Sorrisi di gioventù

Part 11

Chapter 113,709 wordsPublic domain

— Ammetto l’ustrina, ma non penso che fosse mai di notevole importanza. Il luogo è troppo lontano dalla città, che, come ora è accertato, nei tempi romani si restringeva al colle di Sarzano, e, se anche ne fosse uscita fuori, per allargarsi intorno alle falde di quello, sarebbe stata sempre separata da questo promontorio per il largo colle di Carignano, per la foce del Bisagno e per la collina di San Vito. Piuttosto, — e qui brillarono gli occhi del sommo archeologo, lampeggiando di sotto agli occhiali d’oro un’idea feconda di svolgimenti ulteriori; — piuttosto sarà stata l’ustrina di un _vicus_, ossia ceppo di case coloniche di un latifondo Albarense. Me lo Lascerebbe sospettare l’uso di villeggiare in queste eminenze, che mi dite essersi tanto diffuso tra il Cinquecento e il Secento. Già intorno al Mille vediamo apparire in documenti la chiesa di San Martino _de Hircis_, lassù a settentrione; mentire qui, a mezzogiorno, pare anche più antica la chiesa dei Santi Nazario e Celso. Di livellarii del Vescovo, sempre intorno al Mille, è prova larghissima su queste colline, nel Registro della Curia genovese, che ho sfogliato ieri per cortese condiscendenza del vostro arcivescovo. Tutti quei livelli erano evidentemente pezzi e bocconi d’un latifondo, caduto in potestà ecclesiastica. Il latifondo suppone il _vicus_ colla sua modesta ma pur sempre notevole agglomerazione di popolo, per cui utilità, quando esso fu convertito al cristianesimo, sorsero le due chiese, riconosciute infatti antichissime, di San Martino de Hircis e dei Santi Nazario e Celso. Quanto al latifondo, dal nome rimasto a questa eminenza sospetterei che appartenesse ad una gente Albia. Rifiuto, osservate, rifiuto l’_Albium_, che è pure ligustico, e che si vede preposto ad _Ingaunium_ e ad _Intemelium_, ma che, se avesse avuto qui lo stesso significato topografico, avrebbe pure avuto la stessa importanza demografica, e Strabone ce ne avrebbe lasciato un cenno, e ne avremmo nella tavola Peutingeriana o nell’Itinerario d’Antonino l’indizio onomastico. Rifiuto egualmente ogni accenno a luogo di delizie, per l’apparente e casuale somiglianza del nome coll’Albana, una delle due piazze di Capua, ov’era il luogo di delizie di Annibale. Spero poi non mi si deriverà Albaro da Albia, città vicina a Nicomedia, siccome abbiamo da Tolomeo. Altro non resta di plausibile, per mia opinione, che un f_undus Albius_, da una gente Albia, fiorente per ricchezze nei primi tempi dell’èra imperiale. Il nome _Albinius_, ed anche _Albidius_, apparisce di famiglie plebee fin dai primi secoli della Repubblica; ed anche _Albinus_, ma questo come cognome della gente Postumia. Solo più tardi vediamo la forma _Albius_, in quel Caio Albio Carinate, che fu dei tribuni del partito consolare ai tempi di Silla, e poi giunse ancora alla dignità di console. —

Questo sacco di dottrina non fu vuotato tutto quanto sul promontorio dei Santi Nazario e Celso, che forse n’avrebbe sofferto la casa, edificata sull’orlo della rupe, col rischio di sdrucciolare nell’acqua. Fu in quella vece distribuito saviamente per tutto quel tratto di sentiero che dal promontorio discende alla piccola spiaggia tra San Nazario e San Vito. Laggiù c’invitava una frasca, insegna d’osteria; dove appunto la vicinanza del mare e lo spettacolo d’una comitiva di pescatori che traevan le reti, ci promettevano a gara la frittura di pesce, su cui avevamo fatto assegnamento.

L’osteria aveva buon aspetto. Non ricordo più come s’intitolasse; e forse non ci ho neanche badato. Ricordo in quella vece che destò la mia attenzione una scritta burlesca, condotta frettolosamente a pennellate di rosso, accanto all’uscio dell’osteria, ad altezza d’uomo, o piuttosto di ragazzo, e certamente di ragazzo impertinente quanto sgrammaticato, poichè ci si leggeva abbastanza chiaro: «cuesta e losteria del retoricha.» Non era da badare all’ortografia più che tanto; piuttosto era da pensare che andasse scritto «della rettorica». Ma sconcordanza non è delitto; e certamente, dacchè l’uomo ha l’uso dello scrivere, se ne son viste di peggio.

II.

Entrammo, accolti con atti di giubilo dall’oste della Rettorica, uomo sulla trentina, atticciato e di buon umore a quel dio. Ordinammo, s’intende, pesce fritto in abbondanza; ed anche, accogliendo una sua sapientissima aggiunta, il pollo alla cacciatora, un piatto obbligato in chiave, che doveva costar la vita a due dei soliti infelici, ignari del fato, saltellanti e beccanti nel solito cortile annesso ad ogni osteria di campagna. Così la nostra colazione aveva doppio sostegno, la pesca e la caccia. E continuammo le nostre ciance erudite, mentre l’oste ci dava in tavola i soliti principii, salame, burro, sèdani, e l’eterna scatoletta di sardelle di Nantes.

— «Nantes.... in oleo»; — ricordo che disse uno della brigata, il quale non aveva aperto bocca.

Forse per questo egli meritò un sorriso probatorio del professore tedesco? Può darsi che lo ottenesse anche in grazia della freddura. Ho notato a questo proposito che i professori tedeschi gradiscono il bisticcio assai più dei professori italiani.

Non tutti si conveniva col Rauchen nella ipotesi d’una _gens Albia_ e d’un f_undus Albius_, parendo a taluni che si dovesse pensare piuttosto ad un _fundus Albarius_, o per conseguenza ad una _gens Albaria_. Ma il Rauchen, pur non avendo forti ragioni di rifiutare il _fundus Albarius_, non ammetteva affatto una _gens Albaria_, di cui non era traccia nella epigrafia latina. A voler conceder molto, si poteva ammettere, secondo lui, che nel corso dell’èra imperiale, e nel tempo che si formavano tanti nuovi nomi senza più seguire le buone norme onomastiche, qualche personaggio d’origine straniera e servile avesse assunto il nome di _Albarius_; ma in questo caso non si poteva parlare di _gens_, cioè di vera e propria famiglia romana. E fosse pure così, od altrimenti; fortuna voleva che si fosse d’accordo sul punto capitale, che la lapide _Deis Manibus_ doveva essere stata trovata sul posto, od essere indizio della ustrina di un _vicus_; parendo la cosa ben dimostrata dal fatto d’un tempio cristiano eretto colà, per santificare, purificandolo, il luogo pagano, secondo l’uso costante dei primi secoli del Cristianesimo.

Eravamo d’accordo, ho detto, parlando di tutti noi della brigata. Ma non era della nostra opinione l’oste degnissimo, che ci aveva servito il pesce, e lasciava alla sua dolce metà l’incarico di ammanirci i due polli in cazzaruola.

— Se mi permettono, — incominciò egli, — vorrei dire la mia.

— In materia archeologica? — domandai io, che gli ero più vicino.

— Perchè no? Anche l’opinione d’un ignorante può stare, se contiene una buona indicazione. E una cosa è certa, signori miei, che sul promontorio d’onde sono venuti, c’era un’osteria tanto fatta.

— Dove ne avete notizia?

— Dai miei vecchi, che l’hanno avuta dai loro, e quelli a lor volta.... mi capisce? Abbiamo dunque una tradizione costante. Del resto, i due santi che son venuti da queste parti a predicare il vangelo, sono stati onorati d’una chiesa nel luogo dove hanno alloggiato. Se ci hanno alloggiato, è segno che c’era un’osteria.

— Il ragionamento non fa una grinza; — risposi. — Ma si racconta ancora che un’altra chiesa fu dedicata ai due santi in città; ed è quella che si chiamò poi delle Grazie.

— Eh via! s’ha da credere che una chiesa dedicata a due santi di quella fatta si sbattezzi con tanta facilità, mentre nessuno ha osato sbattezzare quell’altra, vicina alle Grazie, dei Santi Cosma e Damiano? Chi lo dice, poi, che il fatto sia andato così? Autori tardi e senza ombra di documenti. Aggiunga quest’altro argomento, che mi par decisivo; la chiesa dei Santi Nazario e Celso era qui, sul colle d’Albaro, non mai sbattezzata. E vorrebbe che ad una medesima coppia di santi ne avessero edificate due, come se essi avessero proprio alloggiato in due posti? Or dunque, conchiudo io, quella che ha portato sempre il loro nome è quella che conta, e l’altra è una fiaba. Poi ripeto, c’è la tradizione costante.

— Dell’osteria?

— Sicuro, dell’osteria; che cosa ci trova di strano?

— Una cosa sola, mio caro; che smontassero ad alloggio così distante dalla città, due apostoli che in quella città volevano predicare la fede.

— Ci avranno avute le lor buone ragioni; — rispose l’oste riscaldandosi nella sua tradizione, più che non facesse il professor Rauchen nel suo _vicus_ e nella sua _gens Albia_ — È probabilissimo che amassero il meglio vivere e il meno spendere. Io qui, per esempio, non faccio agli avventori i prezzi della Concordia e del caffè della Stazione Principe; e i miei pesci non sono men freschi per ciò.

— Sfido io! li abbiamo visti trarre alla spiaggia; — replicai. — Vada dunque per la freschezza del pesce; e pei prezzi.... speriamo bene. Ma torniamo all’antica osteria. Se c’è una tradizione costante, come dite, vogliate anche dircene l’intero.

— E con che gusto, signori! Correva l’anno sessantasei della fruttifera incarnazione....

— Ohè! — interruppe uno della brigata, facendo le meraviglie. — Donde ci viene quest’apparecchio solenne? —

L’oste gli diede una guardata non scevra d’orgoglio, e sorrise.

— Signor mio, deve sapere che sono stato alle scuole, ed ho fatto il corso classico. Mi son fatto bocciare, pur troppo, e per causa della matematica, in terza liceale. Se no, creda, non avrei seguitato il mestiere di mio padre.

— E avreste avuto torto; — ripresi io. — Sareste professore di seconda o di terza ginnasiale, a mille quattrocento lire, ma con cento e più di ritenuta; un cento dieci lire al mese, da digiunarci in tre o quattro persone, secondo la prolifica virtù della sposina. Avreste fatto un bel negozio davvero!

— Lei ha ragione da vendere. Ma io volevo dimostrare al signore che se non sono rimasto un dottore, la mia buona infarinatura l’ho avuta.

— E non per andare a farvi friggere; meglio così. Per questo adunque v’hanno scritto accanto all’uscio: «Questa è l’osteria della Rettorica»?

— No, non concordi al femminile; perchè tranne l’ortografia, non c’è niente da correggere. Mi chiamano il Rettorica, forse per la mia parlantina; — disse modestamente l’oste letterato. — Osteria del Rettorica ha voluto scrivere l’anonimo burlone, ed io ho lasciato scritto quello che mi si dice ogni giorno a voce. Io non me l’ho per male. Del resto, chi l’ha per male si scinga, come dicono i puristi.

— Ho ben capito; — conchiuse quello delle maraviglie. — Siamo in casa d’un dottore.

— Ci aggiunga fallito, e avrà detto giusto; — ribattè pronto quell’altro. — Ed ora, se vogliono sapere....

— Sì, per bacco, ne abbiamo una voglia matta. —

L’oste incominciò, anzi diciamo pure ricominciò. Per non avere a tener conto d’altre interruzioni, ripiglio io il filo del suo discorso, che piacque a tutti abbastanza, ma che fu ascoltato con religiosa attenzione dal nostro dotto Alemanno.

III.

Reca adunque la «tradizione costante» che i due santi uomini Nazario e Celso venendo per l’Aurelia nuova in Liguria, nell’anno 66 dell’èra volgare, col savio e misericordioso intendimento di annunziare la buona novella al popolo Genoate, smontassero ad alloggio sul colle d’Albaro. Non volevano entrare così alla svelta in città sconosciuta, di cui sapevano solamente che aveva nome Genoa, che era municipio, che godeva diritto quiritario, che era ascritta alla tribù Galeria, una delle più antiche di Roma, e che i suoi cittadini votavano per l’appunto con quella tribù, quante volte si ritrovassero in Roma. E così, come in paese nuovo il prudente generale lascia sempre tra sè ed il nemico l’eminenza di un monte, o il corso di un fiume, per aver tempo ed agio ad esplorare tutto intorno il terreno, i due santi predicatori vollero rimanere un giorno e una notte sulla sinistra del Bisagno, o «Bisamnis», detto altresì Feritore, forse perchè terribilissimo fiume, che di solito sdegnando servirsi dell’acqua, dà fieramente nel mare coi sassi.

Le intenzioni dei due apostoli erano chiare, e giudiziose del pari. Bisognava informarsi, prender lingua dei fatti e dei costumi di Genoa; sapere ad esempio se già ci fossero altri predicatori, nel qual caso non ci sarebbero entrati loro, non volendo fare un ridosso a nessuno; conoscere se là dentro avessero già fumo della nuova dottrina, di guisa che l’autorità stèsse all’erta e volesse chiuder le porte in faccia ai nuovi venuti. Per questo, e per tutto l’altro che via via potesse parere opportuno, era da interrogar con destrezza la gente del contado, più semplice, naturalmente, e più maneggevole. Insomnia, quando si è detto prender lingua, si è detto tutto, e non occorre più altro.

Per fortuna giungevano i primi: di una nuova religione non si sapeva ancor nulla: i Genoati facevano i fatti loro, comprando e vendendo, caricando e scaricando, armando navi e mandandole attorno sul pelago, che con questo nome si chiamava allora il mar di Liguria. I nostri santi uomini sapevano quel che occorreva lì per lì, a incominciare il loro apostolato; perciò la mattina vegnente presero i loro bordoni in mano e la via tra le gambe: nell’ora buona erano in Genoa, e capitavano sulla piazza de’ Banchi; il luogo per l’appunto più frequentato della città, il suo centro d’affari, donde s’irradiava la vita economica e intellettuale a tutti i punti della periferia genovese. E là, subito, dall’alto d’una gradinata, incominciarono a predicare, il secondo sottentrando al primo, il primo ancora al secondo, quando il compagno era stanco.

In qualche ritaglio di tempo, concesso dai fati benigni alla classe industriosa dei nostri mercanti, si affollavano molti ad ascoltare quei due forestieri. I quali parlavano di tante cose, nuovissime senza dubbio e bellissime, ma di nessuna utilità immediata, pur troppo. Onde avvenne che non facessero, come suol dirsi, nè caldo nè freddo, e che presto gli uditori seccati, ad uno ad uno spulezzando, lasciassero i poveri santi predicare al deserto.

— Giorno perduto! — esclamarono i disgraziati, ritornandosene alla collina d’Albaro e riducendosi alla modesta locanda dov’erano smontati il giorno addietro, con ben altre speranze nell’anima — Giorno perduto, quest’oggi; e peggio vuol essere domani. —

Si avvide l’oste della loro tristezza. Uomo di buon cuore e allegro per indole, non voleva veder musi lunghi in casa sua. Provò a spillarne un litro di prima qualità e del più vecchio che avesse; ma i due addolorati ricusarono perfino di assaggiarne. Doveva essere un affanno ben grave, il loro, se torcevano le labbra ad un bicchier di vino delle Cinque Terre. Chiese allora il perchè dei perchè; tanto li tormentò, che lo seppe; e allora, da quell’uomo savio e stagionato ch’egli era, diede un buon consiglio ai due forestieri.

— Ah, signori, — diss’egli. — L’avete fatta bassa, e bisognerà rimediarci. Una nuova religione, che si canzona? Una nuova religione sta bene, specie quando l’antica è logora e non fa più andar in visibilio nessuno. Ma anche a un abito vecchio ci si fa l’uso; ci si bada poco, e si tira là. Per adattarci a prenderne uno nuovo, bisognerebbe che ci fosse guadagno evidente nel cambio. Vedete, è questo il tasto che va toccato, da noi. —

I due santi non intesero a sordo. Diedero, prima di andarsene a letto, una ripassata ai testi, e quella notte dormirono più tranquilli che non avessero sperato, innanzi di avere quella conversazione tanto istruttiva coll’oste. La mattina seguente, rieccoli in piazza de’ Banchi. La gente li vede, e non si lascia adescare, pensando che canteranno le solite storie.

Ma no, niente del giorno addietro. Ecco che l’un dei due cava, di sotto un lembo della toga un grosso scartafaccio, foderato di cartapecora. Pare un libro mastro, e concilia subito l’attenzione. Più ne conciliano le prime parole del santo, che, squadernandosi il libro sul braccio sinistro, e battendo con un gesto vittorioso della destra sulle pagine aperte, comincia in questa nuovissima forma:

— Il Signore ha detto «chi seguirà il mio nome riceverà il cento per uno, ed anche erediterà la vita eterna».

— Il cento per uno! — ripete un secondo, mettendosi sulle orme del primo.

— E la vita eterna per il buon peso! — soggiunge un terzo, che già si tira dietro il quarto ed il quinto. — Dici tu il vero, o sant’uomo?

— Non io lo dico, o fratelli, — risponde il santo del libro. — Lo dice san Matteo, al capitolo diciannovesimo, versetto ventesimo nono; lo conferma san Marco, al capitolo decimo, versetto trentesimo; e al versetto trentesimo del capitolo decimottavo lo ribadisce san Luca. Tre firme, come vedete, e di prima qualità.

— E con la tua per avallo! — gridarono gli astanti infiammati, chiamando al prodigio tutta la piazza.

— Aggiungete quella del mio compagno, qui presente ed accettante.

— Benissimo! egregiamente! Non si è mai vista in piazza una cambiale più garantita di questa. —

Quel giorno, senz’altri discorsi, tutta la piazza de’ Banchi si fece cristiana. Il giorno seguente non si sarebbe trovato un pagano, in tutta Genova, a pagarlo un marengo.

IV.

Si rise, e si fecero ancora le debite congratulazioni all’oste letterato, per la sua «tradizione costante». Ma il professor Rauchen era rimasto pensoso; e allora s’indovinò che il dotto uomo aveva una lezione in corpo, e tutti ci rivolgemmo a lui, in aria di grande aspettazione. L’archeologo insigne capì che si attendeva il suo verbo, e non volle farcelo sospirare.

— La vostra storia è interessante; — diss’egli al Rettorica. — Ma io sto cercando dentro di me quando la tradizione sia nata. La crederei piuttosto recente, cioè del tempo tra il Novellino e il Decamerone, quando lo spirito allegro, ma non caustico, degli Italiani, immaginava le sue burle senza cattiva intenzione, non grossamente come ha fatto da noi la Riforma.

— Ecco una bella occasione di studio per lei; — mi arrischiai a dir io.

— Non per me; — rispose il Rauchen, rizzandosi sulla persona — Non sono per me queste gaie materie. Ma so ben io chi potrebbe gustare questa leggenda, e farne tema di una dotta monografia; il mio amico Laer, della università di Eidelberg, che è senza contrasto il più insigne folklorista d’Europa. Perchè questa — soggiunse gravemente il nostro archeologo — appartiene senza dubbio al _Folklore_, a questo mobile laboratorio di tradizioni, di leggende, di frottole, che si foggiano così volentieri in canzoni ed aneddoti. Per il tempo in cui essa si è formata, mi pare d’averci colto. Ma ho qualche incertezza rispetto al luogo. Avete dei popoli rivali, in queste vicinanze? Ordinariamente c’è una città che si diverte alle spese di un’altra.

— Niente di ciò, da queste parti; — risposi. — Siamo popoli strani. Credo che la celia sia nata in casa. Anche il nostro Rettorica l’ha sentita in casa, come ci ha confessato. E i nostri concittadini, veda, son troppo fatti così, che sanno ridere, viva la faccia loro, e si mettono volentieri in burletta da sè. Noti ancora che quel «cento per uno» li solletica dolcemente nell’amor proprio: ma anche di questo si correggono, pensando con una certa amarezza che altri, e non di casa, hanno saputo offrir loro il «mille dell’uno»; ond’essi, abboccandovi, sono rimasti più d’una volta con un pugno di mosche. Effetto, questo, dell’aver trascurati i dettami della sana filosofia; di quella filosofia, dico, che raccomandava il signor Michele, mio onorevole amico.

— Un altro saggio di Folk-lore? — domandò il professor Rauchen.

— Eh, ne giudichi lei. È un’altra storia de’ Banchi, ed autentica, perchè vivono ancora gli attori.

— Sentiamo.

— Ecco qua. Le presento anzitutto il signor Pietro, di cui sopprimo il casato, ma non le doti eccellenti, di negoziante e di cittadino. Il signor Pietro era nel suo banco di granaiuolo, al pianterreno di quel gran palazzo che forma tutto un fianco della via al Ponte Reale, avendo il vico Denegri da un lato e Sottoripa dall’altro. Nel banco del signor Pietro usavano a ore bruciate parecchi amici, tutta gente d’affari, e qualche volta mi ci trovavo anch’io, che cogli affari ho sempre avuto guerra a coltello. Ora ecco che un giorno il signor Pietro, mentre noi eravamo seduti sui suoi divani verdi, riceve una lettera, che lo fa dare nei lumi. — «Che cosa avete?» gli domanda il signor Michele, un valentuomo, allora deputato al Parlamento, poi senatore del Regno, persona di garbo e che sa ridere alle sue ore come il primo venuto. «Cattive notizie?» — «Ma... quasi....» risponde il signor Pietro.... «C’è qui quel diavolo di mio figlio, che vorrei ritirare dal collegio, e che mi scrive di volerci restare dell’altro, per fare almeno un anno di filosofia. Lo sa lei, onorevole, che roba è la filosofia?» — «Non ne dite male, Pietro» replica il signor Michele, ripulendosi tranquillamente fra le dita i suoi occhiali d’oro. «È l’arte d’imbrogliare il prossimo». — «Davvero?» grida il sor Pietro. «Ed io che non la conoscevo! Quand’è così, gli scrivo caldo caldo che ne faccia almeno un paio d’annetti.» — Com’ella vede, professor Rauchen, questa è di Banchi, e fa ridere tutto Banchi. Nella loggetta del sor Pietro la sentì ricordare un giorno un celebre uomo politico, l’onorevole Depretis; e la portò perfino alla Camera, dove in una di quelle sedute stracche, in cui si fa volentieri la burletta, gli scappò detto dal banco dei ministri: «eh, qui ci vuol filosofia, ma di quella del sor Pietro; non è vero, onorevole Casaretto?»

— Benissimo! — esclamò il professore. — I vostri concittadini si canzonano dunque da sè?

— Spesso e volentieri; ed è una delle loro virtù. Pensi che non si hanno a male neanche l’invettiva di Dante: «Ahi Genovesi, uomini diversi» e non hanno mai tentato di darne una versione laudatoria, come fecero i Pisani col loro «O Pisa, vita e imperio delle genti». —

E volevo continuare; ma non me ne diede licenza il Rettorica.

— Se permette, — saltò su l’oste letterato, — io non sono della sua opinione.

— E per che? sopra tutto su che?

— Sui Pisani.... e sui Genovesi. I Pisani hanno un bel dirsi «vita e imperio delle genti» aggiustando a modo loro il «vituperio» del verso dantesco. Ma come hanno aggiustato quello, non hanno mica aggiustati i versi che seguono. Bella vita e bell’imperio di Pisa, se il Poeta può seguitare, augurandole una visita della Capraia e della Gorgona, che «faccian siepe all’Arno in sulla foce, sì ch’egli anneghi in _lei_ ogni persona!» Quanto a noi Genovesi, sta bene che Dante ci ha bollati d’un marchio rovente; ma per cosa di cui possiamo stimarci onorati. Parlava in lui, mi scusino, parlava in lui la gelosia di mestiere. Sicuro; non era un poeta, lui? Ora, i Genovesi, e per sua confessione, erano poeti al pari di lui.

— Come lo provate? — domandò colla sua usata gravità il professor Rauchen. — Mi ricordo di avere ancor ieri fatto ricerche all’Archivio intorno ai primi saggi di poesia dei Genovesi nel Medio Evo, e di non aver potuto legger altro che questi due versi di una iscrizione funeraria trovata in San Giovanni di Prè. Era l’epigrafe di due coniugi, che dicevano in voce di marmo ai vivi:

Tu ki ki ne trovi Per Dè, no ne movi.

— Io non so niente di questo; — rispose il Rettorica, senza scomporsi per così poco. — So che Dante aveva i Genovesi per un popolo di verseggiatori; tanto che disse loro:

Ahi Genovesi, uomini di versi D’ogni costume e pien d’ogni magagna, Perchè non siete voi dal mondo spersi?

Uomini di versi, mi capiscono? di versi, come a dire versificatori, poeti.

— Ah, così lo intendete voi il «diversi»? — gridai io. — Separando la prima sillaba dalle altre due?