Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)

Part 20

Chapter 203,698 wordsPublic domain

Nel posto che non richiedeva un angelo ma un uomo, gli fu sortito successore colui che dicono maggiormente lo spingesse a tal passo, Benedetto dei Gaetani d’Anagni, che prese il nome di Bonifazio VIII[202] e il motto _Deus in adjutorium meum intende_, quasi presentisse le lotte preparategli, e nelle quali tanto bisogno avrebbe de’ superni ajuti. Valente in scienza e massime nel diritto civile e canonico, severo e pertinace, ben addentro negli accorgimenti mondani, e altamente compreso de’ diritti della santa Sede, vedendo questa in dechino, riassumeva l’opera di Gregorio VII e d’Innocenzo III di sottoporre la potenza temporale alla ecclesiastica, la materia allo spirito. Comincia dal sottrarsi al re di Napoli, che col fermarli nel suo paese volea rendersi ligi i pontefici; e coll’inaspettato comparire a Roma, da tre anni vedovata, ripiglia padronanza sovra le fazioni, deprime i Colonna, e come ghibellini e patarini incorreggibili e perchè alleati a suo danno coi re di Sicilia e d’Aragona, li scomunica e guerreggia, tanto che li riduce a venire ad obbedienza. Con ciò ebbe estinta la fazione ghibellina, ma procacciato a a sè irreconciliabili nemici. Revocò le concessioni improvvide del predecessore, e le tante bolle che di esso non portavano se non il nome; e poichè era a temere che alcuno non si valesse della costui inettitudine per indurlo a rivoler la tiara, sbranando la Chiesa con uno scisma, lo rinchiuse in un castello della Campania, ove i mali trattamenti gli accorciarono i giorni (1296). La santa vita meritò a Celestino V gli onori degli altari, e la debolezza i vilipendj di Dante[203].

Come gli antichi celebravano il centenario della fondazione della città, così i Cristiani solevano concorrere a Roma ogni capo di cent’anni, credendo, benchè non ne fosse motto ne’ libri liturgici, che grandi indulgenze meritasse quel pellegrinaggio. L’anno 1300, vedendo alla festa de’ santi Apostoli quell’affluenza, Bonifazio volle santificarla indulgendo generale perdonanza a chiunque, al chiudersi d’un secolo, visitasse in Roma certe chiese, e designò quella festa col nome di _giubileo_, dato dagli Ebrei a quella in cui venivano sciolti da debiti le persone e i beni. La smania delle crociate si sfogò allora in questo pellegrinaggio, che tanto maggior facilità offriva d’acquistare le indulgenze plenarie, che prima si concedevano solo per quelle. I popoli, che omai cercavano la civiltà per altre vie oltre le religiose, e ne’ parlamenti e nelle carte trovavano alla libertà quelle guarentigie che prima non traevano se non dalla tutela papale, sembrò che si unissero ancora personalmente per ravvivare la carità del capo colle membra, e rinvigorire la fede nell’aspetto delle cose sante. La cronaca d’Asti pretende v’andassero due milioni di persone: Giovan Villani, che v’intervenne, dice vi si contavano ogni giorno ducentomila forestieri d’ogni sesso, età e nazione; onde rincarirono i comestibili e il fieno, i Romani arricchirono collo spacciar le derrate e dare alloggi, la Camera apostolica colle oblazioni, le quali vennero sì copiose, che giorno e notte due cherici stavano con rastrelli per raccoglierle davanti all’altare. Fra gli altri vi peregrinò Giotto (1300), rinnovatore della pittura in Italia; e per commissione del papa, che già avea chiamato frate Oderisi d’Agubio a miniar libri, molti dipinti condusse nella basilica Lateranese, de’ quali ancora vedesi uno che esprime Bonifazio in atto di pubblicare il giubileo. Le solennità furono a proporzione, e il pontefice vi si mostrò alla città e al mondo cogli ornamenti imperiali, preceduto dalla spada, dal globo e dallo scettro, e da un araldo che gridava: — Ecco due spade, ecco il successore di Pietro, ecco il vicario di Cristo»[204].

Bonifazio, benchè di gente ghibellina dovea per natura propendere ai Guelfi; avendo udito che Alberto d’Austria, senza autorità pontifizia, erasi dichiarato imperatore, si pose la corona in capo, in pugno la spada ed esclamò: — Io cesare, io imperatore, e farò valere i diritti dell’impero»; i Siciliani che non vollero accettar la pace da lui proposta scomunicò, senza riguardo alle ragioni che possono determinare un popolo a preferire la guerra; inanimava i Guelfi contro re Federico in Sicilia ricettatore di Patarini e Ghibellini, ai nemici di esso concedeva le decime levate a titolo della crociata, e a danno di lui invitò Carlo di Valois, promettendogli l’impero d’Occidente mal conferito, e quello d’Oriente, a cui gli dava diritto la moglie, nipote di Baldovino imperator titolare di Costantinopoli. Venne Carlo romoreggiando; e ricevuto festosamente da tutti i Guelfi, fatto conte di Romagna, governatore del Patrimonio, signore della marca d’Ancona, fu coronato a Roma.

Primo incarico che il papa gli affidò, fu di praticar la pace in Toscana, a cui grave incendio di discordia era venuto da Pistoja. Quivi, domati i Panciatichi ghibellini, primeggiavano i Cancellieri, schiatta nobile che «avea in quel tempo diciotto cavalieri a speroni d’oro, ed erano sì grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri soprastavano e battevano; e per la loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia, che non era nissuno sì grande nè in città nè in contado, che non tenessono al di sotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molto sozze e rigide cose faceano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema di loro nessuno ardiva a lamentarsi» (_Storie pistoiesi_).

Era quella famiglia distinta in Bianchi e Neri; e mentre parecchi insieme bevevano in una taverna, vennero a parole, e Carlino di Gualfredo de’ Bianchi ferì Doro di Guglielmo, ch’era dei Neri. Doro per tradimento colse un fratello del suo offensore, e assalitolo per ucciderlo, gli troncò una mano. Guglielmo credette rassettar la pace consegnando Doro a Gualfredo, ma questo ebbe la viltà di tagliare a lui pure il pugno sopra mangiatoja dei cavalli. Il sangue chiamò sangue: Cancellieri bianchi e Cancellieri neri si fecero i peggiori danni in città e per tutta la montagna di Pistoja, colla forza e col tradimento esercitando la vendetta. I Fiorentini, temendo non fra il tumulto una delle fazioni si accostasse ai Ghibellini, s’interposero, e ottenuto per tre anni la balìa della città, ordinarono ai capi delle due fazioni di trasportarsi a Firenze.

Credeano poterli tenere a freno quando fossero staccati dai loro clienti e conciliar pace; e invece trapiantavano il germe di cittadine discordie. I Bianchi furono accolti dai Cerchi, famiglia popolana, venuta su col traffico, mentre i Donati, loro emuli, gentiluomini e cavallereschi, riceveano i Neri; e adottando i nomi degli ospiti, parteggiarono coi soliti avvicendamenti, e nelle case vicine, ne’ campi confinanti, a balli, a nozze, a funerali, si davano di cozzo. «Così sta la nostra città tribolata, così stanno i nostri cittadini ostinati in mal fare; ciò che si fa l’uno dì, si biasima l’altro;.... non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono, il male per legge non si punisce: ma come il malfattore ha degli amici o può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto» (COMPAGNI). Capi delle due divise erano Vieri de’ Cerchi, portato in alto dalla sua posizione anzichè da talento superiore, e Corso Donati, uomo pieno di vigore e d’attività, colla quale bilanciava le maggiori forze degli emuli.

A papa Bonifazio venne riportato l’occorrente colle solite esagerazioni: ed egli, per ridurli al suo intendimento, ch’era tutto di pace, credette bene chiamare a Roma Vieri, e spedire a Firenze frà Matteo d’Acquasparta cardinale, che ebbe dal Comune facoltà di dispensare gli ufficj tra le due parti, e ricomporre le differenze; ma nulla profittando, partì lasciando interdetta la città.

Allora, come interviene, ciascuno metteva in mezzo qualche partito: Dante Alighieri suggeriva di relegare i capi delle due fazioni; Corso Donati indusse il papa (1301) a spedirvi come paciere Carlo di Valois. L’introdursi d’uno straniero potea piacere ai faziosi, non ai buoni; tra i quali Dino Compagni, modello di virtù cittadina e di storica moderazione, cercò almeno si deponessero le sconcordie, e «ritrovandomi io in detto consiglio (narra egli stesso) desideroso di unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: _Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto_. Risposono che il loro consiglio non era che per ispegnere scandalo e stare in pace. Udito questo, m’accozzai con Lapo di Guazza Olivieri, buono e leale popolano, e insieme andammo ai priori, e conducemmovi alcuni che erano stati al detto consiglio; e tra i priori e loro fummo mezzani, e con parole dolci raumiliammo i signori». E Bianchi e Neri desideravano pace, ma quelli la voleano spontanea, questi per intromessa dello straniero, il quale di fatto ebbe invito e denaro.

«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero immaginando: questo signore verrà, e tutti i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà. Pensai, per lo uffizio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci, dove furono tutti gli uffizj, e quando mi parve tempo dissi: _Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questo fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari frategli, e ancora perchè possedete la più nobile città del mondo _(1301)_. Tra voi è nato alcuno sdegno per gara d’uffizj, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con sacramento v’abbiamo promesso d’accumularli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciocchè non vi trovi divisi; levate tutte le offese; e le ree voluntà, state tra voi di qui addietro, siano perdonate e dimesse per amore e bene della vostra città. E sopra questo sacrato fonte, onde traeste il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciocchè il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti._ A queste parole tutti s’accordarono, e così feciono toccando il libro corporalmente, e giurarono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizione della città: e così fatto, ci partimmo di quel luogo. I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono i principali alla distruzione della città, de’ quali non dirò il nome per onestà. Quelli che avevano mal talento, dicevano che la caritatevole pace era trovata per inganno: ma se nelle parole ebbi alcuna fraude, io ne debbo patire le pene, benchè di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere; di quel sacramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia».

Consigli prudenti in mezzo alle ire, chi vi bada? Piuttosto si ascoltava a Baldino Falconieri, che tutto il giorno perseverava a vantare la presente tranquillità a fronte delle passate turbolenze e delle peggiori temute; a Berto Frescobaldi, che mostravasi infervorato dei Cerchi per ottenerne in prestanza dodicimila fiorini; a Lapo Salterello, avvocato e poeta, già processato per ribalderie, che non cessava dal fare opposizione ai rettori, e li chiamava ladri, traditori. — Ah! sono fisionomie che conosciamo, e che sotto altri nomi riscontriamo ogni dì sulla piazza e in parlamento.

I Neri prevalsi accolsero Carlo in città, facendogli giurare di non mutar le leggi nè esercitare giurisdizione. Entrato con cinquecento cavalli, cominciò a usar da tiranno; tolse diritti più preziosi della pace, e lasciò che i Neri per cinque giorni saccheggiassero case e beni dei Bianchi, sposandone le eredi, incendiando, uccidendo; col solito titolo d’una congiura scoperta, sbandeggiò i primani, e pose giudice il severissimo Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che circa seicento persone colpì d’esiglio e di grosse multe. Fra queste compajono Dino Compagni, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri e Petracco dell’Ancisa, che, abbandonata la politica, si applicò tutto ad allevare i proprj figliuoli[205], un de’ quali divenne illustre col nome di Francesco Petrarca.

Guido, filosofo e poeta, fu genero di Farinata degli Uberti, e perciò accannito ghibellino e caldo nemico de’ Donati. Corso tentò farlo uccidere mentre andava pellegrino a San Jacopo di Galizia; ed egli, tornato e saputolo, gli si avventò un giorno nel bel mezzo di Firenze e gli tirò, ma fallito il colpo, fu preso a sassi dal figlio e dai seguaci del barone. Relegato a Sarzana, per l’aria insalubre cadde malato, e ottenuto di riveder la patria, vi morì. Pellegrinava a San Jacopo, eppure appo la gente era in voce d’epicureo, cioè d’incredulo, e perchè speculava molto astratto dagli uomini, si diceva cercasse se trovar potea che Dio non fosse.

Egli era secondo occhio di Firenze[206], di cui primo era Dante Alighieri, entrambi in fresca età mescolatisi ai movimenti cittadini; attesochè nelle democrazie, massime se ristrette, i giovani sono facilmente portati verso gli affari pubblici, e vedendo il governo da vicino, credono ben conoscerlo e facile il guidarlo. Dante «fu uomo molto polito, di statura decente, e di grato aspetto e pieno di gravità, parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. Nè per gli studj si racchiuse in ozio, nè privossi del secolo; ma vivendo e conversando con gli altri giovani di sua età, costumato, accorto e valoroso, ad ogni servizio giovanile si trovava. Ed era mirabil cosa che, studiando continuamente, a niuna persona sarebbe paruto ch’egli studiasse, per l’usanza lieta e conversazione giovanile». (L. ARETINO). E fu veramente suo distintivo il passare agevolmente dalla contemplazione all’attività, che esercitò a servizio della fazione avita in magistrature, in ambascerie e colle armi a Campaldino; e alla scuola della politica, allo straziante contatto degli uomini, al laborioso insegnamento delle rivoluzioni ebbe vero esperimento dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.

L’antica nobiltà fiorentina, che pretendeasi discendere dai Romani, avea sempre messo ostacolo all’alzarsi della gente nuova, e parteggiato coi Guelfi. Così aveano usato gli Alighieri, e Dante stesso, fin quando la divisione in Neri e Bianchi li sconnettè di modo, che poterono considerarsi come Guelfi e Ghibellini. Dante stette fra questi ultimi, e con loro fu mandato in esiglio (1303 — marzo). Che sia della malversazione addebitatagli nella sentenza da Cante da Gubbio, nol possiamo chiarire; Dante non ne fa motto in verun luogo, perchè v’ha delle cose di cui uno non si difende, come altre di cui non si vanta; e troppo è nota l’arte delle fazioni di denigrare chi vogliono perdere, e di sceglier le accuse appunto che più ripugnano al carattere dell’oltraggiato, correndo le plebi a creder più facilmente ciò ch’è meno credibile.

Dante badossi alcun tempo alla guelfa Siena e ad Arezzo ghibellina, insieme cogli esuli; ingrata società, che lo costringeva a partecipare ad ire impotenti, a garrule speranze, a persecutrici esagerazioni che non erano le sue. Con soccorsi di Bartolomeo della Scala signor di Verona tramarono essi di ripatriare per forza (1303), e fallito il tentativo, ne imputarono Dante, che pure l’avea sempre dissuaso; ond’egli risolse abbandonare la _compagnia malvagia e scempia_, e farsi parte da se stesso, schermendosi da entrambe le sêtte, delle quali vedeva i torti; il che dai settarj s’interpreta come un tradirle entrambe.

«Cacciato di patria (racconta nel _Convivio_), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino quasi mendicando sono andato, mostrando contro a mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà». Passò a studiare teologia e filosofia sull’università di Parigi, piena testè degli insegnamenti di Tommaso d’Aquino, e allora di quelli dell’abate Suggero: nè mai deponendo l’eterna speranza degli esuli, cercò «con buone opere e buoni portamenti meritarsi di poter tornare in Firenze per ispontanea revoca di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a’ particolari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo, e intra l’altre un’epistola assai lunga, che, comincia, _Popule mi, quid feci tibi?_»[207]. E diceva: — Ogni infelice mi fa pietà; più di tutti, coloro che logorandosi nell’esiglio, non rivedono la patria che in sogno»[208], ma per quanto gemesse o fremesse, più non potè rivedere il suo _bel San Giovanni_.

Solea Firenze, nella solennità del Battista, far grazia ad alcuni condannati, che colla mitera in capo e con un cero in mano venivano offerti al santo. Fu esibito a Dante di ricuperar la patria a questo modo[209], ma egli: — È questo il richiamo glorioso con che Dante degli Alighieri è richiamato alla patria? questo han meritato il sudore e la fatica continuata nello studio? Non per questa via si deve tornare alla patria; e se per niun’altra si può, io non entrerò mai in Firenze. Forse non vedrò io da qual sia luogo gli specchi del sole e degli astri? non potrò io speculare dolcissime verità sotto qualsiasi cielo, senza arrendermi, spoglio di gloria, anzi con ignominia, al popolo fiorentino?» Il Boccaccio, che ce lo racconta nella _Vita_ di lui, soggiunge che «veggendosi non poter ritornare, in tanto mutò l’animo, che niuno più fiero ghibellino ed ai Guelfi avverso fu come lui. E quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria, è che pubblichissima cosa è in Romagna, lui ogni fanciullo, ogni feminella, ragionando di parte e dannando la ghibellina, l’avrebbe a tanta insania mosso, che a gittar le pietre l’avrebbe condotto non avendo taciuto»[210]. Eppure egli stesso ripeteva quel che non mai fia ripetuto abbastanza agli Italiani; che il buono non dee prender guerra col buono finchè non siano riusciti a vincere i malvagi; che è follia il non abbandonare un cattivo partito per rispetto umano[211].

Ispirato da dolore e da sdegno scrisse la sua _Commedia_, poema essenzialmente storico, dove vitupera o esalta da uom di parte, il quale, fremendo della persecuzione, di tutto fa arma alla vendetta; e coll’autorità che danno l’ira, l’ingegno, la sventura, insieme coi dolori e rancori suoi eternò le glorie e le sventure d’Italia. E noi, che già l’esaminammo come poesia, ora vi cercheremo i giudizj del poeta sopra le cose e gli uomini che lo circondavano, e che tutti chiamò ad austera rassegna, traendone concetti di speranza o di vendetta. E poichè fra gl’Italiani fu sempre grande il numero di questi infelici «che la patria non rivedono se non in sogno», Dante fu immedesimato ai patimenti di tutti, preso come il tipo di quanti soffrono tirannia e ingiustizia.

Natura degli scontenti, egli non preterisce occasione di lodare i tempi preteriti, quando valore e cortesia soleano trovarsi in sul paese rigato dall’Adige e dal Po, quando Firenze si stava in pace sobria e pudica, con donne massaje, con uomini contenti alla pelle scoverta, con abbondante figliolanza. In così riposato, in così bel vivere di cittadini, a cittadinanza così fida, a così dolce abitare stavano i Fiorentini gloriosi e giusti, guerreggiando nelle crociate, o mercatando, nè mai il giglio era posto a ritroso sull’asta, nè fatto vermiglio per divisione; non v’avea case vuote di famiglia per gente che esulasse in grazia dei Francesi. Se alcuno rimane di quella buona stirpe antica, non serve che a raffaccio del secolo selvaggio, ora che la città è turpe di gola, superbia, avarizia, invidia, nemica ai pochi buoni che ancor vi allignano; del resto sconsiderata sì, che ogni tratto cambia leggi, monete, uffizj, costume, e provvede sì scarsamente che a mezzo novembre non giunge quel che filò d’ottobre.

Dei quali peccati trova Dante la ragione nell’aver ricevuto a cittadinanza quei di Campi, di Certaldo, di Figline, mentre le gioverebbe trovarsi ancora ristretta fra il Galluzzo e Trespiano, nè avere accolto il villan puzzolente d’Aguglione e il barattiero da Signa[212] in mezzo alla nobiltà veramente romana rimastavi dalle prime colonie, e mal attorniata da quelli che discesero da Fiesole, e che tengono ancora del natìo macigno.

Voi qui sentite il patrizio intollerante, il quale, stizzito non solo coi rettori della patria, ma colla patria stessa, non che eccitasse l’imperatore a «venir abbattere questo Golìa colla frombola della sua sapienza e colla pietra della sua fortezza», professò che «per quanto fortuna l’avesse condannato a portare il nome di fiorentino, non voleva che i posteri immaginassero tener lui di Fiorenza altro che l’aria e il suolo» (_Epistola dedicatoria_). Avesse almeno aggiunto e _l’idioma_, senza cui non avrebbe egli potuto farsi per gloria eterno. Ma chi dalle care illusioni della gioventù, infiorate da una benevola fantasia, trovasi per iniquità degli uomini balestrato negli acerbi disinganni e fuori del circolo dell’operosità, degli affetti, delle speranze primitive; chi abbia sentito profondamente come Dante, e come Dante sofferto le persecuzioni del secolo, che non suol perdonare a chi di buon tratto lo precede; quegli solo ha diritto a condannarlo di tali iracondie.

Nè men gravi dispetti mostrava Dante alle altre città italiche: _gente vana_ più che i Francesi è quella di Siena; i Romagnuoli _son tornati in bastardi_; i Genovesi _diversi d’ogni costume, e pien d’ogni magagna;_ in Lucca _ogn’uomo è barattiere_; _avari e lenoni_ i Bolognesi; i Veneziani _di ottusa e bestiale ignoranza, di pessimi e vituperosissimi costumi, e sommersi nel fango d’ogni sfrenata licenza_[213]: l’Arno appena nato passa _tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo_; poi viene a _botoli ringhiosi_, che sono gli Aretini; indi tra’ _lupi_ di Firenze; infine _alle volpi piene di frodi_, quai sono quelli di Pisa. A questa, _vitupero delle genti_, impreca che ogni persona si anneghi; a Pistoja, che sia incenerita perchè procede sempre in peggio fare. Le antiche case rimorde come _diredate_ delle prische virtù: i Malatesti _fan dei denti succhio_; i Gallura divennero _vasel d’ogni frode_; Branca Doria vive ancora, eppure l’anima sua già spasima in inferno, e lasciò un diavolo a governare il corpo suo e d’un suo prossimano; in Verona i Montecchi e Capuleti sono gli uni già tristi, gli altri in sospetto; Alberto della Scala è _mal del corpo intero, e peggio della mente_; Guido da Montefeltro ebbe _opere non leonine, ma di volpe_, e seppe _tutti gli accorgimenti e le coperte vie_; al buon re Roberto iterò oltraggi, come meno acconcio allo scettro che alla cocolla. Così augura che Brettinoro fugga via per non soffrire la tirannide de’ Càlboli; così sentenzia Rinier da Corneto che _fe guerra alle strade,_ e Provenzan Silvani che _presunse recar Siena alle sue mani_, e i Santafiora che malmenarono i dintorni di questa città. Sono, al contrario, encomiati gli Scaligeri e i Malaspini, suo _rifugio ed ostello_, e Uguccione della Faggiuola, cui pensava intitolare la prima cantica: onde, chi cerca la storia non per declamazione o per teorica preconcetta, veda se uom possa, altrimenti che a retorico esercizio, sostenere l’equità di Dante nel distribuire i vituperj e il guiderdone; e il suo amor patrio, se non sia pel perdonabile intento di voler trovare tutto grande nei grandi.