Part 9
— Taci — rispose l’altra ombra.
— È un tuo capriccio?
— Sì, un capriccio...
— Ma perchè debbo far sempre quello che vuoi tu?
— Amici — disse Riccardo. — Più fortunati degli altri voi iniziate l’impresa per la quale siamo qui. Il compenso sarà proporzionato ai vostri servigi. Il Ghiro ed il Magaro vi distribuiranno fra poco di che rifocillarvi con un po’ di buon vino.
— In tal modo sì che l’impresa incomincia bene! — mormorò un’ombra.
— Capitan Riccardo ha sempre parlato come un sapiente — aggiunse un’altra.
— E dimani — continuò capitan Riccardo — avrete ciascuno un’oncia d’oro, cioè trenta carlini.
— Che bisogna fare? — chiese colui che il Ghiro aveva chiamato Curullo il _Piede di lupo_. — A tal patto mi sento capace di prendere per le corna Satanasso in persona.
— Sei tu, Curullo? — disse Riccardo. — Tu non sei mai venuto meno.
— Neanche noi! — esclamarono gli altri.
— Bisogna far da scorta ad una lettiga nella quale sono due donne.
— Tutto questo?
— Ma se mai fossimo assaliti, bisogna farsi ammazzare per difendere quelle due donne.
— Son tali dunque che valgono la vita di noi tutti? — chiese Curullo.
— Una di esse è Sua Maestà la Regina nostra signora e padrona — rispose Riccardo con voce grave.
Un silenzio che era di stupore e di esultanza insieme per l’onore cui eran chiamati seguì alle parole di Riccardo.
— Direte a Sua Maestà che la vita di tutti noi è sua — rispose con voce solenne una delle ombre.
— Vi disporrete secondo la nostra antica usanza: due precederanno la lettiga di venti passi; otto cammineranno ai fianchi lungo i margini della via; altri due seguiranno; Curullo farà da caporale e vi comunicherà i miei ordini.
— Capitan Riccardo — rispose Curullo — io non voglio usurpare i diritti di nessuno; qui c’è un tale che è assai più vecchio di me; a lui tocca di far da caporale.
— Si faccia innanzi, dunque.
— Grazie Curullo, grazie — gridò una voce che fece trasalire capitan Riccardo. — Ah, non ne potevo più! Sono io, sono io, Pietro il Toro!
E il giovane si sentì avvinto da due ferree braccia.
— Tu, tu, Pietro? Dio sia lodato! — esclamò il giovane abbracciando il suo vecchio amico. — E di Vittoria, che n’è di Vittoria?
— Ah, Vittoria! — rispose Pietro il Toro con la voce incerta di chi si trovi in grande imbarazzo — che so io, che so io! Le femmine, perchè quella lì è pur sempre una femmina per quanto abbia un cuore che vale cento uomini, hanno certi capricci... Chi ne comprende nulla di quel che fanno?
— Ma vive, vive, sta bene?
— Sicuro che sta bene, benissimo anzi. Ma parlami di te, di voi! Ah, credevo di non rivedervi più, di non incontrarvi più...
— Aspetta... dò gli ordini perchè i nostri amici ci seguano e poi faremo insieme la strada.
Il Ghiro ed il Magaro erano rimasti ben sorpresi nel sentir la voce di Pietro il Toro; quando questi si distaccò dal giovane fu salutato da vigorosi pugni che è il saluto più affettuoso dei contadini calabresi.
— Ah vecchio rimbambito, e perchè non ti sei svelato a noi? — gli dicevano i due, sinceramente lieti.
— Perchè, perchè? E che ne so io? Vi prego di non domandarmelo; lo saprete un giorno, domani anzi, perchè queste tenebre non dureranno a lungo. Ma intanto sbrighiamoci chè mi tarda di raggiunger capitan Riccardo. Chi lo avrebbe supposto nello sbarcare stamane? Non ci volevo credere quando mi dissero che anche lui era qui con noi e che bastò la sua presenza per ottenere di che non morir di fame!
Poco dopo il silenzio e l’ordine furono ristabiliti nei dodici avventurieri, che tennero dietro su per la via a capitan Riccardo e a Pietro il Toro.
Quando giunsero nel viale del parco dietro la villa, videro ferma dinanzi la porticina una lettiga rischiarata da due lanterne poste sulle stanghe del davanti. Giovanni il negro si avvicinò a Riccardo dicendogli:
— Sua Maestà è pronta.
— Siete sicuro dei lettighieri? — chiese Riccardo.
— Son due siciliani che Sua Maestà ha preso a proteggere — rispose il negro — perchè perseguitati dagl’Inglesi. Di essi si serve anche nelle sue furtive visite al Re.
— Sta bene dunque... Avvisate Sua Maestà.
Il negro rientrò nella porticina: Riccardo intanto si rivolse a Pietro il Toro che pareva avesse perduto la loquela, tanto nel discorrere era imbarazzato, come chi trovasse ad ogni frase un intoppo.
— Pietro, tu mi nascondi qualche cosa — gli disse Riccardo.
— Io? — esclamò con un riso sforzato il vecchio scorridore — che vuoi ti nasconda? Ho risposto a tutte le tue domande il meglio che ho potuto...
— Possibile che di Vittoria tu non sappia nulla, nulla di preciso, possibile? Non foste insieme con la banda di Benincasa?
— È vero sì, ma... Insomma non so nulla e... non dico nulla.
— Ma parla, ma spiegati... Perchè balbetti, perchè sei incerto? Che cosa devi tacere? — proruppe Riccardo.
— Io capisco che... la gratitudine... lei infine ti salvò la vita, lei ti diede tante prove di devozione... la gratitudine ti fa esser desideroso di sapere di lei quel che è avvenuto, lo capisco; ma sai tu come sono capricciose le femmine! Ebbene, è un capriccio che bisogna rispettare!
Riccardo invano si sforzava di capire le parole smozzicate di Pietro, nelle quali pure intravedeva un mistero. Ma fu distratto dal vedere che la porticina s’apriva per lasciar passare la Regina tutta chiusa in un nero mantello il cui cappuccio le scendeva sulla fronte. Dietro a lei veniva Alma che egli riconobbe alla persona sottile e all’incedere agile e svelto.
Si avvicinò, scontento in fondo che Alma partecipasse a quella gita. Grande era in lui l’imbarazzo nel trovarsi fra quelle due donne, tanto più che da qualche giorno la Regina accentuava in presenza di Alma la sua dimestichezza con lui che, d’altra parte, con irrefrenabile dispetto aveva notato l’impassibilità della giovinetta, la quale aveva sempre evitato di rivolgergli la parola.
La Regina avendo visto le ombre presso la lettiga, disse rivolgendosi al giovane:
— Tutti calabresi, non è vero?
— Tutti.
— Credete che vi sia pericolo di cattivo incontro?
— Gl’Inglesi avran paura d’affrontarci finchè non saranno in buon numero. Ma bisogna far presto quel che si ha da fare.
— Il Parlamento si radunerà fra qualche giorno per votare un’altra tassa sulle granaglie. Sarà quella l’occasione per dare addosso agl’Inglesi. Stasera istessa bisogna che le squadre si avanzino verso Palermo.
Intanto eran giunti presso la lettiga. La Regina nel discorrere si appoggiava al braccio del giovane e di tanto in tanto gli volgeva lo sguardo ch’ei vedeva scintillare al buio. Sentiva tutto il fascino di quel contatto e di quello sguardo nel quale leggeva gli acri desideri di quella donna di cui pur negl’intrighi della politica, nella brama di vendetta, nell’orgasmo della lotta, non si attutivano gl’impeti veementi della sensualità.
— Credevo che sareste venuto ieri sera, ma attesi invano! — gli disse sottovoce mentre si stringeva a lui con tutta la persona, sicchè ei ne sentiva nel volto l’alito ardente che gli fece correre un brivido per le vene.
— Aspettavo coloro che ho scelto per accompagnarci — rispose con voce che risentiva del suo orgasmo.
— Vi aspetterò al ritorno... intendete? Al ritorno!
E gli sorrise. All’incerta luce delle due lanterne vide lo typo for schiudersi di quelle labbra così ardenti e sapienti nei baci, vide il lampo che scoccarono gli occhi azzurri e il seno che ansava, il seno stupendo che aveva visto nello spasimo dell’ebrezza. Ed egli s’intese vinto, intese che ogni altro sentimento dileguava, che al contatto di quella donna era sopraffatto da una sola torrida sensazione nella quale l’anima affogava.
— Aiutatemi a salire — disse lei nel porre il piede sul predellino della lettiga.
La prese alla vita e tremante per l’orgasmo la strinse a sè mentre le labbra sfioravano con un bacio il collo della regale donna che gli si abbandonò per un istante fra le braccia. Poi vincendo con uno sforzo l’incantamento del quale entrambi eran preda, la Regina entrò nella lettiga e sedette.
Egli, come immemore del luogo, dell’ora, delle persone, che quantunque non vedesse perchè fitte eran le tenebre, sapeva a lui d’intorno, era rimasto innanzi allo sportello della lettiga con la mano in quelle dell’amante ch’ei vedeva in tutta la sua bellezza pur nel buio profondo. I suoi propositi di riserva, il suo disegno di sottrarsi a poco a poco al fascino di quella donna, pur rimanendone devoto fino a consacrarle la vita, eran venuti meno a quel contatto: egli sentiva scorrere per le vene il veleno della voluttà, e la stretta convulsa della mano lo rendeva come folle di desiderio.
Aveva tentato di ribellarsi finchè era lontano; ma ora si sentiva riconquistato come se un nuovo e più ardente veleno ella gli avesse trasfuso.
In questo fu urtato bruscamente da un’ombra: una voce che lo fece trasalire disse, volgendosi ad Alma, che in quel mentre se ne era stata in disparte, immobile, silenziosa:
— Salite, signora duchessa.
Comprese in un lampo la sua villania e quantunque iroso chiedesse a se stesso chi della scorta fosse stato così ardito da toglierlo con quell’urto dal dinanzi dello sportello, alla vista di Alma riacquistò la padronanza del suo spirito.
— Perdono — disse — perdono!
E stendeva le braccia per aiutar la giovinetta a salire, ma questa gli si rivolse con tale sguardo ed un gesto di fierezza che egli indietreggiò.
— Posso ben salire da me — disse la giovinetta mettendo il piede sul predellino.
Lui era rimasto immobile, come fulminato, in un canto. Ma essendo ben alto il predellino, la giovinetta non riesciva a trarsi in su, quando quella stessa ombra le si avvicinò.
— Appoggiatevi a me — le disse con voce sorda.
— A voi sì, chiunque siate — rispose Alma che in breve disparve nel fondo buio della lettiga.
L’ombra chiuse lo sportello e poi gridò:
— Avanti.
La lettiga si mosse. Ma in questo Riccardo che aveva vinto lo stupore dal quale era stato sopraffatto, acceso d’ira per quell’audacia, si slanciò sull’ombra che aveva chiuso lo sportello e che si era arrogata il diritto di dar quell’ordine; e, afferratala per la gola, gridò:
— Ma, per Dio, chi sei tu, chi sei?
— Capitan Riccardo. — rispose quell’ombra senza far nessuno sforzo per liberarsi dalla stretta, — avete troppo gli occhi abbagliati per riconoscermi nelle tenebre.
— Quale voce, quale voce è questa? — gridò il giovane retrocedendo.
L’ombra colse quel momento per disparire. Riccardo rimase perplesso, smarrito, in un tumulto di pensieri. Gli era parso di riconoscerla quella voce, ma al certo era stata un’illusione la sua, dovuta all’orgasmo del suo sangue e del suo spirito.
E perchè era sparita? E come rintracciarla in quelle tenebre? Ma doveva più oltre indugiare, poichè già la lettiga erasi allontanata, a dar gli ordini ai suoi antichi compagni? Era d’uopo rimandare le ricerche per spiegare un tal mistero; bisognava seguir la lettiga mettendosi a capo di coloro che eran venuti per iscortarla. S’impose di esser calmo, che ben comprendeva quale e quanta fosse la responsabilità sua in quell’impresa così rischiosa. Soffocò in sè l’ira, l’apprensione, il rancore contro se stesso per la villania commessa, che era stata una grande villania l’aver dimenticato che Alma aspettava in disparte.
— Che ognuno si disponga secondo il convenuto — disse volgendosi al gruppo delle ombre — Pietro il Toro dia gli ordini stabiliti.
— È già fatto — rispose Pietro il Toro.
La lettiga che si era fermata fu presto raggiunta. Riccardo montò a cavallo.
— Avanti! — gridò, come poc’anzi aveva gridato l’ombra misteriosa.
Il corteo si mosse nelle tenebre fiocamente diradate intorno alla lettiga dalle due lanterne.
Ora il giovane poteva bene abbandonarsi ai suoi pensieri, ai suoi rammarichi. L’aver mancato di cortesia alla giovinetta che aveva tanto amato, e che era forse l’unico suo vero amore, gli aveva messo nell’anima un cruccio ineffabile. Era stato un istante di sopraffazione quello in cui, vinto dal fascino di quella donna, si era in esso obliato e se ne faceva una colpa, e se ne sentiva avvilito, chè bene aveva compreso le disdegnose parole di Alma nel rifiutare il suo appoggio.
E chi era stato degli uomini della scorta che respingendolo aveva riparato alla sua villania? Chi mai di quegli uomini rozzi e villani era capace di una intuizione così sottile e delicata, che se era un oltraggio per lui, era un’ammenda ben meritata al suo fallo? Chi era quell’ombra della quale con sì fiere parole Alma aveva accettato il braccio respingendo quello di lui?
Mentre era in tali pensieri che lo tenevano come sconvolto, cavalcava dietro la lettiga in cui la Regina ed Alma si tenevano silenziose. Non era stato mai così turbato, così scontento di sè, e per un fenomeno strano, pur avendo allora subìto il fascino della regale bellezza, si sentiva tutto pervaso dal suo amore per Alma.
VI.
Avevano percorso un buon tratto di strada e già al raggio della nuova luna che in parte diradava le tenebre appariva il mare lontano alla cui riva erano accampati i Calabresi. Le stelle incominciavano ad impallidire, a diffondersi verso oriente del chiarore annunciarne l’alba.
Un fischio che veniva dal fondo della strada riscosse Riccardo dai suoi pensieri. Quel fischio non gli era nuovo: lo riconosceva per averlo sentito tante volte nei boschi: era il fischio col quale le vedette o gli esploratori avvertivano di un imminente pericolo. La lettiga si era fermata.
— Pietro il Toro ha intravisto qualcosa di grave — mormorò il giovane. — Bisogna che io sappia.
Spronò il cavallo e passò senza fermarsi al lato della lettiga che era stata circondata da alcuni della scorta.
— Che è stato, Pietro, che è stato? — chiese appena giunto presso il suo vecchio amico.
Pietro il Toro non rispose in sulle prime: fissava un punto della collina al cui piede si svolgeva la strada. Di un tratto si rivolse a Riccardo dicendogli:
— Hai sentito?
Il giovane aveva anche lui volto lo sguardo alla collina folta di alberi.
— No — rispose — non ho sentito nulla.
— Pure non è possibile che io m’inganni; l’occhio è ancora buono e l’orecchio più buono ancora. Scommetterei il capo contro un pizzico di tabacco che fra quegli alberi ci sono dei soldati.
Intanto il cielo era divenuto di un azzurro cupo, mentre sul mare lontano ancora si addensavano le tenebre.
In questo Pietro e Riccardo furono scossi da un’altra voce: era quella di uno dei due uomini che Pietro il Toro aveva mandato innanzi come avanguardia.
— Degli uomini vestiti di rosso, là, su quel rialzo — disse quell’uomo accennando col braccio al punto opposto a quello che aveva destato i sospetti di Pietro.
— Diavolo, diavolo, siamo circondati — disse il vecchio scorridore. — Nessun dubbio ora che siano soldati quelli che ho intravisto fra gli alberi. Camminano parallelamente a noi.
Riccardo perplesso volgeva lo sguardo ora al colle ora al rialzo. Non poteva dubitare dell’istinto dei suoi antichi compagni che presentivano il pericolo, quantunque per quanto guardasse gli sfuggissero gli indizi.
— Ma — disse poi — ci avrebbero assaliti...
— O non ci han visto ancora — rispose Pietro — o ci aspettano in fondo alla vallata, sicuri di prenderci in mezzo.
— Al certo qualcuno ci ha traditi — mormorò il giovane.
— Eccoli, eccoli — esclamò Pietro il Toro stendendo il braccio verso la collina.
L’aria si era rischiarata ed anche Riccardo fra i tronchi e i rami degli alberi intravide alcunchè di rosso che si muoveva lentamente.
Non vi era più dubbio: erano gl’Inglesi divisi in due squadre, certo con intenzioni ostili.
— Non posso decider nulla senza prendere gli ordini dalla Regina, ma intanto bisogna che i nostri compagni siano avvisati.
Era ridivenuto il capobanda dalle rapide risoluzioni, a cui l’imminenza del pericolo rendeva vieppiù pronto lo spirito e saldo il cuore.
— Che uno di voi — disse rivolto ai due uomini — vada ad avvisare gli amici onde non siano colti alla sprovveduta. Si sappia che io e Pietro il Toro, siamo in pericolo e che abbiamo bisogno del loro soccorso.
Colui che aveva scoperto gl’Inglesi del rialzo partì correndo.
— Il Volpino ha le gambe leste; fra mezz’ora i nostri saranno avvisati — disse Pietro. — Ma intanto noi che facciamo?
— Bisogna che chiegga il parere della Regina — rispose Riccardo. — Tu intanto non perder d’occhio quei signori.
Spronò il cavallo e in breve giunse presso la lettiga al cui sportello la Regina era affacciata, non sapendo spiegarsi il perchè di quell’attesa.
— Che cosa decide Vostra Maestà — chiese Riccardo dopo averle narrato quel che avveniva.
— Di non indietreggiare — rispose Carolina d’Austria, che mal dissimulava l’ira, il dispetto per gl’inciampi che sorgevano ad ogni suo passo.
Egli aveva un aspetto rispettoso, ma severo, chè troppo gli rimordeva il ricordo dell’abbandono al fascino di quella donna! Da una parte, quantunque non vedesse Alma che si teneva in fondo alla lettiga, comprendeva che ella esser doveva sdegnata con lui, dall’altra il suo dovere gl’imponeva d’essere calmo e padrone di sè.
— Fo osservare a Vostra Maestà — rispose — che una prudente ritirata torna ad onore di un valente capitano. Se gl’Inglesi ci assalgono, poichè sono in gran numero, vana sarebbe ogni nostra resistenza, anche eroica.
— Non sono io la Regina di Napoli e di Sicilia? — proruppe lei. — Che osino, che osino di contendermi apertamente il passo...
— Non l’oseranno, ne son sicuro, ma Vostra Maestà non potrà presentarsi ai Calabresi qui venuti per liberarla scortata da una compagnia di soldati inglesi!
Riccardo aveva detto queste parole con voce ferma e sicura. La Regina, per quanto a malincuore, si convinse che il giovane aveva ragione.
— Ordinate dunque — disse con accento d’irosa sommissione e di angosciosa ironia — ordinate. Foste voi a volere che io imprendessi un tal viaggio, che mi esponessi a un tal pericolo!
Il giovane fu colpito al cuore da tali parole: l’anima sua fiera e generosa si ribellò.
— Fo osservare umilmente alla Maestà Vostra — rispose con voce calma e lenta — che se Ella rischia di essere umiliata, io rischio di essere fucilato e con me tutti quei poveri diavoli che son venuti qui dietro il mio invito.
Non aveva finito di dir ciò che ne fu pentito: la Regina si era fatta pallida in viso, si mordeva le labbra per frenare il dolore, mentre gli occhi le si gonfiavano di lacrime. Egli comprese d’essere stato crudele, di essere stato se non ingiusto, ingeneroso.
— Perdono Maestà — le disse — perdono! Il pericolo che lei corre mi esaspera, ma io darei tutto il mio sangue per risparmiarle una lacrima sola.
— Ah! — esclamò Carolina d’Austria — mi rimproverano di essere stata crudele, di essere stata feroce; ma quale, quale creatura di Dio ha mai sofferto quel che io soffro?...
In questo un Calabrese veniva correndo.
— Gl’Inglesi scendono dalle due colline con l’evidente intenzione di accerchiarci — gridò appena giunto presso la lettiga. — Pietro il Toro chiede che far bisogna.
La Regina a queste parole aveva aperto lo sportello ed era balzata a terra.
— Bisogna combattere — esclamò — per aprirci il passo. Se a voi trema il cuore, non trema a me. Sono io la vostra Regina, io padrona e signora di questo Regno, io padrona ed arbitra della vostra vita.
Gli occhi le sfavillavano, una fiera risoluzione le si leggeva nel viso bellissimo che raggiava di sovrana maestà. Gli uomini della scorta affascinati, esaltati da quelle parole e dall’aspetto regale, le si erano stretti intorno.
— Viva la Regina! — esclamarono.
— Posso dunque contar su voi? — chiese lei volgendo gli occhi fieramente sul gruppo di quei suoi fedeli.
— Fino alla morte — risposero ad una voce.
— Ebbene si continui il cammino. Se gl’Inglesi oseranno attaccarci si risponda al fuoco col fuoco, alla violenza con la violenza. Si tronchi ogni indugio, ogni dissimulazione, ogni esitanza.
Già si era chiarito il giorno e potevan vedersi rosseggiar sulle alture i soldati inglesi che convergevano verso la vallata. Riccardo che era disceso da cavallo, si teneva immobile, con le braccia conserte, pallido in viso, chè ben comprendeva quanto imprudente fosse quella inconsulta temerità della Regina che comprometteva la riuscita dell’impresa. Ella evitava di guardarlo, sdegnata con lui e fors’anco con se stessa non essendo riuscita a dominarsi, vinta dall’impetuosità della sua natura.
— Maestà — disse lui, infine — poichè Ella vuole che io muoia col rimorso di averla condotta al mal passo, e col rammarico di non aver saputo impedire una catastrofe, son pronto ad affrontare gl’Inglesi, checchè possa accadere. Io ho votato la mia vita a Vostra Maestà, e che prima o poi gliela getti ai piedi non importa perchè essa non vale un sol corruccio, sia pure un lieve capriccio della mia Regina. Ma non per un corruccio, non per un capriccio. Ella deve rinunciare alla impresa cui ci ha votati; Ella, sia pure per un giusto orgoglio, non deve esporre la sua vita e gli alti destini a cui è chiamata. Pensi a quel che direbbero i suoi nemici e quale trionfo non sarebbe per essi il poterla accusare di ribellione contro le leggi del Regno che ha il dovere di custodire...
Ella che ascoltava col capo chino, mordicchiandosi le labbra, in una visibile lotta tra la ragione e l’orgoglio, fece un gesto per interrompere il giovane, il quale proseguì con voce calma che riusciva ben più efficace nell’animo di lei:
— Uno scontro, anche vittorioso, sarebbe la rovina dei suoi disegni. Finora gl’Inglesi sono suoi alleati e protettori; sol quando Sua Maestà il Re avrà ripreso le redini del Governo, solo allora sarà suo diritto di trattare come usurpatori e di combattere cotesti Inglesi arroganti ed ingordi.
La Regina ansava, come chi invano si divincolasse nei ceppi che lo stringono, tanto le parole del giovane ne avevano costretto l’orgoglio a piegarsi.
— Mi consigliate dunque di fuggire? — disse irosamente fissando Riccardo con occhi sfolgoranti.
— No: di tornare alla villa sul mio cavallo.
— E voi? — chiese lei.
— Io? — rispose il giovane con accento risoluto — io continuerò il cammino scortando la lettiga. Se mai gl’Inglesi ci assaliranno, l’ho detto a Vostra Maestà, gittar prima o poi la vita ai suoi piedi a me non importa. Non è per me che io vi consiglio di piegarvi alla necessità, non è per me, o Regina!
Ella stette un istante muta e pensosa, con la fronte corrugata, col viso sconvolto dalla tempesta che le ruggeva dentro; poi vinta, ma pur sempre accesa da una sorda ira:
— Avete ragione — disse. — Mi vendicherò, mi vendicherò un giorno di quel che mi han fatto soffrire.
Alma in tutto quel tempo se n’era stata immobile ed impassibile allo sportello. Evitava di guardare il giovane di cui però approvava le assennate parole.
— Su, presto, in sella — disse Riccardo. — Vostra Maestà sa bene la via e in un’ora sarà tornata nei suoi appartamenti mettendo al galoppo il cavallo. Tornando indietro con la lettiga al passo così lento dei muli correremmo il rischio di esser raggiunti.
— Ed Alma? — chiese la Regina tuttora esitante.
— La signora duchessa verrà con noi onde gli Inglesi non possano sospettare quel che è avvenuto se c’intimassero di fermarci. Perocchè non ricorrerò alle armi che in caso estremo.
A queste parole la Regina impallidì vieppiù: si sarebbe detto che in lei più che il pericolo potesse la gelosia. Lasciar che Riccardo accompagnasse Alma era un sacrifizio superiore al suo orgoglio, non le essendo sfuggito lo sdegno della giovinetta che per tutta la via se n’era stata raccolta e silenziosa. A qualunque costo dunque voleva evitare una spiegazione tra i due giovani, onde disse con accento di risolutezza incrollabile:
— Io non debbo, io non voglio tornar sola; preferisco quindi di risalire in lettiga.
In questo un altro messo sopraggiunse mandato da Pietro.
— Gl’Inglesi sono a trecento passi da qui; fra poco ci avranno posto in mezzo. Che fare dunque, che fare?