a cena, e li fece prigioni, invano Polentesa madre di Ferrantino correndo la città colla spada sguainata per levarla a rumore: se non che un altro figlio di Pandolfo tra pochi giorni recuperò Rimini (1326), liberò i presi e cacciò Ramberto. Questi procurò ogni via d’ottenere perdono; a una caccia solenne buttossi a’ piedi di Ferrantino supplicandolo di misericordia, e Ferrantino lo scannò.

De’ Montefeltro, i quali ebbero Sinigaglia e Forlì, Guido salì in maggior fama; ed essendo mandato (1382) un esercito francese da papa Martino IV ad assediare Forlì, consigliò i cittadini a riceverli entro, distribuirsegli nelle case e avvinazzarli; la notte esso li sorprese, e ne fe macello. Come capitano di ventura s’illustrò Federico, che possedette Urbino e altre città ghibelline: ma avendole gravate per sostenere la guerra contro i Guelfi, Urbino gli si rivoltò, lo fece a pezzi con un figliuolo, e si diede al pontefice.

Mantova erasi fatta libera alla morte della contessa Matilde, coi soliti rettori o consoli, e col podestà, al quale poi nel 1272 la generale assemblea dei Quattrocentonovanta surrogò due vicarj cittadini, che furono Pinamonte de’ Bonacolsi e Federico conte di Marcarìa. Pinamonte affettava il dominio, e prese via dal mandar voce fra il popolo che il marchese di Ferrara volesse adunghiare anche Mantova; onde il popolo, sempre credulo a chi disapprova e accusa, bestemmiando il marchese ed esaltando il Bonacolsi, diede a costui pieno arbitrio di sbandire chi credeva, cioè chiunque gli potesse fare ostacolo, e massime i conti di Casaloldi. Allora chiaritosi ghibellino, s’alleò con quel marchese di cui avea finto paura, fece assassinare Ottonello da Zenecalli che l’assemblea gli avea posto accanto, e gridarsi capitano perpetuo (1276) colla solita ciurmeria del voto universale. I Casaloldi, gli Arlotti, gli Agnelli, i Grossolani ed altri fuorusciti congiurarono per recuperare la città, e vi s’introdussero armati; ma un traditore n’avea dato avviso a Pinamonte, che li disperse.

Gli successe suo figlio Bardellone (1291), brutto d’ogni vizio; Taino fratello di lui cercò l’appoggio degli Estensi per isbalzarlo: intanto però Bottesella loro nipote, avute truppe da Alberto della Scala, cacciò l’uno e l’altro a morire in esiglio (1299), e si fece signore coi fratelli Butirone e Rinaldo Passerino. Quest’ultimo, rimasto solo al comando, sparnazzò il denaro pubblico a favorire la parte imperiale, tanto che ebbe in piedi dodicimila uomini, e da Enrico VII comprò il titolo di vicario imperiale. Ottenne anche Modena, promettendo lasciare in pace i signori della Mirandola che prima vi dominavano, poi li fece prendere e morir di fame: così avuta a patti la Mirandola, la mandò a sacco e fuoco. Tre scomuniche e venti anni di guerra gli facevano avverso il paese; soffiava negli odj Luigi Gonzaga suo cognato, inuzzolito di quella signoria, e anche di vendicare Filippino suo figlio, alla cui moglie avea giurato far onta il figlio di Rinaldo per vendetta d’una rapitagli amante. E poichè que’ tirannetti erano sempre disposti a nuocersi a vicenda, il Gonzaga ebbe soccorsi dallo Scaligero, intelligenze in città, e la mattina 16 agosto 1328 la invase e corse, uccise Rinaldo, strappò dall’altare suo figlio Giovanni abate di Sant’Andrea, e lo lasciò perir di fame nella torre dov’era morto il signore della Mirandola: all’altro figlio Francesco furono strappati i genitali e postigli in bocca. Il saccheggio fu orrendo, e la sola parte toccata a Cane si fa ammontare a centomila fiorini. A proposta di Claudio Agnello, uom ricco e creduto, il popolo elesse capitan generale il Gonzaga. L’imperatore, che dianzi aveva approvato Rinaldo, allora approvò lui come vicario; il Comune con ventimila fiorini ottenne che il papa l’assolvesse dell’assassinio, e con annua festa solennizzò il cominciamento di questi nuovi signori, che poi furono marchesi, poi duchi, poi nulla.

Sole rimanevano governate a repubblica Bologna e Padova, le città degli studenti. Questi a Bologna portavano vita e ricchezze, ma insieme irrequietudine, a leggi nè a tribunali negando sommettere i loro privilegi. Nel 1315 i rettori dell’Università, chiamandosi offesi dal pretore, si ritirarono all’Argenta; e gli scolari davano vista essi pure d’andarsene, se persone autorevoli non si fossero interposte, facendo confermare le antiche franchigie dell’Università, esentarla dal bargello, capo della polizia incaricato di tener quieta ed onesta la città: all’Università e ai rettori non si tenesse porta in palazzo; essi rettori con un compagno e quattro donzelli di loro scelta potessero portare qualunque arma offensiva o difensiva; cancellato ogni decreto o bando contro le persone che aveano dato occasione al disgusto; cacciati quelli che avean fatto ingiuria ai rettori; niuno scolaro potess’essere richiesto davanti al pretore od a’ suoi giudici.

Poco stante, Giacomo di Valenza studente rapisce la nipote del celebre leggista Giovanni d’Andrea; e il podestà a viva forza lo prende e condanna a morte. I condiscepoli fremono, romoreggiano, e nol potendo salvare, migrano a Siena, giurando non tornare se non ricevano soddisfazione. Bologna rimase squallida, finchè Romeo de’ Pepoli indusse a mandare agli studenti le scuse volute, e rinunziare ogni giurisdizione sopra di essi.

Questo Romeo, negoziante, dell’ingente rendita di cenventimila fiorini si valea per primeggiare, e spesso per corrompere o eludere le leggi. Crebbe allora di riputazione; onde i Gozzadini, i Beccadelli ed altri gentiluomini credettero o dissero aspirasse a tirannia, e formato il partito de’ Maltraversi, contro gli Scacchesi, così nominati dallo stemma dei Pepoli, accusarono Romeo (1321), l’assalsero nella propria casa, donde a pena ebbe tempo di fuggire col buttare alla folla sacchi di denaro. La famiglia fu esigliata, abbattuti i palazzi, confiscati i beni, relegati i partigiani: gran tempo durarono le paure e le trame, ma Romeo, esule ad Avignone, non potè più recuperare la patria.

Anche Cremona, sobbissata da Enrico VII, come vedemmo, fu assalita da Can della Scala e da Passerino Bonacolsi signore di Mantova e di Modena; e per quanto Ponzino Ponzoni scaldasse a sostenere il governo popolare, vi fu gridato signore Jacopo Cavalcabò (1315). Ma dopo sei mesi i Ghibellini condotti dal Ponzoni l’assalsero, e costrinsero a rinunziarla a Giberto di Correggio, altro capitano di ventura che condusse le armi guelfe contro molte città, mentre le ghibelline erano guidate da Federico di Montefeltro. Poco tardarono i Visconti di Milano a sottoporre Cremona (1322).

Sarebbe difficile e nojoso il seguire le vicende di ciascuna repubblica; ma il sin qui detto basta a mostrare come colla tirannide non venisse pace. Non essendo quella fondata sopra una legge o un pattuito statuto, non consolidata dall’opinione nè dal tempo, non trasmessa per successione regolare, apriva campo alle ambizioni di qualunque pretendente potesse addurre i titoli medesimi, cioè l’avere osato; la medesima sanzione, cioè l’essere riuscito. Un signor nuovo sbalzava l’antico; e questo, ricoverato a città amiche, al papa, all’imperatore, tramava alla macchia, collegavasi con altri di sua fazione, comprava bande, fomentava dissidj civili, che non poteano decidersi per ragioni, ma solo colla forza, unica misura del diritto: ma di prevalere una famiglia sola impediva il bilanciarsi delle parzialità. Queste, pur conservando gli antichi nomi, aveano cangiato scopo; o piuttosto scopo reale non s’avea che il proprio trionfo momentaneo e la depressione degli avversarj. In generale però i nobili erano ghibellini, il che volea già dire tedeschi, perchè o aveano militato al soldo degli imperatori, o avutone titoli, stipendj, possessi, ragioni d’acque, di pedaggi, di porti, cavalleria, capitananze, e la gloria di portar nello stemma l’aquila imperiale, e l’esenzione dai tribunali comuni.

Di dentro, ogni vincitore trovavasi inadeguato ai desiderj che aveano concepito i suoi fazionieri, alle promesse ch’egli medesimo avea prodigate, allo sbrigliamento che ciascuno erasi ripromesso. Il popolo, che pel minor male avea confidato pieni poteri al tiranno, vedendolo abusarne, ne moveva querele. I tiranni, benchè eletti popolarmente, snervavano le libere consuetudini coll’avvilire i corpi che rappresentavano il paese, invece di farsene una difesa e un appoggio. Ed oltrechè con nessun buono statuto erasi provvisto a moderare il loro potere, troppi mezzi possedeano essi di comprare, illudere, atterrire la moltitudine; tenevansi armati fra gente pacifica; col pretesto delle congiure uccidevano, spogliavano, esigliavano chi resistesse[286]. I migliori cittadini, trovandosi inetti a frenare la prepotenza, s’astenevano dalle assemblee per non legittimarla, e si ritiravano in violenta pace. Perfino qualche chiesa, che dapprima avea pregato Dio a camparci dai tiranni, allora offriva supplicazione per essi, connivendo a colpe che gli antichi pontefici fulminavano senza riguardo[287].