Sorrisi di gioventù

Part 12

Chapter 123,652 wordsPublic domain

— Come l’ha separata evidentemente il Poeta. I copisti, come ella m’insegna, volevano far capire molta roba in un piccolo spazio. Così tutte le parole si trovavano sempre l’una all’altra accostate, come se tutte le undici sillabe del verso facessero un corpo solo. Il giorno che si cominciò a divider parola da parola, ne accaddero di belle e di brutte, secondo il senno e la scioccheria degli interpetri, separando dove andava unito, lasciando unito dove andava separato. Così nacque la lezione errata del «diversi» che dalla prima stampa della «Divina Commedia» passò facilmente, come passa l’errore, in tutte le stampe seguenti.

— Ma il Poeta ha soggiunto: «d’ogni costume».

— Appunto, d’ogni costume, cioè a dire di versi d’ogni stile, d’ogni maniera, d’ogni forma, d’ogni misura. Si vede di qui che i Genovesi facevano come i Provenzali, dei versi lunghi e dei corti, a rime baciate, alternate, intrecciate, incatenate e via discorrendo. Chi sa? avranno anche usato dei metri nuovi, di cui si fecero poi belli tanti altri poeti.

Ma Dante ha detto ancora: «e pien d’ogni magagna».

— Ed ecco il suo torto; gelosia di mestiere. E non importa che ne scapiti la memoria del Divino Poeta, la verità prima di tutto, anche prima di Dante. Ora la verità è questa, che se i Genovesi facevano versi d’ogni costume, cioè d’ogni forma e d’ogni metro, non si può asserir senza prova che li facessero «pien d’ogni magagna» cioè duri e fallati. Ne avran fatto dei buoni e dei cattivi, Dio misericordioso, come a tutti succede. Chi fa falla, e chi non fa sfarfalla. —

V.

Il professor Rauchen era rimasto un’altra volta pensoso. Ma egli non fece più una lezione. Solamente, tra il formaggio e le frutte, chinando la testa verso di me, mi disse all’orecchio:

— Lo credete onesto?

— Eh, — risposi, — lo vedremo al conto.

— Dico..... incapace di dire una cosa per un’altra.

— Crediamolo pure. Ma perchè questa domanda?

— Perchè, — rispose il dotto uomo, — se non ci avesse detto di essere stato bocciato alla licenza liceale nella prova di matematica, ci sarebbe da credere che fosse stato bocciato per la interpretazione Dantesca.

— _Folk-lore_, caro ed illustre signor Rauchen, — gli risposi, — _Folk-lore_ e nient’altro. Forse quel suo amico d’Eidelberg, di cui non ricordo più il nome, ne sarebbe soddisfatto. Lasci che il popolo rida; ordinariamente è indizio di buon umore. Il torto, veda, è dei popoli come degli individui che non sanno ridere. E noi siamo d’una gente che ha dato alla patria letteratura un gran poeta. Gabriello Chiabrera. Il quale rideva volentieri, specialmente a tavola; e quando gli capitava qualche contrarietà, soleva dire a mo’ di commento: «non per questo tralascerò di ber fresco». Ma senta, professore; vuol che domandiamo qualche altra cosa al Rettorica? È un uomo che la sa lunga.

— Fate pure, mio caro amico; — mormorò rassegnato l’archeologo.

— Ebbene, o Rettorica, — diss’io, alzando la voce, — come spieghereste voi l’epigrafe trovata nella chiesetta dei Santi Nazario e Celso?: «locus Deis Manibus consacratus»?

— Mi par latino chiarissimo; — rispose l’oste letterato. — Il luogo era consacrato «Deis Manibus» perchè i «Deis Pedibus» ci si sarebbero trovati maluccio, e bisognava badar bene dove si mettessero; specie negli ultimi tempi, che il luogo restò in abbandono.

— Rettorica! Vi paion discorsi?...

— Eh sì; che cosa credono ch’io volessi dire? Luogo abbandonato; pavimento distrutto; una buca tanto fatta, donde c’era pericolo di scivolare alla spiaggia. Diciamo anzi che ci fosse da raccomandarsi «Manibus et Pedibus».

— Ah, — si gridò, respirando.

Hoa-tsien-ki.

I.

I cinesi nelle loro maravigliose scoperte....

A proposito, che cosa non hanno scoperto i Cinesi? Tralasciando le minuzie di cui sogliono lodarsi i tempi progressivamente mediocri, e solo parlando delle cose più importanti secondo i moderni criterii europei, la stampa, la polvere da cannone, la bussola, son tutte invenzioni cinesi. Su questo tema, oramai, la dotta Europa è tutta quanta d’accordo; e il senso commendevole di modestia con cui essa ha riconosciuto di non avere inventato niente, neanche la carta moneta, la renderà simpatica alle future generazioni.

Ma l’Europa, nel suo impeto di sincerità, non ha voluto o saputo dir tutto. Essa non ha detto per esempio, che i Cinesi, dopo avere scoperte tante cose mirabili, le hanno prudentemente ricoperte, assai prima che a noi venisse in mente di scoprirle da capo. «Questo non è buono!» debbono aver sentenziato parecchie volte nel corso dei secoli i concittadini di Confucio; e in virtù di questa sentenza hanno accortamente seppellito tutto ciò che poteva bensì parer nuovo ai curiosi, ma che non si dimostrava egualmente utile alla educazione del popolo e alla prosperità dell’impero.

Vedete infatti la polvere da cannone. L’avevano scoperta, a quanto sembra, fin da mille anni avanti Cristo; ma non se ne sono serviti nè allora, nè poi. Per difendere l’impero sulla terra e sul mare hanno preferito di far dipingere dei draghi, delle chimere, dei mostri fantasticamente terribili sui merli della Grande Muraglia e sul capo di banda delle loro navi da guerra. Così facendo, ricordarono evidentemente la bella massima di Fo-kien, uno dei loro filosofi più insigni: «Vuoi tu far male al nemico, quando è bastante il fargli paura?» Fedeli a questo concetto, i Cinesi hanno cercato di far paura al nemico, e per parecchie migliaia d’anni non hanno avuto ragione di pentirsene. Del resto, salvo qualche piccolo incidente transitorio, l’impero di mezzo è vivo ancora. Un po’ male in gambe, Dio buono! Ma vorrei veder voi, con una fede di nascita antica come la sua! E ci voleva un vicino, un concorrente in porcellane, per fargli il gambetto, esponendo alle difese interessate e alle curiosità insalubri dell’Europa civile.

Dite lo stesso della bussola. I Cinesi la conobbero e non la usarono, viva la faccia loro. Perchè allontanarsi dai porti e dalle spiagge del felice Ciung-ko? Che necessità di vedere altri lidi? Tutto il mondo è paese. Ma nessun paese vale il Tin-scian (traducete Celeste Impero) dove gli alberi dànno fiori senza foglie, dove le donne hanno gli occhi tagliati a mandorla, e dove la bevanda del tè basta a conciliare un buon scorno, senza mestieri di libri, di giornali, di discorsi parlamentari e di tornate accademiche.

Così la stampa; eccellente per imprimere sulle stoffe dei graziosi disegni bizzarramente intrecciati, che piacciono all’occhio con la loro novità e lo riposano con la regolarità delle loro ripetizioni: ma fermi li, e niente riproduzione del pensiero. Che bisogno c’è di fissare l’idea in una forma, che può di volta in volta migliorarsi? A che pro’ rendere comuni le sentenze dei dotti? Quanto più saranno esse comuni, tanto minore sarà il numero dei veri sapienti, perchè il fiotto della mediocrità affogherà tutti i più nobili ingegni.

I Cinesi, chi non lo sa? hanno scoperto anche i biglietti di visita. Ma sia soggiunto, ad onor loro, che sono stati anche i primi ad abolirli.

La cosa merita d’essere raccontata; e si può farlo facilmente ora, che il dottissimo professore Tiglat-Pileser, della università di Tubinga, ha data all’Europa la sua bella traduzione dall’«Hoa-tsien-ki», pubblicata lo scorso anno a Lipsia, coi tipi della Sterndeuter. L’«Hoa-tsien-ki» (in italiano: Storia della Carta a fiori d’oro) fu scritto in un tempo abbastanza recente, nel secolo XVII, poco dopo il rovesciamento dell’ultima dinastia dei Ming; ma sembra riferirsi ad un dettato anteriore di Pan-hoei-pan, sorella dello storico Pan-ku, vivente sotto Ho-ti, verso la fine del primo secolo dell’Era non a torto chiamata volgare.

II.

Chiunque ne sia stato l’autore, la storia risale al 213 innanzi Cristo, epoca memorabile nei fasti della letteratura cinese per la strana persecuzione dell’Imperatore Khi-hoang-ti contro i letterati del suo regno, avendone egli fatti sotterrar vivi quattrocento e sessanta. Si era creduto, fino a questi ultimi tempi, sulla fede del «San-ci-Hung-Kian» (specchio universale ad uso dei governanti), che l’Imperatore Khi-hoang-ti si fosse lasciato trascorrere a quella giustizia sommaria, per la ostinazione con cui i letterati dell’impero volevano salvar dalle fiamme i libri da lui condannati al fuoco nel maggior numero possibile, affinchè mancassero ai suoi avversarii politici le fonti a cui attingere gli argomenti per combattere le sue riforme. Ma il professore Tiglat-Pileser ha messo in chiaro che nessuna riforma essenziale era stata fatta da Khi-hoang-ti, e che lo «Specchio universale», opera di Ze-makuang, un abborracciatore del secolo XI, non meritava nessuna fede, altro non essendo che un corso frettoloso e sommario di storia, per un periodo di 1362 anni, compilato con poco soccorso di documenti autentici e senza alcun lume di critica; laddove la «Storia della carta a fiori d’oro», offre una spiegazione assai più ragionevole della giustizia sommaria di Khi-hoang-ti; e il riferirsi ch’ella fa ad un’opera di Pan-hoei-pan, quantunque ai dì nostri perduta, gli conferisce un’autorità senza pari.

Narra adunque la «Storia della carta a fiori d’oro» che l’Imperatore Khi-hoang-ti fosse innamoratissimo dell’Imperatrice Khia-fu-ssè. La bella donna (il cui nome, secondo alcuni interpetri par che significhi «Vita sul verde» e secondo altri «Maraviglia del secolo») era oppressa, ad onta di questo grande amore del suo imperial consorte, da una profonda malinconia, e niente poteva distrarnela. I bonzi, invitati a pubbliche supplicazioni per la salute della eccelsa Khia-fu-ssè, altro non facevano da un anno che ardere carta dorata, nei plenilunii e nei novilunii, all’altare della Luna, detto «Yue-tan», e a quello del Sole, detto «Ge-tan», senza pregiudizio dei grandi olocausti di buoi, maiali, pecore e capre, nel massimo tempio del «Tien-tan», o Eminenza del cielo, e nell’altro del «Ti-tan», o Eminenza della terra. Ma niente facevano i sacrifizi, o non se ne vedeva ancora un costrutto. I medici, a lor volta, chiamati a consulto, non osando parlare di cambiamenti d’aria, interdetti dal cerimoniale di corte, avevano sentenziato: per guarire l’imperatrice, bisogna tenerla allegra, bisogna divertirla ad ogni costo.

Il consiglio era savio; ma in che modo metterlo in pratica? Concerti di tam-tam, passeggiate dal palazzo della Luna a quello del Sole, pranzi solenni a cui partecipavano tutti i grandi dell’impero, si era provato ogni cosa. Finalmente un editto imperiale, apparso nella «Gazzetta di Sciunt-hyen-fu» (leggete Pekino) invitò i sudditi meglio forniti di studi e di fantasia ad escogitare qualche divertimento che valesse a dissipare la profonda malinconia della Figlia del cielo.

Piovvero le proposte; ma parve più bella, più nuova, più utile fra tutte, quella di un giovane mandarino della provincia di Scian-tung, che tutti coloro i quali avevano uso di scrittura mandassero in segno di augurio i lor nomi alla imperatrice; la quale avrebbe, a questa prova di devozione, noverati i suoi sudditi, e in pari tempo avrebbe passate le ore della giornata osservando la varietà dei caratteri.

Così, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’editto, incominciarono a giungere nel palazzo della Luna piena, dove alloggiava l’imperatrice, i quadratini di carta d’ogni genere, coi nomi dei mandarini d’ogni grado e dei cittadini d’ogni classe, pennelleggiati di nero e di rosso, con bei svolazzi d’oro all’intorno.

Khia-fu-ssè gradì molto l’omaggio, s’interessò alla lettura dei nomi, ammirò la bellezza dei caratteri e degli ornati, e incominciò a riacquistare il suo bel colore di zafferano. Tutti i giorni, sulle coltri di seta del letto imperiale erano monti di cartoncini. Che farne, dopo averli osservati? Khia-fu-ssè era donna di altissimo ingegno, e non istette molto ad immaginare che con l’aiuto d’un po’ di gomma e di qualche limbello di carta velina si sarebbe potuto foggiare con quei quadratini dei piccoli scrigni, scatole, ed altri gingilli di salotto.

III.

Ma i cartoncini crescevano; mensole, scaffali e cantoniere, tutto era ingombro di quei ninnoli graziosi. Khia-fu-ssè fu costretta a pensare dell’altro. La eccelsa donna inventò allora i paraventi di biglietti di visita: una vera trovata, che fece andare in visibilio tutta la corte e crescere nel cuore di Khi-hoang-ti la venerazione e l’affetto per la sua divina compagna.

E i cartoncini crescevano, crescevano ancora, crescevano a migliaia ogni giorno; sicchè in breve spazio di tempo tutto il palazzo della Luna piena altro non fu che un laberinto di paraventi. Commossa, maravigliata, ma non ancora confusa, la bella Khia-fu-ssè smise di fax paraventi, e pensò di tappezzar le pareti. N’ebbero le sale, n’ebbero i corridoi, n’ebbero le scale, n’ebbero i porticati. Ma continuavano a venire i biglietti di visita: venivano a sporte, a sacca, a carrettate, d’ora in ora, quante erano le distribuzioni quotidiane delle poste imperiali. Non c’era più modo di collocarli al coperto: se ne fecero mucchi nei cortili del Palazzo. Per fortuna, la stagione piovosa non era ancora incominciata: altrimenti quelle montagne di carta si sarebbero convertite in poltiglia.

L’imperatore guardava, e batteva le labbra. Ma di tanto in tanto esciva in esclamazioni, suggerite da quel continuo rovesciarsi di cartoncini e di augurii. «Il troppo stroppia» diceva egli, sospirando; «s’intende acqua e non tempesta». Queste ed altrettali massime, ugualmente profonde, uscivano dalle labbra del Figlio del cielo.

Nè solamente sul palazzo imperiale si rovesciava tutta quella grazia di Dio. La moda della carta a fiori d’oro inondava d’ogni parte la capitale e le provincie tutte dell’impero. Tutti mandavano, tutti si ricambiavano il saluto del nome e l’augurio del cartoncino, con grande soddisfazione dei mercanti di carta e della nobilissima classe dei letterati, industri e solleciti pennelleggiatori dei nomi.

Ma un giorno capitò a palazzo il gran maestro delle poste imperiali.

— Figlio del cielo, — diss’egli a Khi-hoang-ti, dopo le genuflessioni di rito, — i tuoi cinquantamila ufficiali di posta non bastano più a tanta fatica. Una strana manìa ha colto i tuoi sudditi. Essi mandano biglietti di visita, a centinaia di migliaia, in tutte le direzioni. Sono vere montagne di carta che bisogna far viaggiare. I mezzi di trasporto non sono sufficienti, e quelli che abbiamo non reggono più. Ieri due giunche, cariche di cartoncini, si sono affondate nel fiume giallo. Cinque carri di bambù sono andati in pezzi, sotto il gran peso, ed ingombrano coi loro frantumi la strada. —

IV.

Il Figlio del cielo chiamò i suoi ministri a consiglio. Erano costernati. Anch’essi avevano le case piene zeppe di biglietti di visita. E il guaio più grave era questo, che, non essendo essi della famiglia imperiale, erano costretti a ricambiare la cortesia a tante migliaia e centinaia di migliaia. Nè più potevano bastare all’ufficio gl’impiegati in pianta, nè i centomila straordinarii addetti ad ogni ministero. Peggio ancora, non era sempre possibile ricambiare il cartoncino, non essendo chiaro nel timbro postale il nome del paese donde veniva l’augurio.

L’imperatore ascoltò, poi diede fuori un editto:

«Ben presto il filugello, onore della nostra dinastia, non basterà più a dar cascami, nè il bambù a dar fiori, quanto basti alla fabbricazione della carta. Similmente, non daranno tanto midollo le piante dell’ho-hiang e del kang-sung, nè tanta corteccia l’arbusto sciuhia-tsaoko, nè tanto succo lo zenzero, quanto basti alla distillazione dell’inchiostro. Popolo avvisato, mezzo salvato. D’ordine dell’imperatore si smetta l’usanza dei biglietti di visita.»

Un grido d’angoscia si levò da tutte le quindici provincie dell’Impero di mezzo.

— Figlio del cielo, — gridarono i mercanti di carta, — tu rovini con un editto la più fiorente tra le industrie cinesi. —

Ma l’imperatore non diè retta alle lagnanze dei mercanti di carta. Khi-hoang-ti pensava al bene del popolo, e non isfuggiva alla sua perspicacia che la salute del popolo è legge suprema di un impero ben costituito. Del resto, una industria nata il giorno innanzi poteva morire il giorno dopo, senza troppo grave nocumento alle turbe.

Allora si mossero i letterati, cioè a dire tutti coloro che vivevano pennelleggiando i caratteri. Costoro, mal consigliati, si avvisarono di congiurare per il rovesciamento della dinastia degli Han. Egli fu allora, che Khi-hoang-ti, pronto come la folgore, aggravò la sua mano imperiale sulla classe ribelle. E tanto per cominciare, ne fece seppellir vivi quattrocento sessanta, sotto i mucchi di cartoncini che essi avevano pennelleggiati.

V.

Si dubitò per un tratto nel celeste impero che la razza dei letterati fosse sul punto di spegnersi. Ma non ne fu nulla: i letterati hanno l’anima dura, molto più dei bottoni. Del resto, sono essi la gloria degli imperi; l’Eminenza del cielo, Tien-tan, si accorda con l’Eminenza della terra, Ti-tan, per non lasciarne sparire la semenza.

Altri ha voluto (e se n’ha traccia nel «Pe-kuei-zi», ossia Tavoletta di diaspro giallo), che la giustizia sommaria di Khi-hoang-ti mirasse a colpire un ignoto, il quale aveva osato di scrivere in un biglietto di visita una dichiarazione d’amore, in versi, alla consorte del Figlio del cielo: delitto punito colla morte, come ogni altro di lesa maestà. Ma la cosa non ha ombra di probabilità. Se pure la dichiarazione d’amore fosse stata scritta da un letterato imprudente, come avrebbe potuto esser veduta e letta, fra cento cinquanta milioni di biglietti di visita, andati a far muro e spalto intorno ai palazzi imperiali?

È opinione generale che con quella giustizia sommaria l’Imperatore Khi-hoang-ti abbia preservato da un grande flagello il suo popolo. E la Storia della carta a fiori d’oro molto opportunamente cita a questo proposito gli armoniosissimi versi di Kon-fu-tse:

Hiven pien-King tan pi-tsciang Si siu-ki hao-Khiou-cinang;

il che, tradotto in italiano, significa:

«Lo stolto aperse il pozzo delle amarezze; Iddio sapiente si è affrettato a richiuderlo».

Ahimè, solamente in Cina!

Caso d’influenza.

— È uno dei soliti; — conchiuse il dottore, dopo avermi sommariamente osservato, esaminato, ascoltato, tastato e tamburato qua e là per tutto il torace. — Ed ora, tanto per cominciare, antipirina.

— Dottore, — osai domandare, — crede lei all’antipirina?

— Eh, così così, come bisogna oramai credere a tutto, mentre non c’è più niente di sicuro nel mondo. Ma non dubiti, caro amico, vorrà anche il giro del chinino.

— Ah, delizioso, il chinino! — esclamai. — Con quello, almeno, si sa dove si casca. —

Per conto mio non ne sapevo nulla. Non avevo mai provato febbrifughi, non avendo avuto mai febbre.

Dicevo così, per dire; volevo far l’uomo ancor io, adattandomi di buon animo al mio nuovo mestiere d’ammalato. Incominciavo bene, del resto; con un caso dei soliti. Eh, lo avevo ben capito io, che era dei soliti! Da due giorni ne portavo il sospetto, anzi più che il sospetto in corpo. La mattina dell’Avvento, uscendo di casa, e proprio sul punto di mettere il piede sulla soglia del portone, una cosettina da nulla, ma fredda, sottile come la punta di un ago, si era mossa dai portici dell’Accademia, venendo diritta diritta a colpirmi in bocca, sebbene tenessi chiuse le labbra, e scendendo giù giù fino alla laringe.

A tutta prima avevo detto: ci siamo! Poi me n’ero dimenticato; tanto che l’umor nero ond’ero stato preso quel giorno, e più il giorno seguente, che fu quello di Natale, io non dubitai di attribuirlo alle strenne, vecchia lebbra delle razze indo-germaniche, a cui non si è ritrovato ancora un rimedio. Ma la sera del 26, mentre cercavo d’ingannare con qualche sana lettura una vaga inquietudine interna, ecco un tremito improvviso delle membra, un batter di denti, un sussultare di tutte le articolazioni; e bisognò correre a letto, urtando di qua e di là, battendo delle ginocchia a tutti gli ostacoli, rabbrividendo, traballando, stracciando lì per lì quel che non si poteva sbottonare. E subito roba addosso, coperte, scialli, guanciali, con acqua calda ai piedi, a mala pena fu possibile averla.

Era un caso dei soliti, e domandò a gran furia il solito insaccamento dell’antipirina. Maledetta! debbo io lodarmene? Certo, se per mio bene o per mio male non so, il primo ufficio suo fu quello di abbattermi; e il secondo fu quello di scindere la mia unità in due persone, una delle quali vedeva nell’altra, e non aveva ragione di esserne contenta. Il midollo del mio cervello era così disgregato, e i suoi grumi così rappigliati, rassodati e sonori, che mi parevano manciate di pallini da caccia, saltellanti e risonanti sulla pelle tesa di un tamburo. Povero cervello, ridotto in gragnuola! Già io lo avevo sempre pensato, che non fosse da farne gran conto. Dirò di più: non avevo mai avuto una grande opinione del cervello, fisiologicamente parlando. Nei primi anni della mia giovinezza mi piaceva abbastanza fritto; ma poi, quando ebbi veduto nelle scuole di anatomia che per fibra, consistenza e colore non correva quasi divario tra quello del vitello e quello dell’uomo, rinunziai volentieri al cervello. Avrei per analoghe ragioni rinunziato anche alla carne, se i medici non mi avessero assicurato a gara che quella del bue è superiore di gran lunga alla nostra, checchè voglia indurre in contrario la filantropofagia moderna.

Antipirina, antipirina, anche tu sei passata. Mi avevi abbattuto senza guarirmi, senza levarmi la febbre dalle ossa. Sentivo parlare intorno a me di certe linee del termometro, che erano sempre quattro o cinque più del bisogno; e allora mi ficcarono in gola dei bocconi a gran pezza più amari. Quei bocconi furono il viatico e il principio di uno strano viaggio. Per dove? non so; ma ricordo che andavo con una velocità spaventosa, avanti e indietro, a lunghi tratti, come una spola. Quante braccia di tela ho tessuto? Ecco un’altra notizia che mancherà alla statistica del lavoro in Italia. So bene che ad ogni tornata mi toccava di passare per una cruna, e di assottigliarmi maledettamente, per non cozzare contro le pareti di quella fessura metallica.

Il giuoco fu lungo, assai lungo; non ebbe termine se non quando mi fui rassegnato. Ma non cessò altrimenti il viaggio: bensì dalla linea orizzontale che andavo descrivendo con tanta regolarità, passai a descrivere una parabola. Un altro bel gioco, per gli Dei immortali! Ero spinto come da un saltaleone, operante sotto ai miei piedi; spinto in aria a gran forza, e scaraventato verso la costa di una montagna brulla, arsiccia, di colore ferrigno. Quante volte non ho creduto di scavezzarmi il collo, battendo in quelle gibbosità rupestri! Ma no, proprio a fior di terra, combinavo sempre certe buche tondeggianti, profonde, bianche come gole di coccodrilli; c’entravo a tocca e non tocca, e andavo giù giù, per centinaia di metri, fino a tanto il restringersi del foro non mi facesse combaciare le spalle con la parete dell’imbuto. Come si respirasse là dentro non domandate a me, che avevo ben altri pensieri pel capo. Prima di tutto, come uscire di là? Rinunziavo, naturalmente ad ogni tentativo di spingermi indietro, specie dopo aver veduto che ogni movimento di ginocchia o di spalle non faceva altro che mandarmi più addentro.