Sola contro tutti!

Part 10

Chapter 103,925 wordsPublic domain

Ma queste parole non valsero a trarre dalla perplessità nè la Regina nè il giovane. Non era più il pericolo che li teneva incerti; gli è che Riccardo ben leggeva nell’anima della Regina, la quale forse credeva egli volesse allontanarsi per restar solo con Alma. Nè questa era meno ferita da quella scena di cui non le era sfuggito il significato oltraggioso per lei. Dunque la Regina vedeva in lei una rivale? Dunque egli la credeva così incurante della dignità sua da non aver potuto soffocare in sè, anche se fosse sorto, l’amore per chi in sua presenza non nascondeva d’esser legato a un’altra donna?

Umiliata, confusa, s’era ritratta in fondo alla lettiga per nascondere le lacrime di sdegno e di dolore che le sgorgavano dagli occhi. Pure in quell’orgasmo si chiedeva che volesse da lei uno degli uomini della scorta che, chiuso in un mantello, col viso nascosto, tenendosi dietro a Riccardo e sul ciglio della strada, la contemplava con uno sguardo strano del quale non sapeva intendere l’espressione.

Tutto ciò era accaduto rapidamente, quando una voce s’intese: colui che fin allora si era tenuto in disparte sul ciglio della strada, lasciò cadere il mantello e si avanzò verso il giovane e la Regina.

— Prendo l’impegno — disse con accento vibrato — di ricondurre io la duchessa alla villa. Si stacchino i muli dalla lettiga... Vostra Maestà monti a cavallo, monti capitan Riccardo su uno dei muli per accompagnarla. Poco dopo, ne impegno la mia parola, noi vi raggiungeremo.

Capitan Riccardo era retrocesso con un grido di stupore.

— Vittoria, Vittoria! — esclamò quasi smarrito.

— Chi è quest’uomo? — chiese la Regina.

Ma intanto Vittoria si era data a sciogliere i muli della lettiga, con mano esperta e vigorosa.

— Tu qui, tu qui! — diceva Riccardo con voce che esprimeva tutti i diversi sentimenti fluttuanti nell’animo.

— Direte poi a... a Sua Maestà chi io sia. Salite in groppa, intanto, salite in groppa.

La Regina rassicurata che Riccardo l’avrebbe seguita era già a cavallo. Però non ristava dal guardar Vittoria nella quale aveva riconosciuto la donna di quella notte al castello; ma non volle interromperla nell’opera a cui attendeva, poichè essendo ora sicura che Riccardo non sarebbe rimasto solo con Alma, se il pericolo che le incombeva non la spaventava, aveva compreso alfine che tutti i suoi disegni sarebbero stati compromessi se si fosse lasciata cogliere dagl’Inglesi.

Intanto Vittoria aveva staccato i muli.

— Salite — disse a Riccardo che se ne stava silenzioso, ancora fuor di sè per quell’incontro, sentendo il bisogno ma pur non osando, di mostrar tutta la sua gioia a quella donna che per lui al certo era sbarcata in Sicilia, non osando ricordarle l’intervento di lei, perchè al certo era lei, nella notte innanzi per far posto ad Alma nella lettiga.

Ed era, anche, in collera con se stesso, perchè posto fra quelle tre donne aveva sentito venir meno tutta la sua energia, umiliato altresì dalla intromissione di Vittoria, nella quale vedeva più che un rimprovero pel suo contegno. Egli leggeva, ben leggeva nell’animo di quelle tre donne così diverse per indole, per educazione e per stato sociale, ma accomunate non solo dal pericolo, ma anche da uno stesso sentimento.

Il giovane macchinalmente era salito in groppa al mulo quando dal fondo della strada rimbombò un colpo di fucile.

— Presto, presto, partite! — disse Vittoria che pareva avesse preso la direzione di quella ritirata.

In così dire sferzò il cavallo della Regina che partì di galoppo.

— Io resto — disse Riccardo frenando la cavalcatura che al rimbombo aveva dato un balzo.

Ma Alma che era saltata a terra, stendendo il braccio verso la strada fino allora percorsa:

— Il vostro dovere è là — disse — là. Bisogna anzitutto che la nostra Regina sia salva, intendete? e che giunga alla sua villa seguita almeno da un servo.

— Ma voi, ma voi? — esclamò lui, ferito al cuore da quelle parole.

— Io mi affido a quel generoso che anche stanotte mi fu spontaneamente cortese.

Era lei: lei che lo scacciava, lei che gli ricordava la sua villania, lei che gli ricordava il suo dovere!

— Vi ubbidisco per punirmi — disse lui — ma voi siete ben crudele con me, ben crudele!

Ciò detto spronò il mulo per raggiungere la Regina, la quale, giunta sul colle in cui la strada saliva, si era fermata per attenderlo.

Gli uomini della scorta intanto al rimbombo del colpo di fucile si erano sbandati su per le alture che fiancheggiavano la strada, correndo verso il punto in cui sapevano che li aspettava Pietro il Toro.

— Bisogna al più presto allontanarsi da questo luogo per raggiungere la Regina. Salite, chè io sono usata al cammino e saprei anche andar di pari passo con un cavallo.

— Ma chi siete Voi, chi siete? — disse Alma che aveva riconosciuto in quel suo compagno una donna.

Però solo il viso la tradiva: la persona agile e svelta nelle vesti maschili non avrebbe fatto supporre che fosse quella di una donna.

— Sono un vostro amico o una vostra amica, come vi piace meglio. Ma non perdiamoci in chiacchiere. Sentite? I soldati inseguono a colpi di fucile i miei compagni che al certo si sono sparpagliati per la campagna. Dobbiamo allontanarci al più presto, al più presto per raggiungere, se è possibile, la Regina.

In ciò dire si guardava intorno, chè le grida e gli spari l’avevano messa in gran sospetto.

Alma, quantunque preoccupata, quantunque in orgasmo per trovarsi sola in balìa di quella donna sconosciuta, i cui abiti maschili non la rassicuravano punto, pure si sentiva ad essa attratta da un fascino inesplicabile, anche pel ricordo dell’intervento della scorsa notte, che era indizio d’un’anima capace di delicatezze. E quantunque le ricordasse quell’incidente di cui sentiva ancor tutta l’amarezza, pur nel pericolo ond’era minacciata, non esitava di affidarsi a lei.

— Salite sulla mula, salite: siete troppo delicata e soffrireste troppo se imprendeste a piedi il cammino. Cotesta bellezza si sciuperebbe...

L’aiutò a sedere sulla mula a cui diede una spalmata per incitarla al trotto. Ella non intendeva che raggiungere la Regina, la quale al certo era fuori ogni pericolo; e già erano giunti a piè della collina per la quale saliva la strada, quando Vittoria gridò, arrestando la mula:

— Scendete, scendete: ci è una pattuglia di soldati lassù.

E in così dire stendeva il braccio verso l’alto del colle ove infatti era apparso alcun che di rosso fra gli alberi.

Alma era balzata a terra; pallida per l’emozione, la stanchezza, il caso stranissimo del trovarsi sola in una campagna con quella donna della quale, e il ricordo le era sopravvenuto di un tratto, aveva udito narrare ben terribili cose; per esser esposta a cadere in mano degli Inglesi che già trattavano quali loro nemici i compagni di quella donna travestita, e che, come chiaro appariva dai colpi di fucile rimbombanti qua e là per la campagna, inseguivano senza dare ad essi quartiere.

— Dio mio, Dio mio! — mormorò la giovinetta — che sarà di me, che sarà di me?

Inoltre aveva notato che quella donna, la quale fin allora le si era mostrata così premurosa, aveva avuto una inflessione di amara ironia nell’accennare alla bellezza di lei, e le aveva rivolto uno sguardo truce che l’aveva fatta rabbrividire.

— Animo, animo! — rispose Vittoria quasi bruscamente — sono uscita da ben altri guai, io, da ben altri pericoli! Ma già voi siete una duchessa! Sapete però, sapete che anch’io sono una gentildonna, anche io?

Aveva detto ciò con un accento iroso che vieppiù accrebbe lo spavento di Alma, alla quale quelle inopportune parole riescivano inesplicabili.

Ella se ne avvide e le si rivolse con viso rabbonito e con accento più dolce:

— Bisogna lasciar qui il mulo e avventurarsi pel bosco ove ci terremo nascoste finchè i soldati saranno andati via. Non abbiate paura, fidate in me: quantunque nuova di questi luoghi, vedrete che saprò trovare la via che conduce alla vostra villa.

Ciò detto la prese per la mano e circospetta, guardandosi intorno lasciò la strada maestra e si immise nel bosco. Alma la seguiva quasi smemorata, in quel suo intontimento non avendo volontà, non chiedendosi nemmeno dove ella la conducesse. Salivano fra i roveti che si allacciavano ai fusti degli alberi che lor laceravano le vesti, dovendo talvolta strisciar carponi per allontanarsi sempre più dalla strada in cui il pericolo le minacciava da ogni parte.

Vittoria, usata ai boschi, procedeva dritta a spedita, soffermandosi di tanto in tanto per ascoltare. I colpi di fucile eran divenuti meno frequenti e più lontani, nè voce alcuna giungeva fino ad esse. Il silenzio profondo del bosco le rassicurava, onde impietosita dallo stato in cui era ridotta la giovinetta, che ansava non ne potendo più dal cammino e dall’angoscia, giunte presso un folto roveto che si apriva ad arco sicchè offriva un asilo quasi sicuro, disse:

— Non ne potete più; riposate, via, io intanto salirò fino in cima per esplorare i dintorni.

Alma si lasciò cadere sull’erba mentre Vittoria si allontanava.

Quando si vide sola si guardò intorno come se si fosse allora destata da un lungo sonno. Lei, lei in quel bosco, lei lontano dalla villa ove, per quanto il fasto regale fosse attenuato dalla quasi prigionia della Regina, nulla mancava di ciò che occorre a chi è usato a tutte le delicatezze della vita: lei in balìa di una avventuriera, famigerata per le sue ferocie!

E se suo padre avesse saputo a quale pericolo l’aveva esposta l’avventatezza della Regina, non avrebbe avuto ragione di rimproverarle il rifiuto di lasciar quella donna che non sdegnava di correr la ventura per le strade in compagnia di gente di mal affare pel ricupero di un regno che si era lasciato togliere a causa appunto della sua indole fatta di contrasti, di poche eccelse virtù e di molti vizi volgari?

E perchè non si era rifiutata di seguirla, lei che avrebbe ben potuto prevedere a quali pericoli sarebbe andata incontro, e quale onta gliene sarebbe venuta: perchè?

La risposta ad un tal perchè, risposta che si era data anche prima, l’aveva immersa in un’angoscia profonda. A che dissimulare lo stato del suo cuore? Ella amava colui che non più un misero avventuriero, ma era per lei più che un suo pari, più che un suo intimo congiunto: era un uomo innanzi al quale se non lei, il padre di lei doveva chinar la fronte ed arrossire.

Era stata dunque la gelosia che l’aveva indotta a quel passo di cui ora subiva le conseguenze, la gelosia cieca, irriflessiva che le aveva fatto affrontare con amara voluttà lo spettacolo del fascino che la Regina esercitava su Riccardo, fascino del quale ella intuiva la causa, chè non era tanto inesperta della vita da non comprenderne ciò che per una fanciulla esser deve un mistero. Ed era rimasta profondamente colpita al cuore per lo sgarbato obblìo di Riccardo che, pur sapendola a lui vicino, incurante di lei si era abbandonato alle carezze dell’amante, e lo sguardo ebbro di desiderio del giovane aveva vieppiù scavato l’abisso che da lei lo separava.

Tutto il suo avvenire era compromesso, chè ella si sentiva incapace di darsi ad un altro amore, pur sentendo vergogna di quello che forse da gran tempo aveva custodito nel cuore e che di un tratto era scoppiato così veemente!

Ed ecco che per effetto di quell’amore che si rimproverava come una colpa, come una vergogna, ora si trovava in un bosco, presa nell’ingranaggio di quell’intrigo, travolta senza volerlo in un’avventura che avrebbe avuto conseguenze ben fatali per lei e per suo padre che ella aveva sempre amato, quantunque ne intuisse l’ambizione, ad appagar la quale lo reputava di tutto capace.

E mentre tremava di sgomento in quella solitudine, col pericolo imminente di esser sorpresa dai rozzi e brutali soldati inglesi che l’avrebbero considerata come un’avventuriera, pensava a Riccardo ed alla Regina che erano già al sicuro o immemori o incuranti di lei nella gioia dello scampato pericolo...

Ma qui si arrestava per respingere una visione che la faceva fremere di sdegno e di dolore. La gelosia le aveva rivelato della vita quel che la severa educazione aveva coperto di un velo. Ella sentiva vergogna di quella persistente visione, se ne faceva tuta colpa, pur non riuscendo a scacciarla, quantunque invano, invano chiudesse gli occhi per non vederla. Soli, liberi, lieti dello scampato pericolo forse in quell’ora istessa abbandonavansi alle dolcezze del loro amore, mentre essa in quel bosco smarrita, non sapendo che sarebbe di lei avvenuto, era in preda non solo allo sgomento ma anche ad un’ira sorda che pur si rimproverava come una colpa.

Ma, ed era questo un fenomeno strano, un effetto della sua educazione, non contro la Regina sentiva le punture di quell’acre sentimento che le era sorto nel cuore: la Regina anche coi suoi vizî, anche con le sue sregolatezze era sempre per lei la Regina, inviolabile ed intangibile, per la quale era debito d’ogni suddito di dar la vita, come lei l’avrebbe data; e nell’equità dell’anima sua neanche Riccardo era colpevole. Da quando aveva inteso per lui quel che ora le pungeva il cuore? Non lo aveva per tanti anni tenuto in conto di un vil servo del quale avrebbe sdegnato l’omaggio più devoto? Che cosa aveva fatto lei per meritar che egli le sacrificasse sia pure il capriccio ond’era stata presa per lui la Regina? E se ci era un colpevole non era suo padre la cui ambizione aveva fatto tacere in lui l’affetto fraterno? Era seco stessa dunque che doveva rammaricarsi, contro se stessa doveva volgere la sua ira, e se quella era gelosia, se era amore il sentimento che le pungeva il cuore, era lei la colpevole, lei che si era lasciata vincere, venendo meno al suo orgoglio, alla sua alterezza!

Era in questi pensieri quando fu riscossa dalla voce di Vittoria.

— Venite, venite — le disse questa comparendole innanzi — ho trovato un rifugio su una rupe nel fondo di un bosco ove potremo aspettare al sicuro che la strada sia sgombra. Vi ho trovato alcuni amici che poterono salvarsi dall’inseguimento. In pochi potremmo resistere a tutto un reggimento.

— Voglio andar via, voglio andar via! — gridò la giovanetta sgomenta, cui pareva orribile esser costretta a vivere in comune con quella gente chi sa per quanti giorni.

— Voi dovete seguirmi, intendete? — rispose Vittoria con accento aspro e reciso. — Io non posso, non debbo esporvi ad un incontro con quei maledetti, scostumati e brutali forse più che i Francesi. Sono io che rispondo di voi, io che ho dato la mia parola, e sia pure contro voi stessa, debbo mantenerla.

Alma comprese che era inutile insistere; piegò il capo e si lasciò prendere per la mano.

— Io non so se vi amo o se vi odio, nol so e nol voglio sapere — disse Vittoria con accento lento e solenne — ma so che darei tutto il mio sangue perchè non vi sia torto un capello. Anch’io ero una gentildonna come voi, ma non fossi altro che Vittoria, Vittoria la feroce, Vittoria la crudele, ho la mia superbia anch’io, e per questa superbia, non dubitate, vi proteggerò per ridarvi a lui fino all’ultima goccia del mio sangue. Venite dunque, venite.

Alma aveva compreso ben poco di quelle parole, ma sentendosi dominata dall’aspetto e dall’accento di quella donna si lasciò condurre verso il folto del bosco. D’altra parte, era così convulsa, così smarrita da non aver più la forza di resistere. Solo chiedevasi perchè quella donna avesse detto che l’avrebbe ridata a lui.

— Sa dunque che io l’amo, sa dunque che io l’amo? — domandavasi con un segreto terrore del quale non avrebbe saputo ridire la causa.

E intanto saliva il colle boscoso dietro quella donna che pareva avesse dei diritti su lei.

— Ecco, siamo giunti — disse infine Vittoria.

Un edificio dalle mura qua rotte, là screpolate si ergeva sulla cima del colle i cui fianchi dal punto in cui finiva il bosco si elevavano brulli e scoscesi. Una angusta stradiciuola incavata nel masso saliva fino ad un piccolo vano dell’edificio di cui un tempo era stato forse la porta. Invero pochi uomini risoluti a vender cara la vita avrebbero potuto da quelle mura tener fronte al nemico per quanto numeroso, non potendo essere assaliti che solo per quell’angusto sentiero.

La giovanetta affannava salendo il dirupato viottolo. Chi mai avrebbe in lei riconosciuta la superba figlia del duca di Fagnano, l’amica della Regina usata a vedersi d’intorno una corte di maggiordomi e di valletti? Con le vesti lacere, la bionda capellatura scomposta, il viso scolorito dal disagio e dallo sgomento, si trascinava a stenti dietro quella donna in abito da uomo che di tanto in tanto le si volgeva per incuorarla, guardandola con occhi che esprimevano ora la pietà, ora un sentimento indefinibile da far trasalire la povera fanciulla.

Giunsero così sulla spianata innanzi ai ruderi del vecchio castello, ove trovarono alcuni uomini di quelli della scorta che vi si erano ricoverati.

Al vedere Vittoria le si fecero incontro.

— La fortuna ci ha aiutati — disse Volpino — assai più che non meritassimo. Ho visitato l’interno di queste rovine: vi sono alcune stanze rimaste intatte ove si può dormire al sicuro dalla pioggia. Mi ci acconcerei per benino e per tutta la vita se avessi del buon vino, del pane, del companatico ed anche una di queste siciliane per cantarle delle _romanze_. Che occhi, San Francesco benedetto, che occhi, che...

— Taci vecchio rimbambito! — gridò Vittoria temendo per riguardo ad Alma il parlare sboccato del rozzo scorridore.

— Quando si tratta di aver buone orecchie e buon naso non sono un rimbambito — rispose il Volpino. — Dunque possiamo bene attendere qui che le strade siano libere.

— Andiamo, andiamo, che questa povera signorina ha bisogno di riposo. Conducine nella stanza meno rovinata e voi altri — disse poi Vittoria voltasi ai compagni — restate in vedetta per evitare che ci si sorprenda.

Aveva la voce e l’accento di chi sia usato al comando.

— State pure tranquilla, caporale — risposero quegli uomini. — Fosse anche una volpe che tentasse di arrampicarsi quassù, non sfuggirebbe alla nostra vista.

— E vi prevengo che se ci scoprono e se saremo assaliti non intendo fuggire. Or che abbiamo trovato un tal ricovero vi staremo finchè non ci sarà dato di raggiungere con sicurezza i nostri.

— Fuggire? E dove? In questo maledetto paese non ci è da raccapezzarsi — rispose il Volpino. — Non siamo fuggiti negli scontri coi Francesi, ciascun dei quali ne valeva dieci di queste aragoste, come i siciliani chiamano gl’Inglesi.

— Però, però — disse il Magaro che era fra gli sfuggiti — come faremo per empirci lo stomaco? Per la sete, ho visto scorrere là in fondo un ruscello; ma l’acqua non può far da pane, e neanche da vino!

— Ci penseremo dopo che avrò trovato un cantuccio ove possa riposare questa poveretta.

Alma ascoltava come intontita. Le pareva un sogno l’esser là in mezzo a quella gente, in un bosco, fra quei ruderi. Pure un pensiero doloroso le pungeva il cuore: lui, lui l’aveva abbandonata in balìa di quella donna! È vero che ella stessa glielo aveva imposto, ma perchè non era tornato, perchè vedendo che il tempo trascorreva senza che ella giungesse alla villa non le era mosso incontro? Ma un altro pensiero la faceva trasalire: se per aver nuove di lei fosse capitato tra gl’Inglesi? Se, mentre lei era in quel bosco tra quei rozzi avventurieri, egli fosse trascinato prigione dal soldati? Se uno di quei colpi che aveva udito rimbombare per la campagna l’avesse ucciso? E se, mentre con tanto spasimo pensava a lui, egli dimentico, nell’esultanza di veder salva la Regina, si abbandonasse al fascino ammaliatore di quella donna?

Così ondeggiava nei pensieri più angosciosi, quando un grido di gioia di tutti gli astanti le fece sollevare il capo essendole balenata nell’anima una speranza.

— Pietro il Toro! È proprio Pietro il Toro che si trae dietro una mula ben carica.

— Sono io, sì, sono io — gridò dal basso del viottolo il vecchio scorridore.

— Evviva Pietro il Toro, evviva!

— Di che diavolo sarà carica quella mula?

— Anche di solo pane, sarebbe pur sempre una provvidenza.

Ed attesero trepidanti che il vecchio li raggiungesse. Anche Vittoria si era fermata, mentre Alma delusa aveva tratto un sospiro.

— Temevo che questa volta ci fossi capitato! — disse il Magaro sinceramente lieto nel veder sano e salvo l’amico.

— Non sono pruni pe’ miei occhi quelli lì — disse Pietro il Toro scrollando le spalle. — I Francesi tiravano meglio, ma io tiro meglio dei Francesi. Nello inseguirci avevan lasciato in un canto del bosco alcune mule cariche di tutto il ben di Dio, come ho potuto accertarmi in un istante di sosta ed erano custodite da alcuni paesani che ho posto in fuga con due o tre bestemmie delle mie. Ho riversato in un fosso il carico delle altre e ho portato meco questo, sicuro che sarebbe giunto opportuno.

— Ma come comprendesti che eravamo qui?

— Dalle vostre pedate, figli miei. Credete voi che abbia dimenticato l’antico mestiere? Un tempo bastava una pietra smossa, un ramoscello spezzato per indovinare quale e quanta gente fosse passata pel bosco. Le impronte che si dirigevano verso il centro del colle erano di gente che fuggiva e che portava le uose: erano dunque le vostre.

— Il castello è ora approvigionato, le armi non mancano, possiamo dunque sostenere un assedio in piena regola.

— A prescindere dal fosso in cui ho riversato l’altra roba. Non speravo punto di trovare anche qui con gli altri, caporal Vittoria...

Ma s’interruppe con un grido di stupore avendo visto Alma che, stanca, oppressa, smarrita, si era lasciata cadere a piè d’un albero il cui tronco l’aveva nascosta finallora agli occhi di Pietro.

— La duchessina qui, la duchessina qui! — esclamò il vecchio volgendo attorno lo sguardo per chiedere spiegazione.

— Per non cadere in mano ai soldati che sopraggiunsero — rispose Vittoria. — quando già la Regina si era posta in salvo e noi muovevamo per seguirla. Del resto, se ci siam noi, ci può bene star lei!

Due opposti sentimenti combattevano nel cuore di Vittoria il cui linguaggio ne subiva l’influenza: ora la pietà ed un istintivo interessamento davano alla sua voce una inflessione di dolcezza; ora l’odio che pur tentava di soffocare la facevano irrompere in aspre parole.

Alma, offesa dalla risposta di Vittoria, non seppe più contenersi: intese divampare tutto l’orgoglio della razza, e alzatasi le volse dicendo alteramente pur fra le lagrime:

— Voglio andar via. Gl’Inglesi rispetteranno in me la figlia del duca di Fagnano!

— Gl’Inglesi vi costringerebbero a dire come voi, figlia del duca di Fagnano, vi siete trovata sola in un bosco mentre essi davano a noi la caccia. Compromettereste così la nostra Regina, per la quale noi siamo disposti a dar la vita — rispose Vittoria con accento severo.

Poi raddolcendo la voce, quasi pentita della sua asprezza, in che però aveva una lieve inflessione d’ironia.

— E saremo disposti anche a darla per voi se non disdegnate la nostra compagnia — aggiunse.

Alma, non rispose; chinò il capo con un sospiro e sedette, come rassegnata alla sua sorte.

Pietro il Toro, che aveva ascoltato scrollando il capo quasi rispondesse ad un segreto pensiero, si avvicinò alla giovinetta e le disse con accento rispettoso e insieme paterno:

— Quella lì — e con la mano accennava a Vittoria — è meno cattiva di quello che si creda. Voi qui siete, per così dire, la sua ospite, e una tigre non difenderebbe tanto ferocemente i suoi figli come ella difenderebbe voi. Abbiate dunque pazienza e vi prometto che appena la strada sarà sicura io stesso vi condurrò da Sua Maestà. Andate, andate ora fra quei ruderi ove vi si acconcerà un buon tettuccio coi mantelli che ho trovato sulla mula tolta agl’Inglesi. E riposate tranquilla chè noi veglieremo; riposate tranquilla meglio che una regina nel suo palazzo.

— Grazie! — rispose lei sollevando i begli occhi gonfi di lacrime.