Sola contro tutti!

Part 12

Chapter 123,957 wordsPublic domain

E fatto un segno ai due gentiluomini che gli tennero dietro, entrò nella palazzina.

La carrozza della duchessa di Floridia si era arrestata a venti passi dall’entrata principale della villa. Un uomo ne era disceso, alto, membruto, coi favoriti rossicci e il viso improntato a una grande energia. Rimase ritto innanzi allo sportello per aiutare a discendere la duchessa che toccò appena la mano che l’Inglese le porgeva e balzò a terra.

Era una bella creatura dagli occhi neri e ardenti, dalla folta chioma corvina che le scendeva ricciuta sugli omeri, bruna di volto, con le labbra rosse e polpute: un tipo di quella bellezza siciliana dalle torride passioni che bruciano il cuore e le viscere.

— Il Re mi ha visto — disse lei appoggiandosi al braccio che l’Inglese le porgeva — e s’impazienterà se mi fo a lungo aspettare.

— Ci si guadagna sempre a farsi aspettare — rispose l’Inglese inoltrandosi per un viale di platani che spandeva una fresca ombra, mentre tutta la silenziosa campagna era inondata di sole.

— Anche coi re? — chiese lei ridendo.

— Innanzi alla bellezza i re non sono che dei sudditi come tutti gli altri uomini.

— Sicchè voi, milord, innanzi a me?...

— Non sono che un vostro amico — rispose l’Inglese con un fine sorriso sulle labbra sottili — un amico a cui sta molto a cuore la vostra fortuna!

L’Inglese e la duchessa tacquero, chè ognuno di essi seguiva un suo pensiero nel quale forse sapevano d’incontrarsi. Infine la duchessa alzò la testa e disse:

— Gli dovrò dire che mi avete accompagnato?

— Sì... nel caso che egli tentennasse... Gli direte anzi che non ho voluto chiedergli un’udienza per non sottrarlo all’incanto della vostra compagnia... Ma... che avete, duchessa? Mi parete assai preoccupata...

Invero la bella creatura aveva chinato la testa e sembrava assorta in un pensiero.

— Ho — rispose dopo un istante di silenzio — che mi avete suggerito un consiglio da dare al Re assai pericoloso.

— Perchè pericoloso?

— Il ritorno di... della Regina vorrebbe dire un divieto a me di porre il piede nella villa reale.

— Sì, per pochi giorni — rispose l’inglese.

Ella lo fissava per comprenderne bene l’ascoso pensiero.

— In compenso — continuò l’Inglese spiccando bene le parole e tenendo gli occhi fissi in quelli della duchessa — potrà divenir forse la vostra stabile dimora.

— Lottar con quella donna — mormorò la bella creatura — con quella donna che non bada ai mezzi, che è capace di ogni insidia e che esercita una tanto sinistra influenza sull’animo del Re il quale la teme per quanto l’odia...

— E perciò noi dobbiamo combatterla con le stesse sue armi. Fu un male, un gran male averla relegata a Castelvetrano; qui la nostra sorveglianza avrebbe potuto essere più assidua e più oculata. Ora a noi fa bisogno di uno scandalo, di uno scandalo pubblico per quanto più sia possibile. Bisogna indurre il Re ad assentire. In fondo è quel che desidera: giustificare l’esilio di quella donna fuori dalla Sicilia per impedire che l’Austria possa far rimostranze e imponga di richiamarla. Avremo così assicurato la pace di questo Regno, la felicità del Re e... e, mia cara duchessa, la vostra fortuna.

— Ma cotesto capobanda così famoso... dicono che sia un gran bel giovane, è vero?

— Son cose che non mi riguardano. La bellezza di un uomo non può esser misurata che dall’occhio di una donna. È però di un coraggio a tutta prova, e contro i Francesi ha fatto prodigi. Si dice anche che sia di nobile stirpe, benchè bastardo. È di un’audacia senza pari: appena sbarcato uccise un soldato inglese, ne ferì due; inseguito, riescì a nascondersi in una vecchia torre abitata dalla Regina.

— Ma perchè non l’avete fatto arrestare?

— Perchè — rispose l’Inglese con un sorriso che scoprì i denti lunghi ed aguzzi — perchè occorre a me, a voi, alla pace di questo Regno ch’ei sia libero, finchè entrambi, lui e la sua regale amasia, non cadano nella trappola!

— Che io dovrò tendere!

— Sì... per la vostra fortuna.

— E perchè l’Inghilterra si liberi di una ben temibile nemica!

— L’Inghilterra — rispose l’altro in tono solenne — non teme che solo Dio. Essa va dritta per la sua strada stritolando sotto il suo carro gli audaci che tentano arrestarla.

— E che combatte con ogni mezzo...

— Con ogni mezzo! — assentì milord. — E che può fare di una duchessa di Floridia... una regina.

La bella creatura ebbe come un fremito; gli occhi lampeggiarono di orgoglio, ciò che non sfuggì a milord, al quale non sfuggiva nulla dell’anima gonfia di ambizione della duchessa.

— Ed ora addio — disse l’Inglese — vi rimanderò stasera la carrozza, se — continuò sorridendo — Sua Maestà non vorrà trattenervi per la sua... partita a scacchi anche stanotte. So che si lagna di me perchè ho allontanato i suoi vecchi amici, ma in compenso gli ho data la più bella creatura che il sole di Sicilia abbia mai irraggiato!

Ella sorrise rispondendo all’Inglese con uno sguardo assai più eloquente delle parole. Giunti presso la carrozza fece segno ad una vecchia cameriera che l’aveva attesa seduta nel fondo dell’ampio cocchio. La cameriera discese mentre milord si apprestava a salire.

— Ma sapete che è un’imprudenza l’avventurarvi così senza scorta, voi che siete il vero Re di Sicilia? — disse la duchessa.

Per tutta risposta lord Bentinck volse intorno lo sguardo. Ella lo imitò.

— Ah! — disse — delle pattuglie di soldati in ogni parte!

In vero qua e là pei colli che fiancheggiavano la strada vi eran gruppi di soldati, le cui rosse divise spiccavano tra il verde degli alberi.

— Osservo però — ella soggiunse — che cotesti vostri soldati son troppo visibili: è facile quindi deluderne la sorveglianza.

— Ne ho altri del tutto invisibili che mi servono per tener d’occhio coloro che meco lavorano per un intento comune. Ecco, per esempio, ier sera, in sulla mezzanotte, uscì dal vostro palazzo un signore che stamattina ho fatto arrestare.

— Il conte di Bucenta! — gridò lei impallidendo.

— Brava! Il conte di Bucenta che macchinava contro di noi e che sperava d’indurvi a cospirare per la libertà e per l’indipendenza della Sicilia.

Ciò detto salutò con un inchino e montò nel cocchio di cui chiuse lo sportello.

La duchessa era rimasta immobile, colpita da stupore a quella notizia che lord Bentinck si era serbato di darle in ultimo, quasi come un ammonimento. La carrozza aveva già svoltato l’angolo del parco, quando infine si risolse di muovere verso la villa reale in cui il Re l’aspettava con impazienza.

— Ho fatto bene, ho fatto bene — mormorava la giovane donna — a respingere le proposte del conte che mi è parso assai diffidente della Regina. Sarei caduta in disgrazia di coloro che servono ai miei progetti, come io servo ai loro, e che sono i più forti. E tanto più debbo fidare in milord in quanto è l’unico che non mi faccia gli occhi dolci. Ma gli affari son gli affari, come ei ripete spesso.

Intanto, seguita dalla vecchia cameriera era giunta innanzi la porta grande della villa, guardata da un vecchio veterano che si appoggiava con aria stanca ed annoiata al fucile, e che al vedere la giovane donna che ei sapeva in intimi rapporti col Re, si raddrizzò per farle il saluto militare, mentre il portinaio gallonato e impennacchiato si teneva immobile sulla soglia.

Ella passò dritta e fiera come se si sapesse in casa sua. Al principio dell’ampia scala incontrò il maggiordomo che dopo essersi inchinato profondamente le disse:

— Sua Maestà il Re, che vide dal parco la carrozza di Vostra Eccellenza, era in gran pensiero e ha dato ordine di rimandare alla di lei venuta la colezione.

La duchessa non rispose e si diede a salire la scala. La vecchia cameriera la lasciò andar sola, poi si rivolse al maggiordomo che era al certo una vecchia conoscenza.

— Cavaliere mio, non ne posso più. Mi raccomando, ho bisogno di ristorarmi.

— La duchessa resterà qui stasera? — le chiese sottovoce il maggiordomo.

— Che ne so? In caso, continueremo la partita interrotta l’altra sera.

— Mentre la duchessa giuocherà la sua!

— Credo che finirà per dare scacco matto.

— Certo, se arriverà a togliergli la regina.

— Giuoca bene di gambitto la duchessa, ed ha al suo giuoco un cavallo... inglese che...

I due si guardarono ammiccando.

— Il Re ha perduto gli alfieri e le torri; non ha che poche pedine oramai...

Discorrendo così sottovoce i due entrarono in una delle stanze a pianterreno ove erano gli alloggi degli ufficiali della Corte.

Il Re non sapeva a che attribuire l’indugio della duchessa, che giungeva opportuna. Aveva deciso di confidarle tutte le sue pene, le sue paure, le sue preoccupazioni per averne consiglio, chè molto fidava sul senno e sull’accorgimento di quella giovane donna, dalla quale si credeva sinceramente e disinteressatamente amato, e che sapeva prenderlo pel suo verso calmandone le ire e divertendone gli ozî. Aveva trovato in lei un carattere pieghevole, rimessivo per un calcolo di accorta furberia femminile, carattere in contrasto con quello imperioso, irriflessivo della Regina, onde l’affetto che sentiva per l’amante era come una conseguenza dell’avversione per la moglie. Ella lo aveva ben compreso e si studiava di trarne il maggior vantaggio, ponendo cura di far risaltare sempre più la differenza dei gusti, dell’indole, dei sentimenti con la Regina, differenza che, a parte la venustà della duchessa, risultava anche dal genere della loro bellezza che ne faceva due tipi affatto opposti.

Se la dignità regale, alla quale però egli aveva fatto tanti strappi in quell’esilio ove viveva come un ricco borghese, glielo avesse consentito, il Re sarebbe disceso per muovere incontro alla duchessa, per sapere almeno perchè tardasse a comparirgli dinanzi.

Bisogna anche aggiungere che da un pezzo era trascorsa l’ora della colazione, e lo stomaco regale, che non aveva punto perduto della sua vigoria nè per l’età, nè per le sventure, aveva fame quanto, se non più, lo stomaco di uno di quei lazzaroni ai quali il Re, nei tempi in cui non aveva altra cura che di divertirsi secondo i suoi gusti, aveva servito i fumanti maccheroni tolti dalla caldaia, il fuoco della quale era alimentato da Sua Maestà la Regina in persona!

Ah, erano bei tempi quelli in cui se i popoli non eran liberi, e non eran liberi neanche sotto coloro che dicevano di avere invaso il Regno per redimerli dalla schiavitù, godevano almeno lo spettacolo del loro Re tavernaio e della loro Regina pescivendola!

— Ma chi diavolo l’ha trattenuta? — borbottava il Re, andando giù e su per la stanza. — Che mi sia sbagliato? No, no, era proprio la carrozza, eran proprio i cavalli che le regalai il giorno della sua festa!

In questo sentì di là dall’uscio un fruscìo di vesti, quindi il valletto che si teneva dritto presso la porta annunziò:

— Sua Signoria Illustrissima la Duchessa di Floridia.

— Finalmente, finalmente! — gridò il Re muovendo incontro alla bellissima creatura.

Ma non volendo più oltre indugiare, si rivolse al valletto:

— Dite al maggiordomo che faccia servire la colezione.

Ella intanto si era arrestata sulla soglia, invece di correre al Re come di consueto per porgergli a baciare la fronte. Le si leggeva il dispetto nel bel viso fiorente che era come illuminato dai grandi occhi neri.

— Ebbene, che c’è? che avete? — le chiese il Re che non osando di abbracciarla innanzi al valletto, il quale dopo aver trasmesso l’ordine regale era tornato a starsene ritto sull’uscio, ne aveva preso le mani tra le sue.

Ella fece un atto di bimbo in collera e rispose stizzita:

— Vostra Maestà dimentica. Vostra Maestà non pensa punto alla sua piccola duchessa che espone al disprezzo dei suoi camerieri.

— Ma che ti salta in testa! — rispose il Re stupito passando dal voi al tu per acquetarla, quantunque non sapesse di che fosse colpevole. — Io ti espongo?... Via, via, piccina: vuoi così forse evitare i miei rimproveri per il tuo inesplicabile indugio? Parla, via: perchè tanto cruccio in codesto bel visetto?

Fece intanto un cenno al valletto che andò via; poi tornando a volgersi a lei e cingendole del braccio il collo bruno e grassoccio l’attirò a sè e baciandola in fronte le disse con voce carezzevole:

— Sentiamo: che cosa ho dimenticato? In che cosa ho potuto dispiacere la mia piccola duchessa?

— No, no, poichè Vostra Maestà dimentica le promesse che avrebbe dovuto mantenere non per me, non per me che io infine ho quanto soverchierebbe l’orgoglio della donna più eccelsa, ma per la dignità stessa del mio Re... Ma poichè il mio Re non mi crede degna, io chino la fronte e... non gliene parlerò più, mai più!

— Insomma, spiegati; ti giuro che non arrivo a comprendere. Ma voglio, intendi? voglio vederti lieta e serena. Se sapessi come fui triste finora, come la noia mi ha oppresso! Quando vidi la tua carrozza sperai che finalmente un raggio di sole brillasse nell’anima mia, il raggio dei tuoi begli occhi! e non voglio no, che sia velato da nubi. Or ora saremo chiamati a colazione: faremo colazione insieme, soli, chè tutta questa gente che mi sta dintorno mi secca maledettamente. Ma per quanto abbia un po’ d’appetito... ier sera, vedi, andai a letto senza toccar cibo... per quanto dunque abbia un po’ d’appetito, il piacere di soddisfarlo mi verrebbe turbato dal vederti così triste. Parla dunque: a quale promessa ho mancato?

Ella piegò la bella testa sul petto del Re e disse sottovoce, ma spiccando bene le parole:

— Non ha sentito Vostra Maestà che il valletto ha anunziato Sua Signoria Illustrissima, invece di Sua Altezza la Duchessa di Floridia?

— Ah, diavolo, ah, diavolo! — esclamò il Re che finalmente ricordò la promessa di concederle un tal titolo.

Veramente, gliel’aveva fatta in un momento di senile abbandono e di tenerezza senile. Poi a mente calma, riflettendo allo scandalo che avrebbe destato e al dispetto della moglie, ma più a questo che a quello, e non volendo fastidi, aveva dimenticato, sperando che anche la duchessa dimenticasse.

In questo il maggiordomo comparve sull’uscio ad avvisare che la colazione era servita.

— Dite ai gentiluomini che li dispenso dal servizio. Andiamo, duchessa — disse poi offrendole il braccio.

Ella tuttora in collera seguì il Re che aveva il viso di chi sia molestato da un pensiero. Attraversarono in silenzio le stanze e il corridoio che metteva nella sala da pranzo ove trovarono servita la colezione. Il Re sedette ed accennò alla duchessa di sedergli vicino.

— Andate via — disse poi ai camerieri che si tenevano dritti dietro le sedie. — Ci serviremo da noi. Verrete quando vi chiamerò.

Indugiava a rivolgerle la parola sperando che ella rompesse il silenzio, e così potesse aver tempo di riflettere su ciò che doveva dirle in riguardo alla promessa. Intanto la veniva servendo dei cibi che lo scalco aveva disposto sulla mensa e che ella svogliatamente mangiucchiava come se il suo pensiero fosse altrove.

— Dio mio — disse infine il Re lasciando cadere coltello e forchetta sul piatto, punto dal contegno affettatamente riservato di lei, — son dunque condannato a veder sempre a me dinanzi degli scontenti? Andiamo, via, sorridi!

— Ma — rispose lei con mia graziosa smorfietta — Vostra Maestà è in collera con me per averle io ricordato una sua promessa...

— No, no, non sono in collera. Gli è che anche ad un Re, per fare certe cose che... che potrebbero destare invidie, gelosie e quindi fastidi... occorre del tempo, occorre trovare un pretesto...

— Ah intendo: la gelosia, non dico l’invidia, si desterebbe nella... nella Regina, e Vostra Maestà tenne di esser messa in castigo!...

— Che vuoi mia cara — rispose il Re che non raccolse l’ironia — quella donna mi fa paura, quella donna esercita su me una strana influenza. I dolorosi avvenimenti che si son succeduti e pei quali fummo ridotti... a quel che ora siamo, hanno acuito le asperità del suo carattere fino al punto che fu necessaria una separazione.

— Pure Vostra Maestà non ne gode i vantaggi.

Il Re la guardò ed era per aprir bocca; ma lei che aveva ben letto nell’anima di lui proseguì:

— Vostra Maestà vuol dire che se io sono qui, è già questo un vantaggio...

— Se ella mi lasciasse in pace — disse il Re sospirando — mi basterebbe. Ma quella lì non cesserà mai dal crearmi fastidi, da impigliarmi ne’ suoi intrighi; ed io che quando la so lontana sento in me la forza di resistere alle sue arti, quando mi è vicino e mi parla e mi confonde con quei suoi argomenti, ai quali non so rispondere, io finisco col far la volontà sua..

— Anche quando la volontà sua riesce dannosa a chi ha consacrato tutta se stessa alla Maestà Vostra, la sua giovinezza, la sua beltà, l’onore del suo nome! — rispose lei con accento di profonda amarezza, vera o finta, nella voce.

— No, no, tu vai troppo oltre, troppo oltre. Ella sa bene che non potrebbe nulla sull’animo mio in questo: che colei che ha sacrificato alla felicità del suo Re la giovinezza, la leggiadria, i pregiudizi sarà sempre la più adorata delle donne.

In ciò dire ne aveva preso le mani che ella gli abbandonò e sulle quali impresse un lungo bacio, mentre la guardava con occhi accesi di desiderio.

— Ma intanto Vostra Maestà per timore di lei rifiuta firmare un decreto che a tal donna, adorata quanto nessun’altra donna, riconosca il titolo di Altezza!

— No, non rifiuto... Ma discorriamo d’altro, via, discorriamo d’altro.

Ella senza badargli proseguì:

— Lei invece non ha paura di dispiacere a Vostra Maestà; lei nella sua villa di Castelvetrano, oltre di impigliarsi in tanti indegni intrighi con avventurieri della peggiore specie, ladri, assassini, sanguinarî che han sulla coscienza i più orrendi delitti, mostra una deplorevole predilezione per qualcuno che fu tra i più famigerati scorridori, anzi i più volgari predoni, i quali fingendo di combattere pel trono e per l’altare soddisfacevano alle più turpi passioni...

Il Re era divenuto pallido e ascoltava con un’espressione fra lo sdegno e il fastidio. Pure rispose come se soltanto per un riguardo a se stesso volesse scusare le colpe della moglie.

— Sono gl’Inglesi che dicono ciò... gl’Inglesi che l’odiano. Ella non può fino a questo punto aver dimenticato la regia dignità, il nome augusto degli avi... Con i suoi anni poi, con i suoi anni...

Comprese però che non gli conveniva d’insistere su tale argomento. Non era lui alla sua età l’amante di una donna giovane e bella? A ben altri amori, a ben altri capricci della moglie aveva egli chiuso gli occhi! E come perdonava a se stesso avrebbe perdonato anche a lei l’erotico capriccio. Lo spaventavano invece gl’intrighi nei quali s’era impigliata e con la firma in quel proclama aveva impigliato lui. Con quel proclama egli si schierava non solo contro gl’Inglesi ma contro suo figlio che aveva nominato Vicario Generale, contro la nobiltà del Regno della quale negava i secolari privilegi: li avrebbe avuti tutti contro, tutti, ciò che forse avrebbe compromesso anche quel poco che gli era rimasto della regia potestà, quel cantuccio povero sì ma tranquillo in cui viveva nella noia, ma almeno nella pace. Or lui che ne aveva passate tante delle traversie, si sgomentava al pensiero delle molestie che avrebbe dovuto sopportare se la Regina si fosse servita di quel maledetto proclama.

— Gl’Inglesi non l’odiano; tanto è vero — rispose lentamente la duchessa fissando gli occhi in quelli del Re — che ad essi non è ignoto ciò che va tramando colei cui dovrebbe stare a cuore almeno la pace della Maestà Vostra e che mescola il regio nome in tutti i complotti che mirano alla rovina di questa povera Sicilia!

— Come, come? — balbettò il Re spaventato — vi mescola il mio nome? E che ne so io, che ne so? Io non ho mai saputo nulla: quella lì ha sempre agito di testa sua: fu lei a rivoltare le Calabrie, lei a soffiar nel fuoco di una guerra così feroce! Che ci entro io, che ci entro?

— È vero, Vostra Maestà non c’entra; ma pure ha firmato un proclama che se comparisse...

— Come lo sai tu, come lo sai? — gridò il Re divenuto livido.

— Sa la Maestà Vostra perchè indugiai a presentarmi a lei, perchè fui costretta a commettere un tal delitto di quasi lesa Maestà?

— No: perchè?

— Perchè nella mia carrozza era un uomo col quale mi intrattenni per circa mezz’ora nella strada che fiancheggia il parco.

— Chi era quest’uomo?

— Lord Bentinck.

Il Re rimase per un pezzo a guardare con la bocca aperta e lo stupore nel viso la giovane donna che scrollava il capo come chi comprenda bene e giustifichi la meraviglia che ha destato con le sue parole.

— Lord Bentinck! — disse infine il Re — lord Bentinck!

— Sì. Venne stamane in casa mia e da lui seppi tutto ciò che la Regina va ordendo e con mia profonda meraviglia e dolore seppi pure che Vostra Maestà, non sapendo resistere alle male arti di Carolina d’Austria, ha firmato un proclama rivoluzionario in cui si parla di diritti del popolo, di sovranità popolare e di altri simili orrori che un nepote di San Luigi e di Luigi il Grande, un cugino del re Martire decapitato dai rivoluzionarî avrebbe dovuto respingere anche a costo di finir sul patibolo. Con quel proclama si vuol sollevare il popolo contro quei generosi alleati i quali mentre Vostra Maestà era abbandonata da tutti vennero qui per proteggerla e per difenderla, e che se furono indotti a consigliare il Vicario di Vostra Maestà l’erede di questo Regno, a sgravarla del peso della podestà regia e ad allontanare da questa dimora Sua Maestà la Regina, s’ispirarono al bene dei popoli, alla pace di questa isola turbata troppo di sovente dall’indole irriflessiva, dal carattere volubile e leggiero di colei che avrebbe pur dovuto imporsi maggiori riguardi, maggior dignità di sovrana, in omaggio se non a se stessa, ai figli ed al consorte!

— Capperi! — esclamò il Re che aveva atteso un pezzo dopo che ella finì il suo dire e che aveva ascoltato con sempre più crescente stupore — parli come un libro stampato!

Invero, era quella la prima volta che la bellissima donna, tutta vezzi e moine, aveva tenuto al Re un discorso di politica, e che aveva recitato tutto di un tratto come se l’avesse già da un pezzo nella memoria. Il Re, forse senza volerlo, aveva dovuto colpire al segno, perchè la duchessa arrossì e parve un po’ confusa.

Però si riebbe e disse con mal celata stizza:

— Parlo per quell’interesse che m’ispira la Maestà Vostra e pel quale sarei pronta a dare la vita. Se non vuole prestarmi ascolto, se non vuol far calcolo alcuno dei consigli di coloro che vorrebbero evitarle nuove sventure, vuol dire che io non sono l’amica qui, io non sono la confidente del cuore del Re, io non sono che... l’amante.

— Non, dispiacerti, via, non dispiacerti — disse il Re, infastidito in fondo per la brutta piega che aveva preso il discorso, tanto da turbargli le uniche ore di piacere, che erano per lui quelle della mensa. — Se tu sei l’amante...

— Io non arrossirei di un tal titolo — ella continuò, interrompendo il Re — lo porterei fieramente anzi, se mi desse il diritto di vegliare alla tranquillità del mio Re, di additargli i pericoli, di svelargli le male arti di... di certa gente a cui le sventure non han nulla insegnato...

Il Re vedendo che non sarebbe riescito a portare il discorso su un soggetto più allegro, e preoccupato anche dalle parole della duchessa che aveva accennato ai pericoli che egli correva, si risolse al affrontare la tempesta.

— Dimmi un po’ — disse gettando il tovagliolo sulla mensa ed accostandosi alla giovane donna — è lord Bentinck che parla per bocca tua?

— Lord Bentinck è un mio amico devoto ed è un devoto servo di Vostra Maestà. È vero, da lui ho saputo le brutte cose che mi hanno indotto a tenerle un linguaggio sì franco, a costo anche di riuscirle molesta. Ebbene, sappia che se si pubblica il proclama che la Regina le ha estorto, perchè si sa che gliel’ha estorto, si sa tutto...

— Ma come — esclamò il Re — se eravamo soli! Dunque da per ogni dove son circondato da spie invisibili, anche nella mia camera da letto?