Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 23
Galvano Fiamma (_Manipulus florum_), dopo ingombrati di baje i primordj della storia milanese, migliora di senno e di colorito accostandosi ai proprj tempi. Pietro Azario narra i fatti dei Visconti con limpida prosa e gustosissima ingenuità, e con un’imparzialità insolita nelle precedenti fazioni. Gherardo Maurisio vicentino scrisse di Ezelino III quando ancora non s’era mostrato ribaldo; onde gli cammina parziale, quanto avversissimi i cronisti di tutte le vicine città, fra cui primeggia Rolandino di Padova. Costui, come maestro di grammatica e retorica, fece opera più ordinata e chiara delle contemporanee, e la lesse davanti ai professori e scolari di quell’università, che l’approvarono, od almeno l’applaudirono.
Albertino Mussato, magistrato padovano, da cui abbiamo le prime tragedie moderne nell’_Achille_ e nello _Ezelino_, in sedici libri di _Storia Augusta_ magnificò l’infelice tentativo d’Enrico VII contro i tirannelli, in altri otto i successi fino al 1317, poi in tre canti l’assedio posto da Can Grande della Scala a Padova, da ultimo i dissidj che questa sottomisero ai signori di Verona. La continuazione dei due Cortusj nel narrare la laboriosa ribellione di Padova è ben lontana dall’eguagliarne il merito. I due Gattari vedono l’uno il dechino, l’altro la perdita della patria indipendenza, deplorandone le cause, e stendendo le scene della guerra civile anche al resto d’Italia; perocchè già i cronisti volgevano l’occhio anche fuor della terra natale.
Cristoforo da Soldo bresciano va sino al 1468; ma destituito di critica e ineducato, si appoggia alle dicerie, e rozzamente espone ciò che rimessamente pensa. Il Malvezzi trova ne’ disastri nuovi la spiegazione degli antichi. Castel da Castello bergamasco con grossolana verità descrive le miserie a cui la sua patria ridussero le guerre civili fino al 1407. Ricobaldo da Ferrara[231] tuffato tra guelfi e ghibellini, Ferreto da Vicenza favorevole ai tiranni che trionfano, altri ed altri noi giudicammo servendocene. Basti dire che la collezione del Muratori dà le cronache di ben sessantotto città fra il V e il XV secolo, e che la sola _Bibliografia storica delle città e luoghi dello Stato Pontifizio_ empie un grosso volume in-4º con null’altro che il nome degli storici di settantuna città ancora esistenti e di sedici distrutte in quel paese.
Una ignorante gelosia, che i posteri redimono splendidamente, negò al Muratori le cronache piemontesi; fra le quali son prime quelle che sovra le precedenti compilava un Ogerio Alfieri, a torto creduto monaco, finendo al 1294, cui succedette Guglielmo Ventura al 1325, e poco poi Secondino Ventura. Frà Jacopo d’Acqui empì di sogni le origini de’ marchesi di Monferrato nel _Chronicon imaginis mundi_, ove le molte letture stivò senz’ordine nè discernimento[232].
Alcuni peggiorarono la storia col voler verseggiarla, all’inettezza del narrare aggiungendo la difficoltà del metro. Lorenzo Diacono di Pisa non incoltamente cantò la spedizione de’ suoi contro le isole Baleari: Donnizone, vescovo di Canossa, rimò le azioni della contessa Matilde; un innominato le lodi di Berengario; il Cumano la guerra decenne de’ Lombardi contro Como; Moisè del Brolo i fasti di Bergamo circa il 1120; Gaetano degli Stefaneschi i tempi di Bonifazio VIII; maestro Pietro d’Eboli espose in elegi le guerre fra Enrico VI e Tancredi; Antonio d’Asti le lotte guelfe e ghibelline nella Storia elegiaca della sua patria fino al 1341; frà Stefenardo di Vimercate, ne’ migliori versi della sua età, i fasti milanesi dal 1262 al 95. Poi in italiano Boezio Poppleto e Anton di Boezio cantarono le cose d’Aquila dal 1252 al 1382, la cronaca aretina ser Gorello de’ Sinigardi, la mantovana Buonamente Aliprando, la perugina Bonifazio veronese nell’_Eulistea_.
A Genova presentavasi in pien consiglio la cronaca di ciascun anno, ed approvata riponeasi negli archivj. Di qui il Caffaro, che fu console e capitanò le patrie flotte contro i Pisani e i Saracini, desunse la sua storia, che per morte lasciò in tronco al 1163. Per pubblico decreto proseguita da Ottobono, da Ogerio Pane, da Marchisio, da Bartolomeo, cancellieri della Repubblica fino al 1264, fu poi commessa a personaggi illustri e consolari, Marino Usodimare, Jacopo Doria, Guglielmo Multedo, Arrigo Guasco marchese di Gavi, Oberto Spinola ed altri che arrivano al 1294: dopo l’intervallo di quattro anni, Giorgio Stella ed altri di sua famiglia e dei Senarega ripigliano fino al 1514; da ultimo Filippo Casoni fa punto al 1700. Sono essi le fonti della storia genovese, parziale sì, ma preziosissima continuità di contemporanei, quale niun’altra città può vantare. Anche Giovanni Bracelli da Sarzana, in buon latino senza ostentazioni retoriche, riandò i fatti dal 1412 al 44, ben informato come cancelliere che era della Repubblica. Altri scrittori indipendenti riempiono l’ufficiale orditura, ma frà Jacopo da Varagine, noto per la leggenda dei santi, nella lunga cronaca di Genova dal trojano Giano fin al 1297 insacca pedantescamente senza vagliare, e v’innesta della morale scolorita.
Giovanni Diacono, vulgarmente fin qui cognominato il Sagornino, buon dicitore mentre dogava Pietro Orseolo II, è il meglio accreditato fra i molti cronisti dei tempi oscuri e congetturali di Venezia, i quali furono eclissati da Andrea Dandolo. Istrutto in leggi e belle lettere, tutto decoro, gravità, amor patrio, e prudenza qual si addice al guidatore di grande repubblica, costui spiegò in latino una storia dall’êra vulgare 1342, esangue e senza critica pei tempi vecchi, pei successivi ricco di documenti, e meno parziale che non aspetteremmo da nobile e repubblicano. Lo continuarono Benintendi de’ Ravegnani, poi Rafaelle Caresini. Pur testè videro la luce la cronaca Altinate, che è piuttosto un nodo di cronache di differente merito; e, più allettativa a leggere se non più feconda di notizie, la cronaca scritta in francese o in francese tradotta dal Da Canale nel 1267. Furono poi nel 1516 assegnati ducento zecchini annui a uno storiografo e bibliotecario di San Marco, che registrasse i fasti patrj; e il primo fu Marcantonio Coccio detto il Sabellico, ma abborracciò; Bernardo Giustiniani erasi appigliato a buoni documenti per indagare l’evo primo, ma si arrestò all’809. E in generale Venezia non fu guari fortunata di storici; nè i suoi mostrano prepotente il bisogno dell’esattezza, e adulando la patria, guastano il conoscerla quanto i moderni romanzisti.
Non vuolsi dimenticare il partito preso in essa fin dal 1296, che gli ambasciadori esponessero al magistrato un ragguaglio della condizione fisica e morale del paese a cui erano spediti; poi nel 1425 fu ordinato di ridurli in iscritto[233], e si conservavano nell’archivio pubblico, donde, forse illegalmente, se ne trassero le copie oggi possedute da privati; e per pienezza dei ragguagli, e per l’opportunità che aveano di conoscere i grandi dappresso, sono preziosissimi fondamenti a quella scienza, che poi fu prostituita col nome di statistica.
Anche Bologna ebbe una cronaca di quasi quattrocent’anni. La napoletana di Matteo Spinelli credesi una contraffazione, e certo il suo italiano è più sciolto che quello posteriore del Malespini. Ma Firenze ci dà le migliori per dettatura insieme e per buon senso e accorta ingenuità. Ricordàno Malespini scrisse nel patrio dialetto quanto «trovò nelle storie degli antichi libri de’ maestri dottori»; e poichè allora erano sinonimi scritto e vero, vi trae il nome di Pisa dal _pesare_ che i negozianti vi fanno le merci, di Lucca dalla _luce_ del cristianesimo ivi portata, di Pistoja dalla _pistolenza_; fa la chiesa di San Pietro in Roma fondata ai tempi di Augusto, al tempo di Catilina celebrar messa nella canonica di Fiesole, Firenze devastata da Attila[234]; ma con miglior senno e con mirabile pacatezza, quantunque propenso a’ Guelfi, espone gli accidenti di cui fu testimonio egli stesso fino al 1280.
Lo continuò fin al 1312 Dino Compagni, volendo «scrivere il vero delle cose certe che vide e udì; e quelle che chiaramente non vide, scrivere secondo udienza; e perchè molti, secondo le loro volontà corrotte, trascorrono nel dire e corrompono il vero, propose di scrivere secondo la maggior fama». Strani canoni della credibilità, che ci attestano come fosse ancora in fasce la vera storia, uffizio della quale non è soltanto il raccorre fatti, ma cernirli, ordinarli, esporli. Come nelle frequenti magistrature della patria procurava insinuar pace, così nelle scritture; e da tale sentimento trae non di rado veemenza il suo stile, e — Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie, palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più, andate, e mettete in ruina le bellezze della vostra città, spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro ajuto e servizio, seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granaj de’ vostri figliuoli; fate come fe Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate ai vostri antichi se ricevettono merito nelle loro discordie; barattate gli onori che eglino acquistarono. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno». Con sì nobili intendimenti e retto giudizio e gran probità reca nel suo lavoro brevità, precisione, vigore, qual può desiderarsi in istoria semplice e veritiera: eppure rimase ignoto al Villani suo contemporaneo e ai posteri fin quasi al Muratori: oggi s’affollano ragioni per dimostrarlo apocrifo.
Giovan Villani, mercante e magistrato, si condusse a Roma pel giubileo del 1300, e «trovandosi in quello benedetto pellegrinaggio della santa città», la vista di tanti monumenti e la lettura di Sallustio, Livio, Valerio, Paolo Orosio, Virgilio, Lucano _ed altri maestri di storie_ l’ispirarono a narrare gli eventi della sua patria, «per dare memoria ed esempio a quelli che sono a venire, ed a reverenzia di Dio e del beato santo Joanni, e a commendazione della sua città di Firenze». Il che fece in dodici libri, senza pretese di dottrina o prevenzione di sistema, beendo alla grossa le favole antiche; anche lunghi tratti togliendo di peso dal Malespini senza pur indicarlo, non parendo allora plagio ma abilità il giovarsi di chiunque avea preceduto: giunto poi al tempo suo, con gran rettitudine di sentire e ragionare espone i fatti, e non soltanto della patria, coll’efficacia di chi può dire — Io scrittore ho veduto, io sono stato». Pende a parte guelfa senza dissimularlo[235], ma schietto esprime gli schietti sentimenti, incalorendosi nel ragionare della sua patria, raccontando con evidenza affettuosa e talora pittoresca, e distendendosi nelle particolarità, senza dubitare riesca indifferente o nojoso ad altri quel che a lui fu d’interesse. Da mercante che era, si bada sulle cose positive che i contemporanei stranieri negligono; e mentre questi non ci danno che le personali loro impressioni, il Villani procede esatto e intelligente, esamina, paragona, giudica, e alla gravità degli antichi, che non di solo nome conosceva, accoppia la sperienza personale. Tanto positivo nol distoglie dal credere a miracoli e astrologie, debolezza che facilmente gli si perdona. Scarco d’apparato letterario, incondito di grammatica[236], nella legatura delle voci è naturale e analitico; nulla di soverchio, nulla di studiato riempitivo, di forzata trasposizione, di reggimento artifiziato, ma sempre una famigliarità semplice e gioconda. Vero modo, pel quale l’Italia avrebbe potuto elevarsi alla storia originale, se non avesse anche in ciò voluto crogiolarsi nell’imitazione.
Morto dalla terribile peste del 1348, lo continuò il fratello Matteo, in undici libri abbracciando appena sedici anni: evidente ritrattista de’ costumi e degli avvenimenti, pratico del cuore umano e dei viluppi della politica, s’indispettisce al vizio, s’infervora alla libertà, la riverenza religiosa nol rattiene dal rivelare anzi esagerare i traviamenti dei papi, talchè si concilia confidenza e amore. La nuova peste del 1362 lo rapì, e Filippo suo figliuolo filò il racconto di lui sino al 65: uom di studj e chiamato a leggere Dante in cattedra, ha più adornezza e meno ingenuità del padre e dello zio, e nelle _Vite d’illustri fiorentini_ lascia desiderare quel colorito e quel particolareggiare, che formano l’anima delle biografie.
Anche Marchione da Coppo Stefani, pensando «quant’è a grado agli uomini trovare cosa che riduca a memoria le cose antiche, e specialmente i principj delle città e schiatte, si pose in cuore di durar fatica e mettere tempo e sollecitudine in trovar libri ed ogni scrittura, per ricordare a chi n’avesse vaghezza» la storia patria. Fattosi dalla creazione, tirò il racconto dei Villani sino al 1385, narrando le discordie dei Ricci e degli Albizzi che Matteo avea dissimulate. Piero Minerbetti fece una coda troppo inferiore ai Villani che voleva imitare; nè hanno valore i Morelli. I _Commentarj_ di Neri di Gino Capponi fino alla pace di Lodi col vigore e l’evidenza attestano il limpido ingegno di quel destro politico e buon militare, a cui la repubblica affidava da stendere i dispacci più importanti. Giovan Cambi fino al 1480 copiò «da uno libro antico e da darvi buona fede» e riscontrandolo con altri: poi di là segue il suo _Memoriale_ «semplice e puramente senza adornezza di parole», come un mercante che nota dì per dì quel che vede e ode, da tutto traendo riflessioni morali sulla giustizia di Dio, sulla depravazione de’ costumi, sul nulla delle grandezze umane, e, come tutti i Fiorentini, rimpiangendo il buono stato repubblicano, che vedeva andare a rotta. Filippo di Cino Rinuccini dettò _Ricordi storici_ dal 1282 al 1460, donde fino al 1506 li continuarono i figli Alamanno e Neri. E fu abituale fra quegli Ateniesi d’Italia il tenere certi libri che chiamavano _Prioristi_ perchè vi notavano i priori di ciascun anno, e insieme gli avvenimenti principali del loro paese e de’ forestieri, domestica tradizione; carissimi sempre, perchè non lo scrittore, ma l’uomo vi appare; e confortanti quanto il conversare con un vecchio dabbene e ricordevole.
Gli altri innumerevoli cronisti di Toscana si esprimono colla nitidezza e precisione dei popolani, non guasti dalla scuola e dalla pretensione[237]. Le _Storie pistolesi_, d’ispirazione soverchiamente municipale, danno rilievo alla larga prospettiva de’ Villani. Perugia nel 1366 ordinava si scrivesse «in un libro giallo tutti i fatti della città». Il boccheggiare di Pisa sotto i colpi di Firenze è disegnato da Palmerio; da Guarniero Berni la ruina d’Agobbio; da Manetto le inesauribili fazioni di Pistoja. Di Siena non ci restano storici nel tempo ch’essa teneasi in bilico con Firenze e Pisa; e solo Andrea Dei ne espose i fatti cominciando dal 1186, trasvolando ai tempi antichi e giungendo fino al 1348; di là prosegue Angelo Tura: dal 1352 all’81 servono gli _Annali_ di Neri di Donato. Degli storici di Lucca il più antico è Tolomeo Fiadoni, che narra alla fuggiasca le sorti anche di tutta Toscana dal 1063 al 1303, valendosi del _Registro_ e degli _Atti lucensi_ ora perduti. Succede Giovanni Sercambi, che sentenzioso e compassato tirò una cronaca dall’origine della repubblica fino alla tirannia di Paolo Guinigi, e un’altra sul costui principato, ma con molti errori sul tempo passato, e slealtà sul suo[238]. La storia di Lucca, conservatasi repubblica perchè soccombette la sua gran nemica Pisa, è piuttosto a raccogliersi ne’ suoi archivj, i più preziosi d’Italia dopo quelli di Roma.
Nelle cronache l’autore nè scevera il falso dal vero, nè studia ad esposizione colta e ordinata, ma nota con inconsciente ingenuità quanto vede o sente, riferisce tritamente le vicende delle stagioni, il prezzo delle derrate, le dicerie di piazza; talora l’ingenuità arriva a tal punto che il cronista racconta la propria morte[239]: l’aneddoto la vince sulla storia, si va da frammento a frammento; notizie individue, frivole talvolta, sconnesse sempre. Pure, a tacer che talvolta l’unicità li fa rappresentanti d’un paese o d’un’età, cattivano gli animi come rivelazione dei tempi, e come schietta espressione de’ sentimenti popoleschi e delle passioni accentuate: al loro cessare si esaurisce una fonte di pruriginoso sapore.
E cessar doveano, perchè essi vedono dappertutto l’immediato governo della Provvidenza, castighi e premj in ogni evento, predizioni ed augurj; mentre da poi estendendosi la coltura e complicandosi la politica, i fatti terminavano d’essere istintivi e impetuosi, preparavansi a disegno, si consideravano la concatenazione dei fatti, le remote origini e conseguenze, il che costituisce la storia, la quale è ricordo, avviamento, esame. Ma il sentimento vigoroso che si richiede per riprodurre i fatti, la critica per abburattarli, la ragione austera per giudicarli, l’estesa comprensione per coordinarli, mal si combinano nè coll’entusiasmo de’ cronisti, nè coll’erudizione di quei che vi sottentrano. I quali presero a compilare storie in latino, da contemporanei ancora, ma già mirando all’effetto, e spesso guasti da reminiscenze classiche, per le quali rimangono talora svisati i fatti, più spesso i sentimenti. Il letterato sottentra dunque all’uomo, la penna al battito del cuore, aspettando che arrivi la vergognosa êra delle gazzette: han luoghi comuni e frasi stereotipe, per cui ogni mediocre riesce a raccontare _bene_, ma a raccontar nulla, con chiacchericcio insulso, colla polemica, colla inintelligenza (anche i più arguti) del gran fatto che arresta il sublime lancio italiano, perchè tutto vedono traverso al prisma romano.
Poggio Bracciolini di Firenze cerca soltanto le vicende guerresche, non dandosi per inteso de’ cambiamenti civili, nè facendoci conversare coi grandi contemporanei, ma riconosce il posto che compete alla bella città, che rigenerata dal magnifico Lorenzo, non vacilla dietro a partiti interni, ma osserva la generale politica, e cerca soluzioni generali alle particolari evenienze. Anche Bartolomeo della Scala tessè una storia di quella città fino alla calata di Carlo VIII. Leonardo Bruno d’Arezzo, stando a Roma segretario apostolico, vide e tratteggiò i miseri subugli di questa metropoli; eletto cancelliere di Firenze, ne distese la storia fino al 1404: scrittore accurato della frase e del periodo, richiesto da principi, visitato da forestieri, lasciò pure versioni dal greco, e vite e lettere, da cui noi razzoleremo la storia letteraria del suo tempo. Con maggior arte è stilato l’episodio della congiura de’ Pazzi, con cui Agnolo Poliziano ripagava i Medici della concedutagli protezione.
Giovanni Cavalcanti narrò le cose toscane dal 1420 al 52, guelfo di persuasione, idolatro di Cosmo de’ Medici; il Machiavelli se ne prevalse senza indicarlo. Pedante benchè toscano, non possiede nè l’ingenuità del Trecento, nè la meditata purezza del Cinquecento; guasta la cara favella materna con crudi latinismi, manierati aggettivi, frasi attorcigliate, concioni retoriche; e di mezzo a ciò modi plebei più rilevati dal tono cattedratico. Dirà _latino_ per italiano, _queriti_ i cittadini; e descrivendo gli orrori della presa di Brescia, si trastulla sulle parole.
Vespasiano de’ Bisticci, erudito librajo, lasciò vite di suoi contemporanei, neglette per lo stile, buone per le cose, talvolta care per naturalezza, sempre di virtuosi sentimenti. Oltre il _Libro dei detti e fatti di re Alfonso_ per Antonio Bocadelli detto il Panormita, di quel re ci diede la storia Bartolomeo Fazio della Spezia, più sollecito della elegante latinità che di cercare il vero, benchè fosse testimonio dei fatti. Lucio Marineo siculo, per incarico di Fernando il Cattolico, scrisse in latino le imprese di questo e di suo padre adulando. Pandolfo Colenuccio da Pesaro compendiò la storia napoletana fino a’ suoi giorni: Pier Paolo Vergerio dettò quella dei Carraresi con eleganza; Daniele Chinazzo da Treviso in italiano la guerra di Venezia con Genova: il Plátina la storia di Mantova e dei papi, fondandosi sopra documenti; e se la passione troppo spesso il traviò, ben era raro al suo tempo questo dubitare delle asserzioni antiche. Giorgio Stella racconta la Genova dei dogi, desiderando che, pel bene dell’umanità, i nomi de’ Guelfi e Ghibellini fosser dispersi dalle memorie: quasi non fossero il necessario nodo della storia d’allora.
La prima cattedra di storia che si ricordi, fu eretta a Milano per Giulio Emilio Ferrario novarese; poi Andrea Biglia agostiniano raccontò fedele e non inelegante i fasti di quella città dal 1402 al 31. Pier Candido Decembrio, vissuto alla corte di Filippo Maria Visconti, poi caldo della Repubblica ambrosiana, al cadere di questa passò a Roma e altrove in servizio di segretario; ripatriato, scrisse le vite di esso Filippo Maria, dello Sforza, di Nicolò Piccinino, e una cronaca de’ Visconti, piena d’ingenue particolarità al modo di Svetonio, ma senza la costui purezza. Giovanni, fratello del famoso segretario Cicco Simonetta, celebrò Francesco Sforza, al quale era stato sempre a fianco, adulando ma non smaccato, sempre chiaro, spesso elegante, ma senza la vivacità che impreziosisce i contemporanei. Tristano Calco seguì la storia dei Visconti di Giorgio Merula; poi vistola fracida di favole dello scrigno di Annio da Viterbo, la rimpastò traendola sino al 1323, con critica delle fonti e buono stile. Contemporaneo suo Bernardino Corio, cameriere di Lodovico il Moro, compiva la più divulgata storia milanese, in un vulgare barcollante; parabolano nelle cose vecchie, particolareggiato e ricco nelle contemporanee, sebbene poco intelligente, e copiando, quasi traducendo il Simonetta.
Questi autori ci conducono fin valico il medioevo, e fin a quelli che meritano il titolo di storici. A chiarire e interpretare essi autori, massime pei secoli più muti di luce, a supplirne le mancanze, ad accertarne i tempi, soccorrono le lapidi e le monete, come per la storia antica; ma vi si aggiunge una dovizia di documenti. Sono la più parte scritture pagensi, cioè d’affari privati: per entro le quali lo statista aguzza l’occhio a scovare le traccie del popolo e il carattere delle società nella natura de’ possessi e de’ contratti; il cronologo se n’ajuta a disporre i successi per anni, primo passo a connetterli e intenderli; la storia ne ricava le tinte onde incarnare gli aridi contorni de’ cronisti.
Di che scabrezza sia un tale lavoro, non può valutarlo se non chi v’abbia steso le mani; onde si trova più facile, e perciò è più consueto il deriderlo come erudita pedanteria. E di beffardi, sturbatori della scienza e martirio degli operosi, non fu penuria in verun tempo; ma neppure di rassegnati, che rinvergarono con pazienza, interpellarono con sincerità questi testimonj del passato, pur ignorando che cosa deporrebbero. Già nel Cinquecento (secolo che per farnetico dell’antichità classica recavasi a schifo come barbarie e ignoranza tutto ciò che avesse attacco al medioevo) v’ebbe cronisti e storici che nei loro racconti intarsiarono documenti. Su questi elaborò la sua _Storia del regno italico_ dal 281 al 1200 Carlo Sigonio, il primo che penetrasse in quell’inesplorata boscaglia. Sfiorò esso gli archivj tutti d’Italia e singolarmente della Lombardia, per sè o per mezzo d’amici esaminò i _Monumenti_; e il catalogo di questi, pubblicato il 1576, desta meraviglia, per quanto le cresciute cognizioni l’abbiano convinto di molti errori e di ben più mancanze[240].