Part 8
Riccardo vestiva un abito stretto alla vita di velluto nero, con un cappello a larghe falde pur esso nero. Quei pochi giorni erano bastati a far dileguare le tracce dei patimenti sofferti e a ridare mia sua persona il vigore e tutta la sua bellezza.
La Regina lo contemplava con occhi accesi. Poteva ora amarlo senza avvilirsi, chè egli era pur sempre della sua casta: già avrebbe dovuto indovinarlo non solo dall’aspetto, ma anche dai modi; avrebbe dovuto indovinarlo da certe sue delicatezze istintive anche negli abbandoni più deliranti che un nobile sangue gli scorreva per le vene.
Il valletto si era ritirato; il giovine ubbidendo all’invito della Regina, le si era seduto appresso.
— Che nuove mi portate dei nostri campioni? — chiese la Regina.
— Bravi fino all’eroismo individualmente, ma insofferenti d’ogni disciplina. Bisogna che Vostra Maestà si mostri a loro per renderli più docili ed anche per presentarmi ad essi come il loro capo.
— Non sarebbe prudenza; gl’Inglesi mi sorvegliano.
— Lo so, ma è necessario; tanto che ho promesso che dimani l’altro Vostra Maestà li avrebbe passati in rassegna. Ero tanto sicuro del suo assenso che ho già designato gli uomini che dovranno servirle di scorta. Partiremmo a mezzanotte per essere all’alba nella pianura di Segeste. A tal patto, Maestà, io accetto di esserne il capo.
— In tal caso venite a dare degli ordini anche a me, obbligandomi a fare il voler vostro...
— No, non il voler mio — rispose lui freddamente — ciò che esige l’interesse dell’impresa. Bisogna che Vostra Maestà si persuada che la riuscita di un disegno dipende dall’ordine, dalla preveggenza, dalle cure che presieder debbono ai mezzi per attuarlo. Ora io ho trovato quei poveri Calabresi laceri, affamati, randagi per quella pianura deserta ove erano stati diretti e dove non trovarono nessuno per soccorrerli, per guidarli. Vostra Maestà fu bene ispirata nel chiamar qui quei suoi sudditi fedeli, ma...
— Ma appena qui, li ho abbandonati, volete dire. Insomma, se io ho delle iniziative, non so poi ben dirigerle!
— Vostra Maestà ha fatto troppo, anzi, ma gli è che mancano gli uomini.
— E una donna non sa e non può fare quello che sa e può fare un uomo...
— È proprio questo il mio pensiero — rispose il giovane inchinandosi.
— In tal caso — proruppe la Regina — io per la prima dovrò ubbidire alla volontà d’un uomo, io che ho ubbidito solo e sempre alla mia!
— In ciò che è bene, sì — rispose Riccardo senza scomporsi — in ciò che un tale uomo creda necessario al vostro interesse. Un tal uomo vi ha messo per posta la sua vita; è giusto che voi vi mettiate qualcosa delle vostre regali prerogative.
In ciò dire si era alzato.
— Andate via? — disse la Regina tra indispettita e ammirata. — Sapete che una delle prerogative reali è quella di accomiatare coloro che han chiesto udienza?
Egli prima di rispondere si guardò intorno; assicuratosi d’essere soli le si avvicinò e le disse, guardandola fissamente:
— Ero chiuso in carcere ed aspettavo che mi si conducesse al luogo del supplizio, ma non era il pensiero della morte che mi riempiva il cuore di angoscia: era il pensiero che in me perdevate un cuore devoto ed uno spirito risoluto. Mio padre voleva spianarmi la via ad un avvenire di onori e di grandezze degne del titolo che mi avrebbero fatto riconoscere, ed io rifiutai per venir qui, come avevo promesso, per offrirvi il mio braccio ed il mio cuore. In Algeri ruppi le catene, vagai non so per quanti giorni pel deserto, arso dalla sete, affamato, lacero, sfuggendo solo Dio sa come alle fiere, ma sostenuto dal pensiero di mantenere a voi la mia promessa. Ora son qui, disposto a tutto, parato a tutto, ad uccidere e ad essere ucciso, ma ad un sol patto, o Regina, a patto che io sia libero e che non vediate in me nè il cortigiano nè il servo. Questo vi direi anche se aveste il carnefice a lato, pronto ad un vostro cenno a colpirmi con la sua scure; questo vi direi anche se inebbriata d’amore mi stringeste fra le vostre braccia.
Ella aveva ascoltato da prima con una espressione di sorpresa ed insieme di un principio di collera contenuta, ma a poco a poco si era intesa come soggiogata. Nessuno le aveva parlato mai così, i suoi nemici occulti le avevano strisciato alle ginocchia; i suoi cortigiani l’avevano adulata servilmente per carpirne i favori. Solo quel giovane che le dava la vita, che le sacrificava il suo avvenire, a cui doveva per ben due volte la salvezza le aveva parlato in modo così fiero.
Lo contemplò qualche istante in silenzio.
— Voi siete un uomo, voi — disse infine lentamente con una profonda espressione di rammarico. — Perchè, perchè vi ho conosciuto così tardi?
— Vostra Maestà dunque si tenga pronta per mezzanotte. Non vi è qui una porticina segreta donde possa uscire all’insaputa dei familiari?
— Sì, che si apre nel viale dietro la villa. Potrò uscire senza esser vista, ma non all’insaputa della mia lettrice, vostra... cugina.
— È una creatura devota e fedele — disse lui trattenendo un sospiro.
— E dove andrete ad alloggiare? — chiese la Regina che lanciò uno sguardo incerto sul giovane, dolente di vederlo andar via ma comprendendo non esser prudenza che rimanesse.
— Che Vostra Maestà non si preoccupi. A un miglio da qui havvi una casa di campagna il cui padrone mi ha ceduto una stanza.
— Andate — rispose lei divenuta pensosa.
Quando il giovane uscì, ella stette un pezzo in silenzio come in colloquio con se stessa.
— Ah — disse poi — se avessi incontrato un tal uomo, un tale amore nei primi anni del mio regno!
V.
La spiaggia in cui alla spicciolata eran convenuti i Calabresi ingaggiati dagli emissari di Maria Carolina era deserta ed inabitabile nella calda stagione, perchè l’aria ne era avvelenata da mortifere esalazioni; pure vi crescevano rigogliosi e selvatici il fico, il melograno e gli innumeri arbusti parassitari. L’acqua stagnante di un piccolo fiume che scorreva sotto i giunchi e le ninfee contribuiva alla insalubrità dell’aria, onde per parecchie miglia all’intorno non s’incontravano nè abitazioni nè abitanti.
La scelta del luogo per lo sbarco degli _amici della Regina_, come amavano appellarsi quegli audaci avventurieri, era stata ottima perchè del tutto remoto e non soggetto quindi alla sorveglianza degl’Inglesi. Un brik noleggiato dagli emissarî, fra i quali certo Castrone che era stato un tempo valletto alla Corte e che aveva saputo guadagnarsi la fiducia e la confidenza di Sua Maestà, tanto da divenire l’agente principale, imbarcava gl’ingaggiati nella spiaggia di S. Eufemia, e deludendo con abile manovra la crociera inglese, li sbarcava in quel luogo, donde partiva per far ritorno con altra gente. Ma non si era pensato alla provvigione ed all’alloggio, e tale dimenticanza aveva provocato la giusta ira di tutti gli sbarcati che correvano il rischio di morir di fame in quella pianura deserta.
Era questo che Riccardo aveva voluto dire alla Regina, essendosi trovato in mezzo a tutta quella povera gente, alla quale per prudenza aveva occultato che egli avrebbe dovuto esserne il capo. Non era un campo di partigiani ma un’accolta di pezzenti che andavan vagando per quella spiaggia, non osando di avventurarsi nell’interno del paese per provvedere col saccheggio e con le estorsioni ai propri bisogni, e che rimpiangevano di essersi lasciati abbindolare e di aver lasciato i patrî monti, ove correvano pericolo di cadere uccisi, è vero, o di cadere in mano dei Francesi, ciò che era lo stesso, ma dove non mancava ad essi, nè il cibo abbondante e succolento, nè il vino generoso, di cui si rimpinzavano e si gonfiavano accanto alle belle fiamme di tutto un pino, nè l’amore delle belle fanciulle di Carafa o di Garopoli, di Tirolo o di Marcellinara, famosi per le belle donne.
Nel giungere in quel luogo Riccardo era stato guardato con diffidenza per i suoi begli abiti e pel bellissimo cavallo della scuderia della Regina; ma fu creduto anche lui un mistificato e potè sentire le lagnanze irose di tutti quei poveri diavoli il cui numero cresceva sempre più. Ma quale non era stata la sua meraviglia quando aveva visto distaccarsi da uno di quei gruppi due degli sbarcati e correre alla sua volta gridando:
— Capitan Riccardo, capitan Riccardo, siete voi, siete voi!
E quei due avevano preso per le briglie il cavallo che si era fermato, mentre essi continuavano a dire:
— Vivo, sano, e qui con noi! Ah! finalmente, almeno abbiamo chi potrà dirigerci in questo maledetto paese!
— Tu qui, Magaro, tu qui, Ghiro! Anche io son lieto assai di rivedervi.
Aveva riconosciuto quei suoi fedeli seguaci e ne aveva inteso pure lui una gran gioia, anche perchè gli avrebbero facilitato la sua missione, informandolo sui bisogni e sugli umori di tutta quella gente.
Era balzato dal cavallo e seguito dai suoi amici si era ritratto all’ombra di un muricciuolo.
— E il Toro, e Vittoria? — chiese premurosamente.
Non aveva punto dimenticato nè il vecchio scorridore che gli aveva fatto da padre, nè quella donna che per lui si era esposta a tanti pericoli. Ad essi era andato sovente col pensiero in quelle ultime traversie della sua vita, sicuro che non li avrebbe rivisti mai più.
— Pietro il Toro — rispose il Ghiro — si unì alla banda di Benincasa con Vittoria che ha fatto cose inaudite, tanto che essendo caduto Benincasa nelle mani dei Francesi, i quali gli hanno tagliato le braccia a Cosenza e la testa a Rossano, fu acclamata ad unanimità capobanda. Il Guercio che ci ha i peli sul cuore e che ne ha viste e ne ha fatte di tutt’i colori, mi ha raccontato delle cose orribili! Quella lì è divenuta una furia infernale.
— Ed ora? — chiese Riccardo pensoso.
— Ora non so dove sia. Contro la sua banda fu spedito tutto un reggimento ed è stata quasi distrutta. Pure si dice che lei e Pietro il Toro siano riusciti a fuggire.
Il giovane era ricaduto nei suoi pensieri. Era forse quell’amore, che compresso nell’anima di lei perchè senza alcuna speranza, ne aveva vieppiù fatta feroce l’indole, che avrebbe potuto anche piegare al bene ed alla bontà? Ricordava col cuore stretto come da un rimorso, quando quella donna, nata per imperare, che fin dalla prima giovinezza si era usata al sangue ed alla strage, e che aveva vissuto senza fede, senza religione, senza alcun freno ai suoi istinti selvaggi, era stata con lui tenera, dolce, remissiva, e vieppiù che dell’aver rischiato la vita per salvarlo, dell’essersi esposta a cadere in mano dei Francesi per riuscire a farlo evadere, quella tenerezza, quella bontà, quel mutamento avvenuto in lei testimoniavano dell’amore di quella povera creatura che forse non era nata pel male!
E lui aveva respinto quell’amore, l’aveva respinto per tener dietro a due chimere, al capriccio di una regina e ad un sogno dell’adolescenza! Fra quei due amori, egli incerto, insoddisfatto vagava, nessun di essi tenendolo del tutto a sè avvinto, mancando a ciascuno di essi qualcosa che egli stesso non avrebbe saputo dire che fosse.
Pure di quei due amori uno solo brillava di pura luce al suo pensiero, quello di Alma; ma fra lui e lei sorgeva la Regina per separarli, come fra lui e Vittoria si erano interposti da una parte i suoi legami con la Regina, dall’altra il suo purissimo sentimento per Alma.
Tutti questi pensieri già erano balenati in confuso nella mente mentre ascoltava il Ghiro ed il Magaro. Ma si trasse dal ripiegarsi che aveva fatto su sè stesso per chiedere ai due suoi antichi compagni:
— E che dicono i vostri amici sbarcati con voi?
— Dicono che ci hanno ingannato, che vogliono farci morire di fame e di sete; dicono che siamo capitati in un tranello. Alcuni han proposto di assalire la città od il villaggio più vicino per metterlo a sacco; ed anche io mi vo’ persuadendo che sia questo un buon consiglio. A noi ci dissero che avremmo trovato qui la Regina, la quale ci avrebbe provveduto di tutto, come fece a Napoli, vi ricordate? Ma non abbiamo trovato neanche la coda del gatto della Regina. Ieri sera un tale che era sceso da un bastimento, l’istesso che ci ha portato qui, appunto in nome della Regina voleva indurci ad aver pazienza. Buon per lui che vedendo la mala parata s’imbarcò a tempo, chè si era già proposto di farlo a pezzi, e vi assicuro che se la Regina fosse apparsa in quel momento non si avrebbe avuto riguardi neanche per lei.
— Io non ho mangiato da ier l’altro e non ne posso più — disse il Magaro, il cui viso sparuto confermava le sue parole.
— Ebbene — disse Riccardo — se mi promettete di star tranquilli, dimani vi sarà fatta una distribuzione di pane e di carne. Andrò io a parlare col capitano della nave che ora ha gettato l’ancora.
Infatti il brik si era avvicinato alla riva e una barchetta si era staccata dal suo fianco vogando verso terra.
— Sono altri poveri corbellati che vengono a morire di fame con noi!
— Aspettatemi qui — disse Riccardo — finchè non torno dall’aver parlato col capitano.
— Sappiate, inoltre, che, come ho sentito dire da alcuni, gli Inglesi i quali fan qui quello che i Francesi fan da noi, si preparano ad assalirci. Alcuni dei nostri hanno assalito due soldati a cavallo che andavano a... a una città che si chiama Palermo con una lettera per chiedere rinforzi. Diceva la lettera che in questa spiaggia erano sbarcati molti briganti calabresi. Chi chiedeva i rinforzi diceva di non aver soldati in buon numero. Questo ho inteso dire da chi ha letta la lettera.
— Abbiamo dunque cinque o sei giorni innanzi a noi per riordinarci.
— E per sfamarci.
— La Regina, non dubitate, provvederà a tutto. Essa nulla sa che vi lasciarono senza provvedere ai vostri bisogni. Dimani verrà lei stessa...
— Non venga se prima non ci fu dato del pane, almeno; non venga...
— Pazientate — disse Riccardo che era risalito a cavallo. — Non dite nulla del nostro incontro finchè io non torno. E se vedete che il bastimento si allontana dal lido, non temete: vuol dire che avrò costretto il capitano ad andare a provvedersi di quel che vi occorre e che io l’accompagno. Seguitemi al lido. Vi lascierò il cavallo per custodirlo fino al mio ritorno.
— La Madonna del Carmine vi ha qui mandato, la Madonna del Carmine! — esclamarono i due.
Trovarono un pescatore che già aveva messo mano ai remi di una barchetta. Riccardo vi entrò e in breve furono ai fianchi del brik presso una scala di corde per la quale il giovane si arrampicò con grande sorpresa dei marinai accorsi.
— Chi volete? — gli chiesero.
— Il capitano, d’ordine della Regina. — rispose Riccardo.
Fu accompagnato alla cabina del capitano, il quale era in colloquio con un vecchietto dal muso di volpe e dagli occhi loschi. Nel vedere il giovane interruppero stupiti i loro discorsi.
— Chi siete e che volete? — disse il capitano con modi bruschi.
— Sono il colonnello Riccardo — rispose il giovane con accento reciso — preposto da Sua Maestà la Regina a capo dei Calabresi che avete qui condotto. Che voglio? Voglio che immantinenti se il brik ne è provvisto si provveda di cibo quella povera gente, o si vada in un porto vicino ove si possa esser sicuri d’imbarcarne.
— Non a me dovete rivolgervi, ma al signore — disse il capitano. — Io non ho altro obbligo che di condurre qui cotesta gente: il signore avrebbe dovuto provvedere al resto.
— Come si chiama il signore? — chiese Riccardo voltosi all’omicciattolo.
— Si chiama Castrone.
— Dunque, caro signor Castrone, avete inteso? Non è possibile che la Regina non vi abbia dato di che provvedere ai bisogni di quei poveri diavoli, e perciò...
— Io non debbo dar conto che a Sua Maestà — rispose il vecchietto dal muso di volpe — o ad un suo rappresentante. Avete voi una lettera, un documento qualsiasi che provi di aver voi il diritto di parlarmi in suo nome?
— Sissignore — disse freddamente Riccardo.
Mise la mano in tasca come per cercar la lettera e ne trasse una pistola che appuntò sulla fronte del vecchietto.
— Se non ordinate al capitano di sbarcare ciò che il bastimento ha di pane e di companatico, vi brucio le cervella.
Il vecchietto era divenuto livido e tremava a verga a verga, mentre il capitano, un rozzo marinaio dalla fisonomia schietta ed aperta, dopo il primo momento di sorpresa aveva dato in una risata fragorosa.
— Ve lo dicevo, vecchietto mio, che chi la tira la spezza! Giuro che il signore, chiunque sia, ha ragione. Anch’io mi permisi di osservare che era un far loro un cattivo giuoco di abbandonarli su una spiaggia, e mi rispondeste che si sarebbero ingegnati.
— Ma io non ho danari! — gemeva l’agente della Regina — appena appena ho potuto dare a ciascun di quei mascalzoni la caparra dell’ingaggio. Ci ho colpa io se prima d’imbarcarsi la sperperarono? Io non ho più del danaro, non ne ho più: questo dicevo testè al capitano che me ne chiedeva.
— Danari o non danari — disse Riccardo — bisogna che quei poveri diavoli abbiano del pane almeno, quindi è inutile far chiacchiere. Se mi conosceste, non dubitereste delle parole mie.
— Sicuro che vi conosco... siete il famoso capobanda che...
— Che ha sempre fatto quel che ha detto. Animo, sbrighiamoci.
— Del resto — disse il capitano contenendo il riso che gli gonfiava le guance — se non ha danaro può provarlo aprendo innanzi ai nostri occhi la valigia che ho visto nella sua cabina, la quale scuotendola manda un certo tintinnio dolcissimo all’orecchio.
E voltosi al vecchietto con un’espressione d’ironica pietà:
— Voglio aiutarvi a convincere il signore che non avete punto mentito. Andrò io stesso, come avevo già in animo di fare, a prendere la vostra valigia...
— Ebbene — esclamò il vecchietto — mi arrendo alla forza, mi arrendo alla violenza. Nella valigia, è vero, vi è qualche moneta, ma è un sacro deposito che debbo restituire appena sbarcato. Prendetelo, spendetelo: saprò io far poi valere le mie ragioni con Sua Maestà la Regina.
La sera di quel giorno il brik che aveva salpato per un villaggetto vicino e ne era tornato ben provvisto, si diede a sbarcare di che soddisfare ai primi bisogni degli _amici della Regina_. Appena si sparse la nuova fu un accorrere di tutti al lido, finchè ognuno potè ottenere di che sfamarsi.
Quando Riccardo raggiunse i suoi due antichi compagni li trovò seduti sull’arena, lontani dagli altri, e intenti ad empirsi la bocca di pane e di formaggio che il Ghiro aveva procurato mentre il Magaro custodiva il cavallo.
— Voi vi chiamate la Provvidenza, la Provvidenza! — proruppero al vederlo. — E sapete che non ci siamo potuti trattenere e l’abbiam detto a tutti che per voi, solo per voi non siamo morti di fame!
— Orsù — disse Riccardo — ascoltatemi bene. Dovete scegliere fra i vostri amici nove o dieci di quelli a cui non trema il cuore anche se dovessero da soli dar l’assalto ad un reggimento, gente provata insomma in più di una impresa. Direte che la loro fortuna è fatta se sapranno meritarla: glielo direte in mio nome. Per ora avranno un’oncia d’oro per ciascuno... sapete che l’oncia vale trenta carlini... e di che empirsi lo stomaco abbondantemente.
— Che bisogna fare per meritarsi tatto questo ben di Dio? — chiesero i due con occhi scintillanti per la gioia.
— Dimani sera... intendiamoci bene... domani sera vi avvierete per quella strada che sale su per la collina e poi ne discende. Camminerete sempre dritto a voi dinanzi e dopo due ore vi troverete presso una casa di campagna nella quale sarò io ad attendervi. Avete compreso? Sempre dritto...
— Abbiam compreso.
— L’importante è la scelta dei compagni. Non dovete nasconder loro che ci sarà il caso forse di scaldarci un po’ le mani con gl’Inglesi.
— State sicuro — disse il Magaro. — Ne ho già scelti mentalmente cinque o sei che han sempre freddo alle mani e non par loro vero di scaldarsele, coi Francesi o con gl’Inglesi è tutt’uno.
— A domani sera, dunque. A proposito, avete armi?
— Possiamo mancar di pane, ma in quanto alle armi ognun di noi ha il suo _crocefisso_ e due pistole.
Il crocefisso nel gergo dei montanari è il coltello.
— Sta bene e a rivederci.
— Andate con Dio e a rivederci domani a notte.
Il giovane spronò il cavallo e in breve disparve tra gli alberi della collina.
Il giorno appresso, essendo già da un pezzo discesa la notte, Riccardo che da quando vi era rientrato non aveva lasciato la stanzuccia presa a pigione in quel solitario caseggiato a circa un miglio dalla villa reale, uscì bene avvolto nel mantello e bene armato. Giovanni il negro di cui la Regina si fidava più che di ogni altro servo, era andato a dirgli aver lui provveduto per una lettiga che a mezzanotte si sarebbe trovata innanzi la porticina segreta della villa. La Regina avrebbe fatto credere di andare dal Re e perciò avrebbe portato seco anche la sua lettrice.
Questo Riccardo non avrebbe voluto, chè ormai gli riusciva quasi rincrescevole l’incontrarsi con sua cugina. Quantunque non avesse nulla a rimproverarsi, quantunque avesse rinunciato financo al titolo cui pure aveva diritto, sapendo che ella non ignorava il vero esser suo, sentiva un imbarazzo, un turbamento al pensiero del contegno che avrebbe dovuto assumere. Finallora l’aveva contemplata a distanza; ora invece non solo aveva il diritto di trattarla da pari, ma anche quello di considerar lei e suo padre come usurpatori dei suoi diritti.
Doveva lui infliggerle una tale umiliazione? Non era pur sempre vivo in lui quell’amore che per tanti anni aveva portato nel cuore come una religione? Ma se avesse taciuto incontrandola non avrebbe potuto credere lei che egli le serbasse rancore? E quali parole le avrebbe dovuto rivolgere se il caso di nuovo li avesse posti a fronte?
A tale domanda che si rivolgeva da più giorni non aveva saputo trovar risposta.
Egli era andato ad aspettare i suoi amici, il Ghiro e il Magaro con gli altri di loro scelta a piè del colle ove sarebbero giunti se, come aveva lor detto, avessero percorso la via che dalla marina saliva dritta verso la villa reale; e non dubitava punto che non si fossero attenuti alle sue indicazioni.
Scese da cavallo ed aspettò con le braccia conserte, le spalle ad un albero, nel silenzio profondo di una notte senza luna e senza stelle.
Era da un pezzo assorto ne’ suoi pensieri quando un sordo calpestio che veniva dal fondo della collina lo riscosse.
— Son dessi — mormorò il giovane facendosi più dappresso alla via.
Un gruppo d’ombre nere s’avanzava silenzioso: quando fu a poca distanza dal giovane, questi fece sentire un sibilo acuto e sottile col quale i suoi compagni avrebbero di certo riconosciuto uno dei seguaci del loro antico condottiero.
Un altro fischio acuto e sottile rispose al suo. Il gruppo si era fermato, ma due ombre se ne distaccarono e mossero verso il giovane.
— Sei tu Ghiro? Sei tu Magaro?
— Siamo noi.
— Che novità?
— Nessuna; solo che oggi un drappello di soldati inglesi, certo per tastare il terreno, come suol dirsi, si avventurò ad attraversare la spiaggia senza però molestarci. Solo quando alcuni dei nostri che non avevan mai visto dei soldati tutti rossi come altrettanti pomidoro, incominciarono a dar loro la baia, si venne alle mani.
— Con qual risultato?
— Che i pomidoro scappano ancora. Erano assai più saldi i Francesi.
— È stato un male, un gran male! mormorò Riccardo. — Bisognava lasciarli andar tranquilli.
— Andate a contar la ragione a certi nostri amici seccati dal non far nulla!
— In quanti siete venuti?
— In dodici. Eravamo in dieci, poi altri due, che non ho visto bene in viso perchè si unirono a noi quando era già notte, mi furono condotti da Curullo, il _piede di lupo_. Vi ricordate? Uno dei più sicuri, che garantisce di essi, e Curullo il _piede di lupo_ quando giura sulla Madonna del Carmine...
— Avete armi?
— Pistole e pugnali.
Riccardo si avanzò verso il gruppo che l’accolse con un mormorio.
Due delle ombre si erano distaccate, quasi per nascondersi al giovane, precauzione inutile, perchè le tenebre erano tali da non far discernere i tratti del viso.
Una di tali ombre intanto disse all’altra:
— Io non resisto... sento un bisogno prepotente di gittargli le braccia al collo...