Sola contro tutti!

Part 13

Chapter 133,862 wordsPublic domain

— E bisogna esser grati a queste spie che hanno svelato una tale e tanta imprudenza a cui Vostra Maestà si è prestata a malincuore. Anche lor Bentinck lo sa e perciò si è creduto in obbligo di suggerirle che a qualunque costo vi si apporti riparo. Se quel proclama si pubblicasse, se i facinorosi e tutti coloro che si fanno un mestiere della rivoluzione si facessero una bandiera del nome di Vostra Maestà, tanto la loro vittoria come la loro disfatta sarebbe una nuova sciagura per la Maestà Vostra. Una disfatta degl’Inglesi sarebbe immediatamente seguita da uno sbarco dei Francesi che di là dallo stretto tengono pronti navi ed armati; una vittoria... Sa che vorrebbe dire una vittoria? L’annessione della Sicilia al Regno Unito della Gran Bretagna!

— Che si arresti dunque, che si arresti — gridò il Re spaventato — chi mi ha messo in tale imbroglio. E se il mio Vicario Generale non vuol darne l’ordine, firmerò io il decreto, io che sono il Re!

Le parole della duchessa erano state un commento alle preoccupazioni che avevan tenuto oppresso il Re sin da quella notte in cui era stato indotto a firmare quel proclama. Le deduzioni della duchessa erano state di un effetto immediato appunto perchè il Re più volte aveva detto a se stesso che in entrambi i casi, della vittoria e della disfatta degl’Inglesi, le conseguenze sarebbero cadute su lui: una invasione o una annessione; e lui, a cui i re non avrebbero perdonato i principî rivoluzionarî espressi nel proclama, avrebbe dovuto andar ramingo, ramingo alla sua età, in odio a tutti, senza neanche quel po’ di appannaggio reale che gli era rimasto!

— Questo — continuò — questo dovrebbero fare per impedire che quella vipera, a cui si deve in gran parte la rovina del Regno, mi faccia apparire di fronte a tutta Europa indegno della corona che Dio ha posto sul mio capo!

Ella trionfava: pure dissimulando la gioia, scrollava la testa alle parole del Re, afflitta in viso come se appieno comprendesse le pene di lui.

— No, no — disse infine — lord Bentinck che, come ho detto, è assai devoto a Vostra Maestà, non ha voluto ricorrere a un tal mezzo, ben pericoloso. E se lei si difendesse col far pubblicare il proclama, chi non crederebbe Vostra Maestà suo complice? L’Austria offesa in lei, abbandonata da Vostra Maestà potrebbe ricorre a chi sa quali rappresaglie; ed oggi più che mai coloro cui Dio ha affidato la missione di reggere i popoli debbono tenersi saldi e concordi.

— È vero, è vero! — disse il Re sedendo vicino alla duchessa. — Ma in tal caso...

— In tal caso bisogna ricorrere all’astuzia... combattere l’intrigo con l’intrigo...

— Non t’intendo.

— Vostra Maestà mi concede di parlare senza riguardi, unicamente pel bene e per la tranquillità di lei?

— Ma sì, ma sì. Mi pare che non ti abbia mai impedito di dirmi tutto.

— Però deve rispondere francamente a una mia domanda: vuole davvero che la Regina vada via dalla Sicilia?

— Sì, ed al più presto.

— Ebbene havvi un sol mezzo per costringerla ad andar via senza che l’Austria possa farne una colpa a Vostra Maestà.

— Ma a che tanti indugi? Dillo, via un tal mezzo.

— La Regina ha un amante.

— Sarà un confidente, un amico — disse il Re scuotendo il capo, non volendo ammettere per un sentimento di orgoglio e di dignità maritale un tal fatto — un complice delle sue cabale, ma un amante poi!...

— La Regina ha un amante, ripeto. Bisogna dunque coglierla in flagrante e scacciarla dalla Sicilia sotto l’accusa di adulterio.

— Oh, oh! — fece il Re che non si aspettava una tale proposta.

Ella comprese che non doveva lasciarlo nella sua perplessità, che sul carattere tentennante del Re avrebbe potuto influire contro il vagheggiato disegno, e continuò:

— Per quanto il mezzo possa parerle sconveniente e lesivo alla regale dignità, pure è il solo, opportuno per risparmiare a questa povera isola la catastrofe di un’annessione all’Inghilterra o di una invasione dei Francesi con le tristi conseguenze a danno della Maestà Vostra che è inutile io le ripeta.

— Sì, ma gli è che io non credo, non posso e non debbo credere a ciò che i tanti nemici di quella donna dicono...

— In tal caso il nostro disegno non potrà effettuarsi, e Vostra Maestà avrà acquistato la prova che ha per moglie una... Penelope.

Il Re avrebbe dovuto sdegnarsi di tali irriverenti parole che erano un sarcasmo; ma attribuendole a un impeto di gelosia della sua amante ne fu quasi lusingato.

— Ma, sentiamo: qual’è questo disegno?

— Vostra Maestà inviterebbe la Regina con una scusa qualsiasi, una festa, una caccia, a venir qui per qualche giorno. Ella non si rifiuterebbe perchè torna ai suoi disegni di star vicino a Vostra Maestà, ben sapendo quale sia il suo potere e quanta sia la... la...

— La mia debolezza!

— No, la bontà della Maestà Vostra: verrebbe al certo col suo... scudiere, perchè ad onestare la domestichezza con quel giovane, l’ha nominato suo scudiere...

— Ma — esclamò il Re tra scandalizzato e sorpreso — è dunque un nobile, almeno di tre quarti! Non avrebbe commesso una enormezza simile se fosse, come dici, un rozzo capobanda, un villano. Posso ammettere financo che alla sua età... certe debolezze poi sono perdonabili: chi è senza peccato, come dice il Vangelo... Ma nominar scudiere un plebeo? Di questo, no no, non è capace, perchè ricorda fin troppo che è un’Arciduchessa d’Austria e Regina di Napoli e di Sicilia!

— Insomma, è certo che l’ha nominato suo scudiere.

— Le chiederò conto di questo, le chiederò conto!

— Vostra Maestà non dovrebbe per tal cosa di secondaria importanza compromettere la riuscita del nostro disegno. Venendo dunque ella qui si troverà il mezzo di coglierli in flagrante, in modo che lo scandalo sia pubblico, e così la Maestà Vostra potrà dormire sonni tranquilli.

— Sì, ma — osservò il Re pensoso, perplesso, che intravedeva i fastidi che gli avrebbe arrecato l’attuazione di quel disegno — è pur sempre una insidia, un tradimento!

— E lei non premedita un tradimento, lei non premedita una insidia contro coloro che vennero qui per difenderla e per proteggerla? — gridò la duchessa stizzita nel vedere che il Re non si piegava, come ella aveva sperato, facilmente ai suoi voleri.

— Ma io non voglio noie, non voglio molestie, non voglio pensieri fastidiosi — esclamò il Re, svelando così la causa vera della sua ripugnanza. — Perciò ho ceduto parte dell’autorità regia a mio figlio; perciò mi sono ritirato in questo eremo, perciò non ho neanche protestato quando mi tolsero il povero d’Ascoli, quando mi limitarono i miei privilegi...

— Ma Vostra Maestà non dovrà darsi pensiero di nulla, di nulla. Saranno i suoi amici che vigileranno, che disporranno le cose perchè tutto riesca pel trionfo della verità e della giustizia.

— Ah, così va bene! Io dunque non dovrò intervenire?

— Sì, ma senza alcun fastidio.

— Piccina mia — disse il Re scrollando il capo — se vi lusingate di trarre in inganno quella lì, di sorprenderla, come voi dite, in flagrante, di lottare con lei in intrighi e in accorgimenti, avete sbagliato i vostri conti. Voi non la conoscete come io la conosco. È uno spirito infernale il suo, capace di ogni eroismo come di ogni bassezza, di volar come un’aquila e di strisciar come un serpe. Con uno sguardo legge nei cuori... È vero però che talvolta si lascia trarre in inganno dal più sciocco dei suoi cortigiani. Ma non vi lusingate di una facile vittoria e badate che se per poco sospetta di un tranello, non sono calcolabili gli estremi cui si può spingere. In tal caso io...

— Non mi difendereste voi in tal caso contro la sua ira? — disse lei gettando le braccia affusolate al collo del Re e stringendosi a lui che, rasserenato in viso perchè in ogni caso gli si sarebbero evitato le molestie, ciò che unicamente gl’importava, si diede a carezzare mollemente la giovane donna che gli si era distesa sulle ginocchia.

— Ma — disse dopo un istante, sollevandola perchè si mettesse a sedere — tu ed io abbiamo appena mangiucchiato qualche cosa. Su, quantunque questo arrosto di pernici sia ben freddo oramai, pure merita di fargli onore.

— E mi amerete sempre così, non è vero, sempre così? — mormorò baciandolo negli occhi e carezzandogli i grigi capelli.

Il Re non rispose ma sorrise guardandola con gli occhi lampeggianti, mentre staccava un’ala di pernice.

— Ah Ferdinando, Ferdinando, quale vita dolce e serena vi avrei fatto vivere io, come avrei saputo comprendere i vostri gusti e il vostro cuore!

— Chi sa! — rispose Ferdinando acceso in volto pel cibo e per le carezze della bellissima duchessa — non sono poi tanto vecchio!

VIII.

I Calabresi erano stati dispersi da un reggimento d’Inglesi mandato da Palermo: male armati, mal vestiti, senza cibo nè ricovero, abbandonati a loro stessi, non avevano neanche cercato di opporre resistenza e si erano sbandati per le campagne, tenendosi però sempre vicini al mare, sperando in qualche barca che li avesse ricondotti in Calabria.

Grande era stata l’imprevidenza della Regina nell’invitare quei poveri diavoli a lasciare i loro monti, e mal riposta la fiducia negli emissarî che dei denari avuti avevano speso ben poco. Inoltre l’aiuto chiesto dalla Regina ai suoi amici delle provincie napolitane aveva suscitato le gelosie dei congiurati di Sicilia che non volevano estranei tra le loro fila, sicchè anche le popolazioni erano ostili a quei poveri delusi, che ignari dei luoghi vagabondavano senza meta, vivacchiando alla meglio coi ladronecci quando non trovavano di che sfamarsi nelle campagne lontane dell’abitato.

Ma il reggimento era stato in fretta e in furia richiamato a Palermo per l’apertura del Parlamento che avrebbe dovuto votare una nuova imposta sui grani, onde si temeva che il popolo si sollevasse, sobillato dai fratelli dell’Arciconfraternita di San Paolo. Correvano delle voci assai gravie e lord Bentinck non voleva trovarsi impreparato. Solo una compagnia rimase accampata sulla marina di Segeste, dalla quale avevano scacciato i Calabresi che oramai non erano più da temersi. Però delle pattuglie di soldati percorrevano i dintorni per dar la caccia a coloro che non erano riusciti ad allontanarsi, e non ci era giorno in cui non accadesse qualche scontro tra le pattuglie inglesi e gli sbandati, alcuni dei quali si erano rifugiati nei boschi fiancheggianti la via maestra che i soldati sorvegliavano restringendo sempre più il cerchio per affamarli e così costringerli ad arrendersi.

Per questo coloro che con Alma e Vittoria si erano rifugiati nel vecchio smantellato edificio nel centro del bosco non erano stati assaliti. Al certo gl’Inglesi ignorando quel loro ricovero, credevano che gli sfuggiti vagassero per le macchie ove non era possibile durassero a lungo, perchè il bosco nulla poteva ad essi offrire per sfamarli. A che dunque rischiar la vita dei soldati quando da un istante all’altro quei miseri avrebbero dovuto arrendersi? E ci era un’altra ragione per la quale lord Bentinck aveva raccomandato di non ricorrere alle armi che nei casi estremi: nessuna prova legale si aveva delle intenzioni ostili di quella gente: un’energica azione, non giustificata, contro di essi, avrebbe compromesso la Regina, e gl’Inglesi per altre vie volevano raggiungere l’intento di allontanarla dalla Sicilia.

Era nella loro politica di evitare che le Corti estere potessero dubitare che ai Borboni di Sicilia riuscisse odioso l’intervento dell’Inghilterra negli affari dell’isola, per non destare diffidenze e gelosie. Se negli scontri con gli sbandati qualcuno era caduto ucciso, la cosa si giustificava da sè: erano dei predoni che avevano opposto resistenza; pure, secondo le istruzioni del ministro inglese, tali fatti avrebbero dovuto evitarsi finchè fosse stato possibile, tanto più che già le prepotenze e le angherie perpetrate in Sicilia dalle soldatesche di S. M. Britannica avevano suscitato delle rimostranze, e non si voleva che esse si rinnovassero e si acuissero.

Eran dunque quattro giorni che Alma aveva trascorso fra i ruderi di quel vecchio edificio in compagnia di quella gente che le faceva ribrezzo, pure avendo per lei tutte le premure più ossequiose. In un angolo riparato dai venti e dalle pioggie le avevan fatto un lettuccio di mantelli che per buona fortuna si erano trovati sulle mule da Pietro il Toro sottratte agl’Inglesi.

La stessa notte egli in compagnia del Ghiro e del Magnaro si erano avventurati pel bosco fino al fosso in cui Pietro aveva riversato il carico delle altre mule, e camminando a passo di lupo, con la prudenza e gli accorgimenti che per la lunga vita brigantesca erano divenuti in loro una seconda natura, avevano potuto senza destar l’attenzione delle pattuglie che sorvegliavano il limite del bosco, portare nel loro castello, come chiamavano il diruto edificio, buona quantità di provvigioni, bastevole per alquanti giorni ai bisogni dello stomaco, anzi avevano di che scialarla allegramente, chè quei muli portavano le provvigioni per gli ufficiali e si sa a quale larghezza di trattamento siano usati gli ufficiali inglesi.

La gioia di quegli uomini costretti a vivere giorno per giorno e a godere oggi senza preoccupazioni pel domani era stata immensa nel veder trarre fuori da colmi cofani, carni, salami, formaggi, gallette e, ciò che li aveva fatti delirare addirittura, delle bottiglie del collo dorato che al certo contener dovevano dei vini e dei liquori degni di una mensa regale. Tutto quel ben di Dio, dopo tanti giorni di privazioni, in cui avevan dovuto sfamarsi con l’erba e con le frutta raccolte pei campi, era tale per essi una fortuna che li rendeva grati agl’Inglesi che gliel’avevano procurata.

— Io mo’ che vorrei? — diceva il Ghiro guardando con occhi cupidi i cofani trasportati durante la notte ed ammucchiati in un canto — Esser lasciato in pace qui. Non vorrei più saperne di re, di regine, d’Inglesi e di Francesi! L’aria è buona, l’ombra è fresca, il sole è magnifico, quei cofani son pieni di ogni delizia. Perchè dunque non dobbiamo vivere in pace e in amicizia con tutto il mondo?

Pietro il Toro aveva severamente sorvegliato perchè nulla fosse sottratto a ciò che lui aveva sottratto; e in verità, quantunque fosse rotta ogni disciplina, imponeva troppo rispetto misto a paura perchè si osasse di disubbidire. Egli aveva raccolto i dieci o dodici fuggiaschi che si erano ricoverati in quell’edficio dintorno al mucchio delle provvigioni come dintorno ad un’ara e aveva rivolto ad essi questo discorso:

— Compagni miei, non dobbiamo sgomentarci di trovarci qui in pochi, perchè ciascun di noi ha visto di peggio nella sua vita. Io non vi parlo soltanto in mio nome, ma anche in nome del nostro vero capo, di caporal Vittoria, degna veramente per le sue gesta gloriose di comandare a noi tutti, ed io sono il primo a riconoscere i suoi diritti sulla nostra obbedienza. Non siete del mio avviso?

— Sì, sì — gridarono a coro.

— È una femmina è vero, ma i più famosi capi delle nostre bande si sentivano onorati di combattere sotto i suoi ordini, e chi l’ha vista col coltello in una mano e con la pistola nell’altra precipitarsi sui nemici come io l’ho vista più volte...

— Anche noi, anche noi! — esclamarono gli altri.

— Come noi dunque più volte l’abbiamo vista! Ora essa attende a confortare quella povera creatura che mentre veniva con la Regina, nostra unica padrona e signora, a visitarci nella marina dove eravamo accampati, per non cadere in mano di quei maledetti inglesi dovette al par di noi rifugiarsi in questo bosco. Noi dunque dobbiamo difenderla e proteggerla come difenderemmo la Regina che ella in mezzo a noi rappresenta. Se ci sarà dato di ricondurla al palazzo reale, ove la Regina al certo si strugge in lacrime non sapendo che cosa di lei sia divenuto, e noi lo faremo; se poi saremo assaliti, anzichè a lei sia torto un capello, io pel primo giuro di farmi fare a pezzi. Chi, chi di noi non è contento di dar la vita che abbiamo arrischiato per un capriccio talvolta, in difesa di quell’angelo così bianco e così biondo come l’angelo custode che adorammo quando si era fanciulletti, a cui dicevamo le orazioni che la nonna e la mamma ci avevano insegnato, l’Ave Maria, il Salve Regina... quando non sapevamo nulla ancora di tante brutte cose e ci addormentavamo accanto al focolare col capo sulle ginocchia della vecchia nonna balbettando le preghiere all’angelo custode?

Il vecchio Pietro era commosso e commossi erano pure coloro che l’ascoltavano. Nei cuori più efferati resta sempre un cantuccio in cui gl’infantili teneri sentimenti per lungo tempo addormentati, si risvegliano talvolta, rifacendo fanciulli gli uomini più induriti nel male e nei vizî!

— Or bene — continuò Pietro vincendo la commozione — quella povera creatura, diletta compagna della nostra Regina, che ha vissuto sempre nell’oro e nel velluto; che non si è mai chinata per allacciare le scarpe e che fin dalla culla fu servita da cinque o sei cameriere come una santa nel suo altare; che fu nutrita di cibi che noi non sapremo mai che gusto abbiano; che dorme in palazzi di marmo alle cui porte fan la guardia i soldati, in certi letti con lenzuola di seta e con coperte a ricami d’oro e di argento, ora si trova qui in mezzo a noi, in un bosco, fra le mura cadenti di un edificio in cui han fatto il nido i corvi e le civette, e ci si trova per noi, perchè era venuta con la sua amica la Regina per salutar noi, per portarci dei denari! E dunque noi dobbiamo difenderla, dobbiamo proteggerla con le nostre braccia, coi nostri petti, come difenderemmo, come proteggeremmo il nostro angelo custode se mai avesse bisogno di noi. Non dico bene?

— Sì, sì, dici bene.

— Vedete, anche Vittoria che, diciamolo, sapendo quel che vale, non si piega facilmente, l’assiste, la conforta, cerca in ogni modo di renderle meno penoso il triste caso che le è capitato. Dunque, compagni miei, noi non sappiamo fin quando dovremo stare qui come volpi nella tana, perciò bisogna saper contenerci e non far sperpero delle provvigioni, che io custodirò, e guai guai a colui che volesse farmi qualche brutto tiro! Sapete che quando dico «guai» si può star sicuri che ci saranno guai!

— Ma dovremmo anche pensare a trarci fuori da questa trappola — disse il Magaro. — Potremo durarla tre, quattro, cinque giorni, ma se gl’Inglesi ci tengon qui assediati per farci morir di fame...

— Noi resteremo qui finchè potremo sostenerci, poi decideremo il da farsi, tanto più che io ho una speranza...

— E perchè non ce la dici?

— Ebbene, ve la dico: io son sicuro che capitan Riccardo verrà al più presto in nostro soccorso...

— Ma sa lui il luogo del nostro ricovero?

— Non mi ci fate pensare, non mi ci fate pensare, chè il cuore mi si spezza se mi raffiguro il dolore di quel povero giovane. Se sapeste quel che so io! Perciò son certo, che se non gli è capitata sventura, verrà al nostro soccorso.

— Ma se non sa dove trovarci?

— È vero, è vero. Pure ci sarebbe un mezzo per avvisarlo che siamo qui. Ma io non saprei chi scegliere di voialtri. Anche se ei deludesse la vigilanza delle pattuglie inglesi che si aggirano pei limiti del bosco e se capitasse in quelle che perlustrano la via maestra, non sarebbe riconosciuto all’accento per calabrese? E pure chi riuscisse a giungere fino alla villa della Regina, ove senza dubbio troverebbe capitan Riccardo, potrebbe contare su una ricompensa da valer bene il rischio al quale si espone! Vediamo, si tratta della vita di tutti noi e della salvezza di quella povera creatura. Ci è qualcuno tra voi che voglia tentar l’impresa?

Gli astanti s’interrogavano, discutendo, cercando di convincersi a vicenda che l’impresa non era poi tanto difficile. La speranza della ricompensa li tentava. Pietro il Toro se ne accorse e ripigliò:

— E credete voi che la figlia del duca di Fagnano non avrebbe di che pagare il gran servigio che le verrebbe reso? Basterebbe un solo anello di quelli che ha al dito per arricchire colui che lo meritasse.

— Vado io — disse un giovanotto che finallora si era tenuto in disparte.

Tutti lo guardarono meravigliati perchè aveva detto quelle parole con accento schiettamente siciliano.

— Vado io perchè, come avete inteso, posso farmi credere siciliano. Ho lavorato alle solfatare prima di far parte della banda di caporal Vittoria e parlo il siciliano come se fossi nato a Messina o a Palermo.

— Ecco, ecco una prova — esclamò Pietro il Toro — che la Madonna del Carmine non abbandona i suoi devoti. Se l’avessi saputo ti avrei fatto partire fin dal primo giorno, perchè immagino, immagino come debba rodersi dal dolore, povero capitan Riccardo!

— In quanto poi — disse il giovane che si era offerto — a quel che avrò meritato...

— Te ne sono garante io, io Pietro il Toro, te lo giuro sulla Madonna del Carmine!

Intanto che questo avveniva tra i fuggiaschi che Pietro il Toro aveva radunati intorno a sè, nel fondo del diruto edificio, in una stanza rimasta pressochè intatta, Vittoria sedeva presso un mucchio di mantelli su cui Alma giaceva addormentata. Col capo fra le palme, i gomiti sui ginocchi, contemplava la giovinetta che nel viso bellissimo aveva le impronte dei disagi, del dolore di quei giorni, al certo i più angosciosi della sua vita.

Nello sguardo di Vittoria passavano i diversi pensieri che le si avvicendavano nell’anima. Pareva in colloquio con sè stessa, anche lei triste in viso, tristezza che spandeva come un velo di dolcezza sulla sua fiera e maschia beltà, onde nessuno avrebbe creduto che proprio lei fosse la donna il cui nome era ripetuto con orrore come quello di un mostro di ferocia. Il contatto con la delicata e nobile creatura ne aveva ammorbidito il cuore che lottava tra i nuovi sentimenti i quali a sua insaputa erano andati germogliando, come fra un roveto irto di spine germogliano i fiorellini silvestri sottilmente olezzanti. In sulle prime ella aveva lottato, cercando di far prevalere nell’anima sua l’odio per quella giovinetta che le ricordava gli anni in cui anche lei era stata bella, quantunque di una bellezza assai diversa, buona nella verginale bellezza dell’anima e del corpo; ma poi la soavità che era come il profumo della leggiadria d’Alma ne aveva ammorbidito il cuore, e l’odio si era dissolto dando luogo ad un sentimento indefinibile d’ammirazione affettuosa!

E aveva finito per vincerne l’odio e la gelosia quel vederla sola, abbandonata, ella usata al fasto della reggia, ella a cui s’inchinavano i più cospicui e superbi signori del Regno, in quel diruto edificio fra gente che al certo le faceva ribrezzo, esposta al pericolo di trovarsi da un istante all’altro fra gli orrori di un assalto! E aveva finito di guadagnarsi l’anima torbida di Vittoria la fiducia con la quale Alma ne aveva accolto le premure, la gratitudine che le aveva letto negli occhi lagrimosi allorchè Vittoria, imponendo al suo carattere aspro, ai suoi modi bruschi, pentita e quasi umiliata del non aver saputo in principio usar con lei un po’ di dolcezza nel linguaggio, ne aveva fatto ammenda col mostrarsele buona, quasi umile, col darle coraggio, con l’aver per lei delicatezze e premure, pur tenendosi nei limiti della dimestichezza che non dimentica i riguardi dovuti al grado sociale.

Ma non la pietà forse, non la generosità dell’animo ne avevano così di un tratto modificato il carattere, ma il sospetto che l’amore o il capriccio della Regina per Riccardo fosse riuscito ad entrambe nefasto. Forse quel cuore di fanciulla aveva sofferto quanto il suo, forse Riccardo, come aveva respinto l’amore di lei, aveva dovuto soffocare in cuore l’amore per colei nelle cui vene scorreva l’istesso suo sangue!