Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 22
Pensate se rimanevano accanniti i Colonna, e ancor peggio Sciarra, il quale, nel fuggire di Roma, essendo dato ne’ Barbareschi, anzichè rivelare il proprio nome, avea sofferto di essere messo s’una galea, ove per quattro anni tirando il remo, avea stillato feroce rancore contro il papa; ed ora per isfogarlo si esibiva al Nogaret. Bonifazio, vedendosi tenuto in posta, fuggì ad Anagni, e preparava la scomunica che rinnovasse le scene della casa Sveva; ma Nogaret lo previene, e a denaro raccolta una ciurma a sua posta, secondato dai nobili di Ceccano e Supino e fin da alcuni cardinali, assalta quella città al grido di — Viva Francia! Muoja Bonifazio!» Il papa, di ottantasei anni, e abbandonato da cardinali, esclama: — Tradito come Cristo ai nemici, morrò, ma papa»; si pone la tiara di Costantino, e colle chiavi di san Pietro e la croce in mano, si asside sul trono. Ed ecco entrano i masnadieri rubacchiando, violando le reliquie e li archivj: Nogaret lo ingiuria, Sciarra lo schiaffeggia. Tenuto prigioniero, Bonifazio ricusa ogni vitto, temendolo avvelenato; il popolo, rinvenuto dallo sgomento, si solleva, e sclamando — Viva il papa, morte ai traditori», a forza libera il pontefice, che menato sulla piazza pubblica, ripeteva: — O buoni uomini e buone donne», e a tutti narrava doloroso i suoi patimenti, e chiedeva un tozzo per carità; e il popolo gridava — Viva il santo Padre», e tutti potevano parlargli come a un altro povero. Ricondotto in Roma a Dio lodiamo, Bonifazio rimbaldisce, deponendo i sensi di perdono e di riconciliazione mirabilmente manifestati ad Anagni: ma gli Orsini stessi, in cui confidava, il tengono chiuso in palazzo; ond’egli per tanti colpi abbattuto, muore fra otto cardinali, confessando la fede vera[223].
Lo combatterono i prelati colle dottrine d’indipendenza nazionale, i re coi legulej, gli scrittori coll’opinione: e Filippo il Bello, i Colonna, Dante tengono ancora in fama sinistra questo pontefice, col quale spirò (11 8bre) l’onnipotenza della santa Sede.
Benedetto XI (Nicola Boccasini), datogli successore, «uomo di pochi parenti e di piccolo sangue, costante e onesto, discreto e santo» (Compagni), non volle riconoscere sua madre quando gli si presentò in vesti signorili, bensì quando venne colle abituali. Egli non era guelfo nè ghibellino, ma papa della pace, come si deve; trovavasi però angustiato in questa Roma, dove ogni palagio era una fortezza, e i cardinali stessi erano capi e turcimanni delle fazioni de’ Colonna o degli Orsini o de’ Gaetani: e costretto sempre a difendersi da chi aveva a’ fianchi, come poteva mostrar vigore contro i lontani? Per togliersi al coloro arbitrio, si ricoverò ad Assisi, e dicesi pensasse trasferire la sede in Lombardia[224]; e non avendo parenti, e più dolce che robusto di carattere, gemeva degli eccessi che non valeva a reprimere. Per mostrare il desiderio di pace cassò molte costituzioni del suo predecessore, massime quelle contro Filippo di Francia, e l’assoluzione dei sudditi dal giuramento di fedeltà, ma lanciò la scomunica contro il Nogaret e quattordici signori italiani ch’egli stesso avea veduti oltraggiare Bonifazio. Il Nogaret venne a chiederne perdono a nome del re (1304); ma pochi giorni di poi Benedetto moriva avvelenato, e al Nogaret crescevasi lo stipendio da cinquecento a ottocento lire.
Allora i venticinque cardinali si chiudono in conclave a Perugia, e l’elezione bilicò lungamente fra i Gaetani fautori degli atti di Bonifazio, e i Colonna che pendeano pei Ghibellini e per Francia. Costretti dai Perugini, che scemarono loro fin le razioni, stabilirono una tripla di forestieri, fra cui il partito nazionale scegliesse il pontefice; e il prescelto fu Bertrando di Goth arcivescovo di Bordeaux (1305). Erasi proferito ostile al re, ma Filippo, che per mezzo dei Colonna rimestava nel conclave, avutone avviso prontissimo, andò a lui, e mostrando dimenticare le nuove animadversioni per l’antica famigliarità, — Io posso alzarvi papa, se promettete farmi contento di sei servizj: il primo di riconciliarmi colla Chiesa; il secondo rendere la comunione a me e a tutti i miei; terzo, le decime del clero nel mio regno per cinque anni, onde bastare alle spese della guerra di Fiandra; quarto, annulliate ogni memoria di papa Bonifazio; quinto, rendiate la dignità di cardinale a Jacopo e Pietro Colonna, e la concediate ad alcuni amici miei; della sesta grazia vi parlerò a luogo e tempo». L’arcivescovo, che per lui credevasi pontefice, promise sull’ostia, e fu eletto col nome di Clemente V.
Giovan Villani, che riferisce questo assurdo colloquio, era forse in terzo?[225]. Nessun altro contemporaneo ne parla, e il buon cronista l’avrà raccolto dalle bocche del popolo, che traduceva in patto anteriore le posteriori condiscendenze. Il fatto è che Clemente già avea veduto come i papi in Roma fossero servi della plebe e delle fazioni; e forse nell’intento d’emanciparne l’autorità, invece di venire a Roma, chiamò i cardinali a coronarlo a Lione. Nella cavalcata un muro cascò, uccidendo molti cardinali e domestici, molti ferendo; una rissa tra i papali e i Lionesi costò altro sangue: accidenti, donde la superstizione traea funestissimi augurj. La capitale dell’antico impero, la città di maggiori memorie, la tomba del principe degli apostoli e di tanti martiri, la meta dei pellegrini, lo studio degli eruditi, mal si mutava con una cittadina d’altrui, povera, e disastrata da guerre: ma più che l’abbandono, abbiamo a deplorare che questo paresse giustificato dalle inquietudini di Roma.
Dopo girato di diocesi in diocesi con un nugolo di famigliari e cortigiani, alfine Clemente si piantò ad Avignone (1309), città del contado Venesino, possesso dei papi, ma appartenente al conte di Provenza sotto la supremazia dell’Impero; e di qui comincia quella che gl’Italiani chiamarono cattività di Babilonia. Avignone, che al Petrarca pareva piccola, schifosa, fetente, confinata sovra una rupe, con vie anguste e case basse e mal costrutte, ben presto scese al piano, si popolò di palazzi, d’alberghi; all’altra riva del Rodano su terra di Francia i prelati edificarono la città di Villanova, e il concorso di tanti forestieri e di tanti principi ricreò quel paese.
Messosi in terra altrui e perciò in altrui arbitrio, il papa cominciò operare abjettamente: concedendo le decime, impinguava il terzo e il quarto con denari altrui[226]; cassò la costituzione _Clericis laicos_, dichiarò la _Unam sanctam_ non pregiudicare al regno di Francia; assunse dodici cardinali ligi a Filippo, fra i quali i due Colonna sporporati da Bonifazio VIII, modo di perpetuare la servitù; assolse il Nogaret. Con ciò volea calmare Filippo, sempre pertinace nel chiedere la condanna di quel pontefice; e sperava forse che il tempo ne intepidirebbe la passione, mentre invece non facea che attizzarla, ed ogni tratto domandava che Bonifazio fosse chiarito eretico e cancellato d’infra i papi, dissepolto, arso, disperso al vento. Non era soltanto rancore personale, ma lotta di principj: se lo spirituale dovesse prevalere al temporale, come ai tempi di Gregorio VII, o d’Innocenzo III; o se fosse giunta l’ora che nessuno potesse frenare i re, e che la legalità medesima si piegasse alle esigenze di questi. Il papa cercò sottrarvisi colla fuga: alfine decise che d’affare così supremo non poteva decidere se non un concilio.
Vi si complicava un altro processo non men vergognoso. Accennammo (t. V, p. 565) l’origine dei cavalieri del Tempio, e come da Gerusalemme fossero propagati a tutta Europa. Delle provincie in cui divideasi quest’ordine, le più antiche in Oriente erano state occupate da’ Musulmani, salvo Cipro; quelle d’Occidente, tre delle quali erano Italia, Puglia, Sicilia, possedeano ben novemila commende, fruttanti da otto milioni di lire. Dei trentamila _frieri_, i più erano francesi, e francese sceglievasi comunemente il granmaestro, principe sovrano.
Tanti privilegi, tante ricchezze faceanvi accorrere i cadetti delle principali famiglie d’Europa. Ma perduta Terrasanta, mancò il principale oggetto di loro attività, e vissero oziosi, egoisti, insolenti, fra bagordi e lascivie, velate dal mistero, assolte in generica confessione nei loro capitoli. Il popolo dalla venerazione passò a guardarli con arcano timore, fomentato dalle forme orientali di cui circondavano l’iniziazione, la quale faceasi nelle loro magioni, nottetempo, a porte serrate, escluso ognuno, foss’anco il re. Mentre il vulgo prendea spavento di tali accuse, i grandi, spesso non meno vulgari, gl’imputavano d’aspirare alla dominazione universale, istituendo una repubblica aristocratica in tutta Europa: la quale imputazione, fatta a cavalieri armati dipendenti assolutamente dal granmaestro, era meno assurda che non applicata, come la udirono i padri nostri, dai filosofi ai Gesuiti. Ma come di questi, così di quelli il delitto maggiore erano le ricchezze che aveano o che si supponeva; e i cencinquantamila fiorini d’oro e i dieci somieri carichi d’argento che bucinavasi avessero da Palestina portati in Francia, equivalgono ai barili di polvere d’oro che diceansi empire le cave de’ Lojoliti.
Le ricchezze divenivano viepiù necessarie ai re nel cambiato sistema di governo; sicchè da quelle de’ Templari non poteva non esser mossa la gola di Filippo, che stabilì rovinarli coi mezzi da lui adottati, i legulej ed un processo. Il prode Giacomo Molay, loro granmaestro, avuto sentore delle accuse date a’ suoi, chiese una giustificazione giuridica. Filippo lo menò a parole, poi d’improvviso fece arrestar lui e quanti cavalieri trovavansi in Francia, e ne staggì i beni. Molay interpose i privilegi dell’Ordine; novecento cavalieri se ne dichiararono difensori; quei che aveano dato accuse, le ritrattarono; vennero in chiaro le iniquità della procedura, le durezze della prigionia e della tortura; onde Clemente esclamò d’essere ingannato, e sentendo quel che sia un pontefice in dominio straniero, tentò fuggire. Filippo per isgomentarlo rimise in scena il processo contro Bonifazio, accuse d’ogni sorta gravando sopra lui morto come sopra i Templari morituri; e il Nogaret con lacrime e gemiti, a man giunte e ginocchione davanti al papa, insisteva acciocchè Bonifazio, per onor della Chiesa, per amore della patria, per tutte le più sacre cose, fosse dissotterrato ed arso, dicendovisi tenuto in coscienza. Per evitare questo scandalo, Clemente accondiscese alle domande regie; e purchè Filippo rimettesse in lui il giudizio del suo predecessore, il lasciò fare del resto.
Le accuse contro Bonifazio furono a lungo esposte e dibattute, finalmente se ne rimise la decisione al concilio. Raccoltosi a Vienna nel Delfinato (1311) il XVI concilio ecumenico, questo dichiarò non sussistere le luride incolpazioni, e due cavalieri catalani vi si presentarono gettando il guanto, come disposti a sostenerne l’innocenza colla spada. Pure fu confermato quel che Clemente avea già concesso, cioè Filippo avere operato per giusto zelo; che nè egli nè i successori suoi sarebbero mai inquietati perciò; che fossero casse tutte le costituzioni pregiudicevoli alla libertà del regno, e si cancellassero negli archivj le sentenze proferite. Con tante soddisfazioni, Filippo consentiva a recedere dal suo puntiglio; ma lo faceva per essere contentato in un altro: e Clemente, messo nella via delle condiscendenze, non potè negare la soppressione de’ Templari. Nè pago a ciò, Filippo volle il supplizio di moltissimi e de’ principali di loro. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei dei detti Tempieri, e fece metter fuoco al piede, ed a poco a poco l’uno innanzi l’altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l’errore, il peccato suo, potesse scampare: e in questo tormento, confortati dai loro parenti ed amici che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare, ma con pianti e grida si scusavano com’erano innocenti di ciò e fedeli cristiani chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi; e col detto martorio tutti ardendo e consumando finirono la vita»[227]; e dopo gli altri il granmaestro Molay. Il quale spirando sul rogo, citò Filippo e Clemente al tribunale di Dio entro un anno, dove in fatti comparvero.
Noffi Dei, giudice fiorentino, s’era adoperato moltissimo nel convincere i Templari dei delitti, ch’egli diceva averne conosciuti quando apparteneva all’Ordine loro; poi servì il re in altri processi contro streghe, untori, maliardi. In Lombardia e Toscana i Templari furono condannati; assolti a Ravenna, a Bologna, in Castiglia; Carlo II di Napoli fece mandare a morte i provenzali, attribuendone le terre agli Spedalieri.
Non per definitiva sentenza, ma in via di provvisione il papa abolì quell’ordine in tutta cristianità come inutile e pericoloso; e vuolsi che col re di Francia spartisse ducentomila fiorini d’oro di loro beni mobili; gli stabili doveano assegnarsi agli Spedalieri perchè allestissero cento galee centro i Turchi: ma i regj legulej addussero tante spese di processo e debiti da spegnere, che gli Spedalieri ne rimasero più poveri.
Il lettore già sente che s’avvicinano tempi nuovi. Due gran fatti si compivano: la distinzione delle varie nazionalità, e la secolarizzazione de’ Governi. Quell’unica repubblica cristiana posta sotto la mano dei papi, si discioglieva; cessava l’uniformità delle ordinanze: alla fede sottentrava la critica, all’età organizzata un’età di rimpasto, all’autorità della Chiesa la potenza dei re. Tutte le nuove energie voleano rompere le fasce, donde veniva una lotta generale contro la Chiesa, non combattendo ancora lei stessa, ma la sua dominazione, la quale pareva divenuta soverchia.
LIBRO DECIMO
CAPITOLO CIV.
Gli storici del medioevo.
Dei tempi che fin qua descrivemmo «non solamente son venute meno le storie, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la _Storia longobardica_ di Paolo Diacono sino all’anno 774, resterebbe in un gran bujo allora la storia d’Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi fin dopo il Mille, che qualora fosse perita la cronaca di Liutprando, e non ci recassero ajuto quelle de’ Franchi e de’ Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto pel corso di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d’allora, quelli che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnar gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni».
Tali disadorne parole del padre della storia italiana valgano, se non ad ottenere scusa, a dar ragione dell’esitanza che il lettore avrà notato alcuna volta nel nostro racconto, della scarsità di fatti, dell’ignoranza delle cause. E sì che non ci credemmo tenuti ad accertare ciascun anno come il cronologo, nè dissertar sulle date se non quando esse mutano natura e significazione agli avvenimenti; e risparmiando le discussioni, abbiamo esibito le convinzioni prodotte in noi da indagini, delle quali velammo ai lettori l’ingratissimo tessuto.
Man mano abbiamo accennato i poveri cronisti da cui attingemmo, e oltre Paolo Diacono, intorno ai primi Carolingi ci sussidiarono Erchemperto che va dal 774 all’889, e la cronichetta d’un prete Andrea bergamasco, tutt’altro che spregevole nè per le cose nè per la forma nè per quella dote che, rarissima ne’ cronisti, non è comune negli storici, il sapere quali eventi importi riferire, quali trasandare. Giovan Diacono tessè la vita di Gregorio Magno; Agnello prete, grossolano ne’ fatti e nell’esposizione, quella dei vescovi di Ravenna, in tempi che era città importantissima; alquanto meglio quella dei papi il bibliotecario Anastasio, o piuttosto i varj autori del _Libro pontificale_, interrotto all’889, al 1050 ripigliato dal cardinale d’Aragona, sempre in sentimento encomiastico; aggiunta la vita di Alessandro III, viva pittura del tempo della Lega Lombarda.
All’uscita dell’XI secolo, Gregorio monaco di Farfa ebbe pel primo la buona ispirazione di raccogliere i diplomi attinenti al suo monastero, e sulla scorta loro compilò una cronaca, proseguita da altri e imitata da molti, e deh fosse stata da tutti i monasteri, ch’erano il centro dell’attività non solo intellettuale ma sociale. Delle più importanti è quella di Montecassino, cominciata da Leone Marsiccino, condotta sino all’abate Desiderio che fu poi Vittore III, indi seguitata rimessamente da un diacono Pietro.
Nel tradurre alla lingua e alle fogge nostre le tradizioni de’ popoli invasori, i cronisti le alteravano, al tempo stesso che divenivano causa od occasione che si perdessero gli originali, come avvenne dei Goti pel Jornandes, e dei Longobardi per Paolo Diacono. Usando una lingua che più non parlavano, nelle parole, non nate a un parto col pensiero, esprimevano più o meno del concetto, quand’anche non vi attribuivano un senso arbitrario; avendo letto gli antichi, ne traevano le frasi ben o male a rappresentare tutt’altre cose, tutt’altra condizione di società. Della quale società aveano sott’occhio l’andamento, sicchè non gittano più che un cenno per descrivere una complicazione che a noi riesce inestricabile, una rivoluzione, che per essi era evidente, mentre noi fatichiamo invano a spiegarcela; toccano di volo un fatto rilevantissimo alla posterità, mentre si distendono sopra un’inondazione o una cometa, che turbava l’immaginazione o gl’interessi dei contemporanei. Per chi non voglia rimanersi alle generalità convenzionali e sistematiche, quanta fatica ad annodare in una catena probabile le confessioni sorprese, i monumenti sconnessi, le congetture sopra notizie mal determinate, incerte, sovratutto scarse!
Di mezzo a questa inopia si discerne Liutprando di Pavia, adoprato in gravi affari, segretario, poi nemico dell’imperatore Berengario II, esigliato in Germania, e di là ricondotto da Ottone il Grande, e posto vescovo di Cremona. Le vicende contemporanee, dalla presa di Frassinetto nell’891 fino al concilio Romano del 963, espose con istile colto e con un’arguzia che spesso degenera in frivolezza, e una passione che neppur rifugge dalla calunnia. Nelle ambascerie sue, con uno spirito ostico e negativo, affatto discordante dalla bonarietà de’ cronisti, egli critica, ride, esagera i vizj e i difetti della Corte bisantina per adulare la tedesca, e vagheggiando la puerile o senile affettazione, e raccogliendo senza discernimento, piacesi sfogare la sua parzialità fin a costo del pudore.
Ciò ne spiega quella sua frase, ripetuta poi a sazietà e quasi oracolo storico, che, quando si volesse dinotare il colmo d’ogni vizio, si diceva _romano_. Spedito dall’imperatore tedesco a quel di Costantinopoli, che vantandosi del titolo di romano, come tale pretendeva primazia sopra l’occidentale, Liutprando toglie a cuculiarlo, trasmodando nel lodare i Tedeschi, e asserendo che romano non è più che titolo di contumelie e compendio d’ogni improperio. È dunque bassa adulazione questa contumelia, la quale, del resto, il complesso del suo racconto convince ch’egli non la diceva alla Corte bisantina, ma la inseriva solo nella sua relazione per ingrazianire gli Ottoni.
Di buoni storici furono fortunati i Normanni. Gaufrido Malaterra, comandato da Roberto Guiscardo di conservar memoria delle sue imprese, le dedicò al successore di esso. Guglielmo Apulo cantò in cinque libri le azioni de’ Normanni, cominciando magnifico, seguendo rimesso, terminando con orgogliosa bassezza[228]. Ad Ugo Falcando di Benevento la dipintura del regno di Guglielmo il Malvagio acquistò il titolo di Tacito della Sicilia; poi passato a Guglielmo il Buono, non ha parole bastanti ad esaltare la felicità della nazione: il quale rapido tragitto non meno che la retorica eleganza ne rendono sospette le asserzioni. Coraggioso e sensato, previde le sciagure che sull’isola trarrebbe il passare in signoria de’ Tedeschi; e come altri Siciliani anche di tempi più civili, non dissimulava l’odio e lo sprezzo verso i Pugliesi, gente, al dir suo, «di suprema incostanza, avidi sempre del nuovo, agognanti libertà senza saper conservarla; sul campo attendono appena il segno dell’attacco per fuggire; inabili alla guerra, non sanno requiar nella pace»[229].
Matteo Bonello, ricco prelato, scrisse con sentimento la storia di Guglielmo I, di cui fu ministro. Goffredo da Viterbo tirò un _Panteon_ dal principio del mondo fino alle nozze dell’imperatrice Costanza, «avendo (dice egli) per quattro anni, di qua e di là dai mari rovistato tutti gli armadj latini, barbari, greci, giudaici, caldei». Romoaldo arcivescovo di Salerno, ministro di Guglielmo II, avvivò la sua cronaca con preziose particolarità; un’altra di Amato monaco di Montecassino, conosciamo dalla versione francese[230]. Pietro d’Ebulo verseggiò i moti della Sicilia, avverso a re Tancredi: Ricardo da San Germano notajo, testimonio oculare e sincero per quanto ghibellino, delinea i tempi di Federico II. Dalla morte di questo alla coronazione di Manfredi prosegue Nicola di Jamsilla, con parzialità ghibellina, ma con ingenuità carissima. Matteo Spinelli di Giovenazzo dal 1247 fino alla battaglia di Tagliacozzo, ove morì, stendeva un giornale ch’è il più antico in vulgar nostro. Saba Malaspina, l’anonimo Salernitano, Alessandro di Telesa, Nicola Speciale, la cronaca del tempo di regina Giovanna di Domenico Gravina, son robusti ajuti alla storia del Reame, de’ cui scrittori diede il catalogo Francesco Soria.
Ma già colla libertà era cresciuta la coltura, alla cronaca del monastero sottentrava quella del Comune, e l’importanza delle cose esposte rialzava la narrazione e l’associava alla politica, in modo di istruire e allettare, mostrando e sufficienza di cognizioni, e arguta stima degli avvenimenti, e caratteristiche particolarità, e quel movimento che deriva da sentimenti veri. Nella grande agitazione comunale, nessuna città può dirsi mancasse del suo cronista, tanto più che molte nel XII e XIII secolo fecero ridurre in registro tutti gli atti per assicurarli dalle eventualità; e molti se ne valsero per la storia. Arnolfo e Landolfo il vecchio, milanesi vissuti poco dopo il Mille, e primi laici che stendessero civile storia, per quanto difettino d’esattezza, piace udirli esporre l’origine delle contese fra nobili e popolani, fra cherici e secolari, donde restò mutata non solo la costituzione civile, ma la sociale. Il primo mostra la feudalità trafitta dal popolo guidato dai preti, i quali danno le prime libertà. Landolfo mostra gli arcivescovi vincitori dei nobili; poi Landolfo juniore dirà come devoti tribuni vincessero gli arcivescovi imposti dall’imperatore, e facessero trionfare la libera elezione.
Nei tempi del Barbarossa giova correggere il genio repubblicano di sire Raul o Rodolfo milanese (_De gestis Frederici_) colle inclinazioni imperiali di Ottone Morena magistrato lodigiano (_Rerum Laudensium_), il quale fu seguitato in tono più generoso e liberale dal figlio Acerbo, che militò col Barbarossa, e morì nella spedizione contro Roma il 1167. Entrambi cedono la mano a Ottone vescovo di Frisinga e Radevico suo canonico, che, l’uno in continuazione dell’altro, tratteggiarono le guerre di cui erano testimonj e parte, non contentandosi più, come i cronisti, d’una sola città e ignorando le vicine, ma abbracciando l’Italia tutta, e osservando alla legalità nell’organica lotta dei due poteri.