Sola contro tutti!

Part 14

Chapter 143,954 wordsPublic domain

Quell’amore o quel capriccio della Regina come aveva sottratto Riccardo all’ardente passione di lei che si era esposta ad ogni pericolo per salvargli la vita e per ridargli la libertà, l’aveva sottratto all’amore per la figlia di suo zio. Ci era dunque qualcosa che le accomunava; e poichè ben comprendeva che i rapporti ormai palesi di Riccardo con la Regina sarebbero stati un ostacolo insormontabile per l’unione dei due giovani, taceva in lei la gelosia, e in suo luogo aveva inteso nascere nel cuore un sentimento di pietà, che l’esser divenuta lei l’unica protettrice di quella nobile e leggiadra fanciulla, aveva mutato in affetto.

E la guardava pressochè intenerita dormire di un sonno stanco ma calmo, col viso bianco e delicato tra l’oro delle chiome sparse pel rozzo giaciglio.

Quando Alma aperse gli occhi e vide a sè vicino quella donna che aveva mantenuta la promessa di non muoversi dal suo canto finchè ella dormisse, mormorò, sollevandosi a sedere mentre raccoglieva la gran massa dei capelli per gettarli indietro:

— Grazie, signora.

— Ah — rispose Vittoria sorridendo con amarezza — fui una signora, ma adesso, oh, adesso non sono che caporal Vittoria, della quale avete sentito certo discorrere come di una orrenda femmina!

— Io so che siete con me assai buona, assai buona in questo orribile mio stato. E... nulla di nuovo?

— Nulla, figliuola mia. Le pattuglie degl’Inglesi van percorrendo i limiti del bosco, ma non osano avventurarsi fin qui.

— E nessuno... nessuno è venuto da parte di Sua Maestà per cercare di me, per soccorrermi, per trarmi da questo luogo?

— Nessuno. Ma non bisogna fargliene una colpa, chè ella non sa dove io vi abbia condotto. Se poi non ne potete più, se, come pur troppo comprendo, non vi sentite in grado di più oltre sopportare i disagi di questo stato, così orrendo per voi, non vi resta che uscir fuori da questo bosco e affidarvi alle pattuglie inglesi che di certo incontrereste per esser ricondotta alla villa reale.

— E non dovrei dire il perchè mi trovai qui? E non comprometterei Sua Maestà? No, no: lei innanzi tutto, lei per la quale tanti han sacrificato la vita, lei a cui tutti noi abbiamo giurato fedeltà...

— L’amate molto dunque? — disse Vittoria fissandola per leggerle la verità negli occhi, se mai le parole cercassero di dissimularla.

Ella trasalì lievemente e il volto le si velò di rossore.

— Io amo in lei — rispose dopo un istante di esitazione — quei principî pei quali i miei padri versarono il loro sangue; io amo in lei la regalità che fa sacra ogni fronte su cui Dio ha messo una corona, per la quale darei la mia vita, sicura di compiere un dovere!

— E sacrifichereste la vostra felicità, il vostro avvenire per colei che...?

— Sì: la mia felicità, il mio avvenire, se un tal sacrificio fosse necessario a salvarla.

Vittoria continuava a fissarla, immobile. Poi disse lentamente:

— Ma non avete risposto alla mia domanda; non mi avete detto se l’amate!

— Ella è la mia Regina, ella è la mia padrona e signora per diritto divino. Questo solo so.

Stettero un pezzo in silenzio. La giovinetta aveva chinato il capo come se non potesse sostenere lo sguardo fisso, indagatore di Vittoria, ben comprendendo che col rivolgerle tale domanda aveva inteso di leggerle nel cuore. Certo quella donna sapeva ben più di quel che non volesse dire.

D’improvviso le si suscitò un ricordo. Non era stata lei l’amica di Riccardo? Non avevano insieme difeso il castello? Ah, dunque sapeva lei, sapeva che Riccardo l’aveva amata, ma sapeva anche quali fossero i rapporti di lui con la Regina!

A tal pensiero arrossì come se il suo pudore fosse offeso e rimase interdetta, confusa, sotto lo sguardo fiso di quella donna, nel quale leggeva anche un’affettuosa pietà.

— Vostro cugino il duca di Fagnano sarà in gran pensiero per voi! — disse ad un tratto Vittoria rompendo il silenzio.

La giovinetta sussultò e impallidendo:

— Voi sapete, voi sapete? — mormorò stupita.

— Sì, anzi ero presente quando suo padre sul letto di morte lo riconobbe per figlio legittimo.

— Legittimo! — esclamò Alma sollevando la testa.

— Ah, capisco: corre voce ch’ei sia bastardo perchè si crede distrutto il documento che attesta il matrimonio tra il duca di Fagnano e la figliuola del barone di Pietrasanta. Ma io, io vi ripeto, ero presente allorchè suo padre morendo lo riconobbe, io che avevo rischiato di cadere in mano dei Francesi per farlo evadere dalle carceri; io che lo seguii travestita da monaco fino al letto di morte di suo padre; io che poi, riconosciuta, saltai da una finestra, col rischio di rompermi l’osso del collo!

— Voi, voi avete fatto questo per lui! — esclamò la giovinetta fissando alla sua volta gli occhi su Vittoria che ne sosteneva lo sguardo senza scomporsi.

— Io infine, che non avendone più nuove, venni qui sperando di rivederlo!

— Voi dunque l’amate! — esclamò Alma.

— Si, sì... al par di voi!

Ella divenne livida, tanto queste parole le sconvolsero il cuore. Come, come aveva indovinato quel suo segreto così gelosamente custodito? Come in quei pochi giorni ella aveva potuto leggerle nell’anima, mentre prima di allora nessuna parola avevano scambiato che l’avesse indotta a quel sospetto?

— Che ne sapete voi, che ne sapete? — balbettò comprimendosi il cuore che le batteva da scoppiare.

— Che ne so? Ah giovinetta mia, tutto vede, tutto intende, tutto indovina chi...

S’interruppe come vinta da un ritegno: poi ubbidendo ad una subita decisione, ad un impulso prepotente, quasi volesse sgravarsi di un peso insopportabile, per quel bisogno di espansione dei cuori che amano e dei cuori che soffrono:

— A voi sì, a voi voglio dir tutto, tutto! — esclamò. — A te, anzi, chè io sento di poterti parlare così come ad una sorella. Non appartengo anch’io alla casta cui tu appartieni? Sulla porta di casa mia non vi è uno stemma che attesta della nobiltà del mio sangue? I miei non portarono e non portano fieramente un titolo, se non pomposo come il tuo, degno al par del tuo? Puoi offenderti tu della mia dimestichezza, dì, puoi offenderti?

— Voi vi siete mostrata così buona con me, così premurosa...

— Mi date del voi, mi date del voi! Ed è giusto! Che sono io ora, che sono? Una femmina famigerata pei suoi delitti, per la sua e fors’anco per le sue turpitudini! E non è vero, non è vero: feroce sì, crudele sì, perchè l’ho nel sangue il veleno che talvolta mi persuade alla strage; ma mantenni pura l’anima mia come puro il mio corpo dacchè mi divisi dal mostro che fece di me una tigre assetata di sangue!

Era balzata in piedi, arrossata in volto come per un subito sconvolgimento. Si fece alla soglia della porta e respirò ansante l’aria fresca della notte che era già discesa.

Il bosco si distendeva nereggiante dal colle in giù: certo i rifugiati in quell’edificio si erano ritratti in un angolo perchè profondo era il silenzio.

L’aria fresca le fece bene: tornò indietro e per rimettersi in calma si diede a battere l’acciarino per accendere una delle candele trovate nei cofani sottratti agl’Inglesi. La luce della candela rischiarò fiocamente la stanza disegnando sulla parete la nera ombra di Vittoria, mentre Alma la seguiva con lo sguardo, non spaventata ma commossa anche lei da un senso di pietà per quella donna, della quale incominciava a intraveder l’anima tormentata, ed aspettando con ansia ineffabile il seguito della confessione che le era uscita dalle labbra prorompente come un grido di dolore!

Ah, dunque la fatalità della passione aveva potuto anche su lei, su quella donna che pur nella sua vita avventurosa se ne era lasciata sopraffare? Ma era possibile, era possibile che egli avesse resistito alla passione di quella donna che aveva vissuto con lui nella libertà dei boschi e che libera di sè, usata alla violenza ed alla prepotenza non aveva remora alcuna nei pregiudizî, nelle convenienze sociali, nella dignità femminile? E lei, lei amava quell’uomo che dalle braccia di una Regina passava a quelle di un’avventuriera, famigerata per delitti e per ferocia? Amava quell’uomo, la cui beltà, il cui valore si accoppiavano a tali istinti perversi?

E arrossiva pensando che quell’uomo l’aveva amata fin dalla sua prima giovinezza, che aveva osato alzar gli occhi fino a lei anche quando non era che un miserabile servo della gleba, quell’uomo che poi si abbandonava agli amori di un’avventuriera!

Se i rapporti ormai palesi con la Regina avevano scavato fra lei e lui un abisso insormontabile, era giunta a scusarlo di essersi lasciato attrarre dal fascino regale, e giungeva financo a dire a se stessa che egli al certo aveva dovuto subire quei rapporti, pur custodendo gelosamente nell’anima sua come una religione l’amore per lei; ma la rivelazione di Vittoria l’aveva sconvolta come una turpitudine che le aveva messo un indicibile ribrezzo nell’anima.

E quell’uomo pretendeva di essere il vero e unico duca di Fagnano!

Nonpertanto, era punta da un desiderio ansioso di sentire il seguito di quella confessione, così ansioso, che aveva dimenticato il luogo in cui era, la gente con la quale era costretta a vivere chi sa fino a quando, il pericolo che la minacciava, il caso ben terribile in cui era incorsa; e impaziente, ma pur non osando di volgerle la parola, seguiva Vittoria che infine, avendo infisso le candele in un mucchio di rottami, tornò a sedere presso il giaciglio.

— Perdonatemi — le disse — perdonatemi, ma pur troppo è una ben triste natura la mia, e il sangue talvolta mi pulsa così nel cranio al ricordo degli orrendi casi della mia vita che mi par d’impazzire! Pure sento un bisogno prepotente di dirvi tutto l’animo mio in quest’ora solenne, nella quale un presentimento mi opprime che non ho mai provato, quantunque tutta la mia vita sia trascorsa di audacia in audacia e quasi sempre con la morte sospesa sul capo!

— Parlate — rispose Alma che pur non voleva mostrarsi ansiosa. — Potrò forse lenire le vostre pene o compiangervi almeno!

— Compiangermi! Ah, per dieci anni ho vissuto dimentica del jeri, incurante del dimani ed ho ispirato sempre terrore, non mai pietà! — esclamò Vittoria. — Ma adesso, sì, è vero, merito di esser compianta. L’amore! Che demone infernale! Dicono che blandisca i cuori, che li nobiliti, che li santifichi! Menzogne, menzogne. Io so che non uccisi mai con tanta voluttà del sangue e della strage; io so che mai tanto odio imperversò nel mio cuore come quando vi accolsi l’immagine di un uomo del quale era diventata schiava, io che non mi ero piegata neanche dinanzi a Dio!

— Siete stata così buona, siete stata così pietosa con me! — disse Alma per calmare quella donna che pareva sconvolta dai ricordi e dall’ambascia.

— Ah sì — rispose lei — perchè voi avete sofferto, voi soffrite al par di me, perchè compresi essere anche voi una vittima della fatalità che passa come un turbine pei cuori!

— Se vi ha tradita, se vi ha ingannata — mormorò Alma commossa e in uno spaventata dell’orgasmo di quella donna — forse non fu sua la colpa...

— Tradita, ingannata?! — gridò Vittoria con gli occhi balenanti di ferocia. — E non gli avrei strappato il cuore dal petto per veder dove, dove, in quali fibre si annidassero il tradimento e l’inganno?

— Ma dunque, ma dunque — disse Alma sorpresa e confusa, non riuscendo a comprendere l’anima di quella donna. — Quale è dunque la colpa di...?

— La sua colpa? — rispose Vittoria che era rimasta come accasciata dopo quelle aspre e prorompenti parole. — La sua colpa è di esser bello, di esser valoroso come una spada, generoso come un leone, di esser nato per sovrastare a tutti, di esser lui il padrone, lui il signore di ogni cuore, da quello di una regina a quello di una scorridrice dei boschi quali io sono!

E si era accesa nel dir ciò: gli occhi le splendevano fissati a sè dinanzi come se contemplasse l’imagine di lui.

— No — proseguì con una straziante angoscia nella voce — egli non mi ama, egli non mi ha mai amata!

Alma sussultò sentendosi invasa da tale gioia che altra simile non l’aveva mai così inebbriata in sua vita. Dunque a torto l’aveva accusato, a torto? Dunque sì generosi, sì magnanimi erano il carattere, il cuore, l’anima dell’uomo da lei amato che anche nel dolore e nello strazio quella donna l’esaltava?

E poichè era rimasta immobile dissimulando la sua esultanza, ma con gli occhi fissi su Vittoria esprimenti la meraviglia:

— Comprendo il vostro stupore — continuò Vittoria. — No, egli non mi ama e non mi ha mai amata e pur son sicura che darebbe la vita per salvare la mia. Ma è gratitudine, è pietà la sua, non è amore. Io, io al primo vederlo intesi che non mi appartenevo più, che sarei stata la schiava di quell’uomo sol che avesse voluto; io intesi scorrere come un balsamo per le mie vene, per tutto il mio essere saturo di questo amore che aveva preso il luogo delle malnate passioni mie. Io compresi di essere ancor vergine di cuore se non di corpo, così nuova mi parve quella vampa che egli aveva acceso!

Alma ascoltava come perduta in un sogno. Alle ardenti parole di quella donna sentiva diradarsi il velo che aveva fino allora coperto l’amor suo, lo sentiva svellersi dal fondo del cuore in cui l’aveva relegato e spandersi per tutto l’essere; ascoltava commossa, trepidante come se le parole che sentiva fossero le sue, fossero il grido delle sue visceri.

— E per un anno — continuò Vittoria — per un anno io che pur vivevo la misera e orrenda vita dei boschi, io che avevo respinto lungi da me il demone dell’esistenza mia, colui pel quale l’inferno non avrà abbastanza tormenti per me, pel quale mi resi indegna della misericordia di Dio per quanto immensa, portai nell’anima l’immagine di quell’uomo, innanzi alla quale, mentre i compagni dormivano gonfi di vino e di cibo e stanchi di delitti e di turpitudini, pregavo come non mai avevo pregato Dio. Poi dopo un anno m’incontrai con lui, e me gli offersi, io, io che ho visto strisciare ai miei piedi i più potenti, io che per esser libera, padrona di me e non aver altra volontà che la mia avevo dimenticato e aveva disonorato il nome dei miei padri, affrontato il ludibrio degli uomini e per i miei delitti l’ira del cielo, io me gli offersi ond’egli facesse di me la sua schiava, lieta, superba, felice se mi avesse confinato in una casuccia a filar la lana come la più umile delle donnicciuole, ed egli mi respinse, intendete? mi respinse perchè... perchè ne amava un’altra!...

Alma trasalì a queste parole. Di chi intendeva parlare quella donna, di lei o della Regina? Certo della Regina, con la quale i rapporti di Riccardo non potevano sfuggire ad un occhio geloso! Il cuore le si strinse, ma trattenne la domanda che era per prorompere dalle labbra.

— Ne amava un’altra, ma ebbe per me soavità fraterne, ma ebbe per me premure pietose, onde quest’anima mia tormentata non potè neanche abbandonarsi all’odio, non potè neanche disfogar con la vendetta le sue angoscie, non potè neanche inveire contro la rivale che...

Alma disse gravemente:

— Colei che vi toglieva all’amore di quell’uomo è sacra ed inviolabile, perchè Dio le conferì parte del suo potere...

— La Regina — gridò Vittoria con un amaro sorriso — la Regina, dite voi! No no, egli non amava, egli non ama la Regina, ma un’altra, una altra donna che non sarà mai sua, che non potrà essere mai sua, perchè, ben lo comprendo, ora, ben lo comprendo, potrà dar la vita per chi porta sul capo una corona regale, ma non si piegherà mai, mai a divenire la sposa dell’amante di Sua Maestà! Non è vero, rispondete, non è vero?

— È vero! — rispose Alma impallidendo.

— E per questo, per questo io ho avuto pietà di voi come di me stessa. Per questo mi sono intesa accomunata a voi nella fatalità istessa. Per questo io che ero gelosa di voi, di voi solo quando seppi che egli vi amava fin dalla infanzia, io sento in voi ora le mie angosce e gli odî miei! Compresi in quella notte in cui vi vidi trascurata, quanto fatale fosse il fascino che avvincea lui a quella donna, quanto fatale fosse per l’animo vostro, e mi faceste pietà, la pietà che sento per me stessa!

— Quella donna è la Regina — mormorò lei — quella donna è sacra per ogni suddito fedele. Dio le ha posto sul capo una corona: non tocca a noi di giudicarla; tocca a noi, se occorre, di dare la vita per lei!

Stettero un pezzo mute e raccolte, pur non osando abbandonarsi al sentimento che le spingeva una nelle braccia dell’altra. Troppa era la distanza morale che le aveva separate fin allora per poter essere di un tratto posta in obblio, quantunque il dolore le avesse accomunate.

Alma intanto, distratta sino a quel momento dalle parole di Vittoria, era ripiombata nell’angoscia e nella trepidanza. Sentiva una grande amarezza nel cuore al pensiero che forse tanto lui che la Regina l’avevano dimenticata! Invano diceva a se stessa che essi ignoravano al certo il luogo in cui si era rifugiato; lui, lui così ardito, lui così incurante dei pericoli, lui famoso per le temerarie imprese, lui usato agli stratagemmi di quella guerra d’imboscate, lui che era stato il capobanda più temuto per l’occhio sicuro e la intuizione pronta, sarebbe riuscito a rintracciarla, a toglierla da quel bosco se il suo amore per lei glielo avesse imposto!

E una visione le stringeva il cuore, accendendola di sdegno: lui tutto dato al piacere fra le braccia della Regina, dimentico e noncurante!

— Dormite — le disse Vittoria. — Io andrò fuori per assicurarmi se i compagni stan vigili.

Si era alzata, quando udì un grido, al quale seguì lo scoppio di una fucilata.

— Siamo assaliti, siamo assaliti! — esclamò Vittoria.

E ridivenendo la donna che era stata, a cui il pericolo, l’imminenza della lotta infondevano una selvaggia energia, si slanciò sulle armi che aveva posato in un canto.

— Non vi muovete checchè accada, non vi muovete! Saprò, se occorre, morire per difendervi.

E si slanciò all’aperto, mentre alle prime fucilate altre ne seguivano dal basso del colle e dall’alto dell’edificio, segno che la lotta si era impegnata.

Alma era come intontita, dopo il primo spavento che l’aveva fatta raccogliere in un angolo. Vedeva lampeggiare nelle tenebre le fucilate, udiva qua e là delle grida, pur nel suo terrore comprendendo che gl’Inglesi non avevano punto guadagnato terreno.

E per lei, forse, unicamente per lei quella gente si batteva, chè facile al certo le sarebbe stato di fuggire, si batteva mentre la sua Regina, e mentre lui l’avevano dimenticata!

E stava con gli occhi alla porta, aspettando con angoscia ineffabile che vi comparisse qualcuno. E se gl’Inglesi brutali e crudeli irrompessero in quel luogo, che ne sarebbe di lei, che ne sarebbe? Come fuggire intanto, e dove fuggire?

Si era alzata quando le parve che la mischia si avvicinasse vieppiù, avendo al certo gl’Inglesi dato l’assalto: si era alzata pur senza aver coscienza dei suoi atti e si aggirava come smarrita per la stanzuccia che la candela illuminava fiocamente, atterrita da alcune voci di dolore che gemevano nelle tenebre e dal colpo secco di qualche palla perduta che scalcinava le mura.

— Mio Dio, che muoia almeno, che muoia! — balbettava tornendosi le mani.

In questo un’ombra apparve sull’uscio; si fermò prima di entrare, appoggiandosi al muro, poi varcò la soglia. Era Vittoria, con le vesti a brandelli, livida in viso, che a stenti si reggeva in piedi.

— Saremo sopraffatti — disse affannosamente — saremo sopraffatti. Son molti, son molti!.. Io... ho fatto quel che avevo promesso... ma non mi avranno viva... non mi avranno...

Delle grida che venivano da uno dei lati dell’edificio la fecero trasalire. Tese le orecchie, e usata a riconoscere la natura dei rumori di una mischia, gridò trasfigurata in viso:

— Ci è giunto un soccorso... un soccorso. Gli Inglesi son presi alle spalle... Non può essere che lui, lui, capitan Riccardo... Credo di riconoscere il suo grido...

Parve che avesse acquistato nuovo vigore e si slanciò fra le tenebre.

— È ferita! — mormorò Alma. — Non si reggeva in piedi! Ah sì, certo il suo grido le ha ridato le forze! È lui dunque, è lui, venuto per me, venuto per...

Non ebbe il tempo di completare la frase: capitan Riccardo, Pietro il Toro e Vittoria irruppero nella stanza.

— Non un istante da perdere! — gridò capitan Riccardo.

Pietro il Toro aveva preso in braccio la giovinetta e si era precipitato sull’uscio, ma sostò nel veder che Vittoria, sostenuta da Riccardo, si piegava non reggendosi sulle ginocchia.

— Ah — disse con un urlo di rabbia e di dolore — gl’Inglesi l’hanno uccisa, l’hanno uccisa!

E senza lasciar la giovinetta tornò indietro, raccolse con l’altra mano Vittoria sorretta da Riccardo, e con entrambe in braccio, come se fossero state due bimbe, si precipitò fra le tenebre, seguito dal giovane.

Tutto questo era avvenuto in un lampo.

La mischia fuori continuava, ma chiaro appariva che una delle parti cedeva inseguita dall’altra, perchè i combattenti si erano sparpagliati e i colpi scoppiettavano qua e là intorno all’edificio.

I fuggitivi eran giunti in un angolo che era tutto un cumulo di rovine, sorpassate le quali avrebbero potuto dirsi in salvo.

— Lasciami — gridò Vittoria tentando di svincolarsi — lasciami, non sono una femminuccia, io!

— Zitto — mormorò Riccardo — attireremmo il nemico.

Aveva appena ciò detto quando due o tre fucilate rimbombarono. Erano stati scoperti, ma le tenebre avevano impedito che gl’Inglesi mirassero giusto.

— A terra, Pietro, a terra! — disse Riccardo.

Pietro si lasciò cadere pur sostenendo fra le braccia Alma svenuta; ma Vittoria si sciolse dalle braccia di lui.

— Ah! — urlò con una orrenda bestemmia. — Che muoia almeno come ho vissuto uccidendo!

E si slanciò col coltellaccio in pugno verso il luogo donde erano venuti i colpi ed ove al certo alcuni Inglesi erano appiattati.

— Va, Pietro — gridò Riccardo — va, io non debbo lasciarla sola. Va, salva lei, salva lei, e aspetta mezz’ora al limite del bosco ove è una croce, nel punto in cui ci fermammo con la lettiga.

A venti passi da lui la mischia si era ingaggiata tra Vittoria e i tre o quattro soldati inglesi che di un tratto se l’erano intesa piombare addosso. Ella colpiva sicura, mentre i soldati credendo di aver che fare con parecchi combattenti non riconoscendosi nelle tenebre si ferivano tra loro.

— Eccomi, eccomi, Vittoria, eccomi! — gridò Riccardo slanciandosi in aiuto dell’amica. — Parla, dove sei, dove sei?

— Qui, qui, e grazie fratello, grazie!

La mischia continuò nel buio con grida soffocate, con bestemmie, con imprecazioni; mischia feroce illuminata talvolta dal lampo di una pistolettata, dopo il quale continuava nel buio più fitta. Infine gl’Inglesi, o morti o feriti in parte dai loro stessi colpi, furono sopraffatti: alcuni di essi fuggirono, mentre gli altri gemevano sommessamente.

— Vittoria, Vittoria, dove sei? — gridava Riccardo che aveva colpito rimanendo incolume.

— Muoio! — rispose la voce di Vittoria — muoio, ma son felice, felice di morire!

Egli, guidato dalla voce, giunse dove la giovane donna era caduta e la prese fra le braccia, folle di dolore.

— Salvati, salvati — mormorò lei. — Essi torneranno. I nostri son morti o fuggiti. Essi torneranno e son molti... son molti...

— Con te! — rispose lui con accento di profondo dolore e di tenerezza profonda. — Con te, sorella mia!

La prese in braccio, attingendo la forza dal suo dolore e si diede a correre nelle tenebre verso il punto del bosco che aveva additato a Pietro il Toro.

Intanto gl’Inglesi avevano acceso delle torce che spandevano una luce rossastra e fumosa sul sommo della collina ove più micidiale era stata la zuffa; e alcuni gridando e agitando le torce si dirigevano verso il luogo in cui Riccardo e Vittoria avevano combattuto. Certo gl’Inglesi accorrenti, avvisati dai compagni superstiti credevano d’aver che fare con un gran numero di nemici.

— Sàlvati — diceva lei. — Io t’impedisco di sottrarti ad essi... Sàlvati, ho pochi istanti di vita... lo sento...

— No, no — ruggiva lui sordamente, continuando a inoltrarsi nel buio, attraverso gli alberi folti.