Part 11
La Regina intanto, che era passata per la strada fiancheggiante il colle prima che gl’Inglesi scendessero per prendere in mezzo la lettiga con coloro che l’accompagnavano, al certo per l’avviso che avevano ricevuto da qualche loro spia, era giunta alla villa seguita da Riccardo, che però si volgeva ad ogni istante per vedere se Alma e Vittoria li seguissero. Sentiva l’anima oppressa da sinistre apprensioni; per quanto la gratitudine che doveva a Vittoria fosse ben grande, pur sapendone l’indole torbida e violenta acuita vieppiù dalla passione insoddisfatta, non era punto tranquillo. La improvvisa ed imprevista apparizione di quella donna che al certo era passata in Sicilia solo per lui, se da una parte gli era giunta grata, dall’altra lo impensieriva non poco, complicando vieppiù l’incertezza nella quale viveva pel fascino che subiva della regal donna di cui era l’amante, e per quel sentimento profondo che nutriva in cuore per Alma.
Perocchè egli invano si chiedeva qual fosse la sua meta, quale esser potesse il suo domani. Non gl’importava di lasciar la vita in quell’impresa, ma posto tra quelle due donne, se mai la Regina trionfasse, se ritornasse libera e potente, avrebbe dovuto pur decidersi, sia facendo riconoscere i suoi diritti al nome ed al titolo di suo padre, sia rinunciando al suo amore per Alma, o ai suoi intimi rapporti con la Regina. Ma in tal caso come affrontarne l’ira e l’odio che si sarebbero riversati su quella povera giovinetta? E questa, anche se lo amasse, si sarebbe piegata a quell’amore, pur sapendo la natura dei legami che lo avvincevano alla Regina? Il suo amor proprio ferito, la sua gelosia messa a tante dure prove non si sarebbero ribellati? Non avrebbe lei ricordato la involontaria recente villania di lui che innanzi alla regale fascinatrice si era mostrato del tutto dimentico della giovinetta che veramente ed unicamente amava?
Ed ora un’altra donna, violenta nell’odio come nella passione, si frammetteva nella sua vita, una altra donna a cui era legato da tanta gratitudine!
Non era sfuggita alla Regina la preoccupazione del giovane che quanto più si allontanava dal luogo in cui aveva lasciato Alma tanto più appariva agitato: ma poichè il pericolo non era del tutto scomparso, ella spronava vieppiù il cavallo, quantunque punta da un certo rimorso per aver dovuto distaccarsi dalla sua giovane amica, e dal dispetto di dover sottrarsi con la fuga a coloro che pure erano venuti in Sicilia per proteggerla e per difenderla.
Giunta innanzi la porta della villa, Maria Carolina balzò dal cavallo, ne gittò le redini al negro che era accorso e si fermò sulla porta per aspettare Riccardo che poco dopo la raggiunse.
Il giovane era scuro in viso come chi sia oppresso da un pensiero angoscioso.
— Che Vostra Maestà mi perdoni — disse — ma temo che sia incorso qualche sinistro a... alla sua giovane amica. Dall’alto del colle per quanto è lunga la strada che si volge in fondo alla vallata non ho visto alcuno, eppure avrebbe dovuto....
— Salite — disse lei imperiosamente.
E gli volse le spalle come sicura che avrebbe ubbidito al suo ordine. L’ira, il dispetto ed un altro sentimento ben più logorante le si leggevano nel viso, mentre passava tra i valletti schierati sopraggiunti al suo arrivo.
Il giovane esitò per un istante, ma non osò protestare, e si diede a salir la scala dietro la Sovrana, che non si era neanche rivolta per vedere se la seguisse.
Quando furono in una stanzetta alle cui pareti erano i ritratti di alcuni degl’imperatori e delle imperatrici di Austria, ella si lasciò cadere su un largo divano, mentre il giovane, arrestandosi sull’uscio, si teneva nell’atteggiamento di chi frema impaziente ed abbia altrove volto il pensiero.
— Sedete — ordinò la Regina che affettava un contegno calmo e sicuro.
— Ho avuto l’onore di dire a Vostra Maestà che sono in gran pensiero per...
— Sedete! — ripetè lei fissando il giovane con uno sguardo sfavillante d’ira.
Dominato da quella voce e da quello sguardo, quantunque evidente fosse in lui la lotta che si combatteva nel suo spirito, sedette frenando a stento la sorda ribellione che era per prorompere.
— Nel colloquio che avemmo nella torretta — disse la Regina con le labbra tremanti per l’ira compressa, quantunque si sforzasse di apparir calma — mi narraste quali pericoli doveste affrontare per raggiungermi, per attenere la fede a me giurata. Io vi ascoltavo col cuore palpitante di una gioia che non avevo mai provata, perchè credetti che finalmente l’uomo del quale per tanti anni ero andata in cerca l’avessi trovato in voi, l’uomo che va dritto come una spada verso la meta che si è prefissa, l’uomo che dandosi a una donna e ad una missione è pronto a liberarsi d’ogni altro affetto ed a considerarsi come l’istrumento scelto dalla Provvidenza per menare a termine un gran disegno!
Riccardo a poco a poco aveva alzato fieramente la testa sentendosi punto al cuore dalla parola fredda e calma della Regina, le cui inflessioni ironiche lo esasperavano. Pure non osava d’interromperla e si teneva immobile, quantunque il suo pensiero lottasse tra la ribellione che in lui suscitavano le parole ironiche di lei e la preoccupazione per la sorte toccata ad Alma: ond’egli pur prestando ascolto alla Sovrana, trasaliva ad ogni rumore che potesse essere indizio del ritorno della giovinetta.
— Quando in quella notte fatale a Napoli foste ferito — continuò la Regina — io non ubbidii soltanto ad un capriccio di donna col compiacermi di voi, nè alla gratitudine, chè il premio concessovi sarebbe stato troppo anche pel servigio che mi avevate reso: ma gli è che una voce interna mi diceva che voi sareste stato il braccio a me necessario, voi l’uomo che nella rovina di tutto un regno, avreste giganteggiato con me per opporci alla immane catastrofe. Io volli far di voi uno di quei predestinati che s’incontrano talvolta lungo le vie dell’umanità; volli infondervi la mia energia, parte della mia anima, del mio spirito, dei miei odi, delle mie aspirazioni, poichè voi avevate già il valore, la giovinezza e l’anima fatta per comprendere i grandi ideali. Ebbene, mio caro, debbo con rammarico confessare a me stessa che m’ingannai.
Egli si era alzato a queste parole, acceso in volto per l’orgasmo, ma risoluto a respingere quell’oltraggio. Pure contenendosi a stento, come chi retroceda prima di avventarsi, avendo inteso rifluir nell’anima tutto lo sdegno della sua natura impulsiva, disse con voce calma nella quale pur ruggiva tutta la tempesta dell’anima sua:
— Oso chiedere alla Maestà Vostra perchè ora afferma di essersi ingannata!
— Perchè — rispose prorompendo la Regina — perchè ti sei lasciato distrarre, ti sei lasciato vincere dalle moine di una scioccherella che da gran tempo avrei dovuto rimandare a suo padre; perchè quando lei è presente tu appari impacciato, confuso, incerto, come se temessi, mostrando per me quella devozione che mi è dovuta anche se fossi per te niente altro che la tua Regina, come se temessi di arrecarle dolore. Ed ora, dì, ora non sei tu convulso, preoccupato sol perchè non sai quel che sia avvenuto di lei, quasi a te stesse a cuore più la sua che la mia salvezza? Parla, rispondi, che da gran tempo io l’aspetto una tua parola che mi faccia leggere addentro nel tuo cuore. Sei tu per me qui? per me affrontasti i pericoli della fuga, per me spezzasti le tue catene dì schiavo, per me rinunciasti a ciò che tuo padre ti offriva, o per lei, per lei che tu amavi sin da quando eri un misero bastardo sudicio di fango e meritevole per tanto ardire delle scudisciate dei servi di quella donna alla quale si volgevano gli occhi tuoi?
La Regina si era andata vieppiù accendendo come se le parole stesse ne acuissero l’ira, pareva fuor di sè per l’orgasmo, irritata vieppiù dal contegno freddo e severo del giovane che con le braccia conserte, ritto a lei dinanzi, livido in viso, si teneva immobile, quantunque gli costasse uno sforzo sovrumano quel contegno apparentemente impassibile.
Ma alle ultime parole della Regina, che erano un estremo oltraggio per lui, egli trasalì, gli occhi balenarono di una luce sanguigna, le labbra gli tremarono; pure, poichè ella ne aspettava la risposta, sperando in cuor suo che fosse umile e dimessa egli disse con voce lenta, ben marcando le parole:
— Vostra Maestà dunque ebbe torto ad aprir le braccia a chi, insudiciato di fango, in quella notte in cui versò buona parte del suo sangue, avrebbe meritato non le regali lusinghe, ma le scudisciate dei suoi valletti, se... vi fosse stato uomo al mondo tanto ardito da osare di fargli oltraggio!
Ella non si aspettava quella fiera risposta. Il suo orgoglio regale, la violenza della sua indole, la sorda ira accesa dalla gelosia combattevano in lei contro il suo amore, senza sopraffarlo ma anco senza esserne vinta. Gli è che pur essendo l’amante di quel giovane voleva anche esserne la Sovrana; gli è che la sua alterezza non le permetteva di confessare di essere gelosa, lei, la figlia dei superbi imperatori, di una povera giovinetta, della cui beltà tenera, dolce, soave, così diversa dalla sua, ella ora soltanto si era accorta, ora che a quell’unica amica che le era rimasta invidiava la giovinezza e la verginale leggiadria. In quell’istante aveva posto in oblio tutto il gran disegno; la congiura contro gl’Inglesi, il ricupero del potere, l’esiglio, la dignità regale vilipesa. Nulla le sventure, nulla l’avvilimento in cui era caduta avevano influito sul suo carattere che ondeggiar la faceva tra le piccole e le grandi cose, tra le eroiche virtù di Sovrana e i vizi e le passioni di un’anima di donnicciuola.
Le parole di Riccardo la ferirono non solo nel suo orgoglio, ma nella illusione che ella potesse sull’animo di lui fino a vederlo umile e contrito anche negli oltraggi. Scorse nella risposta del giovane la confessione quasi del suo amore per Alma con qualcosa di più atroce: il disdegno dell’uomo per la donna che gli si era data senza amore e per capriccio. Allora comprese in quale abisso fosse canuta: nell’impotenza di punire quell’uomo che aveva risposto con l’oltraggio all’oltraggio; misurò la rovina, la miseria del suo stato dalla quale nulla sarebbe valso a trarla. L’ira, lo sdegno, il dolore le agganciarono così il cuore che ella per poco non seppe dir parola. Poi per le livide guance, mentre gli occhi parevan come impietriti, scorsero le lagrime, ognuna delle quali in altri tempi sarebbe costata la vita ad un uomo.
Egli vide quelle lagrime, comprese tutta l’angoscia del cuore di quella donna, di quella Regina, e ne ebbe pietà, pure nella pietà non obbliando che forse in quello stesso istante Alma era esposta per la sua devozione alla Regina al pericolo di cader prigioniera degl’Inglesi, pericolo che per l’incertezza si dipingeva orrendamente alla sua fantasia. Ma come lasciar la Regina in quello stato per correre a difendere la giovinetta? E che ne avrebbe detto lei di lui che riaveva abbandonata?
Non mai il suo cuore era stato così in tumulto, non mai aveva sopportato tanto strazio! Come uscir da quel bivio, a quale partito appigliarsi, posto fra quelle due donne alle quali sentiva avvinta tutta la sua vita?
— Vostra Maestà — disse infine con voce soffocata dall’angoscia — ha voluto punirmi acerbamente di una premura che era inspirata dal rimorso, dell’avere io consigliato di avventurarsi in aperta campagna. Avrei avuto una tale premura anche se quella giovinetta non fosse la figlia del fratello di mio padre. Perchè Vostra Maestà ha voluto punirmi di tale mia doverosa premura col ricordarmi la mia misera giovinezza, mentre sa che nelle mie vene scorre sangue di principi e di duchi? E non comprende che il mio orgasmo, il mio dolore per l’incertezza in cui versiamo sulla sorte toccata alla sua amica son prodotti anche dal pericolo che corrono i disegni di Vostra Maestà se mai quella delicata creatura, che non reggerebbe ai maltrattamenti degl’Inglesi, cadesse nelle loro mani?
— Solo per questo? — disse la Regina che a poco a poco alle parole del giovane si era andata rasserenando, quantunque il suo volto e i suoi occhi serbassero ancora le tracce delle angosce sofferte. — Posso io crederti, posso io crederti? Bada di non ingannarmi ti dico. Abbandonata da tutti, sola contro tutti, mentre tutto rovina a me dintorno, coi figli che mi odiano, col marito incurante, spiata dai miei stessi familiari, costretta a vivere come una prigioniera dell’elemosina de’ miei nemici, in te che sei giovane, in te che sei bello, in te che sei forte ho cercato non solo il braccio, l’energia, il valore onde io trionfi come Regina, ma tutte le illusioni, tutte le gioie, tutte le ebbrezze a cui anela ogni cuore di donna. Lo so che gli anni e le sventure hanno sfiorato le mie guance, han tolto il fulgore ai miei occhi, hanno sformato la mia persona, ma non perchè rovinato è il vulcano dalle fiamme che ha eruttato, son meno ardenti le sue vampe, è meno stridente il fuoco che vi arde dentro! Io mi sono appigliata a te perchè giurasti di seguirmi dovunque sulla cima eccelsa o nell’abisso profondo.
— Ed io vi seguirò — rispose lui. — Non son venuto mai meno ai miei giuramenti.
— Mi seguirai anche se.. se ti arride l’amore di una giovane donna che tu forse vagheggiasti fin dalla infanzia? Mi seguirai anche se...
— Anche se dovessi strapparmi il cuore dal petto, o Regina. Un abisso, intendete? un abisso mi separa ormai da colei alla quale un tempo i miei occhi si rivolsero, come quelli di una lucciola si rivolgono ad una stella.
— Ah, confessi dunque che l’hai amata, confessi che l’ami? — gridò la Regina.
— Confesso — rispose lui che non potè trattenere un sospiro d’angoscia per quella rinuncia ad ogni sua illusione, risoluto com’era a soffocare il suo amore per Alma, ma non certo il suo interessamento come per una sorella — che ho consacrato tutta la mia vita a vostra Maestà: confesso d’aver sognato fino a quando in una notte, mentre giacevo ferito in un luogo sconosciuto, una Regina mi apparve che mi legò indissolubilmente al suo destino. Lasciai il sogno e mi avvinsi ad una tale realtà, alla quale come ho dato la mia vita ho sacrificato il mio sogno!
Benchè la Regina fosse mediocremente soddisfatta di questa confessione del giovane, pure ne comprese tutta la sincerità e la schiettezza. Ormai dunque poteva viver sicura che quel giovane di cui sapeva a prova la lealtà, non l’avrebbe ingannata. Pur la sua natura, estrema in tutto, tornò serena e quasi lieta, onde gli stese la mano sulla quale egli impresse un lungo bacio.
— Ora — disse Riccardo rialzandosi — interpretando il desiderio della Regina, è mio dovere correre in soccorso dell’amica di Vostra Maestà che spero di ricondurre qui al più presto.
— Io vi aspetto! — disse la Regina che fissò il giovane con occhi infiammati nei quali egli vide balenare il torrido desiderio di cui unicamente forse era fatto quell’amore.
Quando il giovane uscì, la Regina rimase per un pezzo come affissata in un pensiero.
Poi scrollò le spalle mormorando:
— Anche se le fosse capitata qualche disgrazia... furono scambiati molti colpi di fucile e lei si trovava proprio in mezzo del cerchio formato dagl’Inglesi... anche se le fosse capitata qualche disgrazia, non sarebbe la prima morta pel suo Re e per la sua Regina! Non giurarono gli Ungheresi di sacrificarsi tutti per mia madre, e non diedero ad essa il loro sangue e la loro vita?
VII.
Ferdinando IV, che quella mattina era di malumore, perchè appena aveva potuto veder cadere sotto i colpi del suo fucile tre pernici e poche quaglie, se ne era tornato dalla caccia, e aspettando che la colazione fosse servita, passeggiava soletto su e giù pel viale del parco che cingeva la sua villa della Ficuzza.
Discosti da lui, due gentiluomini assunti da poco al suo servizio, il conte di Castelrotto e il marchese di Rovello, discorrevano sottovoce, non perdendo d’occhio il regale padrone.
— Nuvole in aria — disse il conte di Castelrotto accennando con lo sguardo al Re che si era fermato presso una aiuola dalla quale strappava nervosamente i fiori. — La caccia stamane è stata poco fortunata!
— Non è per la caccia — rispose l’altro — gli è che da quando fu qui la Regina, il pover uomo non ha più pace.
— Gli avrà fatta forse qualcuna delle solite scene di gelosia... Ne è ben capace!
Il conte scrollò le spalle.
— Importa assai a lei!
— Credete che non sia punto gelosa di... quell’altra?
— Neanche per sogno. Del resto, se ne rifà ad usura.
— Con chi adesso?
— Corrono delle voci vaghe. Da qualche giorno si vede gironzare per i dintorni di Castelvetrano un certo bel giovane che si vuol sia stato un famoso capobanda, e qualcuno anche l’ha visto entrare di notte nella villa ove dimora la Regina!
— Ma non parmi sì grave la cosa... Uno più, uno meno! In fine è ancora una bella donna, pare impossibile, a quell’età; ma giuro per Santa Rosalia che nell’ultimo ballo a Corte, la sua bellezza matura, anzi più che matura, attirava gli sguardi e i desideri assai più delle tante bellezze giovanili che splendevano alla luce dei candelabri. In quanto poi al famoso capobanda, che dite giovane e bello, non mi meraviglio della scelta; mi meraviglierei se avesse scelto ad amante uno di cotesti nostri giovanotti cachettici e sfiaccolati!...
— Non si tratta di questo... Gli è che van sussurrando di un certo sbarco di Calabresi, di una congiura contro lord Bentink che è il vero Re di Sicilia, congiura della quale l’ispiratrice, l’ordinatrice sarebbe appunto quel demone di donna.
— Uhm! — rispose l’altro quasi distratto, come chi voglia dire meno di quel che potrebbe — che può far lei senza il consenso di quello lì?
E in così dire accennava al Re che si era seduto su una panca e pareva tutto intento a leggere un giornale.
— È vero: ma non venne qui lei una notte, sperando di non esser vista e di poter ripartire all’insaputa di tutti? Chi sa non sia venuta per accaparrarsi l’acquiescenza del marito?! Voi stesso avete detto che da quella sera è turbato come chi abbia pel capo un pensiero molesto. Sapete, io vi parlo così per un comune interesse. Non fummo raccomandati da lord Bentinck allorchè furono allontanati tutti i gentiluomini che avevano formato per lo innanzi la Corte del Re? E se la congiura scoppiasse e trionfasse, noi...
L’altro che aveva ascoltato col viso di chi non dà molta importanza a quel che gli si dice, sorrise con aria d’uomo che la sa lunga.
— Caro conte — rispose scrollando il capo — a lord Bentinck nulla sfugge, e a tutto provvede. Per ora posso dirvi solo questo, che fra tre giorni sbarcheranno a Palermo altri cinquemila soldati inglesi, capaci di domare i grilli del capo di una vecchia intrigante, parlando col rispetto dovuto alla sua corona di regina.
— Dunque possiamo star sicuri?
— Sicurissimi.
— In verità, caro marchese, non che io tenga a questo affido che già, sia detto fra noi, non è punto onorifico come parrebbe; ma gli è che, è inutile, nasconderlo, ho subìto tanti rovesci che l’offerta di lord Bentinck fu per me una vera provvidenza, quantunque il mio orgoglio ne soffra perchè il Re non mostra di avermi in quella considerazione che meriterei.
— Lasciate correre, caro conte; voi non siete qui pel Re, ma... per voi stesso.
— E... per lord Bentinck!
— Sia pure; il quale lord Bentinck quando è ben servito sa essere riconoscente. Nessuno della nostra casta può lagnarsi di lui, meno s’intende, alcuni capi scarichi sedotti dalle nuove idee che non intendono. Non dobbiamo alla generosità inglese quel che occorre per sostenere degnamente il nostro grado? Ma il popolo soffre, il popolo è oppresso, il popolo è dissanguato! Ma se è nato per questo! Di chi è la colpa? degl’Inglesi? È di Domineddio che l’ha fatto nascere popolo, come ha fatto nascer noi conti, duchi o marchesi. Non è così?
— Proprio così. Sapete che le vostre parole mi han tolto un grave peso? In verità, sono stanco di tanti rivolgimenti e vorrei che tutto il mondo vivesse in pace ora che ho ottenuto anch’io questo cantuccio.
Il Re intanto era immerso in foschi pensieri: dalla notte in cui, in un istante d’ira, non sapendo resistere alla imposizione della moglie, aveva firmato il proclama col quale manifestava l’intenzione di ripigliare il potere, non aveva avuto più pace. In qualche modo si era acconciato a quella vita che conveniva alla sua indole pigra e ai suoi istinti grossolani; infine il potere non gli aveva dato che delle noie, e se avesse avuto ancora il vigor giovanile e a lui vicino il parco di Caserta o di Capodimonte, o la vasta tenuta degli Astroni, non avrebbe chiesto di meglio dell’essere sgravato dei fastidii del potere. Eppoi si sentiva già vecchio, e se negli anni più verdi si era lasciato travolgere dal torrente che lo aveva strappato dal trono di Napoli, non aveva nessuna voglia di resistere ora, dopo aver sofferto tante traversìe.
E come, come si era lasciato indurre dalla moglie che lo aveva messo sempre in gran brutti impicci? Dacchè ne era separato aveva vissuto così sereno e tranquillo in quel suo ritiro della Ficuzza da essere in fondo ben grato agl’Inglesi che a tanto l’avevano costretto, poichè a vero dire, egli non sarebbe stato capace di osar tanto. Valeva bene la perdita del potere l’acquistata serenità per la separazione dalla moglie, istancabile orditrice d’intrighi e di congiure, la quale non nascondeva punto il disprezzo in cui lo teneva e non gli risparmiava i rimproveri, gli amari motteggi, ritenendolo responsabile dell’avvilimento in cui erano caduti.
Come dunque si era lasciato indurre a firmare quel proclama che al certo gli avrebbe procurato di grandi impicci? Per poco, a prevenire e a render vani gl’intrighi della moglie, gli era venuto in mente di denunciarla agl’Inglesi; ma riflettendoci meglio aveva compreso che per evitare un fastidio sarebbe andato incontro ad un altro, avendo egli paura di quella donna che sapeva di tutto capace. Non l’avevano accusata di aver tentato di avvelenare il principe ereditario, suo figlio, Vicario del Regno di Sicilia? Egli non aveva mostrato di dar credito a tal voce, ma in fondo alla sua coscienza si era fatto strada il dubbio, anzi possiamo dire la certezza che non la si accusasse a torto.
Che uso dunque avrebbe ella fatto di quel proclama che gli aveva estorto in un istante d’ira? Quando sarebbe scoppiata la bufera alla quale egli, senza volerlo aveva prestato il nome? Sentiva sospesa sul suo capo quella minaccia e la mattina nello svegliarsi chiedeva a se stesso se sarebbe trascorsa in pace quella giornata, non potendo trattenersi dall’imprecare in cuor suo alla moglie, che non certo nell’interesse di lui s’era data ad ordir congiure, ma per appagare la sua sete di dominio e di vendetta.
Questa perenne preoccupazione, quest’attesa angosciosa lo faceva vivere in un continuo orgasmo che pur cercava di celare ai pochi cortigiani, con l’assenso di lord Bentinck rimasti al suo servizio. E vieppiù l’impensieriva il non aver nuove della moglie da quella notte, segno che tutta data alle sue cabale, ai suoi intrighi, non pensava più a lui, ben paga di averne ottenuto con la demoniaca influenza che su lui esercitava, l’assenso al torbido disegno.
Ah, se gl’Inglesi l’avessero del tutto e per sempre liberato da quella donna, costringendola non solo a star divisa da lui, ma a tornarsene dal fratello suo! Nella sua gratitudine ci era un certo dispetto contro il Governo d’Inghilterra che aveva fatto le cose a mezzo e non aveva mandato via dalla Sicilia quella donna che rappresentava pur sempre un pericolo!
Questo avrebbe fatto lui se l’avesse potuto e l’avesse osato! Ma gli è che la temevano tutti quella donna, come lui la temeva, come sempre l’aveva temuta, pur non osando mai di ribellarsi al predominio che su lui esercitava.
Era in questi pensieri quando sentì di là dal parco che confinava con la via maestra, lo schioccar d’una frusta e il rotear d’una carrozza.
— La duchessa! — disse con un sospiro di sollievo. — Per lo meno avrò con chi annoiarmi!