Part 13
È nell’uomo una virtù maravigliosa di adattamento agli ambienti; ed io mi adattai a star là capofitto nell’imbuto. Ma proprio allora, salì come una effervescenza di vapori dal fondo; una forza repulsiva mi mandò fuori; mi sentii slanciato in aria, e ricollocato pari pari sul mio saltaleone. S’intende che il saltaleone mi risospinse in aria, facendomi descrivere la stessa parabola di prima; donde il rimbalzo alla montagna e il conseguente ingresso nella buca. Di questi giuochi avanti e indietro ne feci tanti, che incominciai a maravigliarmi di me stesso e della mia precisione parabolica. E mai uno scatto di qua o di là; andavo e tornavo ch’era un piacere a sentirmi. Se avessi potuto egualmente vedermi!... Ma ecco, ne feci bassa una, e non combinai più la mia buca. Istintivamente misi avanti le mani, per non ispezzarmi la fronte nel macigno; e così mi salvai da un pericolo, ma per dare in un altro, ugualmente terribile, se non forse di più. Sdrucciolavo per la costa del monte; e la costa scendeva giù ripida, senza offrirmi un appiglio. «Sire Iddio!» aveva potuto dire a’ suoi tempi Carlo d’Angiò «fate che il mio calare sia a petitti passi». Io calavo a sbalzi, a mezzi cerchi, a salti mortali. A un certo punto sentii mancarmi la terra sotto i piedi; con le mani convulse tentai di aggrapparmi a qualche cosa; afferrai un ramo di tamerice, o d’altro arbusto che fosse, restando là, sospeso sull’orlo dell’abisso, mentre sotto di me rumoreggiava cupamente il mare, mandando in alto larghi sprazzi di schiuma. Intanto sotto il mio pugno incominciava a cedere l’arbusto, e sotto il mio fianco si sgretolava il galestro. Che fare? Oh, al diavolo la smania di vivere! apersi le mani, e mi lasciai cadere nel vuoto. Che precipizio fu quello!... E non toccavo mai fondo. Per contro, mi toccava il polso l’amico dottore, chinando la faccia sorridente al mio capezzale:
— Ebbene, come andiamo? — mi diss’egli, tanto per cominciare.
— A grande velocità; — risposi. — Ma come è lungo il morire!
— Che morire! chinino, chinino, chinino, e tutto andrà bene. Siamo già calati di tre linee. —
Ah, quelle linee, come erano lente a decrescere! E quella fuliggine che involgeva tutte le cose, che morte! Manco male di giorno, con la luce imperiosa del sole, coll’andare e il venire delle persone di casa, con tutti i piccoli fatti della giornata domestica, che richiamavano qual più qual meno alle consuetudini della vita quotidiana. Ma di notte, con tante ombre addensate d’ogni parte; con tanti rumori strani, fatti a bella posta, per condurre il raziocinio fuori di strada; senza punti fissi a cui aggrapparmi; e tutta un’altra logica di eventi, con tutta un’altra concatenazione d’idee!...
Tra gli episodi più stravaganti noterò il cane nero. Oh, un bel cane danese, dal pelo corto e lucente, che lasciava scorgere nel loro giusto rilievo le forane tutte dell’animale, la basaltica rigidità dei contorni, le ferree curve dei tendini, il bronzeo risalto dei muscoli. Doveva essere giovanissimo; lo dimostravano tale i suoi zamponi enormi, sproporzionati alla sottigliezza delle gambe; lo dimostrava quel muso, lungo quanto il collo, e quello squarcio di fauci, che nell’aprirsi pareva la bocca di un forno, quando incomincia ad arrossarlo la fiamma: lo dimostrava sopra tutto la smania amorosa del carezzare ad ogni costo. Che carezze, mio Dio! Non parlo di quelle zampe enormi, levate ad ogni tratto per benedirmi, ed anche per cavarmi gli occhi: dirò invece di quelle fauci aperte, che sotto colore di leccarmi la mano, me la ingoiarono in un batter d’occhio, amorosissimamente. «Azor, basta! Fedor, lascia andare!» gridavo io sentendo il solletico. Ma ben presto mi parve che quella brevità di nomi non fosse più in proporzione col crescere dell’animale affettuoso e vorace. «Belfegor, fermo! Almanzor, per tutti i diavoli!... Nabucodonosor!...» Ma sì, a farlo smettere con le buone parole! Seguitava imperterrito a mangiare, l’amorosissimo cane; inghiottiva, inghiottiva gradatamente il radio, l’ulna, il gomito, l’omero, l’articolazione e tutto l’apparato muscolare della spalla.... E perchè poi? Me ne avvidi finalmente: per giungere coi denti alla mia caramella, innocentissima caramella di cristallo, pendente dal suo cordoncino di seta sul petto.
— Ah, figlio d’un cane, e cane tu stesso, perchè non dirlo prima? —
Così dicendo, presi la caramella e la feci ballonzolare in aria, sugli occhi e sul naso di Nabucodonosor; il quale, bontà sua, tralasciò di mangiare, ed io ne approfittai subito per tirar fuori la spalla, l’omero, il radio e tutto il rimanente. La caramella volteggiava sempre sugli occhi dell’animale inuzzolito. «Ah, bene» dicevo intanto fra me, «ecco la mano, ecco le dita, non ci manca più nulla! A te, Almanzor, prendi la caramella; se essa può formare la tua felicità, io son ben lieto di regalartela.» Belfegor non se lo fece dire due volte; abboccò la caramella, e spiccò un salto dalla contentezza. Ma io, con quel braccio mangiucchiato e quella manica sbrodolata, come potevo andare in società! Perchè infatti, non ero mica ammalato. Che! anzi ero in falda, con la cravatta bianca e con un petto fiammante di porcellana, per andare in conversazione dalla marchesa Olgiati; una signora a cui domando perdono di averla citata, se ella esiste davvero. Ero in falda, vi ripeto.... Ma come andare dalla marchesa, con quella manica stazzonata, unta e bavosa? Una buona ripulita, sì, ed anche due colpi di ferro caldo, avrebbero potuto rimetterla in sesto. Ma.... e il polsino della camicia?... E la caramella? la fida caramella, senza la quale, a dieci passi di distanza, non distinguo più una donna da un prete? Mi vedevo già nel salotto della marchesa, impacciato come un pulcino nella stoppa, disposto a vedere in tutte le più vecchie dame la padrona di casa.... ed anche a sentir ridere e bisbigliare dietro i ventagli una dozzina di Aristofani in gonnella. Ah, la mia caramella, amor mio dolce e dei miei caricaturisti! Era laggiù, la mia caramella, anzi lassù, piantata nell’occhiaia destra del cane danese; il quale, per non avermela a restituire, era andato a collocarsi in atteggiamento monumentale sopra una mensola di giallo di Spagna, alta, alta, così alta, che le mie mani non giungevano ad afferrare la lastra.
Omaggio ai tempi e a tutte le gravi cure che portano con sè, non mancò neppure il mio modesto contributo alle feste colombiane. Avevo una melarancia sul comodino, e la guardavo cupidamente con la coda dell’occhio. La melarancia si avvicinò a me, o io a lei? Comunque sia, ci unimmo; ella s’ingrossò in me, io mi raggomitolai in essa, e non fummo a breve andare che una cosa sola. Venne allora un cavalierino e mi prese fra le dita nervose. Che cosa voleva egli fare di me? Appena m’ebbe nel pugno, scavalcò un davanzale, e si mise a passeggiare sopra un trave sporgente fuor della casa. Ma che casa? Eravamo all’ultimo piano d’una torre, che riconobbi benissimo per la Giralda, la gran torre della cattedrale di Siviglia. Povero a me! stavo nel pugno del più matto tra i cavalieri d’Andalusia; di Alonzo d’Ojeda, niente di meno. E andava, il cavaliere, andava con passo misurato e sicuro sul trave sporgente, mostrandomi alle turbe, affollate sulla piazza, cento metri più sotto. «Don Alonzo, per carità, non facciamo sciocchezze! Che stravaganze son queste! Il valore è una bella cosa, ma non s’ha mica da dimostrare in queste prove da mattaccini! Vi prego, don Alonzo mio bello, torniamo indietro, e voglia il cielo che questo trave non sia fracido per tante stagioni di pioggia, nè lavorato da dieci, da venti, da trenta generazioni di tarli. Don Alonzo, per carità!...»
E infatti, il trave incominciava a cantare, a gemere, a scricchiolare sotto i piedi del matto cavaliere. Siam fritti, pensai. E gli occhi mi corsero al basso, e mi parve di vedere i gesti di terrore della folla. Tra tutti, avendomi forse riconosciuto, pareva singolarmente commosso il maestro Antonelli!... Ma che significa ciò? Non sarei io dunque a Siviglia, sulla Giralda? a Bologna, invece, e sulla Garisenda? No, no, è stato uno sbaglio; effetto del non avere la mia caramella all’occhio. Non era il maestro Antonelli; era il conte d’Almaviva, o Esteban Murillo, o Antonio del Rincon, altre mie vecchie conoscenze di Spagna. Ah, ecco, se Dio vuole, don Alonzo d’Ojeda è ritornato indietro; scavalca il davanzale del finestrone; è dentro, oramai, e con atto grazioso getta la sua melarancia in grembo alla regina Isabella di Castiglia, che ammirata, ma anche più esterrefatta, contemplava la scena. Povera signora! Al tonfo della melarancia, che pesava i suoi (anzi miei) ottantasette chilogrammi compiti, ella non mise un grido, bensì diede il suono secco di qualche cosa che si crepi. Povera signora! Vedrete che per le feste colombiane non servirà più neanche lei!
Quanto a me, non avevo più sugo. Rimbalzato dal grembo della virtuosa regina, andavo, andavo ruzzolando giù per le scale della Giralda, cercando.... cercando che cosa? il nesso logico, ahimè, il nesso logico miseramente perduto. Che triste cosa, perdere il nesso logico! E come ritrovarlo? Io l’ho chiesto per cinque giorni, per otto, per dieci, senza ritrovarlo mai, su nessuna lastra di specchio, su nessun filo di rasoio. Il medico dice che è effetto di debolezza. Ma quanto durerà questa debolezza? Eccomi al quattordicesimo giorno delle mie ricerche. Mi pare qualche volta di averlo trovato, e di tenerlo chiuso in una scatoletta di cartone, tra due falde di bambagia.... Povero nesso logico! Purchè Alonzo d’Ojeda non me lo scaraventi in piazza! Purchè Nabucodonosor non me lo abbocchi, come ha abboccata la mia caramella! purchè non mi ruzzoli giù dalla montagna nell’abisso, tra le schiume del mare in tempesta!
Quattordici giorni d’influenza! E non son riuscito ad afferrare un portafoglio. Che razza d’influenza è mai questa, dove non c’è niente da guadagnare e tutto da perdere? Aggiungete che ho perduto per fino.... Ma no, questo va detto con una certa solennità di discorso. Annunziate, vi prego, al ministro del tesoro, ma con garbo, veh! che l’anno 1892 si chiuderà per fatto mio con un disavanzo di L. 576,46. Ed ecco in che modo. Un pacco di dieci sigari Virginia che buttavo regolarmente l’un dopo l’altro, perchè non tiravano, ma che comperavo regolarmente ogni giorno al prezzo di L. 1,20, moltiplicato per tutti i giorni dell’anno, che è bisestile, dà una somma di L. 439,20. Aggiungete ogni due giorni un mezzo ettogrammo di trinciato superiore forte, che mi si polverizzava regolarmente tra le dita e che regolarmente passavo al mio portinaio per tabacco da naso; donde l’annua spesa di L. 137,25. Tirate la somma; avrete un totale di L. 576,45. L’ho guadagnato io, in quattordici giorni d’influenza, avendo smesso di fumare. Ma lo ha perduto l’erario. È questo il mio caso; uno dei soliti, come diceva il dottore. Auguro che sia unico, per la gravità degli effetti.
P. S. — Ed anche è rimasto unico, quasi fiore in deserto, nel corso delle mie consuetudini. L’anno seguente, non so come, forse per isbadataggine, son ricascato a fumare; onde le finanze dello Stato hanno avuto una bella rifioritura. Sia per compenso ai danni che ha recentemente patiti il Municipio genovese, usandomi la cortesia di atterrare la casa dove il mio caso d’influenza s’è svolto. Altri dirà che non per me fu decretata la spesa, ma piuttosto per assestare la piazza De Ferrari, dopo slargata via Giulia. Ciò non toglie che io ne attesti ai padri della patria la mia gratitudine. Trista casa, dove non furon sorrisi! e dove anche cessai d’esser giovine!
COMMIATO.
_I miei Sorrisi potevano essere, ed erano veramente di più. Ma questo avvenne, che appena avevo finito di raccoglierli, una parte ebbe fretta di uscire, foggiata in un volume da sè, per le nozze d’argento del Regno italiano con Roma.[1] Sarebbe stato ora il caso di aggiunger dell’altro, se non avessi pensato che nei libri è gran pregio, in mancanza di meglio, esser brevi, e che nelle relazioni civili non bisogna abusare di nulla, neppur di sorrisi. Infine, se a questi sarà fatto buon viso, chi sa? la materia non manca; e non sarò io certamente che mi lagnerò della vita. Oggi ancora, non sono senza sorrisi gli anni maturi: solo è da dire che il gaio sciame ha mutato luogo; stanchi della città, preferiscon la villa, anzi il folto dei boschi. Si son dati alla macchia, i briganti: castagni, faggi, abeti e querciole sono il fatto loro; e non hanno meno in grazia i pini, i ginepri, i corbezzoli. In fondo, pur che sia verde, la montagna mi piace: ho caro che tra eriche nane, sassi discreti e borraccina a tutto spiano, corra blandamente serpeggiando un’acqua viva e sussurrona; che ci sia quiete per me, poveraccio, e felicità per tutte le bestie, creature del buon Dio al pari di me, se anche, avendo studiato meno, ragionano in forma più grossa; ma tanto più sbrigativa. Son poi felici, le bestie? Su per giù come noi; con giorni buoni, e con giorni cattivi; e, diversamente da noi, si contentan di poco. Chiedetene alle lepri e ai rigogoli: non domanderebbero altro che l’abolizione delle licenze di caccia._
_Assistevo, son pochi giorni passati, all’odissea campestre d’un grosso scarabèo; un lucanus, se le mie cognizioni entomologiche non fallano, qui volgarmente chiamato il diavolo, per certe corna in guisa di tanaglie, che porta gloriosamente in capo, come un cavalier medievale avrebbe portato sull’elmo un trofeo di giostra. Il povero diavolo trascinava a fatica il suo corpo immane, reggendosi male su certe gambucce sottili, che parevano sempre lì lì per andarne scavezzate. Sotto il peso della gran corazza nera piegavano i fili d’erba, cedevano i fuscelli di paglia, si sfondavano le foglie secche, facendolo pencolare or da un lato, or dall’altro, ruzzolare, tombolare ad ogni tanto; ma senza levargli il coraggio, viva la faccia sua, perchè egli, rizzandosi alla meglio, si rimetteva tosto in cammino e tirava di lungo; non girando, ohibò, ma sormontando gli ostacoli, procedendo diritto davanti a sè, lento ma sicuro del fatto suo, come se avesse una meta da raggiungere, e tempo da fame scialo. Dove andasse, non so; forse non lo sapeva neppur lui chiaramente. «Ma è legge» avrà detto, da quel diavolo filosofo che mi pareva; «è legge l’andare, andiamo dunque; cadere, rialzarsi, andar capofitti, risalire, è tutta strada.» Lo seguitai per un’ora, a dir poco; e mi parve una occupazione più seria di tante e tant’altre, nelle quali ho per uso d’impiegare il mio tempo. Fu inutile, soggiungerò, come tante e tant’altre; perchè tutto ad un tratto, senza ch’io ne afferrassi la ragione, il mio diavolo s’impuntò sulle sei zampettine sottili; scosse le rigide falde coriacee del suo soprabito nero; ne trasse fuori, sciorinandole al sole, due paia d’ali membranose e trasparenti, in quella guisa che un buon cittadino all’uscire in istrada schiude solennemente l’ombrello; e via ronzando per l’aria, difilato e leggero, che non pareva più lui._
_Perchè non prima? Si era egli dunque seccato? O si rammentava soltanto allora di aver quegli arnesi in riserva? Forse pensò che dopo tanto terra terra un po’ di cielo agli scarabei fa bene. Anche noi, che pure non abbiamo un paio d’ali sotto le falde, anche noi, dopo esserci impietositi a freddo sulla grande miseria delle forme viventi e dopo aver meditato per uso dei salotti eleganti un dotto volume sull’eterno dolore, leviamo qualche volta lo sguardo al sereno dei cieli, donde il sole amico risplende per tutti, e ci adattiamo a riconoscere che tutto non è tenebre e gelo nel mondo. Bel mondo, se luce, azzurro e verde lo assistano! E la sera, poi, che buon fantasticare si fa, con quella dolce atmosfera turchina, su cui veleggia in così mutevoli aspetti, ma tutti cari, l’argentea luna; mentre dal fondo occhieggiano, palpitando luce d’amore, migliaia e migliaia di stelle, annunzio e promesse delle miriadi che andremo poi con altre ali visitando, per mezzo allo sterminato anello della Via lattea! Sarà un delizioso viaggio, per la conoscenza più intima del fiammante Aldebaran, della nitida Capra, del fulgido Sirio, delle due Orse vaganti, del membruto Orione, non più costretto in caccia malinconica sui prati d’asfodelo. Io mi son già fissato per la mite costellazione d’Andròmeda; non per disegno di arcani corteggiamenti, Dio guardi, ma per assister di là, spettatore dei primi posti, al brulichio luminoso di un altro mondo, che è in fabbricazione da quelle parti. Curiosità, questa, che è ragionevole in sè; com’è ragionevole che tutta quella roba non sia posta a caso, per far piacere a Democrito; com’è ragionevole che noi non siamo nati a caso intelligenti, per vederla di fuga, e non saperne più altro, quasi occhi dischiusi un istante, e poi subito richiusi, annientati nel buio. Sarà, dico, un delizioso viaggio; e il pensarci, e il dispormi, sia pur senza fretta, a prendere il biglietto d’andata senza ritorno, fa sì ch’io non mi guasti il sangue con anticipate querele; mentre non è senza gaudio ripensar qui tutte le cose che ho viste, intese, sentite, e sopra tutto conciliate nell’anima mia, dove si trovano bene._
_Tre cose belle ha il mondo: conoscere, amare, sperare. Sia tutto il resto per il buon peso. Anche la nostra vita, quant’è lunga, può dirsi una gioventù. Sorridiamo_.
FINE.
INDICE.
_Prefazio_ Pag. V Figure femminili 1 Il maestro Segni 21 La prima capannuccia 33 La mia presa di Peschiera 43 Il primo errore 67 Ceppo in famiglia 83 Camene ligustiche 95 Don Alessandro 113 Musicista e poeta 139 L’amico Bastiano 171 Il mio latino 189 All’osteria del Rettorica 203 Hoa-tsien-ki 231 Caso d’influenza 245 _Commiato_ 261
NOTE:
[1] _Con Garibaldi alle porte di Roma_. Milano, Fratelli Treves. L. 4.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.