Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 39

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Più che non la discesa di Carlo giovò ai Fiorentini e ai Guelfi la morte dell’arcivescovo Visconti. I nipoti Bernabò e Galeazzo II succedutigli (1354) non cessarono d’ambire Firenze, ma ne furono impediti dalle guerre che ripullulavano coi signori di Monferrato, d’Este, della Scala, di Gonzaga, di Carrara. A Pavia tiranneggiavano i Beccaria, signori delle terre e dei tredici colli sulla destra del Ticino, ed ora si faceano vicarj de’ Visconti (1356), ora del marchese di Monferrato. Rottasi guerra fra questi, Pavia si chiarì pel marchese, onde fu dai Visconti assediata. E cadeva, se Jacopo Bussolari, frate eremitano che vi predicava quella quaresima, e d’uomini e donne erasi guadagnata la devozione, non avesse incorato a difendere l’indipendenza, accagionando di tutti i mali le disoneste portature femminili, la scostumatezza, l’egoismo de’ dominanti e dei dominati. Ne pianse il popolo e si emendò; i signori dapprima ne risero, poi s’ingrossirono, e dopo ch’egli ebbe guidato la gioventù a respingere gli assediatori, essi fecero opera di torgli la fama e la vita. Se ne rincalorì il valente frate, e persuadendo i Pavesi a qualunque sagrifizio per sostenere la libertà, fece cacciare i Beccaria, che allora unitisi ai Visconti, cavalcarono la città. A forze tanto superiori non potendo questa resistere, il Bussolari capitolò, stipulando il perdono ai cittadini e nulla per sè; onde, preso (1359 — 8bre), fu mandato a consumar nel _vade in pace_ d’un monastero di Vercelli[392].

Ma altrove le fortune viscontee chinavano. Genova, che nelle traversie avea fatto getto di sua libertà, nelle vittorie ne ripigliò l’amore, e si sottrasse al Visconti, risarcendo il governo a comune e il doge Boccanegra, che continuando a sottigliare la nobiltà, stette in dominio fin agli ultimi suoi giorni (1356 — 15 9bre); e i Fieschi e loro amistà dovettero acconciarsi al nuovo ordine di cose.

Il cardinale Albornoz avea proseguito la guerra in Romagna, più agevolmente dopo ch’ebbe con lunga campagna sottomesso il prefetto Giovanni da Vico. Mal provveduto a denaro dalla Corte d’Avignone, vi suppliva coll’arte, coll’alternare rigore e clemenza, col guadagnarsi i signorotti per mezzo di concessioni che davano una specie di legittimità al loro dominio, e col sostenere i minori contro i grossi, e secondare le rivalità e le vendette. Eccellente cooperazione, massime contro i Malatesta, gli prestò Gentile da Mogliano signore di Fermo, che poi gli si rivoltò. Giovanni Manfredi signore di Faenza, Malatesta signore di Rimini, i Polenta di Ravenna, gli Ordelaffi di Forlì conobbero tardi il bisogno d’unirsi nel comune pericolo (1354), ma furono costretti a cedere un dopo l’uno, per lo più riservandosi di governare a vita i paesi che aveano tiranneggiati.

Solo resisteva Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Castrocaro, Bertinoro ed Imola; quando udì la campana che annunziava la sua scomunica, fece sonare tutte le altre, scomunicando egli a vicenda papa e cardinali; agli amici diceva: — Non per questo ci sa men buono il pane e il vino»; e martorò molti preti che vollero osservare l’interdetto. Insieme sollecitava tutti i Ghibellini d’Italia, assoldò le bande del conte Guarnieri, e dichiarossi disposto a difendere sin all’estremo una città dopo l’altra. Affidò Cesena a sua moglie madonna Cia (1356), degli Ubaldini signori di Susinana, «che si chiuse nella rôcca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due piccoli nipoti, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque damigelle. Ed essendo stretta d’assedio, e combattuta da otto edificj che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcun soccorso, e sapendo che le mura della rôcca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni suo padre andò al legato, e impetrò grazia di andar a parlare colla figliuola, per farla arrendere con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre e uomo di grande autorità e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dèi credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo che tu e la tua compagnia siete agli estremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rôcca al legato. E sopra ciò le assegnò molte ragioni perchè ella il dovea fare, mostrando ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna, trovandosi in così fatto caso. La donna rispose: _Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente: e così ho fatto in fino a qui, e intendo di fare fino alla morte. Egli m’accomandò questa terra, e disse che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcun secreto segno che m’ha dato. La morte e ogni altra cosa curo poco, ov’io obbedisca a’ suoi comandamenti_. L’autorità del padre, le minaccie degli imminenti pericoli, nè altri manifesti esempj di cotanto uomo poterono smovere la fermezza della donna; e preso commiato dal padre, intese con sollecitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rôcca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna»[393].

Alfine essa fu costretta a capitolare (21 giugno); l’Ordelaffi stesso, perduta ogni speranza nelle bande mercenarie, si rese a discrezione, e fu assolto; e la Romagna, ove l’Albornoz non avea trovati soggetti che Montefalco e Montefiascone, tutta rientrò nell’obbedienza del pontefice. A ragione dunque il cardinale era ricevuto con sommi onori dappertutto, massime ad Avignone, ove fu acclamato _padre della Chiesa_ in senso così diverso dall’antico.

Restava ancora Bologna sotto la verga di ferro di Giovanni d’Oleggio, il quale, dopo che, a un suo ordine, vide affluire l’onda di cittadini a consegnare le armi, prese tanta baldanza che li menò in campo con soli bastoni, e colà distribuì loro le armi, che poi ritogliea dopo la battaglia. In tempo di tante ambizioni riuscite, perchè egli pure non avrebbe tentato sua ventura? Ribellatosi a’ Visconti, si fece gridare signore di Bologna; reprimeva con estremo rigore le trame interne, mentre guardavasi dagli stili e dalle lusinghe di Bernabò, cui nel tempo stesso mandava blandizie e soccorsi contro il marchese di Monferrato. Bernabò, che mai non conobbe gratitudine, non gli sapeva perdonare la rivolta; e sbarazzatosi del marchese di Monferrato col sottrargli a denaro i mercenarj del conte Lando e di Anichino, li lanciò addosso all’Oleggio (1360). Questi, assalito da tremila cavalieri, millecinquecento Ungari, quattromila fanti, mille alabardieri, non amato dai popoli, non soccorso da vicini, esibì vendere Bologna a chi la volesse; e l’Albornoz strinse il contratto, assegnando a vita all’Oleggio Fermo e il suo territorio.

In Bologna fra i soliti schiamazzi di _Viva la Chiesa_ fu rimesso il governo municipale e richiamati gli esuli: ma Bernabò adontato proseguì guerra di devastazione; e l’Albornoz, non potendo trar soccorsi nè da Avignone nè dai vicini potentati, dopo consunti trentamila ducati e gli argenti suoi proprj, chiamò settemila Ungheri, feccia di gente, che sperando le indulgenze assassinarono il bel paese. Bernabò seppe comprarle per sè, e mentre ad Avignone movea lamenti che gli si negasse una città per dodici anni concessa a suo zio, si sfogava perseguitando gli ecclesiastici; nè quelle codarde guerre furono cessate tampoco dalla peste, che recata dalle bande inglesi, qui si rinnovò nel 1361, e vuolsi che nella sola Milano troncasse settantasettemila vite.

Bernabò, che se n’era schermito col sequestrarsi rigorosamente nel castello di Melegnano, appena essa cessò ricomparve, e gridò — Voglio Bologna», e cercò sorprenderla, comprando bande e rialzando i vinti signorotti: sicchè l’Albornoz (1362) rannodò i signori della Scala, d’Este, di Carrara a difendere la Chiesa, di cui non erano ombrosi, contro il Visconti temuto, e allora scomunicato da Urbano V: la lega contro di lui fu sostenuta da una bandiera imperiale, e prese a stipendio la Grande Compagnia; e la battaglia di San Rafaello (1363 — 16 aprile) tolse a Bernabò la speranza di sovrastare ai pontifizj.

Egli non cessava di negoziare ad Avignone, mentre combatteva con variati successi. Godeva allora gran reputazione di santità Pier Tommaso di Sarlat, dalla povertà salito colla virtù e colla predicazione al favore del papa, che lo deputò nunzio apostolico nel regno di Napoli, poi in Germania, in Bulgaria, e che infervoratosi a crociar l’Europa contro i Turchi allora minaccianti, riconciliò i Veneziani col re d’Ungheria, cercò riunire la Chiesa greca colla latina, guidò spedizioni contro que’ barbari, e trasse il re di Cipro in Europa per sollecitare la crociata. A questa recava impedimento la guerra contro Bernabò, logorando le entrate della Chiesa, onde si cercò pacificarlo inviando a Milano Pier Tommaso[394]; e fu segnato un accordo (1364 — 8 marzo) ove Bernabò rinunziava a Bologna, ma contro l’enorme prezzo di cinquecentomila fiorini, la restituzione dei prigionieri, e che l’Albornoz fosse rimosso da quella legazione.

Costui, destro anche nella politica, avea raccolto in Roma i deputati di tutte le città sottoposte, e pubblicate per loro le _Costituzioni egidiane_ (1357), che rimasero il vero diritto pubblico della Romagna: accolte con applauso unanime, ebbero credito pari al gius canonico, e i papi ne raccomandarono poi sempre l’osservanza, come opportunissima agli Stati pontifizj. Non impiantava di nuovo, come si pretende oggi, ma riformava il vecchio col senso pratico e colla conoscenza degli uomini e delle cose.

Avendo il papa domandato conto all’Albornoz delle somme spese in quei quattordici anni, esso gli mandò un carro di chiavi delle città soggettate. Alla morte di Innocenzo VI avrebbe potuto facilmente succedergli; ma non se ne diè briga, e continuò a regolare le Marche e il Patrimonio di san Pietro finchè morì a Viterbo (1367 — 24 agosto), legando moltissime limosine e di che fondare in Bologna un collegio con giardino e sale e ogni occorrente per ventiquattro giovani spagnuoli.

L’Italia restava ancora alla mercede de’ venturieri. Corrado Wirtinger di Landau militava nelle bande di frà Moriale; e allorchè questi perì sotto la mannaja di Cola Rienzi, le conservò attorno a sè coll’ordine a cui quegli le aveva abituate, e rese terribile all’Italia i nomi di conte Lando e di Grande Compagnia, che fu dato a lui ed a’ suoi.

Una bella Tedesca pellegrinando a Roma pel giubileo, era stata a Ravenna violentata da Bernardino da Polenta, e non volle sopravvivere all’oltraggio. Due suoi fratelli scesero in Italia, senz’altra provvigione che il proprio sdegno; lo comunicarono al conte Lando, il quale, a vendetta de’ suoi compatrioti, menò la Compagnia a desolare il Ravennate. Ma avendo il tiranno raccolte le persone e i viveri nelle terre murate, la Compagnia penuriando dovette passare altrove, e mandò a sperpero gli Abruzzi, la Puglia, Terra di Lavoro, ingrossata dai molti a cui giovava quel facile e impunito rubare. Re Luigi di Napoli patteggiò vilmente darle settantamila fiorini in due termini, fin allo scadere de’ quali rimanesse pure a carico del Reame. Uscitone, minacciò or questo or quello, finchè si allogò colla lega contro Bernabò Visconti; ma invece di uniformarsi ai divisamenti de’ suoi compratori, fermavasi dove più roba e miglior vino e più belle donne, e raccoglieva gente rea e famosa di malfare. Bernabò trasse fuori dalla lunga cattività Lodrisio Visconti, il gran vinto di Parabiago; e costui coll’autorità del nome suo raccolse molte barbute, e al passaggio del Ticino vinse i nemici (1365), sino ad avere prigioniero il conte Lando. I venturieri lo riposero subito in libertà; ma Bernabò ebbe l’arte di trarlo dalla sua.

Fatta la pace, la Compagnia rimasta sciopera battè la marciata verso Toscana. Quivi era morto Saccone de’ Tarlati, che fino ai novantasei anni dal castello di Pietramala dava il motto ai Ghibellini di tutta Toscana; i quali dominavano ancora in Pisa, sempre astiosa a Firenze. Come questa sopra Pistoja, Prato, Volterra, Colle, San Miniato, così Perugia voleva principare sopra Todi, Cortona, Città di Pieve, Chiusi, Assisi, Foligno, Borgo San Sepolcro. Ma Cortona, allora padroneggiata da Bartolomeo di Casale, si difese valorosamente; e Siena (1358), presa parte con essa, chiamò Anichino Bongardo, altro famoso avventuriero, ed essendo questo battuto, invitò la Grande Compagnia. Il conte Lando, che già dai Fiorentini aveva riscosso cinquantamila zecchini per lasciarli quieti tre anni, allora li richiese del passo sul loro territorio; ma essi, presone giusto sgomento, s’accordarono coi conti Ubaldini e Guidi per afforzare i varchi degli Appennini. La banda si difilò dunque per val di Lamone; ma giunta che fu al sentiero affatto scosceso della Scalella (24 luglio), i contadini cominciarono a rotolare dalla montagna sassi, munizione plebea, sicchè sgominarono quel corpo, trecento cavalieri uccisero, fecero moltissimi prigionieri e lauto bottino, e il Lando stesso ferirono. I Fiorentini non vollero mentire la fede impegnata di non molestarla, sicchè la Compagnia, dopo gravissime perdite, si raggomitolò, e Lando, troppo presto guarito, ebbe raunati cinquemila cavalieri, mille Ungheri, duemila uomini di masnada, oltre dodici migliaja di servi e bagaglioni, coi quali diede addosso ai Fiorentini (1379), disopportunamente umani. Risoluti di por termine a quel nuovo e schifoso genere di tirannide, essi fecero appello agli Italiani, che, come per imitazione aveano tremato, allora per imitazione ripigliarono coraggio. S’avvide del pericolo il Lando, ed esibì fin compensare a denaro se alcun guasto i suoi facessero nell’attraversare le terre de’ Fiorentini; ma essi ricusarono, e mandato a dare alle armi per tutto, gli uscirono incontro guidati da Pandolfo Malatesta di Rimini. Quando vennero trombetti da parte del Tedesco, recando un guanto sanguinoso su bronconi spinosi, e provocando levarlo chi si sentisse cuore di combattere col conte, Pandolfo lo prese, e schierò l’esercito in modo, che Lando diede addietro quanto il più tosto potè, bruciando il campo, e a forza di tattica riuscì a sfilare verso il Monferrato.

Da quel punto la Grande Compagnia andò sfrantumata; ma «pare che la penna non si possa passare senza far memoria delle compagnie; chè maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ Cristiani, poco osservatori di loro legge e fede» (M. VILLANI). Perocchè allora salse in grido quella di Anichino Bongardo. Traditore di amici e di nemici secondo gli conveniva, primamente avea servito al marchese di Monferrato contro Galeazzo Visconti, poi gli ruppe amistà e fede; sicchè quello chiamò nuovi pedoni, e furono Inglesi, che la pace di Bretigny tra la Francia e l’Inghilterra avea lasciati senza condotta. Costoro ebbero nome di Compagnia Bianca, e per capitano Alberto Sterz. «Caldi e vogliosi, usi agli omicidj ed alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo loro persone in calere. Ma nell’ordine delle guerre erano presti ed obbedienti ai loro maestri, tuttochè nell’alloggiarsi a campo, per la disordinata baldanza e ardire poco cauti, si ponessero sparti e male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni, e davanti al petto un’anima d’acciajo, bracciali di ferro, cosciali e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lancia da posta, le quali, scesi a piè, volentieri usavano, e ciascuno di loro aveva uno o due paggetti e tale più, secondo che era possente. Come s’avieno cavato l’arme di dosso, i detti paggetti di presente intendevano a tenerle pulite, sì che, quando comparivano a zuffa, loro arme pareano specchi, e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e i loro archi erano di nasso e lunghi, e con essi erano presti ed obbedienti, e facevano buona prova. Il modo del loro combattere in campo era quasi sempre a piede, assegnando i cavalli ai paggi loro, legandosi in schiera quasi tonda, e tra due prendieno una lancia, a quello modo che con gli spiedi s’aspetta il cinghiale; e così legati e stretti colle lancie basse a lenti passi si facieno contro i nemici con terribili strida, e duro era il poterli snodare. E per quello se ne vide per la sperienza, erano più atti a cavalcare di notte e furare terre, che a tenere campo; felici più per la codardia di nostra gente, che per loro virtù. Scale avieno artificiose, che il maggior pezzo era di tre scaglioni, e l’un pezzo prendeva l’altro a modo della tromba, e con essi sarebbero montati in su ogni alta torre»[395].

Questa banda, che trent’anni continuò a campeggiare per chi la pagasse, cominciò dal fare tal guasto nel Novarese, che Galeazzo II Visconti, non avendo potuto opporle altrettante masnade, stimò meglio ardere dodici castelli, incapaci a difendersi. Ben cinquantatre ne distrussero gl’implacabili Inglesi, e per due anni seguitarono le devastazioni, piacendosi di troncare i corpi, finchè gli abbandonavano ai cani o al fuoco. Nel combatterli a Briona periva il conte Lando (1363), e i suoi seguitarono Lucio Lando fratello di lui, il quale occupò Reggio, e invece di darlo agli Estensi, a cui soldo stava, lo vendette per venticinquemila fiorini a Bernabò.

La Compagnia Bianca passò poi a servire i Pisani, cioè a menare ad eguale sperpero la media Italia. A loro si congiunse il Bongardo, e una notte Firenze atterrita dall’alto delle mura li vide consumare un infernale bagordo al chiaror di fiaccole e degl’incendj, e quivi Bongardo farsi cingere gli sproni di cavaliero, poi egli stesso cingerli ai più prodi del campo.

Esso Bongardo e lo Sterz formarono la Compagnia della Stella, della Bianca restando a capo quel Giovanni Acuto di cui già parlammo (Cap. CVIII); e fu una gara di far peggio: Provenzali, Guaschi, Bretoni furono condotti giù da altri, e per lunghi anni la penisola restò in costoro balia, qualunque parte guerreggiante avendo al soldo truppe di diversissima nazione. Aggiungi di diversissima disciplina, conservando ognuna le native usanze. Ma per l’ordinario gli eserciti si componevano di militi e di barbute: queste, così dette dall’elmo che portavano senza cimiero, ma con ventaglia davanti e criniera in alto, si servivano d’armi semplici, piccoli cavalli e un solo sergente col palafreno; a differenza del milite, armato pesante e seguito da due o tre cavalli. Vi si unirono poi gli Ungheri, aventi ognuno due piccoli cavalli, lungo arco, lunga spada, pettiera di cuojo, agili al corso e trascuranti d’ogni agio. L’Acuto, superiore d’accorgimento e di militare maestria ai capi antecedenti, primo introdusse qui di contare i cavalieri per lancie, ognuna delle quali componevasi di tre uomini, con cotte di maglia, petti di acciajo, di ferro gli schinieri, l’elmo, i bracciali, grande spada e daga, e una lunga lancia che sostenevano tra due[396]. Le marcie facevano a cavallo per cagione delle gravi armature; ma sul campo per lo più combatteano pedestri, unendo così alla prontezza della cavalleria la solidità della fanteria.

Neppur la pace sospendeva i mali de’ popoli, anzi i disordini di quella erano meno sopportabili che non i sofferti nella guerra; e quel brutale valore, non accessibile a verun sentimento nobile di patria o di libertà, aveva indebolito la stima dovuta al vero coraggio, che nasce dalla coscienza di una causa giusta. Urbano V papa esortava i Fiorentini e gli altri a una lega contro le bande; e con ordini e brevi insistette, finchè fu conchiusa coll’accordo di formare una milizia nazionale (1366 — 7bre), e ridurre tutti i viveri in luoghi castellati[397]. Ma nè scomuniche nè indulgenze tolsero che presto la lega si scomponesse; e nerbo e obbrobrio delle guerre restarono ancora i mercenarj.

I costoro guasti non meno che i guadagni aveano presto eccitato i nostri a formare bande, e mettersi anch’essi a servizio di ventura, per utilizzare l’attività e il coraggio, cui erano mancate più nobili occasioni, e per acquistare preda o anche dominj. Abbiamo già veduto Lodrisio Visconti ergersi capo d’una compagnia di Tedeschi: Ambrogio, bastardo di Bernabò Visconti, rinnovò la compagnia di San Giorgio, ma ben presto fu vinto e carcerato a Napoli; e de’ suoi, seicento rimasero prigioni a Roma, ove il papa ne fece strozzare trecento, e poi anche gli altri perchè tentarono fuggire[398].

Ma que’ signori romagnuoli che dicemmo dediti alle armi, furono i primi che unissero bande nostrali. Astore Manfredi signore di Faenza radunava sul Parmigiano la Compagnia della Stella di venturieri romagnuoli; ed essendosi avventato sopra Genova, nella valle del Bisagno fu sterminato. Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, uno dei meglio esercitati guerrieri, ne accozzò un’altra sugli Appennini, ma precoce morte il rapì: altre Pandolfo Malatesta, altre Boldrino da Panicale, accorrendo ove fosse da combattere o da rapinare. Qualche gentiluomo coi soli suoi uomini allestiva una lancia spezzata, e quando l’avesse compita, cioè di trenta lancie che formavano sessanta uomini a cavallo, andava a servire da volontario a questo o a quello. Talvolta una famiglia intera metteasi a tal guadagno; come nel 1395 il Comune di Firenze soldava la squadra de’ Tolomei di trenta lancie da tre cavalli ciascuna[399].

Allora i nostri si videro aperta un’altra via di guadagno, si generalizzò una razza di bravacci, aventi per mestiero la guerra e per sistema la prepotenza, tutti arme e far soldatesco e discorsi di valenteria, gran barba, cimieri immaginosi, nomi altisonanti, come Fracassa, Fieramosca, Lanciampugno, Animanegra, Spaccamontagna, Maccaferro, Rodimonte, Abbattinemici.

Alberico di Barbiano, signore delle vicinanze di Bologna, ne’ fatti di guerra senza pari valoroso, raccolta una banda tutta di suoi vassalli ed amici, potè affrontare le oltramontane; vintele a Marino, entrò in Roma, che dopo secoli vedeva un primo trionfo d’Italiani; meritò dal papa un’insegna con iscritto _Italia liberata dai Barbari_; anzi fu detto non arrolasse se non chi giurava odio agli stranieri. Quella banda divenne semenzajo d’insigni capitani, quale Jacopo Del Verme milanese, Facino Cane di Casal Monferrato, Ottobon Terzo, e più famosi Braccio di Montone e Attendolo Sforza, che furono istitutori di due scuole di guerra.

L’introduzione di capitani nostrali portò un miglioramento, giacchè essi, cernendo non i primi venuti e feccia d’uomini malfattori, ma persone conosciute, o parenti e vassalli e fazionieri, poterono meglio mantenere la disciplina; si apprese ad osservar fedeltà a una bandiera, e non volerla disonorata; e l’emulazione degli avanzamenti, le cure del buon nome, la riverenza ai capi, imposero qualche regola a quel valore brutale. D’altro lato però i nostri non istettero paghi a spogliare amici e nemici come faceano gli oltramontani, ma vi mescolarono passioni proprie, ire di parte, vendette ereditarie, studio di novità, ambizione di qualche brano d’un paese che ormai si spartiva a sciabolate. E di fatto tra poco furono veduti acquistar signorie, e il più fortunato di loro ereditare il trono visconteo.

Ma all’arte antica dell’uccidere e farsi uccidere veniva a dare il crollo l’invenzione della polvere.