Part 7
Tre anni dopo, vedevo per la prima volta Milano. C’entravo con molti compagni, non so bene se tre o quattro giorni dopo Magenta. Sbarcati alla stazione di Porta Nuova, fummo accolti anche noi con feste maravigliose da una popolazione plaudente; avemmo fiori, corone, baci, abbracciamenti, ed altri furori di quell’anno benedetto. La nostra compagnia, condotta per certe strade che non ho più ricordate, andò a fare i fasci d’armi nella via del Monte di Pietà, in attesa d’ordini superiori. Gli ordini vennero mezz’ora dopo: ci mandarono ad alloggio, come tanti scienziati, in Brera; nel cui cortile, per uso nostro, si erano distese molte carrettate di paglia. Che orgia di allegrezze intellettuali, quel giorno! Io potrò andare mille volte a Milano; la vedrò sempre a quel modo, con gli occhi d’allora. Anche oggi, mi avviene di passeggiarci come uno spirito, colle mie idee d’altri tempi. Che fretta di deporre il fucile e lo zaino, di darci una spazzolata e di correr fuori da capo, per goderci tutte le ore che ci lasciavano di libertà! Per conto mio, mossi subito a cercare il Duomo; e lì, trovato un alberguccio (il Dazio grande, mi pare) v’entrai, per darmi anche una risciacquata; ma ne uscii prontamente, per andarmi a comperare un paio di guanti paglierini. Che si canzona? volevo esser bello. Del resto, quella dei guanti paglierini era la debolezza di tutti i volontarii, nell’esercito piemontese: quei guanti davano un po’ di tono al grigio cappotto per cui il fantaccino italiano meritò a Firenze il nome di sorcino. Al Caffè Martini, in piazza della Scala, dov’ero riuscito non so come, m’imbattei in un tenore, Pietrino Stecchi, da me conosciuto un anno prima, a Genova. M’aveva ravvisato sotto le nuove spoglie, e mi faceva gran festa, offrendosi mio cicerone attraverso le vie di Milano, e per tutte le belle cose che si potevano vedere in una scarrozzata di due ore. Accettai, prendendo ora: pel momento, avevo un’altra idea, e volevo che passasse per la prima.
— Se permette, — gli dissi, — vorrei far prima una visita.
— Tra un’ora, dunque; le basta?
— Sì, basterà certamente. Ma ella mi dica, — replicai con una certa solennità, — dove abita.... Alessandro Manzoni? Il mio primo passo, in Milano, dev’essere per lui. —
Pietrino Stecchi m’indicò, sullo stesso marciapiede dove eravamo a discorso, ma qualche centinaio di passi più in là, il vicolo del Morone.
— Entri di laggiù; — mi disse; — arriverà alla piazza Belgioioso. Proprio alla svolta, facendo angolo tra il vicolo e la piazza, è la casa di Don Alessandro.
— Bene, grazie; — risposi. E mi avviai verso il vicolo del Morene.
Com’era nata in me l’idea di andare dal Manzoni? Così, come tante cose nascono, di schianto, senza averci pensato prima. Ah, finalmente, l’avrei veduto, il grande Lombardo! Gliel’avrei fatta io, una bella improvvisata, mostrandogli in cappotto grigio e cinturino bianco, in giberna e cheppì, la sua nobile idea, segretamente e costantemente vagheggiata: quella idea che trapelava e traspariva da tante pagine, anzi da tutto il contesto dei suoi «Promessi Sposi»! Niente più obbedienza a padroni stranieri; tutti in armi, gli oppressi; tutti soldati, i giovani d’Italia, che la sua parola aveva educati, anche attraverso l’educazione dei padri loro; tanto che quella parola s’era fatta coscienza della nazione e vita della sua vita «O giornate del nostro riscatto! — Infelice per sempre colui....» Ma sì, infelice, anzi infelicissimo io! Li sapevo bene quei versi, per avere il coraggio di recitarglieli? E c’era poi bisogno di recitarglieli? Li sapeva a mente, lui, ed io non gli avrei detto nulla di nuovo, salvo gli spropositi. Che versi, dopo tutto? In prosa bisognava parlargli, ed anche in prosa corrente.
— Vediamo; — seguitavo tra me; infilando il vicolo; — che cosa gli dirò? Da qual parte incomincierò? Come mi troverò io, prima di tutto, alla sua presenza? Ecco qua: sono introdotto in un salottino. Annunziano un soldato piemontese, un soldato in guanti gialli... Ciò gli fa capire subito che si tratta d’un volontario. La visita lo secca un pochino: ma sono certe seccature, queste, che non dispiacciono troppo. Si solleva una portiera; eccolo, è lui.... Ah povero me! Ci starò bene, davanti a lui, come davanti al mio signor colonnello? Con questo, c’è poco da pensare: so prima di tutto che non si parla se non per rispondere. Testa ritta, piedi accostati, la mano sinistra giù, bene appiccicata alla gamba, la destra, alzata, aperta, tesa davanti alla visiera del cheppì; e parla lui, non c’è che da starlo a sentire; se poi non è Demostene, tanto peggio per lui; anzi tanto meglio, perchè lui è vivo, e Demostene è morto. Qui invece, cheppì in mano e parlare! «Signor conte....» No, non lo vuole, quel titolo; se l’ha a male quando glielo dànno; protesta subito che non gli spetta. Perchè, poi? Basta, diciamo! «Signor Manzoni....» Ma che? questo è comune. Ce ne son tanti, dei signori Manzoni, e Manzini, e Manzotti! «Don Alessandro....» Sì, Don Alessandro; c’è una timida familiarità che non può dispiacergli. «Don Alessandro, se è lecito chiamarla così, voglia perdonare ad un giovine italiano, il quale.... il quale....»
Il quale.... «il quale, a voler dir lo vero» incominciava a sentirsi ballar le gambe sotto. Ero giunto allora alla svolta; vedevo davanti a me la piazza Belgioioso, e con la coda dell’occhio destro notavo la sporgenza d’un portone. Con quella tremarella in corpo, non era il caso di voltare a destra, no davvero. Passeggiamo, dissi tra me, facciamo un giro su questa piazza, e vediamo intanto di raccogliere le idee. E feci il giro; andai a collocarmi più lontano che mi venisse fatto dalla casa di Don Alessandro, come per abbracciarla in una occhiata sola; ammirai anche certi fregi di cotto ond’era adornato il prospetto; ma le idee non si raccolsero, si sparpagliarono peggio che mai.
— Che è ciò? — ripresi. — Che paura è la tua? Infine, non vorrà mica mangiarti. Gli dirai che volevi.... che desideravi.... che sentivi il prepotente bisogno di vederlo.... Ah sì, va bene il pensarle, queste cose; ma venuti al caso di dirle.... qui ti voglio. Con che coraggio gli parleresti del tuo desiderio, del tuo prepotente bisogno? Coraggio! si ha un bel dire coraggio! Ah, vile fantaccino! non l’hai tu dunque, il tuo cappotto grigio? il cappotto «del nostro riscatto»? Si va, per Dio santo, si va come in piazza d’armi; uno, due; uno, due; _alt!_ E qui, poi, «Don Alessandro, permetta ad un soldato volontario di venirle a rubare un quarto d’ora...» No, un quarto d’ora; sarebbe un pretender troppo. «.... Di venirle a rubare un minuto». E questo neanche; è troppo poco; pare uno scherzo, e di cattivo genere. In un minuto non si dice nulla; c’è appena il tempo di fare il saluto in due tempi, fronte indietro e via! Diciamo dunque «Di venirle a rubare pochi minuti, per dirle.... Sono un giovane che ha letto.... e meditato.... che nel suo «Adelchi».... Sa? anche il Guerrazzi mi diceva....» Ah sì, non ci mancherebbe altro che citargli il Guerrazzi! per impappinarmi, per mettermi in una via senza uscita. Ma se non gli parlo di questo, di che altro gli parlerò? E se non ho niente da dirgli, perchè ci vado? Per vederlo? per restar là come un villano alla fiera? Infatti, ora che ci penso.... Ma no, perdio, questa è viltà, ed io la travesto male. Gambe mie, facciamo ad intenderci. Volete andare, o ch’io vi piglio a piattonate? Senza sciabola, capisco; ma anche la baionetta può far servizio, perbacco! Animo, via! per fianco destro, e _marche!_ sia poi quel che vuol essere. —
Mi ero mosso, come vedete; e andavo di buon passo incontro al portone. Ahi! proprio allora, nella penombra del corridoio, si affaccia qualcuno. È una donna. Le donne, grazia a Dio, non mi hanno mai fatto paura. Quella, per altro, non ha un aspetto da invitare all’abbordo. Dev’essere la portinaia, o una sua parente, di certo. Si ferma sulla soglia; mi guarda; non c’è più modo di far fronte indietro, nè conversione a destra; vado là come la biscia all’incanto.
— Don Alessandro?... — le dico.
Quell’altra mi sorride. Me l’aspettavo. Da qualche ora, a Milano, non vedevo far altro.
— Cerca Don Alessandro Manzoni? — mi chiede essa, dopo avermi sorriso.
— Sì, per l’appunto, se è in casa....
— Non c’è.
— Ah! — esclamai io, sospirando, o respirando; che negli effetti è tutt’uno. — Ripasserò.
— È inutile; — diss’ella. — Stavo per aggiungerle che non è a Milano; ma in villa, a Brusuglio.
— Ah, già, Brusuglio.... sicuro, Brusuglio.... Dovevo immaginarmelo; — risposi io, che sentivo quel nome per la prima volta. — Grazie, signora.
— Se prende una carrozza, non è mica lontano; — soggiunse ella, più graziosamente che mai.
— Capisco, sì, capisco. Ma ho fretta, pur troppo; fra poche ore si riparte.... per andar più lontano.
— Fino a Venezia! — diss’ella, commentando un mio gesto. — Dio l’assista, Lei e tutti i suoi bravi compagni. —
Così ebbe fine il mio dialogo, sull’uscio di casa Manzoni; e andò a vuoto la mia visita a Don Alessandro. Che peccato! pensavo, allontanandomi da piazza Belgioioso. Me n’andrò da Milano senza aver visto il Manzoni! Che idea di andare a Brusuglio! in questi giorni di festa per la sua città liberata! Se c’era, mi accoglieva bene, di sicuro, a braccia aperte. Ed io gli avrei detto.... Ah sì, lo sappiamo, quel che gli avresti detto, impostore. Confessa piuttosto che ti pare d’averla scampata bella. Se proprio hai tanta pena come dici, perchè non prendi una vettura di piazza, e non ti fai condurre a Brusuglio? Animo, via, coraggioso! —
Preferii di restare a Milano, quel giorno; e la mattina seguente ero in cammino con gli altri miei bravi compagni, per Gorgonzola, Treviglio, Coccaglio, Brescia, Lonato, correndo sulle orme di quel benedetto reggimento che andavamo ad ingrossare col nostro drappello, e non raggiungendolo che sotto il ponte di Desenzano. Io pensavo di tanto in tanto a Milano, e alla visita che avevo fatta ad Alessandro Manzoni. Ebbene, che c’è da ridere? Ciò che non si è fatto una volta, si farà un’altra. Non è colpa mia, se il grand’uomo era fuor di Milano. Andrò a cercarlo poi, quando ritornerò se gli _stutzen_ mi avranno risparmiata la pelle. Me la risparmiarono infatti, e la visita a Don Alessandro tornò all’ordine del giorno, dopo quel frettoloso armistizio che seguì la vittoria di Solferino e l’investimento di Peschiera. Triste giornata, quell’otto di luglio, in cui vedemmo andare avanti e indietro tra i gelsi e il grano turco i fazzoletti bianchi dei parlamentarii, e dopo qualche ora fu annunziata la tregua! Ricordo che nella mattina era piovuto, e che verso il mezzogiorno un grande arcobaleno si era disegnato sulle nostre teste, proprio nel mezzo del Quadrilatero; il quale spettacolo meteorologico, in tanta analogia col fatto politico, ispirò ad un mio intimo amico questi versi, scritti lì per lì su quel medesimo tamburo che gli serviva di scrittoio per mandare le espansioni dei commilitoni illetterati alle Dulcinèe di Fossano, di Saluzzo e di Cuneo:
Su questi campi, che toccò di breve Argenteo spruzzo un nembo mattutino, Già del seguace arcobalen risplende La settemplice zona. Iddio la stese Simbol di pace sulla via de’ cieli; Onde, al suo comparir, l’orrida torma Delle nubi si frange, e per la china Del lontano orizzonte in fuga è volta, Siccome oste cui l’urto onnipossente Di non previso assalitor percosse. Ma non ride il colono, innanzi a questa Pace degli elementi. Ei le contrite Sotto la vampa dell’assiduo sole Aride glebe doloroso guata, Poi, volgendosi al cielo, ove il dipinge De’ suoi sette color di luce un raggio, Con un lungo sospir, «troppo» gli dice, «Troppo ratto venisti, arcobaleno!...»
Scorati, avviliti dalla pace di Villafranca, ripassammo il Mincio. Io, dopo una fermata di qualche settimana a Brescia, ebbi modo di ritornarmene a casa in licenza. E ripassai da Milano. Ahimè! la città era piena di vita; ma niente fiori, per noi, niente corone, niente applausi, niente sorrisi. Sempre ben veduti e festeggiati i nostri compagni dai pantaloni rossi; lo meritavano del resto, e pel valore e per la grazia ond’erano esemplari; ma noi, poveracci, neanche ci guardavano; ci sembrava d’esser tollerati, come i cani in chiesa. Certo, non eravamo belli a vedere; ma più ancora che cani, dovevamo parere un po’ orsi. Ah, bene! pensai. Andrò a rifarmi la bocca con una visita a Don Alessandro. M’avevano detto che era a Milano; quattro salti, adunque, e capitavo in piazza Belgioioso. L’autore dell’«Adelchi», seguitavo a pensare, mi accoglierà con affetto paterno, egli che mostrò di non amare nè i Longobardi nè i Franchi. Andiamo, sarà una festa dell’animo. Di che temere? Non valgo oggi più di due mesi fa, quando non avevo ancora ricevuto il battesimo del fuoco?
Il ragionamento filava dritto, come le mie gambe fino alla piazza Belgioioso. Ma laggiù mi fermai; un altro intoppo mi trattenne. Un mese prima, di là dal Mincio, il furiere mi aveva mandato a comperare una misura d’olio a Lazise. L’orciuolo era guasto; ne trapelava il liquido da un piccolo buco, e m’ero fatto, senza avvedermene, una bella macchia d’olio sulla falda del cappotto. Me ne avvidi dopo l’armistizio, alla prima rivista; o, per dire più esattamente la cosa, me ne aveva fatto avvedere con una ramanzina il tenente Parodi. Avevo lavata la falda contaminata, nell’acqua del Mincio, ma invano; quantunque ci logorassi un pezzo di sapone, la macchia traditora era comparsa da capo. Non ci avevo fatto attenzione in campagna: me n’ero dato pensiero a Milano; in piazza Belgioioso me n’ero spaventato senz’altro. Potevo io presentarmi così infrittellato ad Alessandro Manzoni? No, niente visita, e fronte indietro da capo.
Cinque anni dopo tornai a Milano; e mi additarono il Manzoni per via. Mi balzò il cuore; seguitai un tratto quel vecchio un po’ curvo, che andava a passettini svelti lungo la corsìa del Giardino; ma non osai passargli avanti e dargli noia con una impertinente guardata in faccia. Così restai, senza averlo veduto altrimenti che per le spalle. Quella volta avevo anche un grave negozio per le mani, e le ore contate: non era tempo da visite.
Più tardi ancora, intorno al ’70, trovandomi ancora a Milano, un amico che bazzicava in casa di Don Alessandro, mi disse:
— È un grand’uomo cortese; vi riceverà benissimo; andateci.
— A che fare? — risposi. — Allora che ne sentivo il desiderio così vivo, ero un soldatino; gli avrei portato, se non altro, un po’ di quella poesia che era in tutti noi, accorsi sotto «la santa vittrice bandiera» da ogni regione d’Italia. Che cosa gli porterei ora? Il diavolo porti me, s’io so «hic et nunc» che cosa potrei portargli, e che gli facesse piacere. No, no, niente visita, e lasciamolo tranquillo nella sua gloria. È una cosa fredda, la gloria; ma non l’ho fatta io. So, dopo tutto, che ce n’è un’altra, più fredda ancora e più uggiosa, la noia: e questa, che sarebbe in poter mio di cagionare alla gente, è sempre in poter mio di risparmiarla a un grand’uomo. —
Così mi trattenni; così restai, poichè voglio dir tutto, a crogiolarmi lì tra i fondacci d’una strana viltà.
Musicista e poeta.
Erano amici, amicissimi; l’uno musicista, e l’altro poeta. L’uno e l’altro lasciarono poco di scritto, sebbene avessero ingegno da far molto, e vena e dottrina più di tanti che so io. Li vinse, li trattenne fra i dolci amplessi e le molli lusinghe la beata pigrizia? o non ebbero i tempi propizi alle meditazioni feconde, ai nobili ardimenti, alle belle volate? Non so, e non voglio cercare. Il primo ebbe discreto nome in gioventù per alcuni pezzi di musica sacra, rimasti sepolti a Genova nella cantorìa di Sant’Ambrogio, e maggior grido in tutta Italia per un valzer cantabile, ristampato più volte. Del secondo si citano tre drammi lirici, ed io rammento una coppia di versi senarii, dodici sillabe in tutto.
Metto insieme i due personaggi, poichè, oltre il fatto dell’essere amici, nella cronaca genovese di venti e trent’anni fa andavano sempre appaiati in qualche grazioso aneddoto, e amavano di farsi a vicenda delle piacevolissime burlette; per esempio il chiapparello dell’invito a pranzo, in cui or l’uno or l’altro cascava, dando materia di riso alle brigate.
Il poeta faceva i suoi pasti all’«Ussero», una vecchia trattoria, oggi sparita, nel vicoletto che dalla piazza delle Vigne mette in via degli Orefici. Sentendone decantar la cucina, il musicista si era lasciato invitare dal poeta; il quale, col pretesto delle porzioni abbondanti, ordinò il suo solito pranzo, per giunta abolendo la minestra, come una inutile risciacquatura di stomaco; e tre pietanze, il dolce e il formaggio spartì fraternamente coll’amico. Questi, che aveva sperato di pranzare «in Apolline», la fece per quel giorno magrissima.
— Che ti pare? — gli disse il poeta, com’ebbero finito. — Non abbiamo assaggiato di più cose, con questo metodo, e non siamo stati benissimo?
— A quel dio! — rispose il musicista, inarcando le ciglia ed allungando le labbra. — Ma se tu fai conto di pigliarmici un’altra volta!... —
Un giorno il musicista invitò a pranzo il poeta. L’appuntamento era per le cinque, sotto l’orologio del teatro Carlo Felice; di quel teatro dove l’uno era professore nella famosa orchestra diretta dal Mariani, dal divino Mariani, e l’altro aveva ufficio di poeta; un ufficio nel quale non faceva niente, e per il quale gli davano altrettanto, coll’aggiunta dell’ingresso in palcoscenico e il diritto di offrir le pasticche al corpo di ballo. Giunto al ritrovo, il poeta trovò il musicista, più che puntuale, che lo stava aspettando. Si fecero quattro passi su e giù; se ne fecero quaranta; se ne fecero quattrocento, davanti al teatro, discorrendo di cento cose; e in questi discorsi, e in questi andirivieni, passò una mezz’ora.
— Capisco; — disse il poeta tra sè. — Per andare a tavola è forse troppo presto, e un po’ d’aria con un po’ di moto aguzzerà l’appetito. —
E passeggiavano sempre; passeggiarono tanto, che l’orologio del teatro suonò le sei. Ma il musicista non se ne diè per inteso: seguitava a passeggiare, a discorrere.
— Aspetti qualcheduno? — gli chiese il poeta.
— Sì, per l’appunto; — rispose quell’altro.
Aspetta, aspetta, suonarono le sei e mezzo. Il poeta non ne poteva più dall’inedia.
— Ma si può sapere chi aspetti? — domandò.
— Vuoi saperlo?
— Se ti piace di dirmelo.... poichè tanto abbiamo da ritrovarci insieme....
— Certo; — rispose il musicista. — È un personaggio senza del quale non si andrà a tavola. Aspetto uno che, com’io ho invitato te, c’inviti a pranzo tutt’e due. —
Ma è tempo che si facciano i nomi. L’accenno al suo valzer, che si canta ancora come aria di bravura dalle prime donne d’antica scuola, vi avrà lasciato indovinare quello del musicista: il maestro Luigi Venzano. Era un omino tutto pelle e ossa, gentile d’aspetto, con un profilo che ricordava quello di Dante, dipinto a fresco da Giotto, in Firenze, nella cappella del Podestà. S’intende che bisognava tener conto degli anni, e dei danni che essi arrecano alle facce dei miseri mortali. I capelli erano pochi, neri, lucidi, ravviati in due cernecchi che venivano innanzi a carezzare i rosei pomelli delle guance: due baffettini neri neri, ma radi radi, gli ombreggiavano appena il labbro superiore. Luigi Venzano odiava i peli bianchi, e siccome odiava parimente le tinture, usava alla sua eterna giovinezza il cortese artifizio di strappare i peli bianchi via via che apparivano. Per tal modo i baffettini si andavano facendo più scarsi. Non era alto di statura, e aveva leggermente voltate ad arco le gambe, su cui camminava alquanto piegato nella vita. Abuso di violoncello, diceva lui. Infatti, era professore di violoncello al civico Istituto di Musica, e suonava magistralmente il suo patetico istrumento, così nell’orchestra del Carlo Felice come nella cantorìa di Sant’Ambrogio, avendo fama per la sua bella cavata, quanta ne aveva per il suo valzer cantabile.
Ben voluto da tutti, era ricercato nella miglior società, dove portava la sua personcina eternamente giovane. Ma nella sua vera gioventù era stato sul punto di prender moglie, essendosi innamorato a buono. La ragazza era bella; il padre, senza, esser ricco, aveva abbastanza del suo per non far nulla e per assegnarle una dote, in attesa del resto che non le sarebbe mancato, essendo figlia unica. Quel babbo non volle saperne di Luigi Venzano, maestrino di musica, già noto per qualche graziosa composizione, ma ancora e più per certe sue scappatelle.
Direttore d’orchestra del Carlo Felice era allora il maestro Serra, che morì ottuagenario poco dopo il 1860. Il maestro Serra, per fortuna, era amico del babbo tiranno.
— Gli parlo io, non dubitare; — disse il vecchio maestro al suo giovane violoncello. — È un brav’uomo, mi vuol bene, mi sentirà; te lo cambio da così a così. —
E faceva l’atto, con la mano, di rivoltare una cosa, come fosse una frittata. Luigi Venzano credette d’impazzir dalla gioia.
Il maestro Serra andò dall’amico quel medesimo giorno, e parlò, fu eloquente nel tesser le lodi del giovane. Sì, buon Dio, qualche ragazzata; ma chi non ne ha fatte, a vent’anni? Del resto, un buon figliuolo, onesto nell’anima, di cuore eccellente; d’ingegno, poi, d’ingegno ne aveva a bizzeffe. Non era ancora abbastanza conosciuto; ma, infine, era un artista nato, aveva buona volontà, si sarebbe fatto un nome e uno stato.
Il vecchio ascoltava; si sentiva scosso; ma voleva arrendersi a modo suo, con l’onore delle armi.
— Sì, tutto bene; — rispose. — Ciò vuol dire che se voi aveste una figliuola, gliela dareste?
— Io! — gridò sconcertato il maestro Serra. — neanche per sogno. —
Così avvenne che Luigi Venzano rimanesse scapolo fino al 21 gennaio 1878, il giorno e l’anno della sua morte.
Gaio, gentile e sempre giovane Venzano, ho già ricordato il tuo valzer cantabile, dedicato «in pectore» ad una gentile artista, Elisa Gassier, che ne fu la prima e valentissima interpetre sulla scena del Carlo Felice. Questo valzer ha avuto una coda, e questa coda non dev’essere perduta per le nuove generazioni. Ma innanzi di parlarne, bisognerà mettere in scena il poeta.
Domenico Bancalari, di Chiavari, dove era nato nel 1808 e dove aveva fatto ottimi studi letterarii, era venuto assai giovane a metter dimora a Genova, seguendo così il vecchio costume di tanti suoi conterranei. Lontani diciotto miglia a levante dalla metropoli, i Chiavaresi si sentono assai più genovesi degli abitanti di Cogoleto, che ne sono distanti assai meno, a ponente. Il fatto morale ha la sua ragione storica evidentissima nella stessa fondazione di Chiavari per opera della Repubblica Genovese; laonde la vita di Chiavari, dal 1167 in poi, s’intreccia talmente con quella di Genova che noi vediamo nel corso di sette secoli intere famiglie tramutarsi dall’una all’altra città, andando e venendo, a guisa di spole: in mano al tessitore divino, bisognerebbe soggiungere, per far la metafora compiuta.