Sorrisi di gioventù

Part 5

Chapter 53,847 wordsPublic domain

Ed anche il viaggio a Finale, che gioia! Si partiva ogni anno due volte da Savona, con la vettura di Belloro (così chiamato, perchè il suo vero nome era Podestà, e nei nostri paesi non c’era caso che uno fosse chiamato col suo vero nome); si vedeva Zinola, colla sua esposizione di pentole al sole; Vado, coi suoi fortini e la sua rada sicura («statio bene fida carinis», dicevo già io, peccatore precoce di citazioni latine); Spotorno con le sue fornaci di calci e col suo parroco, che pretendeva essere stato là per rifugio il re dei Rutuli vinto da Enea, tanto che rimase alla terra il suo nome: «ultima spes Turni;» e davanti a Spotorno la verde isoletta di Bergeggi, con le rovine del famoso convento di Sant’Eugenio e col suo misterioso tumulo preromano sulla vetta; poi Noli turrita, davanti a cui si suol recitare un verso di Dante, e sulla cui spiaggia io ricorderò sempre di aver salvata la vita ad un pesce. Passavo un giorno di là, nella solita carrozza, mentre alla spiaggia si tiravan le reti. Smontai, curioso, per andare a vedere la pesca miracolosa. Furono magri affari, poichè in fondo alla rete non era rimasto altro che un pesce. Lo comperai. Era una triglia adolescente. «Va» le dissi, gettandola in acqua «cresci e moltiplica». Non so se abbia principio da quella mia liberalità l’abbondanza di pesce sulla spiaggia di Noli.

E poi, dopo Noli e il suo rosso promontorio, la penisola grigia di Varigotti, della rupestre Varigotti, che piace tanto a me, quanto spiacque a Rotari, e alla amministrazione delle strade ferrate italiane. Il primo la distrusse; e questa per molti anni non volle considerarla come rifabbricata. Poi Final Pia, con la sua valle di mandorli, che la fanno parere un paesaggio giapponese alla stagione dei fiori, e col suo bel ponte su cui si faceva la fiera, il giorno dell’Assunzione. Insomma, che dirvi di più? Tutte le gioie di tanti viaggi, concentrate in uno, che io avrei fatto, dopo molti anni d’assenza dalle rive beate della beatissima età. E lo avrei fatto come per l’addietro, quel viaggio, cioè a dire in carrozza; perchè in quell’anno, che fu il 1870, la strada ferrata da Genova a Ventimiglia non era compiuta, e giungeva solamente a Savona. Avrei sentito l’odore dell’argilla fresca sulla riva di Zinola; quello dei rami di pino davanti alle fornaci di Spotorno; quello delle alghe rigettate dal mare alla spiaggia di Varigotti; a farla breve, tutte le fragranze del buon tempo antico. E avrei sorriso per giunta davanti a quell’«Ultima necat» di una certa meridiana di Spotorno, che m’aveva dato tanto da pensare nel mio primo anno di latinità, volendo io tradurre da me, senza chiedere aiuto a nessuno.

Con queste promesse di gioia, partii la mattina istessa del Natale, da Genova, dopo aver dato licenza alla cuoca di andarsene per i fatti suoi. La brava donna mi aveva ringraziato, lieta di far Natale col suo maritino. «Benissimo!» le dissi. «Anche voi farete Ceppo in famiglia. Statemi allegra.»

E m’avviavo alla stazione, con una splendida aurora. Il cielo era di cobalto; l’aria niente fredda; pareva un bel mattino d’autunno. E a nessuno veniva la voglia di viaggiare, quel giorno! Ma già, si capiva, era Natale; e ognuno stava più volentieri a casa sua. Quelli che dovevano andarla a cercare per quella occasione solenne, già l’avevano trovata, essendo partiti la vigilia. Così avvenne che quella mattina, al primo treno, io non avessi altri compagni che cinque o sei viaggiatori di terza classe, due o tre di seconda, e nessuno di prima. Tanto meglio, infine! regnavo da solo nel mio scompartimento «per fumatori».

E non si partiva mai! Chi aspettavano ancora? Io, prima che il treno si movesse, avevo già letto i pochissimi giornali usciti quella mattina, pieni zeppi di fatti varii con tanto di barba, scarsi di notizie politiche e senza ombra di telegrammi. Nei giorni di festa, si sa, e nelle vigilie dei giorni solenni, non accade mai nulla nel mondo, o l’Agenzia Stefani non permette che accada. Finalmente il treno si mosse. E usciti di sotto alla tettoia, povero cobalto dei cieli! s’era fatto grigio; mistura di bianco e nero fumo, per mezzo a cui tremolava cadendo qualche fiocco di neve.

— Ah bene! — esclamai. — È natalizia in sommo grado, la neve; ben venga!

E venne, a mano a mano più fitta. A Sampierdarena i fiocchi apparivano più grossi; a Sestri non eran più fiocchi, ma falde, a Voltri, dov’è tanta fuliggine di camini per la frequenza degli opifici, non si vedeva altro che bianco; ad Arenzano, non so come, la neve mi entrava nella carrozza. L’ebbi per un miracolo, poichè i finestrini erano tutti chiusi, con quel tanto d’impenetrabilità che l’amministrazione delle strade ferrate assicura al suo materiale viaggiante. Miracolo, adunque, e miracolo noioso. Ma infine, ero solo, e potevo sedermi su d’uno dei bracciuoli di mezzo, poichè già dai due lati mi si erano formati dentro lo scompartimento due bei poggi di neve. Ridevo, alla stranezza del caso, e fumavo; fumavo, come un altro Mongibello, con la neve da’ piedi.

Di fuori non si vedeva una spanna più in là, tanta era la furia del nembo. Come si giunse a Savona, calai prontamente, e fuggii dalla stazione, senza fermarmi neanche a domandare per qual ragione mi fosse nevicato in carrozza. Arrivai sulla piazza del Fosso, come si diceva anticamente, con la neve a mezza gamba; e là, senza perder tempo a salutare il mio illustre concittadino Chiabrera, scolpito sul timpano del teatro che porta il suo nome, entrai nell’ufficio dei signori Botta e Passeggi, per ordinare una vettura. Niente vetture. — O come! — Scusi, ma è Natale. — Ebbene, non è dunque possibile viaggiare, nel dì di Natale? Se ci fossero degli ammalati, e il bisogno urgente di un medico? — Verissimo; e si potrebbe anche attaccare per lei, che non è medico; ma con questo tempo? Sarebbe da matti. — Mettete che io sia matto, e fate attaccare; a qualunque prezzo. Venti, vi bastano? — No. — Trenta.... quaranta.... sessanta? — No, neanche per cento. — Ah, per tutti i settecento.... settantasette mila diavoli! come si fa? —

Mi rivolsi ad un crocchio di vetturini, che stavano chiusi nei loro mantelli, su d’un portone, fumando la pipa e meditando sulla tristizia dei tempi. C’era tra essi il vecchio Piuma (così detto perchè veramente di cognome si chiamava Cerisola), il vecchio Piuma, amico mio, che m’aveva conosciuto bambino, e tante volte mi aveva portato, studentello in vacanza, da Genova a Savona, e viceversa. — O Piuma, gli dissi, se dura in cuor vostro una favilla dell’amor primiero, portatemi voi a far Ceppo in famiglia. Anche la mamma, per cui avete tanta divozione, ve ne sarà molto grata.

— Impossibile, — mi rispose. — Non vede che tempo? I cavalli non ce lo farebbero. E poi, dove s’andrebbe? Giù da una balza, di sicuro, a far Natale coi pesci. Una cosa posso fare, e la faccio di cuore.... invitandola a venire a far Ceppo da me. —

Ringraziai, non intenerito, e andai a rifugio sotto i portici della via Paleòcapa. Non mi piaceva restare sul Fosso, dove ero già la favola di tutti i vetturini. Ma là, sotto i portici, diventai presto la favola di cento amici d’infanzia. — Come tu qui, oggi? che buon vento? Ah sì, cattivo, non è vero? Poveraccio! e volevi andare a far Ceppo in famiglia? Abbi pazienza. Un’altra volta partirai la vigilia. Vieni da me, a far Natale. Da me! da me! Si vuol ridere! —

Ah, sì? ridere? niente affatto; riderete da soli. E liberatomi da tutti gli inviti, da tutte le canzonature, andai alla stazione, dove aspettai il treno delle quattro, che doveva riportarmi a Genova. Al nonno e alla mamma avevo mandato un telegramma, raccontando la mia disgrazia. Quello partiva, almeno; quello andava a far Ceppo in famiglia.

Alle quattro, santa puntualità, il treno si mosse. Anche quella volta fui solo. Il ritorno fu peggiore dell’andata. La neve continuava a penetrare nello scompartimento, e faceva i suoi mucchi; ma io non fumavo più, perchè avevo oramai consumata la provvista dei sigari; e i tabaccai di Savona, come quelli di ogni altra terra italiana, facevano Ceppo in famiglia; donde la necessità di tener chiuso l’appalto, più ermeticamente d’una carrozza di prima classe. Ah, il mio ritorno! Se io son pure arrivato a Genova, n’ho debito alla cortesia del tempo, che fece strada con me.

Giunsi intorno alle sei. E là, sul lenzuolo bianco della piazza Acquaverde, non c’era altri che Cristoforo Colombo, occupato con una mano a scoprire l’America, e coll’altra a reggere un’áncora. Non poteva, per conseguenza, indicarmi una vettura di piazza. Non ce n’erano, del resto; ed io, per la strada più corta, in un’ora di stenti inauditi, mi trascinai fino a casa, con la neve fin sopra al ginocchio.

Abitavo nella via di San Luca, figuratevi! Pure, poichè volere è potere, ci giunsi, e indovinai anche il portone, ma senza toccare la bella soglia di rosso antico, che due palmi di neve sottraevano alla vista e alla cupidigia degli inglesi. Gli inglesi, si sa, voglion comperare tutto a peso d’oro; e sono i ciceroni che lo affermano. E a Genova, tra le cose che gli inglesi vogliono sempre comperare a peso d’oro, ci sono i leoni dell’Università, il portale del palazzo di Andrea Doria in piazza di San Matteo, e la soglia del mio portone in via San Luca. Dico mio, così per dire; ma qui l’aggettivo non è, a rigor di termine, possessivo; non indica o piuttosto non indicava altro che l’uso, il diritto di passaggio.

Quando fui alle scale non ne potevo più dalla fatica, e fu miracolo davvero se mi arrampicai fino al terzo piano, dov’era il mio quartierino. E là, niente cuoca; niente cucina; niente sotto la mano, da mettere sotto il dente. La cuoca io l’avevo mandata a far Ceppo in famiglia; nè mai avevo posto piede in cucina, e non sapevo dove la brava donna tenesse in serbo la roba. Mi sarei contentato di così poco! Una crosta di pane, a quell’ora, mi sarebbe parsa la man di Dio.

Potevo escire, e andare alla ventura, o in qualche osteria, o da qualche famiglia d’amici. Ma con quel metro di neve! conciato com’era! e come mi avrebbe conciato dell’altro quella bianca poltiglia, se pure avessi avuta la forza di mutar abiti! E poi, non avrei fatto ridere a Genova, come avevo fatto ridere a Savona? Ceppo in famiglia! Sì, ancora una volta, Ceppo in famiglia. Dovevo starci, e ci stetti. E digiunai, per conseguenza.

Solo il mio spirito si era nutrito, quel giorno; solo il mio intelletto si era arricchito di una cognizione utile, raccolta dai frenatori, alla stazione di Genova. Quando nevica così fitto, non basta tener chiusi i finestrini; bisogna chiudere ancora gli sfiatatoi.

Ma tutto ciò non fece tacere gli stimoli di una fame da lupi. Ed anche ora, quando ci penso, quella fame io la vedo; e riconosco facilmente di non avere nessuna disposizione per seguire l’esempio del Succi.

Camene ligustiche.

I miei genovesi della nuova generazione respirano bene, quando vanno passeggiando sui larghi marciapiedi della via Roma, aperta per essi in una collina di tufo, attraverso alle viottole di Piccapietra e delle Fucine. Respirano meglio, quando giungono sulla gran piazza, a cui non si è ancora pensato di dare un gran nome; nella gran piazza, io dico, inquadrata nel verde di due colline in declivio, dove hanno da ammirare tanta ricchezza di piante, tanti bei giuochi di luce, mentre Vittorio Emanuele li saluta cortesemente dall’alto del suo cavallo di bronzo, avendo l’aria di dire: «Avanti, signori, senza cerimonie, vadano dove vogliono. Dietro a me si aprono a ventaglio tre vie, anzi quattro, anzi cinque, tutte signorili ed ariose. Possono anche salire di qua, sulla loro diritta per andare all’Acquasola; ma io, se permettono, consiglierei di prendere a mancina, per di qua, dove si sale alla Villetta, dietro al mio amico Mazzini».

Respiro anch’io, accettando il consiglio, e volgendomi alla Villetta; ma cambio facilmente il respiro in un sospiro tanto fatto. Quei viali, quei sentieri, quelle redole che si vanno inerpicando lassù, erano campo, anzi labirinto, alle passeggiate romantiche d’un tempo che fu; del tempo in cui le signore genovesi amavano ancora portare il pezzotto, quel velo d’aria tessuta che le rendeva così belle, come si può vedere e giudicare dall’ultima che si ostina nobilmente a portarlo, lassù, nella chiesa dell’Immacolata, e in un quadro di Nicolò Barabino.

Sui giardinetti dell’Acquasola, come allora si chiamava quel poggio, incombeva lo sprone di una fortezza; quello sprone oggi mutato in una rupe artificiale, dove l’acqua della Scrivia è salita per darci l’illusione di una cascata, e far prendere, dicono, una boccata d’aria sana ai suoi dolci microbii. La fortezza è sparita; la Villetta che c’era dentro s’è trasformata in un parco di piante esotiche; il palazzo che era fabbricato nella Villetta, e che offriva un nobile asilo alle Muse nella prima metà di questo secolo morente, non ha più il suo cultore, il suo poeta, «Musarum sacerdos»; ma non si può dire che abbia mutata del tutto la sua destinazione, se si è trasformato in Museo. In mezzo alle palme, che lo nascondono agli occhi della gente, il civico Museo di Storia Naturale è sempre, e forse più di prima, una bella cosa; è l’oasi scientifica della prima città commerciale del regno.

Quanto intelletto d’amore ha presieduto alla fondazione di questo Museo! Tutti coloro che ci hanno lavorato, e hanno dovuto lasciarlo, ne sentono la nostalgia: ci pensano vivendo, se ne ricordano morendo. Perchè ivi è una sola colonia felice di studiosi, capitanata dal marchese Giacomo Doria, uno scienziato valente e modesto, diventato celebre a suo mal grado, che un bel giorno il Senato e la presidenza della Società Geografica sono venuti quasi contemporaneamente a sequestrarci, come gloria italiana, e non solamente di Genova. Io non racconterò la vita di Giacomo Doria. Dal viaggio in Persia ad oggi sono passati circa trent’anni, tutti spesi ad esplorare, a raccogliere, a studiare, a classificare le men conosciute specie zoologiche, a trovarne di sconosciute, a dar notevoli contributi alla scienza, fuor d’ogni aiuto governativo e quasi d’ogni plauso del pubblico. Il Museo, che finalmente col concorso del Municipio genovese il Doria era riuscito a fondare, dopo averci speso oltre a centomila lire del proprio, è il deposito ordinato di veri tesori scientifici; gli «Annali del Museo Civico di Storia Naturale» di Genova, diventati per tipi, tavole e importanza di memorie, una delle prime pubblicazioni zoologiche d’Europa, ne sono la illustrazione continua. Il dotto e benemerito uomo è stato fatto anche consigliere, assessore municipale, poi sindaco della sua città natale.

Da tutti questi uffici egli è uscito, per sua grande fortuna. Così almeno mi pare. Alla patria, finalmente, si può servire in più modi; e il migliore, per mio avviso, è quello che non dipende dal voto di qualche milione d’elettori. Eletti, rieletti, non più eletti, siete in balìa delle turbe e dei loro mutevoli criterii. L’ingegno, se ne avete, non ve lo levano le urne; non ve lo dànno, se ne patite difetto. Io anzi porto opinione (e non soffro osservazioni, soggiungeva quel tale) che più un uomo vale per sè medesimo, e più sia disadatto agli uffici elettivi. C’è dissidio mortale tra il valore intrinseco di un uomo e i criterii estrinseci di mediocrità tollerata, per cui si mandano gli uomini alle sommità del potere. E questo sia detto senza intenzione di offender nessuno. Perchè infatti, lo riconosco ancor io, qualche volta gli elettori s’ingannano; e allora scambio di scegliere i lor soliti mediocri, che è che non è, vi mandano alle assemblee deliberanti (crepi l’avarizia!) un certo numero d’uomini d’ingegno. Su questo errore è fondata anzi la maggior fortuna che in certi periodi storici sembra assistere la politica, la finanza e la coltura intellettuale di un popolo.

Giacomo Doria ha fatto miracoli, lassù, nel museo della Villetta. Si dice elitticamente la Villetta, e si sottintende la Villetta Di Negro. Da principio, come vi ho detto, non era neanche una villetta, ma un fortilizio eretto dalla eccelsa Repubblica a proteggere uno degli angoli settentrionali delle mura di Genova; quelle, io dico, della penultima cinta, che fu del secolo XV. Il forte, se ben ricordo, si chiamava di San Giorgio. Era fuori dalla città; ora c’è proprio nel cuore, poichè, senza contare l’ultima cinta, condotta nel Secento sulla vetta dei monti, l’abitato della città si è esteso anche in alto, e molte strade s’inerpicano alle spalle della Villetta; prima tra le quali la bellissima via di circonvallazione a Monte.

Gl’inutili avanzi del forte furono nel 1805 comperati dal marchese Gian Carlo Di Negro. Il quale mutò la piattaforma del castello in un belvedere; e più giù, in mezzo al verde, alla vista del mare e dei diecimila tetti di lavagna della sottoposta città, edificò la sua palazzina, «ospizio delle Muse». Lui morto, il Municipio comperò la Villetta; e l’ospizio delle Muse, lasciate solamente in piedi le mura maestre, ridotto di dentro a più ordini di gallerie, fu tramutato in Museo. Come vedete, siamo sempre lì con le Muse.

Quando io vado lassù, pei viali aperti a pubblico passeggio, penso sempre a Gian Carlo, mia conoscenza di quaranta e più anni fa. Io ero giovinetto, ed egli stravecchio, quando andai la prima volta in casa sua. Ignoto ed infelice cultore delle Camene, volli conoscerlo anch’io, facendomi presentare da Enea Gardana, un esule bresciano, famoso dilettante di chitarra. Così il buon vecchio patrizio potè credermi un seguace d’Euterpe, anzi che di Calliope, o d’altra delle vergini Castalie. Gli bastò forse il sospetto, e non mi chiese nulla delle mie occupazioni.

Alla mia età, che cosa potevo aver fatto, che meritasse di ragionarne? Sapevo ascoltare, e fui bene accolto. M’invitò anche a pranzo; ma seppi schermirmene, per gran paura che avevo. Ai pranzi del marchese Gian Carlo andavano letterati magni; ad ognuno dei quali, via via che morivano, egli faceva erigere un busto di marmo, su pei viali del suo piccolo Pincio.

Il marchese Gian Carlo di Negro era un curioso tipo di gentiluomo, poeta e protettor di poeti. La protezione, intendiamoci, non andava oltre i pranzi, che avevano principio e prendevano il nome dal solito «piatto di ravioli», un piatto che il suo cuoco aveva fama di preparare assai bene. La sala da pranzo non era vasta: i commensali erano pochi ma scelti. D’italiani ci passarono, nel corso di mezzo secolo, il Monti, il Perticali, il Giordani, il Gagliuffi e tant’altri, tra i quali anche Luigi Biondi, oggi dimenticato, forse a’ suoi tempi famoso verseggiatore. Di stranieri, poi, quanti illustri ne capitavano a Genova: noto, dei francesi, il Méry e Paul de Musset, fratello ad Alfredo: ma la serie incominciava con nomi di maggior levatura; per esempio con quello della signora di Staël.

Gian Carlo faceva versi, a tutto spiano, e li leggeva volentieri a’ suoi ospiti. Da giovane aveva scritto molto in francese, ed amava spesso citare un suo «petit Carême» che non m’è mai avvenuto di ritrovare dai librai, e neanche sui muricciuoli. Di versi italiani ne aveva moltissimi, per ogni occasione; ma più specialmente epigrammi. «Epiglammi» diceva lui, che, o fosse per vizio naturale o per la perdita dei denti, non riusciva a proferir l’erre. Ne aveva scritti ottomila, tutti rimasti inediti, nè so dove siano andati a finire. Parecchi erano felici, ma tutti innocui: così poche punte aveva lo spirito del benigno signore! Vissuto coi cigni, con le aquile, e magari coi passerotti, volava come poteva.

Ho detto ch’egli leggeva volentieri i suoi versi; ma, cortese com’era, convitava spesso gli amici per sentir leggere gli altrui. Un giorno, dopo il ’40, si era sparsa la voce che Lorenzo Costa da Beverino avesse data l’ultima mano al suo aspettato poema in dieci canti, il «Colombo». Ma qui, prima di andare avanti, bisognerà fare una lunga parentesi, e dirvi qualche cosa dell’autore del «Colombo».

Era un altro bel tipo, quel Lorenzo Costa, da Beverino, com’egli usava firmarsi, prendendo nome dalla terra dov’era nato, nel 1798, e donde era venuto a vivere in Genova. A vederlo passare per via, alto, di grandi spalle, tutto d’un pezzo, incravattato, accigliato, si sarebbe detto un presidente dell’eccellentissimo Senato. Non guardava nessuno, e non si avvedeva di essere guardato; aveva quasi sempre qualcheduno in compagnia, o prete o secolare, con cui parlava rado, a parole pesate, senza volgere il collo intirizzito. Gran galantuomo, cattolico osservante, sacrificava tutto il santo giorno alle Muse; anche per istrada pareva intento ad ascoltare quello che gli bisbigliavano le Pimplee nelle orecchie, ispide di peli come le grandi sopracciglia olimpiche. Le Pimplee potevano dettargli in greco, poichè egli aveva bene imparata la lingua dell’Ellade; ma più volentieri le faceva cantare in latino: testimoni un «Theatrum Genuense», carme esametro ispirato dalla apertura del nuovo teatro Carlo Felice, e un poema sulle gesta di Andrea Doria, che poi non condusse a compimento. Ma presto alle Muse latine sottentrarono ispiratrici le italiche, facendone fede un «Inno» a Nicolò Paganini, di cui mi par utile riferirvi la descrizione di una serata musicale del grande violinista, col pubblico che fa silenzio nell’apparire di lui.

. . . . . . . attesi Stanno gli sguardi nella man, che impugna Il magico istrumento, e innamorato L’animo corre degli orecchi al varco. Ei, dagli atti spirando e dal sembiante Tutta l’aura del Dio che lo governa, Procede a mezzo della scena e rompe L’alta quiete. All’arduo tocco impresso Dalle dita versatili, guizzanti Dal collo della cetra in fin là dove S’inizia un suono di più acuta tempra; All’atteggiarsi del pieghevol braccio, Ch’or dolce dolce i ben protesi nervi Liba volando, or li affatica e morde Subito e spesso, inusitato intorno Melodïoso fremito percote L’aer tremante. Egli talor d’un solo Tratto dell’arco le tre corde avvinghia; Talora in sulla grave egli s’appunta, E l’intima e l’estrema abbandonando, Il vario suono delle quattro in una Raccoglie intero. Con alterna vece Spesso adopra la manca, e alle soavi Liquide note fa seguire, in tempra Di giga o d’arpa, armonizzar concorde, E voci d’eco, e dei pennuti un canto, E umani accenti, ed un fragor di tesi Timpani, ed un sottil dolce tintinno D’argentee squille; nè mai cade in fallo Tenor d’accordi; e, sian veloci o lente, Acute o gravi, dal sonoro legno Volan le note ad incolpabil metro, Obbediente sì, ch’ognuno a tanto Poter di sovrumana arte impaura!

La citazione m’è venuta lunga: ma era necessaria, per dimostrarvi l’arte squisita fin troppo, anche un po’ faticosa, che non vi lascia modo di respirare, specie quando tutto, da capo a fondo, sia del medesimo tono, della medesima squisitezza. Lorenzo Costa aveva il difetto di far bello, ricercato, sublime, come altri ha quello di far triviale, sbrodolato e bruttino parecchio. Su quel tono aveva anche sentito un «Cosmo», poema in terza rima «ove la Creazione, la Redenzione e la Glorificazione del Cristianesimo doveano mostrare i tre regni temporali della grandezza di Dio, correnti ad unità verso l’eterna beatitudine». Uso le parole del cardinale Alimonda, non avendo io letto i pochi canti che del «Cosmo» furono pubblicati a suo tempo. Dovevano essere trentadue, i canti; ma il poeta lasciò l’opera in tronco, addolorato per avere inavvedutamente gittati ben dieci di quei canti alle fiamme. Gran fatica davvero sarebbe stata a rifarli.