Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15)
Part 24
Dei documenti si valsero il Sabellico e il Giustiniani per la storia di Venezia, il Borghini ne’ _Discorsi storici sopra Firenze_, il Corio ora detto, il San Giorgio di Biandrate nella cronaca del Monferrato sino al 1490, Gioffredo della Chiesa in quella di Saluzzo fin al 1419, primo che de’ paesi subalpini scrivesse in italiano; Benedetto Giovio nella _Storia di Como_; e più tardi il Tatti negli Annali ecclesiastici della stessa città, quando anche il Campi nella storia di Cremona, il Martorelli in quella di Osimo, il Pellini in quella di Perugia[241], l’Ughelli nell’_Italia sacra_, il Cinonio nelle _Vite dei pontefici_, il Puccinelli nell’_Ugo il Grande_, il Gallarati nei _Monumenti novaresi_, il Guichenon nella _Casa di Savoja_, il Compagnoni nella _Reggia picena_. Uno de’ migliori il Ghirardacci nella _Storia di Bologna_ (di cui non s’ha alla stampa che fino al 1425) mancò dell’arte di disporre, e narrò quasi sempre incolto; ma offre tal suppellettile di notizie e documenti, che pur beati se tutte le città ne apprestassero tanti.
Conosciutane l’utilità, si fecero raccolte sia de’ cronisti, sia de’ documenti, e prima da forestieri, giacchè ci vennero da Francoforte gli _Scriptores Rerum Sicularum_ e i _Rerum Italicarum Scriptores varii_; da Parigi Ugo Falcando, e le _Cronache Cassinensi_ di Leone d’Ostia e di Pietro Diacono; da Rouen Guglielmo Apulo; da Spagna la _Cronaca di Gaufrido Malaterra_; da Augusta il _Ligurino_ del Guntero sulle imprese del Barbarossa; da Lione il _Codice Longobardo_, e gli _Annali Toscani_ di Tolomeo Fiadoni; da Magonza _Anastasio Bibliotecario_. Gilberto Cognato nella _Sylva variarum narrationum_ ci dava l’_Origine de’ Guelfi e Ghibellini_ di Benvenuto da San Giorgio; il Menkenio nelle _Cose germaniche_ stampava la cronaca di prete Andrea da Bergamo; Eckardt nel _Corpus historicum medii ævi_ quella del Jamsilla dal 1210 al 1258; Bongarsio ad Annover il _Liber secretorum fidelium crucis_ di Marin Sanuto; i Bollandisti molti atti dei nostri santi; altre novità la _Bibliotheca Patrum_, e il Baluzio nelle _Vite dei papi avignonesi_ e nella _Miscellanea di vecchi monumenti_; e Rymer negli _Atti_ editi a cura del Governo inglese; e Grevio e Burmann nel _Tesoro delle antichità d’Italia_ a Leida. Altre apparvero ne’ _Glossarj_ del Ducange, del Carpentier, dell’Adelung, nelle _Centurie_ di Magdeburgo, nella _Biblioteca_ del Fabrizio, nelle _Raccolte diplomatiche_ di Dumont, Martène, Durand, nel _Tesoro novissimo_ di Pertz, negli _Scrittori di cose brunsvicesi_ del Leibniz, nel _Diarium italicum_ del Montfaucon, nelle _Raccolte_ del Goldast, del Mabillon, del Wadding, del Tillemont, e principalmente nel _Codice diplomatico d’Italia_ del Lünig.
Fra noi erano già comparse le raccolte del _Bullario Romano_ per ordine di Sisto V[242], il _Bullario Cassinese_ del Margarini, e il _Tesoro Politico_ contenente relazioni d’ambasciadori veneti; poi nel secolo passato crebbe tale sollecitudine. Una Società Palatina di nobili milanesi stampava opere di patria erudizione, e principalmente i _Rerum Italicarum Scriptores_ del Muratori, disposti con ordine e con savie note e prefazioni[243]. Vi servono di complemento gli _Italicæ Historiæ Scriptores_ dell’Assemani, i _Rerum Italicarum Scriptores ex florentinæ bibliothecæ codicibus_ del Tartini, la _Collectio anecdotorum medii ævi ex archivis pistorensibus_ del Zaccaria, la rarissima del Mittarelli _Ad Scriptores Rerum Italicarum accessiones historiæ faventinæ_, la raccolta delle più rinomate storie e delle cronache di Napoli.
Alla cognizione del medioevo recavano sussidj nuovi Giorgio Giulini con dodici volumi di _Memorie spettanti al Governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne’ secoli bassi_, paziente alle ricerche se inetto alle induzioni; l’abate Fumagalli e i suoi Cistercesi colle _Antichità Longobardiche Milanesi_, col _Codice Diplomatico Santambrosiano_, ricco di ben centrentacinque documenti dal 721 all’897, e colle _Istituzioni Diplomatiche_. L’Argelati, scarso di critica e discernimento, ragionava delle monete italiche, e catalogava gli scrittori milanesi; l’Allegranza, il Sassi, l’Oltrocchi, il Bona illustravano i riti e le antichità ecclesiastiche: Gian Rinaldo Carli, oltre le _Antichità Italiche_, discorreva delle monete e zecche d’Italia, disaminate pure da Vincenzo Bellini e da Guid’Antonio Zanetti[244]. Il canonico Lupo, raccolse nel _Codice Diplomatico Bergomense_ preziosi documenti dal 740 al 1190, nel prodromo molti punti della nostra costituzione politica ravvisava con un acume che verun contemporaneo uguagliò. Centinaja di diplomi erano dati dal Corner nei diciotto volumi de’ _Monumenti della Chiesa veneta_, dal Rossi in quelli della Chiesa d’Aquileja, dal Brunacci e dal Gennari in quelli di Padova, dal Vairani in quelli di Cremona, dal Moriondi in quelli d’Acqui, da Jacopo Durandi nelle _Notizie dell’antico Piemonte_, delle cui leggi e della pratica legale trattavano il Galli e il Duboin; dal Fiorentini e dal Mansi nelle _Memorie della gran contessa Matilde_, dal Pellegrini nella _Storia dei principi longobardi_, dal Carlini nella _Pace di Costanza_, da Placido Troilo nella _Istoria generale del regno di Napoli_, da Giovanni de Vita nel _Thesaurus Antiquitatum Beneventanarum medii ævi_. Il gesuita Zaccaria, negli _Excursus Litterarii per Italiam ab anno_ 1742 _ad_ 1752, molti monumenti produsse di civile ed ecclesiastica erudizione. Giambattista Verci si mostrò infaticabile a cercar documenti, generosissimo a pubblicarli, buon cristiano a esaminarli, e arguto a trarne cognizioni nuove o emenda di vecchie nel _Codice Ecceliniano_ e nella _Storia della Marca Trivigiana_ in venti volumi, di ciascun de’ quali due terzi sono documenti.
Intanto dal maronita Assemani era data fuori a Roma la _Bibliotheca Orientalis Clementina Vaticana_; dal Cenni il _Codex Carolinus_, che chiarì la donazione di Carlo Magno ai papi; dal Mansi la collezione più compiuta de’ concilj, oltre migliorare le opere del Baronio e del Pagi. Marco Fantuzzi ne’ _Monumenti Ravennati_ stampava ottocensessantacinque fra documenti ed estratti, dal VII secolo ove finisce la preziosa raccolta dei papiri del Marini, fino al XVI. Scipione Maffei nella _Storia Diplomatica_ chiariva e combatteva il Mabillon, e nella _Verona Illustrata_ mostravasi modello non solo dell’attento raccogliere, ma del savio argomentare. Di monsignor Giusto Fontanini, il quale, più ricco di vanità che d’ingegno, erudizione e buona fede, pedantescamente miope e sofistico senz’acume, trattò molti punti, massime ecclesiastici, e diè la storia dell’Eloquenza italiana, i moltissimi errori e le infinite omissioni riparò Apostolo Zeno, dal quale son pure a domandare i giudizj intorno agli _storici italiani che hanno scritto latinamente_. Aggiungiamo le _Delizie degli eruditi toscani_, pedantesca compilazione del padre Idelfonso, del Mansi, del Lami, senza scelta nè confronto di codici, nè fedeltà di lezione, sicchè non si può valersene a fidanza. Dal Lami furono aggiunti i monumenti della Chiesa di Firenze; i duchi e marchesi di Toscana dal Della Rena e dal Camici; i _Sigilli Antichi_ dal Manni; i _Scelti diplomi pisani_ e le dissertazioni sulla storia di Pisa dai Dal Borgo, su quella Chiesa dal Mattei, su quegli statuti dal Valsecchi; gli _Aneddoti pistojesi_ dal Zaccaria: oltre i documenti, comunque disordinati e per tutt’altro intento, che accumularono esso Lami nell’_Odeporico_, e il Targioni Tozzetti ne’ _Viaggi_, opportunamente adoprati e cresciuti dal Repetti nel _Dizionario geografico_.
Molte storie municipali furono appoggiate ai documenti. Tale la comasca di Giuseppe Rovelli, che ne’ discorsi preliminari poneva savie riflessioni sullo stato d’Italia alle varie epoche, supplendo col buon senso e colla dottrina legale alla scarsezza d’erudizione. Pel Friuli avemmo le notizie del Liruti, e la dissertazione sui servi del medio evo, oltre la _Patria del Friuli descritta_ da Franco Berretta; per la Valtellina le dissertazioni del Quadrio sulla _Rezia di qua dall’Alpi_, guaste da un falso amor di patria; per la marca Trevisana monsignor dell’Orologio; per Ferrara il Frizzi; per Reggio la storia fin al 1264 dall’Affaroso, per Parma e Guastalla dall’Affò, per Brescia dal Biemmi, per Monza dal Frisi, per Rimini da Battaglini e Zanetti, per l’Agro Piceno dal Colucci, per Bologna dal Savioli, per Pistoja dal Fioravanti, per la Garfagnana dal Pacchi, per Mantova dal Visi, per Perugia dal Mariotti. Le chiese veronesi ricevevano illustrazione dal Biancolini, il diritto e le costituzioni di Milano da Gabriele Verri[245], e la sua Chiesa dal Puricelli, dall’Allegranza, dal Sassi[246], dall’Oltrocchi[247]: i senatori di Roma da Vitale e Vendettini, da Galletti il primicerio, le sue arti dal Minutoli, dal Coronelli, dal Ficoroni, dal Bosio, dall’Aringhi. Il Tiraboschi, oltre il Codice diplomatico di Modena, porgeva la storia della badia di Nonantola, e i monumenti degli Umiliati; quelli de’ Cistercensi il Tromby, de’ Camaldolesi il Costadoni e il Mittarelli, de’ frati Gaudenti il Federici, poi de’ Domenicani il Razzi ed ora il Marchese.
Le genealogie d’alcune case porsero occasione a rivendicare in luce nuovi rogiti e diplomi, come la famiglia Carafa e diverse altre nobili per Biagio Aldimari, la Sforza e i duchi d’Urbino per Rinaldo Reposati, i conti Guido pel padre Idelfonso[248] e per Scipione Ammirato, la famiglia Conti per Andrea Salici, de’ Monaldeschi pel Ceccarelli, le bolognesi pel Leandro Alberti, le vicentine pel Castellini e, a tacer altri, le estensi pel Muratori, modello di ampia erudizione e di savia se non disinteressata critica[249]. Aggiungi molte biografie, come l’_Ambrogio camaldolese_ del Mehus, il _Marsilio Ficino_ del Brandini, il Trivulzio e il _Filelfo_ del Rosmini, la _contessa Matilde_ del Fiorentini.
Nelle contese di supremazia della curia romana coll’Impero e con altri Stati bisognò appoggiarsi a carte[250], e principalmente nella famosa disputa della chinea, tributata a Roma nel regno delle Due Sicilie. Al qual paese fu apprestata larghissima messe nella _Biblioteca Napoletana_ del Toppi colle _Copiose addizioni_ del Nicodemo, nel _Delectus scriptorum rerum neapolitanarum_ del Giordani, nel _Corpus scriptorum_ e dei cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna (1845) di Del Re, nella _Bibliotheca Sicula_ e nelle _Bullæ et instrumenta panormitanæ ecclesiæ_ del Mongitore, negli atti di Federico II del Carcani, _Codex diplomaticus_ del De Giovanni, nella _Biblioteca_ degli scrittori siculi sotto gli Aragonesi di Rosario De Gregorio, da cui pure la _Collezione delle cose arabe spettanti alla storia siciliana_, ove la famosa _Chronica saracenica sicula_ avuta d’Inghilterra dal Gobbart; dalle quali raccolte esso De Gregorio trasse eccellenti _considerazioni_. Si aggiungano il _Codice Diplomatico arabo-siculo_ dell’Airoldi; le _Memorie_ e la _Biblioteca_ storica del Caruso con monumenti dal VII secolo fino al 1282; la incompiuta della badia di Montecassino del Gattola; la storia ecclesiastica di Nola del Remondini, di Monreale del Grassi, che diè pure i monumenti per la Sicilia; la storia de’ principi longobardi del canonico Pratillo; quella delle leggi e magistrati del Regno del Grimaldi; la _Sicilia sacra_ del Pirro.
Sul commercio e le finanze portarono lume il Filiasi, il Marini, il Fanucci, il Marsigli, il Pagnini[251]. Il Mansi trattava degli spettacoli e del lusso: Pier Luigi Galetti pubblicava iscrizioni, disposte secondo i paesi, cioè Venezia, Bologna, Roma, marca d’Ancona, Piemonte. Nelle _Barbarorum leges antiquæ_ il Canciani per ordine e critica rimase troppo inferiore alle raccolte fattesi dappoi. Contende egli che il diritto romano persistette nel medio evo[252]; tesi già sostenuta da Donato Antonio d’Asti napoletano[253], e che pure come nuova di zecca hanno ammirata i nostri quando ce la presentò il tedesco Savigny, allora appunto che più severi eruditi mostravano con quante riserve la si dovesse accettare.
In gran conto erano allora tenute le immunità, fossero le ecclesiastiche, o de’ Comuni, o de’ corpi civici, salvaguardie potenti d’una libertà, che i principi ammodernatori conculcarono, e gli statisti ammodernatori tentano invano supplire: laonde si raccoglieva solertemente che che vi si connettesse, dibattevasi a lungo se sul tal possedimento avesse l’alto imperio un re o un abate o il papa, se il tal parlamento o senato potesse negar l’imposta o interinare un decreto; quistioni antiquate dacchè il libero nostro secolo derise le franchigie particolari, e affastellate le offerse in olocausto ad un potere unico, centrale, non rattenuto dalle tradizionali consuetudini, ma al più da qualche carta improvvisata o ricalcata e senza garanzia di stabilità.
Ma non basta adunare ricca suppellettile di notizie, perocchè, come ogni altra scienza, la storia non è una raccolta ma un’interpretazione di fatti; sicchè alla ricerca deve farsi seguire la discussione, saper interrogarli con quell’acume che trasforma in verità ciò che altri riferisce senza pure intenderlo, distribuirli con accorgimento, esporre con candidezza, darvi significato, carattere, alito di vita. In questo campo non mietè abbastanza l’Italia. Chi potrebbe oggi più leggere nell’Aretino la guerra Gotica, nel Fino e in Tommaso d’Aquileja la guerra d’Attila, quella di Federico Barbarossa in Cosimo Bartoli, la vita di Carlo Magno nell’Acciajuoli o nell’Ubaldini, il regno d’Italia sotto i Barbari nel Tesauro o in Ericio Puteano, le storie longobarde nel Rota, la italiana in Girolamo Briano o in frà Umberto Locato[254] e in altrettali, meri esercizj di penna o inette compilazioni? L’elegantissimo descrittore Carlo Botta nel ricco suo frasario non trovava epiteti abbastanza ingiuriosi pel medioevo; egli declamatore perenne, e compilatore di libri già pubblicati, nè paziente a cercar la verità, nè severo ad esporla. Seco s’aduna la caterva de’ servili alla moderna accentrazione, e de’ ligi alla scuola enciclopedista, che tutti futile dispregio o cieca idolatria, non descrissero il medioevo se non per astrazioni e luoghi comuni, cioè tenebre condensate, universale ignoranza, regresso d’ogni civiltà, conculcamento d’ogni dignità umana, trapotenza di preti, ghiotta infingardaggine di frati, concatenata usurpazione di pontefici, eccidj fraterni, repubblichette. L’età il cui grido era _Dio lo vuole_, poteva essere intesa da quella che ripeteva solo _Il re lo vuole_? E noi ribattiamo questo chiodo perchè crediamo che la peggiore qualità d’un tempo o d’un uomo sia la debolezza, e tanto più quando si vanti di forza.
In altra sfera vanno collocati il Machiavello e il Vico, precursori di quella che poi dagli stranieri comprammo col nome di filosofia della storia. Il primo, nel quadro del medioevo che antepose alle sue _Storie fiorentine_, sotto la minutezza dei fatti investiga le idee generali: ma quel caos inaspa il suo sguardo, la ancora scarsa erudizione non bastava ad avviarlo, e di raccorre tutti i frutti gl’impediva la preoccupazione politica, la quale era tanta, che di lettere e d’arti non fa quasi cenno, egli vissuto nella città più colta de’ mezzi tempi. Affatto pagano poi di sentire, la società civile non misura che sul modello antico, separata dalla giustizia e svolgentesi nella libertà; e sempre iroso a que’ pontefici, che pur erano a capo dell’incivilimento[255].
Giambattista Vico considerò il genere umano come un uomo solo che procede sotto la mano di Dio, ma rinchiuso entro un circolo fatale, dove avanzato che sia, dee retrocedere per corsi e ricorsi inevitabili. Il medioevo non parvegli dunque che una ristampa dell’evo eroico: che se ciò lo rimoveva dal vilipendere questa evoluzione provvidenziale dell’umanità, gli toglieva di valutare il compimento e l’attuazione del cristianesimo in esso avvenuti, e che devono impedire per sempre il ritorno della barbarie.
Solo un’indagine improba eppure amorevole, una meditazione estesa eppur profonda, una critica severa eppure non dispettosa potevano condurre a intendere tempi, in cui dell’antica società tanti sfasciumi ancor sussistevano, mentre la nuova non era per anco costruita; tempi coordinati in maniera, che la storia loro era storia della Chiesa, e di questa formava parte primaria la storia d’Italia, in grazia dei papi. Perciò torrenti di luce vi addusse il cardinale Baronio, che nello stendere gli _Annali della Chiesa_ profittò dell’archivio più ricco, qual è il vaticano, pubblicando un profluvio di documenti, e principalmente di lettere, fonte opportunissima[256], vagliandoli con dottrina multiforme, e traendone la verità con metodo, chiarezza, precisione, e con una lealtà, nè tampoco contrastatagli dagli avversarj più risoluti[257]. Fra tanta farragine, era impossibile non inciampasse in falso, e ne lo corressero il Pagi e il Mansi, per nominar solo i nostri. Dal 1198 fino al 1565, tempi di più copiosi materiali, lo continuò Oderico Rainaldi critico non altrettanto assennato: ma questi due rimarranno sempre il repertorio più dovizioso e la storia più pregevole de’ mezzi tempi[258].
Lodovico Muratori, immenso dotto che non lasciò intentata veruna parte del campo dell’erudizione, e per giudicare del quale bisognerebbe sapere quanto egli seppe, in sei grossi volumi latini pubblicò le _Antichità Italiche del medioevo_, sotto distinti titoli riunendo quel che dalla sua raccolta degli Scrittori di cose italiane gli risultava intorno al regno d’Italia, ai consoli, alle monete, al vestire, a mangiari, giuochi, riti, investiture, feudi, sigilli, arimanni, repubbliche, tiranni, lingua, guerra, e così via. Siffatta segregazione di parti distrae da quell’unità di veduta, dalla quale soltanto deriva un giusto concetto del medio evo. Pure egli seppe ricorrere a fonti variatissime che ad altro occhio sfuggirebbero, e ne dedusse varietà e punti d’aspetto, che se oggi compajono o scarsi o comuni, erano maravigliosi per allora; un’infinità di quistioni snodò, altre ne propose chiaramente, il che è già un avviamento a risolverle; molte baje rimosse, molte dubbiezze ripianò, molte verità pose in sodo; col buon senso supplì più volte a ciò che non dava l’erudizione, sicchè di rado riesce fallace se anche spesso è riconosciuto incompleto. Peccato ch’egli siasi dispensato dall’esaminare e paragonare le istituzioni germaniche, delle quali tanto ritraevano le italiche!
Poi, con una celerità che somiglia a portento, compilò gli _Annali d’Italia_, ove per anni dispose gli avvenimenti della nostra patria dall’êra volgare fino all’età sua. Le date controverse si trovano in lui discusse, e il più spesso noi lo seguiamo: ove non colse, scegliemmo quella che ci risultò migliore da indagini, delle quali risparmiamo la noja al lettore. La forma prescelta il costringeva a separare i fatti dalle cause loro e dalle conseguenze, e quindi gli toglieva ogni spaziosa prospettiva; espose poi con una vulgarità che disabbellisce fino il vero[259]: pure gli durerà perenne il titolo di padre della storia italiana, e da lui è forza pigliar le mosse non solo per trattare dell’Italia, ma dell’età media in generale.
Per gli Estensi, al cui soldo viveva, più volte egli ebbe a combattere le pretensioni della Corte romana; e, debolezza della nostra natura, l’uomo nelle quistioni suole incalorirsi in modo da perdere il senso del vero, se anche sulle prima l’avea. Il Muratori serbò sempre rispetto verso i papi; non ne dissimula le taccie, ma non le esagera, critico sì ma riverente. Udito che a Roma i falsi zelanti, che sogliono peggiorar le cause anche migliori, armeggiavano per far proibire l’opera di lui, ne scrisse al pontefice; e Benedetto XIV gli rispose, aver bensì trovato nelle opere di lui qualche passo riprensibile intorno alla dominazione temporale, non essere però mai venuto nell’intenzione di sottoporle a censure, persuaso che un uom d’onore non devasi conturbare per materie non concernenti il dogma nè la disciplina.
Tutt’al contrario, Pietro Giannone, nella _Storia civile del regno di Napoli_, a modo di avvocato affastellò quanto venisse opportuno alla sua tesi, copiando a man salva altri autori, senza accennarli nè curare tampoco di unificarli, purchè garrissero le usurpazioni della Corte romana, tanto ardita da voler vincolare la onnipotenza dei re siciliani, contro della quale più tardi non restarono che le diátribe e le insurrezioni: confondendo tempi e costumanze, restringendo la vista al suo territorio, invece di paragonare cogli altri paesi, dà aria di prepotenza e d’intrigo a ciò ch’era piana conseguenza di dogmi generalmente accettati.
Il _Risorgimento d’Italia_ di Saverio Bettinelli per un certo calore, che, se non porge, lascia intravvedere la verità, si discerne tra le futili produzioni del secolo passato. Le _Rivoluzioni d’Italia_ di Carlo Denina, di sufficiente imparzialità e di viste non profonde ma estese, possono ancora raccomandarsi come libro elementare. Il difendere le istituzioni ecclesiastiche come egli fece, trovasi comune a tutti gli storici leali[260]; eppure la lealtà era merito raro, quando la storia si facea facilmente mediante le sentenze, la dissertazione e la declamazione, e veniva riducendosi in una gran congiura contro la verità. Della quale era campione Voltaire, che anche troppo si occupò delle cose italiche, principalmente nel _Saggio_; e pedissequo di lui con maggiori studj l’inglese Gibbon, la cui _Storia della decadenza e caduta dell’impero romano_ abbraccia tutto il medioevo italiano. Di amplissima erudizione, ma freddo schernitore, non conosce entusiasmo, non crede ad eroismo o a sagrifizj, sieno a vantaggio della Chiesa, della patria o della scienza; travolge le intenzioni dove non osa i fatti, e con una celia o con qualche lubricità sverta le fame più intemerate. Idoli entrambi dell’età passata, si trovò chi ardì affrontare gli scherni e i soprannomi per combattere i loro pregiudizj, e strappare il manto porporino che ne copriva l’inumano egoismo.
Meglio di qualunque nostro i materiali adunati compaginò un ginevrino, che gloriavasi d’origine italiana, e che fra noi lungamente dimorò, e le cose nostre affezionò sempre, Sismondo de’ Sismondi. Quell’esposizione sua famigliare; l’attenzione allargata ai fatti contemporanei di tutta Europa; l’evitare i trabalzi, cercando la connessione degli avvenimenti parziali col punto di azione comune d’un dato tempo; la felice scelta di quelle particolarità, le quali presentano l’allettativo d’una storia municipale, mentre egli sa intarsiare ciascuna colle vicine, e indicarne le cause e lo spirito; la costanza nelle vedute che al suo tempo pareano liberali, e che prima di morire egli si udì rinfacciare come aristocratiche; un invariabile rispetto per la dignità dell’uomo, un interesse continuo per la classe più numerosa, una predilezione decisa per la forma di governo che nel medioevo prevaleva in Italia, senza quella cieca deferenza pei re che da un secolo era l’alito degli storici, fanno che non v’abbia colta persona che non voglia averlo letto, e a lui attinge le cognizioni e i sentimenti la gioventù.