Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 21

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Le vendette sue non si limitano fra l’Alpi, ma le scaglia ad Edoardo d’Inghilterra e Roberto di Scozia che non sanno tenersi _dentro lor meta_, al codardo re di Boemia, all’effeminato Alfonso di Spagna, al dirazzato Federico d’Aragona, all’usurajo Dionigi di Portogallo, agl’infingardi austriaci e fino al re di Norvegia, e a non so qual principe di Rascia (Servia), falsatore di ducati veneti. Principalmente infellonisce contro i Capeti, che maledice già nel loro stipite Ugo _figliuol di beccajo_, la cui discendenza _poco valea, ma pur non fece male_, sinchè acquistata Provenza, _cominciò con forza e con menzogna la sua rapina_. Di là uscì Carlo di Valois senz’altre arme che quella di Giuda; di là Filippo il Bello, _il mal di Francia_, che crocifigge di nuovo Cristo nel suo vicario: onde il poeta invoca di presto esser consolato nel veder la vendetta che Dio prepara in suo segreto; come altrove invoca il giusto giudizio divino sopra la stirpe di Alberto d’Austria, tanto che il mondo ne rimanga tutto sgomentato.

Conforme agl’imperiali d’allora ed ai leggisti, palesa somma riverenza della «nostra antichissima ed amata gente latina, che mostrar non poteva più dolce natura in signoreggiando, nè più sottile in acquistando, nè finalmente più forte in sostenendo; e massimamente di quel popolo santo, nel quale l’alto sangue trojano era mischiato, cioè Roma; quella città imperadrice, per cui guidata, la nave della umana compagnia per dolce cammino al debito porto correa... E certo sono di ferma opinione che le pietre che stanno nelle sue mura sieno degne di riverenza, e il suolo dov’ella siede ne sia degno, oltre quello che per gli uomini è predicato» (_Convivio_). Dagl’imperatori sperava ristoro ai mali d’Italia, e gl’invitava a sostener le ire sue e i suoi amori: tutto in rialzare l’opinione della loro autorità, nel maggior fondo dell’inferno pose gli uccisori del primo Cesare, e in cima al paradiso l’aquila imperiale, e stese un libro particolare _De Monarchia_. Tocco anche personalmente delle tribolazioni in cui il disaccordo delle due potenze gettò la cristianità, pensava che, a volere il progresso, si richiedesse la pace sotto un monarca, unico arbitro delle cose terrene, mentre il pontefice dirige quelle riguardanti l’eterna salute. Quando uno solo sia padrone di tutte cose, è tolta la cupidigia, radice d’ogni male, e nascono la carità, la libertà. Questa monarchia universale trova egli attuata nel popolo romano, il cui fondatore discende al pari dall’Europa e dall’Atlante; popolo a cui vantaggio Dio operò i miracoli che si leggono in Livio, e gli concesse vittoria nel conflitto colle altre genti. Che se diritti s’acquistano legittimamente col duello, ben s’ha a credere che il giudizio di Dio si manifesti non meno nelle battaglie generali, e perciò abbiano legittimamente ottenuto l’imperio i Romani, popolo che quanto amasse gli altri mostrò col conquistarli, posponendo le comodità proprie alla salute dell’uman genere.

Eccovi prevenuta di secoli la teorica moderna, che asserisce vincere sempre la parte migliore: ecco dichiarata ottima salvaguardia della pubblica felicità la massima potenza d’una monarchia, universale e dipendente da Dio solo, non da alcun suo vicario; ecco in conseguenza tolto l’unico schermo che allora contro l’imperatore avessero i popoli, ed usurpata a questi la indipendenza nazionale che ne è vanto e desiderio[214]. Eppure egli aveva imprecato giusto giudizio dalle stelle sopra il sangue di Rodolfo tedesco e d’Alberto suo figlio, che _per cupidigia_ lasciavano disertare il giardin dell’impero; e bestemmiò Venceslao _pasciuto d’ozio e di lascivia_; ma al _divino e felicissimo_ Enrico VII di Luxemburg preparò un seggio in paradiso, e lo inizzava contro quella città, che allora e poi fu rôcca della libertà italiana. A questa bassezza non scendeva Dante per viltà, sì per dispetto; e dalle servili conseguenze arretrava, e gli avveniva, come troppo spesso agl’Italiani, di desiderare quel che non hanno, per tardi pentire quando n’abbian fatto esperimento. I voti del poeta furono esauditi; furono _inforcati gli arcioni_ di questa Italia, _fiera fella e selvaggia_; e gli abbracci degl’imperatori, quand’ebbero i papi non più oppositori ma conniventi ed alleati, prepararono un’età di obbrobrioso servaggio, e la necessità malaugurata di violenti tentativi per riscattarsene.

Ma cotesto imperatore universale e onnipossente, Dante volea risedesse in Italia, e intimava essere i monarchi fatti pel popolo, non questo per quelli; anzi essi sono i primi ministri del popolo: tanto il senno abituale rivaleva, appena che l’ira attuale cessasse d’allucinarlo. Parimenti, geloso come si mostrò delle pure origini, bersaglia i privilegi di nascita e l’edifizio feudale, sino a volere abolita l’eredità dei beni, non che quella degli onori. «La pubblica potenza non dee andare a vantaggio di pochi, che col titolo di nobili invadono i primi posti. A sentirli, la nobiltà consiste in una serie di ricchi avoli: ma come far caso sopra ricchezze, spregevoli per le miserie del possesso, i pericoli dell’incremento, l’iniquità dell’origine? La quale iniquità appare o vengano da cieco caso, o da industrie fine, o da lavoro interessato e perciò lontano da ogni idea generosa, o dal corso ordinario delle successioni. Poichè questo non potrebbe conciliarsi coll’ordine legittimo della ragione, che all’eredità dei beni vorrebbe chiamar solo l’erede delle virtù. Che se il diritto de’ nobili sta nella lunga serie di generazioni, la ragione e la fede riconducono tutte queste a’ piedi del primo padre, nel quale o tutti furono nobilitati o tutti resi plebei. Poichè dunque un’aristocrazia ereditaria suppone l’ineguaglianza, la primitiva moltiplicità delle razze repugna al dogma cattolico. Vera nobiltà è la perfezione, che ciascuna creatura può raggiungere ne’ limiti di sua natura: per l’uomo specialmente è quell’accordo di felici disposizioni, di cui la mano di Dio depose in esso il germe, e che, coltivate da solerte volontà, divengono ornamenti e virtù».

Questi sfoghi egli si permetteva, non senza domandare scusa dell’opporsi all’opinione di Federico II; e nel _Convivio_, dove più blandisce alle plebi e ai signorotti, intima: — Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, e rapite alli men possenti; che furate ed occupate l’altrui ragioni, e di quelle corredate conviti, donate cavalli ed armi, robe e denari; portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifizj, e credetevi larghezza fare! E che è questo altro fare che levar il drappo d’in sull’altare, e coprire il ladro e la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, delle vostre mansioni, che del ladro che menasse alla sua casa li convitati, e ponesse sulla mensa tovaglia furata d’in sull’altare, con li segni ecclesiastici ancora, e non credesse che altri se n’accorgesse».

Noi volemmo qui esporre i suoi concetti, come il giudizio del più grande uomo d’allora sopra gli avvenimenti che si compivano. Ove ci pare gran segno della civiltà di quegl’Italiani il saper essi discernere l’evangelo dalle false interpretazioni, la Chiesa dagli abusi, il principe di Roma dal pontefice universale, e con baldanza imprecare all’adultera di Babilonia, mentre si mostravano così sommessi all’autorità pontifizia. Il che poco videro quegl’intolleranti d’un tempo che pretesero fare dell’Alighieri un precursore della dottrina protestante, o quei ghiribizzosi d’adesso, che lo chimerizzarono autore di una eterna allegoria contro la Chiesa, e fino istitutore di non so qual nuova religione[215]. Dante batte i frati, di cui le badie erano fatte spelonche, e le cocolle _sacca di farina ria_; eppure le lodi più calde del suo poema tributa ai santi Tommaso, Francesco, Domenico: caccia in inferno i papi; Nicola III, pastore senza legge e di più laid’opra (_Inf._, XIX), colloca con Simon Mago ad aspettare Bonifazio VIII; trova fatto cloaca il cimitero di san Pietro; eppure espose precisissima la formola del cattolicismo, professava _riverenza alle somme chiavi_, e credeva che l’imperio di Roma fosse stato da Dio costituito per la grandezza futura della città ove siede il successore di Pietro. Bensì l’opinione ghibellina, e il vindice dispetto contro Bonifazio, e le disonestà del clero gli facevano bestemmiare il lusso de’ prelati che coprivano _de’ manti loro i palafreni, sicchè due bestie andavano sotto una pelle; e la corte ove tuttodì Cristo si mercava; e i lupi rapaci in veste di pastori, che fattosi Dio dell’oro e dell’argento, attristarono il mondo calcando i buoni e sollevando i pravi._ E sebbene esaltasse Matilde contessa, mal sapeva grado a Costantino Magno d’aver dotato di terre i pontefici, e a Rodolfo d’Habsburg di avergliele confermate. Disapprova l’abuso delle scomuniche, che toglieano _or qui or quivi il pane che il pio padre a nessun serra_; e non le crede mortali all’anima, tanto che _non possa tornar l’eterno amore_ a chi si pente (_Purg._, III).

Riprovava insomma i pontefici, ma perchè erano o li supponeva tralignati; nè il guelfo Villani od altro contemporaneo vediamo fargliene colpa. Quand’egli morì a Ravenna presso Guido da Polenta, è scritto che il cardinale Bertrando del Poggetto, legato pontifizio in Romagna mentre la santa sede stava serva ed avvilita in Francia, cercasse sturbare le ossa di lui. Questa follia sarebbe a cumulare alle tante onde quel prelato contaminò la sua missione politica; potrebb’essere una vendetta ch’egli meditasse del male che Dante disse di quella Francia, alla quale allora i papi eransi fatti vassalli. Ma non ne fece nulla; e non che molestarne il sepolcro, subito anzi cominciò pel poeta una venerazione, che tanto meno s’attaglia ai moderni sogni, in quanto si sa che i Guelfi prevalsero. I suoi concittadini ripararono i loro torti istituendo una cattedra per leggerlo e spiegarlo in duomo, ove Domenico di Michelino[216] lo dipingeva vestito da priore e coronato, colla Commedia aperta in mano, mostrando a’ suoi cittadini le bolge dell’inferno e la montagna del paradiso. Al concilio generale di Costanza leggevasi Dante; e frà Giovanni di Serravalle minorità riminese, vescovo di Fermo, ad istanza del cardinale Amedeo di Saluzzo e dei vescovi di Bath e di Salisburg, lo tradusse in prosa latina e ne fece un commento, che sta manoscritto nella Vaticana.

Nessuno fu più bersagliato dall’Alighieri che Bonifazio VIII, contro del quale ben nove volte si scaglia, come ad uomo non mai satollo dell’avere, pel quale non temè togliere a inganno la santa Chiesa, e poi farne strazio; che mutò il cimitero di san Pietro in cloaca della puzza e del sangue onde si placa il demonio, affinchè i Cristiani siedano parte a destra e parte a manca, e i vessilli segnati colle chiavi s’inalberino contro i battezzati, e Pietro s’impronti sovra suggelli a privilegi venduti e mendaci.

Agli occhi di lui, la colpa mortale di quel pontefice era l’aver favorito ai Neri, e causato la cacciata dei Bianchi coll’inviare a Firenze Carlo di Valois. Questo «signore di grande e disordinata spesa» voleva denaro, e poichè ne ebbe estorto assai, andò chiedendone al papa, il quale gli rispose: — Non t’ho io messo nella fonte dell’oro?» E oro e peccato e onta cavato dalla sua venuta, se n’andò coi tesori e colle maledizioni de’ Toscani. Passò a osteggiare la Sicilia, ma presto vi conchiuse la pace di Calatabellota (pag. 276): laonde i Guelfi lo proverbiavano che, venuto a mettere pace in Toscana, vi lasciò la guerra; ito a far guerra in Sicilia, la condannò alla pace.

Questa era stata opera di Bonifazio, che, qual padre universale dei fedeli costituitosi pacificatore dell’Europa, terminò anche la contesa germanica col riconoscere imperatore Alberto d’Austria[217]. Ma essendosi offerto mediatore tra il re francese e quel d’Inghilterra che si disputavano la pingue Fiandra, e volendo che il primo rilasciasse Guido conte di Fiandra e i figli suoi con vile tradimento imprigionati, il re gli rispose, «nessuno doversi intromettere fra lui e un suo vassallo; udrebbe volentieri consigli, non accetterebbe comandi».

Questo re era Filippo il Bello, di gran cuore, di gran valentia, calcolatore e pertinace, che nè per giustizia nè per umanità nè per riguardo a tempi, a persone, a opinioni recedeva da’ suoi propositi. Principale tra i quali era il dilatare la regia prerogativa; e l’ottenne coll’abbattere fieramente i feudatarj. A quella parevagli repugnasse la supremazia papale, sotto cui la Francia era ingrandita, e cominciò a molestare gli ecclesiastici, crescere imposte sui loro beni, imprigionare il vescovo di Pamiers, vietare si portassero gioje o denari a Roma; e dal clero di Francia adunato fe dichiarare quelle che poi si chiamarono libertà gallicane, vale a dire che il pontefice non possa restringere l’arbitrio che ha il re di Francia sopra il suo clero. Così i Francesi, che poc’anzi aveano accettato da un papa i regni di Sicilia e d’Aragona, e fatto guerra spietata ai natii che li ricusavano, ora al papa negavano sino il diritto di far rimostranza al loro re[218].

Bonifazio, qual tutore delle ecclesiastiche immunità, colla bolla Clericis laicos si lagnò dell’invadere che i principi faceano i beni ecclesiastici, e scomunicò (1296) qualunque cherico pagasse, qualunque laico ne esigesse sovvenzioni, prestito, donativo senza licenza della santa Sede[219]. Nessuno però nominava: ma avendo Filippo per dispetto tassati maggiormente gli ecclesiastici, Bonifazio ne lo querelò, mostrando che era in via d’incorrere nelle censure comminate a chi attenta alle immunità della Chiesa; al tempo stesso facea rimostranze sull’amministrazione del regno e sulla guerra inglese, che tanto costava al popolo. Filippo rispose acremente, sostenendo l’indipendenza dei diritti reali; e Bonifazio, tuttochè irascibile, pure come capo de’ Guelfi d’Italia bramando tenersi in buon’armonia con Francia, mandò una schietta spiegazione della sua bolla (1297); non aver egli inteso sottrarre al re i servigi e le prestazioni dovute dagli ecclesiastici come vassalli, bensì distorlo dallo aggravezzare in generale il clero; del resto lasciava alla coscienza di esso il determinare i casi ove di una contribuzione straordinaria fosse bisogno.

Parvero dunque conciliati: il papa con una condiscendenza inaspettatissima assentì a Filippo la decima per tre anni, e promise procurare che al trono imperiale vacante venisse eletto Carlo di Valois fratello di lui, quel che più volte già nominammo, e che parve destinato a ricevere tutte le corone e non portarne alcuna; e canonizzò san Luigi, a gran consolazione di quei che vivo l’aveano venerato. Filippo in compenso lo tolse arbitro della contesa sua con Fiandra e Inghilterra: ma che? del lodo si tenne oltraggiato, o se ne infinse; lasciò che suo fratello gettasse la bolla al fuoco; e per far onta a Bonifazio accolse i Colonna fuorusciti da Roma, s’alleò con Alberto d’Austria, processò il vescovo Bernardo di Saisset, scrisse al papa con ironica crudeltà perchè degradasse cotesto traditore di Dio e degli uomini, di cui voleva offrire un olocausto al Signore.

Bonifazio non recossi in pazienza l’indegnità (1301), e rispose al re (_Asculte, fili_) ponendo che Iddio collocò il pontefice di sopra degl’imperj per isvellere, distruggere, dissipare, edificare, piantare; non presumesse egli re di non aver superiori in terra; e gli rinfacciava le lese immunità clericali, la falsata moneta, i beni delle chiese usurpati; sospese il privilegio che i re di Francia aveano di non essere scomunicati; invitò il clero gallicano ad un concilio in Roma; aggiungeva che il potere del papa e nello spirituale e nel temporale sorpassa quello del re[220]. Credette ancora che Carlo di Valois, da cui egli si era ripromesso il trionfo de’ Guelfi in Italia, avesse a bello studio menate sì inettamente le cose in Sicilia; e al suo passaggio per Roma il rimbrottò con tal calore, che Carlo tirò la spada contro di esso.

Filippo nell’abbattere i feudatarj e ingigantire la primazia reale valeasi delle sottigliezze de’ legulej, invidi delle altre autorità, ed educati al despotismo degli imperatori romani e ai cavilli del fôro. Principali tra questi erano il guardasigilli Pietro Flotte e l’avvocato Guglielmo Nogaret, maligni caparbj, come cortigiani che mettono l’onor loro nel servire alle passioni del padrone, e che, non paghi d’insultare in Roma al papa con ammonizioni ipocrite ed audaci, vollero eludere l’effetto che la paterna e dignitosa lettera di Bonifazio produrrebbe, col fingerne una, dove esso, con franchezza resa più assoluta dall’imperativa concisione, esponeva quelle pretensioni che la Corte romana velava di buone parole, e ne tolsero pretesto ad una risposta del re violenta e brutale, che cominciava: — Filippo, per la grazia di Dio re dei Francesi, a Bonifazio sedicente papa, poco o punto salute. Sappia la vostra fatuità che noi non siamo sottomessi a nessuno nel temporale, ecc.».

Quelle lettere erano apocrife o per lo meno interpolate[221], ma doveano valere a scandagliar l’opinione. Il popolo, fra cui si erano eccitate le passioni malevole, applaudì, come fa troppo spesso agli atti violenti; e il parlamento dichiarò non soffrirebbe mai in Francia altro superiore che Dio e il re. E poichè tenevasi che l’intimato concilio generale fosse un artifizio onde allontanare dalle chiese i pastori, dal re i consiglieri, dal popolo i sacramenti, fu interdetto al clero d’andarvi, bruciata la supposta bolla, divulgate le lettere dei tre Stati, in cui le pretensioni della sede pontifizia erano oppugnate con pompa di cavilli, di erudizione, di servilità.

Bonifazio sventò le calunnie del maligno legulejo, che erasi messo dal canto della ragione col fargli dire il falso; mandò un nunzio in Francia che assolvesse il re se pentivasi; compassionò la Chiesa francese «figlia delirante, cui una madre amorevole era disposta a perdonare gl’insensati discorsi»: poi radunato il concilio, pubblicò la bolla _Unam sanctam_ (1302), ove pronunzia, la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica avere per capo Cristo e il suo vicario in terra; la potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure esser divina, e chi ad essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore all’ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall’anima il corpo, e quando i re trascorrono gravemente, il papa li può ammonire e ravviare; ogni creatura umana essere sottoposta al pontefice, nè ottener salute chi creda altrimenti. E decretò che imperatori e re dovessero comparire all’udienza apostolica qualora citati, «tale essendo la volontà di noi che, Dio permettente, comandiamo a tutto l’universo».

Un’autorità sicura non ha bisogno di violenze, minacciata, esagera per meglio difendersi: e quest’espressione così assoluta della papale potenza veniva appunto dal sentirsi essa intaccata. Perocchè i tempi della inconcussa credenza già tramontavano, le società europee si sottraevano a quell’ala da cui erano state covate, e ogni popolo voleva l’indipendenza, ogni principe la potestà illimitata. Più la bramava Filippo, che pertanto si dispose a cozzar con quei papi, da cui erano stati vinti gli Enrichi e i Federichi. Assicuratosi il suo popolo con alcune concessioni, chetata di sue pretensioni l’Inghilterra, fa dal Nogaret mandar fuori una furibonda diatriba contro Bonifazio (1303), ch’e’ chiamava Malifazio, falso, intruso, ladrone, eretico, nemico di Dio e degli uomini; e non che piegare la fronte fulminata, arresta il legato pontifizio, togliendogli i dispacci; da’ suoi avvocati fa in parlamento formulare contro Bonifazio ventinove accuse, di eresie, di bestemmie, d’ogni sorta nefandità; appella ad un concilio raccolto dal pontefice legittimo; gli ecclesiastici che ricusarono aderire, furono espulsi o imprigionati; gli altri e la Università di Parigi assentono a quegli atti, e preparasi uno scisma. Bisognava colla violenza compire ciò che la calunnia avea cominciato; e il Nogaret, in compagnia di Musciatto Franzesi potente magnate senese, castellano di Staggia, con buone cambiali e carta bianca è spedito a Roma, in apparenza per informare Bonifazio, ma con incarico secreto di arrestarlo e spedirlo a Lione.

Ripetemmo a sazietà come i Romani fossero sempre volenterosi a ingiuriare il loro papa, e i signori si tenessero armati contro l’autorità di lui. Basti per mille citare Ghino da Tacco, il quale, espulso da Siena, avversato dai conti di Santa Fiora, ribellò Radicofani alla Chiesa, e postosi colà, facea rubare chiunque passasse. Un fratello e un nipote suo che gli aveano tenuto mano, furono presi da messer Benincasa aretino, giudice a Siena, il quale poi andò giudice a Roma. Ghino un bel giorno entra con sua masnada in questa città, si difila al palazzo del senatore dove Benincasa sedea sul banco a render ragione, e presenti molti gli spicca il capo, e se ne torna senza che alcuno osi fermarlo. Dappoi l’abate di Cluny, ch’egli avea svaligiato non senza cortesie, lo rappacificò col papa, il quale lo ornò cavaliere e gli conferì una grossa priorìa.

Prepoteano fra que’ signori i Colonna. Giordano avea lasciato cinque figli, Jacopo cardinale, Giovanni, Oddone, Matteo, Landolfo, ciascuno con porzioni distinte d’eredità: ma d’accordo essi lasciaronla amministrare a Jacopo, anche dopo che Giovanni morì lasciando sei figli, Pietro cardinale, Stefano, Giovanni, Jacopo, Oddone, Agapito. Lo zio cardinale malmenava la sostanza de’ fratelli e de’ nipoti, e Bonifazio, che se ne volle mescolare, incorse nello sdegno del ladro e de’ rubati. Jacopo nipote, fra gli altri, mostravasi accattabrighe e violento, sicchè meritò il nome di Sciarra, e volendo vendicarsi, assalì ottanta some di masserizie e argenti papali che passavano da Anagni a Roma, e se le portò. Avea ragione Bonifazio di volerne vendetta, ed esso temendola lo esecrava: del quale rancore si valse Federico di Sicilia a danno del papa nemico: e i cardinali di quella casa cominciarono a dire che Bonifazio fosse eletto illegalmente, perchè papa Celestino non poteva abdicare. Citati non comparvero, onde il concistoro tolse la porpora a Jacopo e Pietro, e li scomunicò, implicandovi anche la discendenza. Essi risposero dichiarando Bonifazio pontefice intruso, appellando al futuro concilio, e insieme con libelli d’infami accuse preparavano armi, popolo, nemici; sicchè Bonifazio bandì contro di loro la crociata. Moltissimi vi accorsero e primi gli Orsini avversarj dei Colonna, poi i Fiorentini; e molte donne davano di che far armi. Colonna, Nepi, Zagarolo furono presi, e infine anche Palestrina, che andò distrutta, ergendo incontro ad essa Civitapapale[222].