Part 6
Riuscì in dieci canti il «Colombo». E quando Lorenzo Costa ebbe finito il poema, fu una grande aspettazione sul Ligure Parnaso, o, per parlare in lingua povera, alla Villetta Di Negro. Lorenzo era un ospite, un assiduo; ci voleva un invito alla lettura solenne. Lorenzo si adattò, giunse col suo scartabello, e lesse. Ma la lettura, era lunga (dieci canti, che si canzona?) e Gian Carlo, sempre desto per leggere i suoi, non era tale egualmente per sentir leggere i versi degli altri; perciò si appisolava spesso e volentieri. Lorenzo, quando vedeva l’anfitrione chinar la testa insonnolita sul petto, usava l’artificio di spinger la voce; con che riusciva a fargli levar la fronte e aprir gli occhi. Ma il povero Gian Carlo non reggeva alla fatica. Ad un certo punto, non so bene se al sesto o al settimo canto, si addormentò senz’altro. Se ne avvide Lorenzo, e calcò più che mai nella lettura, gridando tra gli altri l’emistichio finale di un verso — «e dall’occaso all’orto» — con voce che pareva di tuono; tanto che l’altro si svegliò di soprassalto, e colte le ultime parole a volo, come per mostrare all’amico di essere stato attentissimo gli disse:
— Scusate, Lo_l_enzo, scusate; in questo caso di_l_ei.... gia_l_dino. —
Il buon marchese, nei suoi verd’anni, aveva imparato a pizzicar l’arpa, ed amava accompagnare i suoi versi col suono dell’istrumento davidico. Era spesso ripetuta in Genova la sua frase, diretta al servitore:
— F_l_ancesco, _l_ecami l’a_l_pa, che mi viene l’est_l_o. —
L’arpa era d’un celebre artefice, dello Stradivarius, niente di meno. La teneva appesa alla parete, nel suo salotto; e qualche volta, vecchissimo, la spiccava dal chiodo, per trarne qualche accordo. Ma da parecchi lustri l’istrumento era scordato; uno strazio a sentirlo!
E come si animava, ai ricordi del buon tempo antico! Era anche stato valente ballerino e saltatore agilissimo. Si raccontava che una volta, presentatosi in maschera d’arlecchino alla signora di Staël, dopo molti saluti e capriole che aveva fatto in onore della bella Corinna, si fosse sentito dire da lei:
— Ah, marquis, c’est vraiment ce que vous faites le mieux!» —
Ma l’aneddoto doveva essere inventato di sana pianta. Corinna non era certamente così crudele nei suoi complimenti. Autentico, invece, perchè lo ebbi dalla stessa bocca di lui, l’aneddoto del viaggio con Corinna a Venezia, intorno al primo decennio del secolo.
La baronessa di Staël voleva vedere il teatro della Fenice. Ci andarono di giorno, poichè quella sera si faceva riposo. Entrarono nella platea, al buio, mentre in orchestra si vedeva illuminato un leggìo, e davanti al leggìo, con la sua musica squadernata, sedeva un suonatore di violino. Il palcoscenico, essendo gli scenarii alzati, prendeva luce, ma una luce scialba e scarsa, da certi finestroni di fondo; e su quel palcoscenico si vedeva un uomo, succintamente vestito, in calze di maglia e scarpini.... Era un ballerino; ma qual ballerino! Figuratevi, il famoso Duprè, il dio della danza, che, facendosi dare lo spunto dal violino in orchestra, provava un suo passo, chiuso e coronato da una _pirouette_ difficilissima. I due nobili visitatori, fermatisi a mezzo il recinto, ascosi nell’ombra guardavano attentamente la scena.
Il Duprè andava alla quinta, prendeva lo spunto dal violino, veniva di volo alla ribalta, ed attaccava la sua giravolta. Ma questa non gli riusciva mai, e il povero Duprè se ne disperava; anzi incominciava, oltre la solita _pirouette_, ad attaccar qualche moccolo.
— Un’idea mi passò pe_l_ la mente, — continuava, il marchese. — Aspettate, Co_l_inna, dissi allo_l_a alla ba_l_onessa, e ved_l_ete un bel giuoco. —
Che fa allora il nostro gentiluomo? Con passi guardinghi si avvicina all’orchestra, vi penetra da una estremità, si arrampica sul proscenio, scavalca la ribalta, e mentre il Duprè ritornava per la sesta o per la settima volta da sbagliare la sua _pirouette_, lo precede egli d’un balzo alla quinta, chiama lo spunto dal violino, spicca il volo al proscenio, e fa lui, con ritmica esattezza, la lunga giravolta che ancora non era riuscita al gran ballerino francese.
Il Duprè, a tutta prima, vedendo comparire sulla scena l’intruso, e non pensando ancora di avere davanti un rivale, era rimasto come interdetto a guardarlo. Lo aveva veduto andare alla quinta, chieder lo spunto musicale per lanciarsi alla ribalta, e aveva spalancato ad un tempo gli occhi e la bocca, in atto di grande stupore. Ma quando ebbe veduta la giravolta, eseguita con tanta perfezione dall’emulo, fu per uscir di senno a dirittura. E bisognava pur credere alla vista, arrendersi all’evidenza, riconoscere la superiorità dell’ignoto ballerino. Era un grande artista, il Duprè, ed anche un gran galantuomo. Perciò, dopo un istante di pausa, che bisognava pur concedere allo stupore ond’era stato assalito, fece due passi di scuola verso il nuovo venuto, inarcò il braccio, tese l’indice con la sua grazia consueta, e gli disse; cioè, _mi disse_, poichè dobbiamo lasciar la parola al narratore:
— O voi siete un angelo disceso dal cielo.... o siete il ma_l_chese Gian Ca_l_lo Di Neg_l_o di Genova. Pe_l_chè non c’è che lui, in Eu_l_opa, non c’è che lui che possa fa_l_ tanto. —
Bisognava esserci, bisognava sentirlo, il buon vecchio, mentre proferiva e ripeteva con enfatica progressione di accento il suo «non c’è che lui». Ed anche volle mostrarmi come avesse fatto a vincere il Duprè, tentando di ripetere per mia edificazione la splendida giravolta di mezzo secolo innanzi. Con quel mezzo secolo, pur troppo, cascò addosso a me, che stavo seduto sul divano. Io ero mingherlino, allora; egli potente di forme. Altro che edificazione! Immaginate che stiacciata, se non ero pronto a tender le braccia, un po’ per sorreggerlo, ma più per ripararmi dal peso.
Povero marchese Di Negro, discendente dal famoso Andalò, gran viaggiatore dell’orbe terracqueo e maestro di astronomia a Giovanni Boccacci! Un anno dopo, nel 1858, mi pare, era morto. Ebbe un notevole accompagnamento funebre, come non si era veduto mai fino allora, per concorso d’illustri personaggi. Tra questi si vedeva uno degli ultimi visitatori del marchese Gian Carlo, se non uno dei più assidui alle conversazioni della Villetta; al che le sue consuetudini di lavoratore e il vivere sulla collina di San Francesco di Paola, al capo opposto della città, avrebbero fatto impedimento: dico Francesco Domenico Guerrazzi, allora esule in Genova, dopo la sua fuga di Corsica. Ascoso nella folla, al ritorno dalla camera mortuaria dov’era stata accompagnata la salma, udii il grande livornese dire a Ippolito d’Aste e ad Emanuele Celesia, che gli venivano da lato:
— E dopo tutto, un uomo d’oro. Ha fatto del bene a qualcheduno, del male a nessuno. Trovatemi dieci persone, delle quali si possa dire altrettanto. —
Non vi paiano gravi alla memoria del Di Negro queste sue pretese alla fama di ballerino, sulle quali mi son trattenuto a discorrere. Egli era un divoto cultore delle Muse; ed anche una Musa, Tersicore, presiede all’arte del ballo. Nè il ballar bene parve piccolo vanto ad Ippolito Pindemonte, cavaliere gerosolimitano, traduttore dell’«Odissea» e compagno al Foscolo nel malinconico duetto dei «Sepolcri». Del cavaliere Ippolito narra per l’appunto il Camerini: «Amò sopra tutto la danza, e si mescolava sul palcoscenico ai ballerini, ed era tanto infatuato di quel _brillante danzator Narcisso_ del Parini, che veniva piacevolmente ribattezzato col suo nome di _Monsieur Pic_».
Se poi il marchese Gian Carlo Di Negro non lasciò nell’arringo poetico orme profonde come il cavalier Pindemonte, la colpa non è tutta sua. Fu ad ogni modo l’ultimo gran signore che credesse alla poesia; e l’amò per sè stessa, come un vecchio cicisbeo, di platonico amore.
Don Alessandro.
Milano ha una gran bella cosa, in vista e per tutti, il suo Duomo. Ma questo, ce lo hanno tanto decantato, descritto tanto e servito perfino in litografia sulle scatole dei panettoni, che oramai lo accettiamo senza pensarci su, e c’inchiniamo al miracolo d’arte; ma non ci riscaldiamo più il sangue, ammirandolo; non riceviamo più la scossa, vedendolo. A Milano io sento più profondamente Brera, col suo cortile così pieno di storia, e col Napoleone del Canova che ci hanno nascosto. Bella trovata, sia pure effetto di necessità, aver messa là dentro quella gran statua di bronzo: vi giganteggia, più che non farebbe su d’una piazza; l’atteggiamento del colosso che va, con la sua Vittoria alata nel cavo della mano protesa, è più gagliardo, più vivo, più efficace; mi par meglio che sia in atto di trascorrere il mondo, se in due di quei passi che accenna di fare, può rompere il loggiato davanti a sè, invader le sale, sfondare ogni ostacolo, dal tetto all’androne. Bene, adunque, si trova egli là dentro. E bene, anzi meglio il nipote di lui, nel cortile dell’antico Senato. Io non so intendere come ci sia della gente a cui quella specie di relegazione dispiace. L’ira politica è veramente benedetta, se riesce a queste concentrazioni della gloria, per chi la riconosce, e della gratitudine, per chi la sente ancora. Così, mentre per essere umani con Napoleone III dovete perdonar molte cose; per ritrovarlo a Milano, per pagargli un tributo di riconoscenza in cambio del piccolo aiuto di duecentomila uomini ch’egli ci ha dato in un giorno di bisogno, vi è necessario andarlo a cercare col lumicino. Ma un gusto particolare, penetrante, soave nella novità, vi compensa della vostra ricerca. Trovate un signore che vi saluta, e per allora non saluta altri che voi; donde la cortesia par che acquisti un pregio maggiore. Più concentrati, ricordate anche meglio tutto ciò che per la patria nostra ha fatto quell’uomo, un po’ misterioso, un po’ incerto nelle orientazioni successive della sua politica, ma condotto a giuocare per noi la sua fortuna, le aquile, la porpora e la corona imperiale. Noi siamo severi col Due Dicembre, in cui, dopo tutto, come italiani, non abbiamo nulla a vedere; con più giustizia ce la prendiamo coi suoi _chassepots_. Ma anche qui non bisogna esagerare, e ad un soldato di Mentana sia lecito il dirlo. Assai più male degli _chassepots_ ci ha fatto in quei giorni il difetto di energia nelle coscienze, di unità nei voleri della patria. Ma basta: se no volgiamo alla predica; e ritorniamo in Brera.
Quel cortile mi è caro per antichi ricordi: quel cortile è un po’ mio. Molti ci passano, per salire alla ricca biblioteca e alla preziosa pinacoteca; molti lo costeggiano, per andare di qua o di là nelle sale del pian terreno, a far lezioni o a sentirle; io ci sono stato di casa, ci ho dormito una notte a ciel sereno, e sognato, come nel letto più soffice. Spesso vado a visitarlo, per riconoscere il posto del mio giaciglio, là, sulla destra, a’ piedi della statua dell’architetto Luigi Cagnola, che mi richiama sempre agli occhi la visione di un bel giorno e alle nari una buona fragranza di paglia fresca. Non fate associazioni d’idee, ve ne prego; l’ho fatte già io tante volte! «Sursum corda», piuttosto, ed anche le gambe. Si passa ora da quel cortile per un’altra ragione nobilissima, che è quella di andare a vedere la sala Manzoniana. Anch’io, parecchi anni fa, quando seppi che l’avevano inaugurata, ci corsi divotamente, per pagare il mio tributo di ammirazione al Manzoni. Più che i molti libri ed opuscoli scritti su lui e sulle opere sue, volevo osservare i suoi manoscritti; tra tutti i suoi manoscritti desideravo di considerare quello dell’«Adelchi»; tra tutte le pagine dell’«Adelchi» mi premeva di sfogliare quella del coro «La morte di Ermengarda» per vedere se ci fossero stati pentimenti in quelle strofe maravigliose, segnatamente in quelle due che vorrei aver scritte, e, per averle scritte io, darei volentieri tutte le glorie che ho sperate; se pure, dopo averle sperate, fossero venute a rallegrarmi la vita.
Te, dalla rea progenie Degli oppressor discesa, Cui fu prodezza il numero, Cui fu ragion l’offesa, E dritto il sangue, e gloria Il non aver pietà; Te collocò la provvida Sventura in fra gli oppressi; Muori compianta e placida, Scendi a dormir con essi; Alle incolpate ceneri Nessuno insulterà.
Bellissime le due strofe, e tutto bello, quel coro, in cui sentimento e passione, tanto più viva quanto più contenuta; in cui forma e pensiero, virtù d’amor patrio ed alito di umana pietà, si fondono mirabilmente, nuovo metallo di Corinto, ma ancora e sempre caldo, come non ebbe a rimanere l’antico. Capisco, leggendo l’«Adelchi», come Vincenzo Monti esclamasse: «Vorrei averlo fatto io». Poteva parere degnazione in lui, glorioso da tanti anni, mentre il giovine autore, che egli chiamava, scrivendogli, il suo «smemorato amico» era tuttavia poco più d’un ignoto. Ma quella degnazione doveva presto apparire l’omaggio di un grande ingegno ad un genio. Perchè questa distinzione è necessaria, e se il vocabolario della Crusca non la consentisse, bisognerebbe rinunziare al vocabolario della Crusca. La poesia del Manzoni non è solamente di parole musicali e d’immagini alate: spesso le parole sono comuni, e dalla loro ripetizione frequente traspare qualche volta la povertà. Quanto alle immagini, son quelle di tutti i giorni, e se ne trovano nei suoi canti più celebrati (nel «Cinque Maggio», ad esempio), di quelle che erano usate a’ suoi tempi da scrittori di giornali italiani sulla falsariga francese. Ma che per ciò? la visione è chiara, piena, efficace, perfetta; il senso intimo delle cose vien fuori dalla stessa collocazione sapiente e pure spontanea di quelle parole comuni, di quelle immagini conosciute; vi fa pensare e fremere, cercando i più riposti penetrali dell’anima, scuotendo le più arcane fibre del cuore. Chi si occupa, dopo ciò, delle scorie del metallo, delle sbavature della statua? È tutto fior di poesia, nel complesso; frutto di fantasia largamente comprensiva, che lo studio e la meditazione hanno fortificata dei loro succhi vitali. Non dimentichiamo gl’intenti civili, spontaneamente manifestati, che distinguono questa poesia da tant’altra che l’ha preceduta e seguita. Come, ad esempio, in quel compianto non imbelle nè vuoto sulla morte d’una povera Longobarda, ripudiata da Carlomagno, si sentano, sto per dire, le Cinque Giornate, trent’anni prima che fossero date alla storia! e non tirate dentro con gli argani, se Dio vuole; venute naturalmente, sgorgate dal fatto osservato, insieme con la pietà pensosa e le lagrime. Così la poesia diventa anima e voce, non che d’un poeta, d’un popolo. La «Basvilliana» è la poesia del Monti in un suo momento psicologico, come la «Mascheroniana» in un altro, e in altri ancora la «Jerogamìa di Creta» e il «Ritorno di Astrea»; mentre quella del Manzoni, dagli «Inni Sacri» al «Carmagnola», dall’«Adelchi» al «Cinque Maggio», è la poesia della nazione.
Io non nacqui manzoniano; non fui tale per un pezzo, e mi piace confessarlo. Ai tempi beati della scuola di rettorica, non ero neanche foscoliano, figuratevi! Avevo Leopardi e Monti, Monti e Leopardi a tutto pasto; l’uno per la «Basvilliana», s’intende, per la «Mascheroniana», per il «Prometeo», per il «Bardo della Selva Nera» e per la versione dell’Iliade, insomma per quasi tutte le cose sue; l’altro per una minor parte, come a dire per le canzoni all’Italia, ad Angelo Mai, alla sorella Paolina, che erano le più lette e le più commentate in iscuola. Leggevamo anche per questo uffizio «La sera del dì di festa», «Il sabato del villaggio» ed altri componimenti di tal genere; ma più per nostro conto divoravamo «le Ricordanze», «Aspasia», e sopra tutto «Consalvo» a cagione del bacio di quella
Per divina beltà famosa Elvira.
La «Ginestra», i «Patriarchi», «Amore e morte», ed altri consimili, si leggevano ancora, ma s’intendevano poco; cioè, s’intendevano letteralmente, ma non si sentivano troppo, che tornava lo stesso come non capirli abbastanza. Eravamo una generazione piena di salute, di fede in Dio e nella libertà; il sangue ci scorreva rapido e franco nelle arterie, e tra una lezione e l’altra, come per addestrarci alle presentite battaglie, correvamo a picchiarci di buona voglia nei fossi della vicina Fortezza, e a sfrombolarci di sassate sulla duna di Sant’Elmo. La filosofia disperata non era il fatto nostro; delle «due cose belle» che la poesia leopardiana ha trovate nel mondo, sentivamo dentro di noi confusamente la prima, come una dolce promessa di giorni vicini; l’altra la vedevamo così lontana, che non credevamo ancor necessario di darcene pensiero. E la ferrea necessità del dolore non era certamente fatta per noi, diavoli scatenati, che andavamo nelle ore d’ozio a strappare i sèdani nell’orto dei Cappuccini.
Abbiamo noi trovato lassù un Fra Cristoforo? Sicuramente, e per farci perdonare da un Fra Galdino, che voleva prenderci poco cristianamente a legnate. Dei «Promessi Sposi», che a quel tempo non erano ancora un libro di testo scolastico, ci piacquero le macchiette assai più dei personaggi principali. A me poi non piaceva affatto nè «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti», nè il Resegone, coi «molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega», nè la descrizione della peste, così lunga che non voleva finire mai più, nè il cardinal Federigo, nè quei rimorsi dell’Innominato, che mi pareva un birbante di mezza vigogna, troppo presto pentito d’una troppo piccola, o non abbastanza descritta, sequela di bricconate. E mi lasciava freddo Lucia Mondella, e mi seccava quell’aggirarsi di brutali concupiscenze intorno ad una contadinotta neppur bella, che per cagione degli spilli d’argento doveva pettinarsi di rado, e che certamente non conosceva le virtù detersive dell’acqua di Felsina. Ognuno reca nell’arte i suoi gusti naturali. Questo è un diritto, mi pare, e il confessarlo è un debito di sincerità. Ma ciò, a breve andare, finì col rendermi cieco alle altre bellezze del libro, e per conseguenza solennemente ingiusto.
Amavo in quella vece il Guerrazzi. Sapevo a mente l’«Assedio di Firenze»; tranne, s’intende, gli amori fiacchi di Vico e d’Annalena, e la inutile storia afflittiva di messer Lucantonio. Michelangelo e la sua statua; il Ferruccio a Volterra e a Gavinana; i rimorsi del Baglioni; il doppio combattimento del Bandini e del Martelli, di Dante da Castiglione e dell’Aldobrandini; gli spasimi di Maria de’ Ricci; quelle erano le mie delizie profonde. E come mi ha mandato a cercare con ansietà febbrile la storia, quel diavolo d’un Livornese, per trovarci i personaggi da lui messi in iscena, così vivi, caldi, vibranti di passione! Studiai l’autore, lo conobbi intero in tutto ciò ch’egli aveva scritto fino allora; amai ciò ch’egli amava, odiai ciò ch’egli odiava, senza risparmio. Presto conobbi lui di persona, in Genova, dopo averlo tempestato di lettere nel suo confino di Corsica, e mi piacque sommamente quell’anima dolce e buona. Vi parrà strano, ciò ch’io ne dico. Generalmente, si ha del Guerrazzi un’idea molto diversa; la durezza di cuore, la ferocia degli spiriti, lo sdegno persistente, la parola iraconda, lo scetticismo beffardo, il cinismo, sì, perfino il cinismo di quell’uomo, sembrano esser passati in leggenda. Ebbene, disingannatevi; il Guerrazzi non fu così, nè intorno, nè presso. L’uomo ebbe amarezze molte, ed ire politiche acerbe; aveva l’ingegno potente, e lasciava il segno dove toccava: i suoi nemici già potenti da prima, vittoriosi poi, gli hanno reso in calunnie tutto ciò ch’egli dava in frustate. Nelle relazioni sociali nessuno fu più nobilmente cortese; nelle intimità nessuno fu più squisitamente amorevole del Guerrazzi. Arguto quanto il Voltaire, non la perdonava certamente a nessuno; dotto in molte materie, pontificava qualche volta, nel salotto e nello studio; ma non dimenticando mai d’esser garbato nei modi, affabile nel commercio con ogni sorta di gente, buono con gli amici, ameno coi suoi pari, affettuoso coi minori, soave coi giovani, e in molte parti del suo pensiero, della sua conversazione, del suo fare, insomma, a dirittura femmineo: la qual cosa, in un uomo del suo genere, con quell’alta statura, con quell’aspetto severo, con quegli occhiali d’oro, quella parrucca a ciocche audacemente rivoltate, con quella gran pelliccia da baritono in viaggio, poteva parere, e certamente era un gran fatto. Non so che cosa fosse in gioventù: forse ne’ suoi scritti, dove parla di sè, ha caricate un po’ troppo le tinte: ma per quello che io ne vidi ne’ suoi anni maturi, egli era con tutti mirabilmente buono. Quell’odiatore, a buon conto, finì la vita nel suo podere di Maremma, insegnando a leggere e scrivere ad una contadina di diciott’anni. Se poi anche a sessantanove anni sentisse le trafitture del bendato arciero, io non vorrei mica difenderlo, come da un’ultima calunnia. Gli odiatori, per solito, non finiscono così.
Ricorderò sempre di avere davanti a lui, nelle conversazioni pomeridiane della villa Giuseppina, parlato dell’arte Manzoniana con poca misura e con minor cognizione. Non lo facevo per entrargli nelle grazie; no davvero: dicevo quel che pensavo allora, esprimevo una opinione già manifestata qualche anno prima in un giornale di Genova, la prima volta che io, sfacciato diciottenne, mi ero fatto lecito di averne pubblicamente una.
Quella volta, altro che soavità! il sor Francesco Domenico mi uscì proprio dai gangheri. Dal pensiero Manzoniano si poteva dissentire, sicuramente; egli stesso ne aveva data una prova chiarissima, facendo in molte cose diversamente dal grande Lombardo. Ma per l’arte, non c’era che da inchinarsi e da lodare ogni cosa, o giù di lì. Del resto, anche intorno al pensiero, non era tutto dissenso tra loro. Se il Manzoni aveva scritto gl’«Inni Sacri», egli, il Guerrazzi, non aveva scritto molte preghiere in prosa? — E poi, — mi diss’egli, conchiudendo, — leggete l’«Adelchi», figliuolo, e vedete se predichi soltanto rassegnazione. Quanto all’arte, m’è accaduto ancora stamane di rileggere il coro del «Carmagnola». È una bellezza. Direte che incomincio ad invecchiare e che mi faccio eremita. Infatti, anch’io debbo averli, i «casti pensieri della tomba» che, ritrovati in quel coro, mi son parsi una cosa nuova, quest’oggi. —
Quella sera, tornato a casa, lessi il coro del «Carmagnola», per fare ancor io come il sor Francesco Domenico. E lessi anche tutta la tragedia, che non avevo mai guardata prima d’allora. Poi lessi l’«Adelchi», di cui solamente conoscevo qualche scena (anche questo a vergogna mia, debbo qui confessare), e da ultimo, lessi una seconda volta attentamente i «Promessi Sposi». Il Manzoni rivelato dal Guerrazzi! Non si crederebbe; eppure è andata così. I grandi, del resto, son buoni. Rilessi tutto, a breve andare, e parecchie volte sempre più persuadendomi del mio «giovanile errore». Amando più largamente intorno a me, imparai ad amare un po’ meglio. Ma ancora non potevo dirmi un Manzoniano sfegatato. Di certo, la poesia del grande Lombardo m’era entrata troppo tardi nel sangue.