Sola contro tutti!

Part 4

Chapter 43,997 wordsPublic domain

— Tu comprendi tutti, tutti i vantaggi — continuò il duca che attribuiva il silenzio e il visibile orgasmo della giovinetta all’orgoglio lusingato che però il pudore facea dissimulare — di un tal matrimonio? Tu sarai tra le più belle, più ricche, più potenti signore di Palermo, cugina nientemeno del vero Re di Sicilia, ed io... già io purchè ti vegga felice, altro non bramo. Lord Arturo Chilson non si può dire un giovanotto di primo pelo, ha di qualche anno varcato la cinquantina, non è certo un Adone, ma in compenso è alle porte per esser nominato contro ammiraglio, è ricco a milioni ed è molto amato e stimato dal suo re. Ma tu devi ricordartelo: ti fu presentato a Palermo nel palchetto della Regina, e da quella sera, mi han detto, egli vagheggia di farti sua moglie.

— Sì — rispose Alma che si era riavuta — sì, lo ricordo bene, un omaccione rozzo, arrogante, che quella sera era ubbriaco come il più maleducato dei suoi marinai, e bestemmiava in inglese credendo che nessuno capisse la sua lingua.

Il duca rimase interdetto. Nell’accento della figlia gli era parso d’intravedere una sottile ironia. Era pur corrispondente al vero il ritratto che Alma avea tracciato di lord Arturo Chilson, del quale eran note a tutta Palermo le sbornie; pure riprese come se non desse molta importanza alle parole della figlia:

— Ah già: gli è che è un marinaio, un vero marinaio; non è al certo uno di quei bellimbusti impomatati che parlano in punta di forchetta! È un bel lupo di mare il quale preso pel suo verso può esser ridotto un agnellino da una donna di garbo. Dunque che ne dici? Già, una superfluità il chiedertelo. Una ragazza saggia, seria, benedice il Cielo per una tale fortuna... Benedice il Cielo ed anche il padre suo che ha saputo procacciargliela... Non è vero forse?

Alma si alzò. Era grave, fredda, severa.

— Padre mio, — disse con voce ferma, ma tranquilla — il dovere mi chiama nella camera di Sua Maestà che mi ha ordinato di svegliarla nell’ora che scocca adesso. In quanto ad abbandonarla mentre tutti l’hanno abbandonata, tutti quelli che ne ebbero favori ed onori strisciando alle sue ginocchia allorchè essa era potente e temuta, io, intendete? io non lo farò mai, nè alcuno sarà tanto ardito da strapparmi dal suo fianco. È sempre lei la Regina di Napoli e di Sicilia, è sempre lei la nostra Sovrana. In quanto poi al matrimonio che mi proponete con un Inglese villano e scostumato, non ho che una sola parola da rispondervi... Rifiuto.

Non aveva ancor proferito questa parola che il duca si era alzato sconvolto, furente; e mettendosi le mani nei capelli:

— Rifiuti?... Ma è la mia rovina, intendi? la mia rovina! Ma è il trionfo dei miei nemici che del tuo rifiuto si avvaleranno per finire di perdermi nell’animo di lord Bentink.

— Direte a lord Bentink che il rifiuto viene da me, da me sola.

— Si dirà che hai rifiutato per odio contro gli Inglesi, che hai rifiutato per una sciocca, per una stupida avversione politica, che ti han guastato il capo coi balordi principi d’indipendenza, di patriottismo e che so io... E magari accusassero te sola: accuseranno me, me che sono affatto innocente, me che sono stato sempre un uomo serio e che ho riso di tali scempiaggini. L’indipendenza, il patriottismo! Eh via, non ci è che il proprio tornaconto al mondo!

E divenendo carezzevole, quasi umile, con voce piagnucolosa continuò rivoltosi alla figlia che l’ascoltava impassibile, ritta in piedi innanzi alla porta, con la mano alla chiudenda:

— Via, riflettici bene. È la tua e la mia fortuna, capisci? E se anche ti costasse un sacrifizio non rifletti tu al gran compenso che te ne verrebbe? Sei stata sempre docile, rassegnata, pieghevole, si può dire che non hai avuto mai una volontà tua, ed ora, di un tratto mi ti riveli sotto un aspetto che non mi ti fa più riconoscere! Che importa a te che il marito sia un inglese o un siciliano, un giovane o un vecchio? Non ti sei mostrata sempre indifferente a tutto, non è trascorsa quasi tutta la tua prima giovinezza in una completa dedizione di te alla volontà mia e a quella della Regina? Com’è che di un tratto vuoi far di tua testa e rifiuti di salvarmi, comprendi? di salvarmi?

— Padre mio — rispose lei con voce dolce ma sincera — voi non mi avete mai conosciuta e non mi avete mai compresa.

— Che vuoi tu dire?

— Nulla che siate in grado di comprendere ora.

Egli fraintese il significato di quelle parole; nella sua mente balenò un pensiero, che sua figlia chiedesse del tempo per risolversi, trattandosi di una decisione così grave. A tale idea si rincorò: gli si rasserenarono i tratti del viso, gli occhi ebbero un lampo di gioia.

— Ebbene, sì, hai ragione; ora non sono in grado di comprendere nulla perchè confesso di essere in un grande orgasmo. Tornerò sicuro che tu avrai vagliato le mie ragioni, sicuro che avrai apprezzato le mie proposte che ogni ragazza avrebbe accolto con un grido di gioia. No, non te ne ripeto i vantaggi, i vantaggi che potrebbero essere enormi, intendi? enormi!

E mentre si copriva dopo aver gettato sulle sue spalle il mantello, si avvicinò alla figlia e le disse sottovoce guardandosi intorno col suo consueto fare sospettoso:

— Cugina di lord Bentink, capisci? Ciò vuol dire, avendo un po’ di senno ed essendo una donna giovane e bella, esser l’unica e sola regina di Sicilia.

Ella aveva aperto la porta presso la quale si teneva, pallida, immobile, silenziosa. Appena un fremito delle labbra ed un corrugar del ciglio erano stati indizio del suo sdegno. Non si piegò e non rispose al bacio del padre che era tornato gaio e disinvolto.

— Bacerai per me la mano a Sua Maestà — le disse — e mi scuserai con lei. Tornerò da qui a quindici giorni, chè prima non potrò muovermi da Palermo. Tu intanto rifletterai. Ho troppa stima della tua saggezza per aver dei dubbi sul risultato delle tue riflessioni. Già, io son sicuro che la tua decisione è presa fin da adesso ed è quale esser deve pel tuo e il mio interesse; ma conosco, conosco le donne: so che vogliono esser pregate a dir di sì anche quando anelano di assentire... Fra quindici giorni, dunque, fra quindici giorni.

Ella voltasi al servo che avea chiamato con uno squillo di campanello, disse:

— Accompagnate il signor duca fino alla sua carrozza.

— A rivederci da qui a quindici giorni, figlia mia — ripetè il duca salutandola con la mano.

Alma lo vide discendere la scaletta della torre che metteva alla porta principale, e continuò per un pezzo a tenersi immobile, pallida in viso e con gli occhi fisi a sè dinanzi. Infine si scosse e lentamente si avviò verso la camera della Regina. Ivi giunta si lasciò cadere su una ampia poltrona presso l’aperta finestra.

Il giorno già declinava: il sole infuocato scendeva sul mare in un nimbo di nubi purpuree; sul mare calmo e di un azzurro cupo guizzavano le fiamme del sole che tingevano di un sanguigno chiarore le vette dei colli.

Non un viandante pei sentieri, non un contadino pei campi, e nella solitudine profonda il silenzio di quel tramonto di autunno.

Ella poggiò i gomiti sul davanzale della finestra e stette un buon tratto perduta nella contemplazione. Da prima il suo pensiero era fatto di mille pensieri senza che potesse affissarsi in uno: le parole del padre erano state la pietra che si getta nel padule, erano state il soffio del vento che sconvolge le acque del lago fino allora stagnanti. Il cinismo di quel vecchio non le riusciva nuovo, che ella, per quanto si fosse mantenuta affatto estranea agl’intrighi dei cortigiani, ne sapeva le ipocrisie e le perversità; e se suo padre era al par degli altri ipocrita e perverso, non era al certo peggiore. La Regina si era spesso rammaricata con lei delle sue disillusioni; nessuna sorpresa dunque aveva in lei prodotto il linguaggio del padre, il quale fin da quando i Sovrani erano stati esiliati da Palermo si era tenuto lontano da essi, temendo di cadere in sospetto degl’Inglesi.

Ma ciò che ne aveva turbato profondamente l’anima era stato il linguaggio che le aveva tenuto, sul suo avvenire e l’oscena e vile proposta di quel matrimonio, che l’aveva costretta a ripiegarsi sul suo cuore, ad interrogarsi, a penetrare attraverso la nebbia che aveva fin’allora avvolto i suoi sentimenti. Perocchè, nelle parole di suo padre ci era pure un fondo di verità, ci era pure un esatto apprezzamento della condizione di lei. Invero, quale ne sarebbe stato l’avvenire se avesse dovuto lasciare il servizio della Regina? Avrebbe dovuto rinunciare ai suoi sogni ed accettare la triste, nauseosa realtà della vita, dandosi ad un uomo che avesse avuto la vernice di un titolo e di una ricchezza, e che ella non avrebbe amato, da cui non sarebbe stata amata?

Aveva vissuto fino alla sua età di ventidue anni permanentemente in un sogno, ciò che l’aveva fatta del tutto estranea, agl’intrighi che vedeva svolgersi a lei d’intorno. Tra la folla di cortigiani in cui aveva vissuto, ella così soavemente leggiadra, se pure era stata fatta segno alle galanti premure dei giovani signori, o non li aveva visti, o non li aveva curati; e se anche per poco lo sguardo e il sorriso di un uomo erano giunti ad interessarla, aveva visto in breve ora dileguarsi quello interessamento, non le restando che un senso increscioso di meraviglia come ella avesse potuto anche per un istante accogliere nell’animo suo il pensiero di quel sorriso e di quello sguardo! Era giunta a credere quel che gli altri credevano di lei, che fosse del tutto all’amore insensibile, come la Regina più volte le aveva ripetuto. E si era così ostinata in tal pensiero da non saper comprendere come una donna potesse darsi in piena balìa d’un uomo e sottoporsi ad un connubio nel quale l’anima non avesse parte.

A tal pensiero rabbrividiva; l’anima si ritraeva sgomenta come innanzi ad una mostruosità oscena. Era quella la realtà della vita, ben lo comprendeva, ma comprendeva anche che non si sarebbe mai acconciata ad una tale realtà e la respingeva con ribrezzo da sè, pur vedendo che era da tutte le ragazze della sua età e della sua condizione accettata con entusiasmo.

Ma era del tutto sgombra l’anima sua da ogni aspirazione? Ma nei suoi sogni, per quanto vaghi, nessuna immagine di uomo ne turbava la serenità del cuore e dello spirito?

Fin’allora aveva deluso una tale domanda che spesso si era rivolta, quantunque un ricordo, un dolce ed insieme amaro ricordo le salisse dal fondo dell’anima ogni qualvolta interrogandosi si ripiegava su sè stessa. No, non avrebbe potuto dire che il suo cuore fosse del tutto sgombro, non avrebbe potuto dire che tra il suo sogno e lei non si frammettesse talvolta la immagine di un giovane intorno al quale si svolgeva, suo malgrado, quel sogno. Quantunque non sapesse dell’amore che quel che ne aveva inteso, attenuato dai riguardi che si avevano per lei, pure il suo sogno era tutto fatto d’amore che intuiva come qualche cosa di formidabile, al quale avrebbe dato tutta sè stessa, in una dedizione intera dell’esser suo.

Ma chi era quel giovane che ella intravedeva nel buio delle sue notti insonni? Chi era quel giovane che nei suoi vaneggiamenti, nelle sue torride veglie, nei suoi indefinibili desideri ella vedeva sorgere a sè dinnanzi pur senza evocarlo, pur respingendolo, ma invano, pur non osando rivolger a lui il pensiero, tanto le pareva colpevole quella visione?

Ed i suoi sogni di fanciulla erano stati finallora senza determinatezza e le larve che fugacemente le apparivano non avean viso. Ma ora ne avevano uno; da una sera, da una notte avevano uno sguardo, un sorriso, una figura che ella riconosceva perchè l’aveva vista altre volte nella lontana infanzia un giorno, là nella solitudine della sua Calabria. L’aveva vista altra volta, ma avrebbe ritenuto per ben folle chi le avesse detto che un giorno ella avrebbe accolto nell’anima sua la visione di quel giovane e l’avrebbe custodita come un gioiello che non ci appartenga, che non potrà mai appartenerci e che rappresenta una colpa agli occhi del mondo, una insidia infernale ai propri occhi!

Quel giovane, della cui voce udita ben poche volte aveva pieno l’orecchio, del cui sguardo che si era incontrato col suo non più di due o tre volte, aveva la luce nel cuore, il cui sorriso triste e dolce insieme vedeva in tutti i suoi sogni; che inesorabilmente le era dinanzi, attirandola a sè, mentre ella ben sapeva che oltraggioso era il fascino che ne subiva; quel giovane che non aveva più visto dacchè in una notte in cui lo aveva sorpreso fra le braccia della Regina, aveva esposto la sua vita come già altra volta, per lasciar loro il tempo di porsi in salvo, era... l’amante della Regina!

L’amante della Regina!... Perocchè nulla, nulla a lei era sfuggito, tutto aveva compreso, la sua inesperienza verginale essendo stata acuita dalla gelosia, una gelosia vaga che non aveva odi, ma che aveva sofferenze ed amarezze.

Pure ella si sentiva amata da quel suo sogno: ella ricordava i giorni della sua infanzia in cui lo aveva incontrato la prima volta, e nello sguardo che egli le aveva rivolto allorchè in quella notte al castello si era incontrato in lei, aveva letto l’anima di lui nella quale ella si sentiva. Ma ormai un doppio abisso li separava: l’esser lui un povero avventuriero e l’esser lui l’amante della Regina!...

Un povero avventuriero! No, non era questo l’abisso insuperabile essendo egli nobilitato con un decreto reale che gli conferiva un alto grado nell’esercito: eppoi, quantunque ella vivesse in una Corte che rappresentava quanto vi era di più vieto negli antichi pregiudizi, quanto di più rigido nel rispetto per le prerogative nobiliari, al soffio dei nuovi tempi si erano incominciati a piegar gli animi, tanto che si era parlato sul serio del matrimonio di una figlia del Re col principe Beauharnais il cui padre era stato un povero soldato di ventura, e si dava per certo quello di una Arciduchessa d’Austria col glorioso Imperatore dei Francesi, figlio di un borghese di Ajaccio! Se dunque quel giovane fosse andato in Sicilia a far valere i suoi diritti ad un reggimento nell’esercito, bene avrebbe potuto aspirare a lei...

Ma non era lui l’amante della Regina? E poteva ella accogliere e vagheggiar nell’anima sua quello amore per un uomo del quale la Regina aveva fatto il suo amante? Se pure egli, quando non era ancora il capobanda famoso che aveva reso tanti servigi alla causa del Re e salvato col rischio della vita più volte la Regina, ma un oscuro contadinello, un povero bastardo, aveva osato volgere a lei l’anima sua, cosa aveva fatto di quell’anima la tresca nella quale si era lasciato impigliare?

Ella non osava fermarsi per analizzarne la natura, chè ripugnava alla sua purezza di fanciulla, comprendendo vagamente esser quello un amore del quale ella non doveva discorrere neanche a sè stessa senza arrossirne. Si trovava dunque in un turbamento che la rendeva insoddisfatta di sè e degli altri, benchè un tale turbamento in nulla scemasse il fascino che su lei esercitava la sua Sovrana e non le impedisse di volgere il pensiero a quell’uomo dal quale un abisso insormontabile la separava, pur senza fargliene una colpa; chè non era tanto inesperta della vita da non comprendere certe contradizioni cui può indurre un momento di ebbrezza. Ma comprendeva anche che ella non avrebbe mai svelato l’amor suo ad un uomo che avesse avuto ancor calde le labbra dei baci di una donna, ad un uomo che non fosse tutto suo pur sentendosene profondamente ed unicamente amata!

Non era quella la prima volta che l’anima sua meditabonda vagava in tali pensieri che aveva tenuto gelosamente occulti. Da tutti era creduta fredda d’indole e che col cuore vuoto e sereno vivesse come del tutto estranea alle passioni che le fremevano d’intorno. La compiacenza di lei per la solitudine, la sua aria pensosa, la sua docilità tranquilla al subito volere e disvolere della Regina erano interpretate per indizio di una natura senza volontà e senza energia. Solo la Regina aveva talvolta dubitato che ella fosse ben altro, in fondo; che se era così fredda ed altera coi cortigiani, alcuni dei quali avevano per la giovinetta un’ammirazione che avrebbe potuto divenire amore sol che ella l’avesse voluto, un mistero si nascondeva in cuor suo, quantunque sapesse ben nasconderlo. L’aveva vista trasalire allorchè talvolta le parlava di Riccardo, ma poichè tornava di un subito indifferente, il vago sospetto dileguava per tornare a balenarle più vivo ad un nuovo incidente.

Ma ella era vittima di un fenomeno strano: finchè sapeva vivo Riccardo aveva imposto a sè stessa di respingerne l’immagine, di stornarne il pensiero non solo perchè le pareva indegno di lei, ma anche perchè le faceva correre dei brividi per le vene ricordandole quelle notte in cui l’aveva sorpreso in una stanza con la Regina, ricordando quelle notti in cui a Napoli, mentre egli era convalescente in una stanza del palazzo reale la Regina era stata con lui fino all’alba.

Ella era stranamente turbata dalle visioni che le destava quel ricordo nelle quali sentiva germogliare quasi una punta di odio e di sdegno per la Regina e per Riccardo: ma da quando si era andato accentuando il dubbio che egli fosse morto o per le ferite riportate nell’assalto del castello, o in uno scontro coi Francesi, pensava a lui con melanconica dolcezza e giungeva financo a credere che ne amasse la memoria come se la morte, depurandolo, lo avesse reso a lei e fatto tutto suo, perchè credeva che la Regina, distratta da altre cure, impigliata in tanti intrighi, lo avesse del tutto dimenticato, quantunque di tanto in tanto, allorchè più urgente era il bisogno di un amico risoluto e devoto, con rammarico profondo ne deplorasse la perdita.

L’immagine di lui che sorgeva da un letto di morte le era assai più cara dell’immagine di lui fra le braccia della Regina, e Alma si era fatta un’amara ed insieme una invocata compagnia del pensiero di quel morto che la teneva assorta per ore e ore in un tacito raccoglimento.

E quella sera appunto mentre il sole declinava lontano sul mare che aveva mormori lamentevoli, era stata per un pezzo affissata in tal pensiero, nel quale l’anima sua si era rifugiata per dimenticare le tristi cose che il padre le aveva detto e l’osceno mercato che le aveva proposto.

Mentre era così assorta, le ombre della notte scendevano lentamente velando le cose. La Regina intanto tardava a tornare; ella però non era punto preoccupata, avvezza alla vita avventurosa di lei e nulla temendo per sè, chè la torre se non era una comoda dimora poteva dirsi ben sicura.

In questo ella udì verso la spiaggia rimbombare alcuni colpi di fucili.

— Dio mio, la Regina forse, la Regina! — esclamò lei alzandosi di botto. — Un qualche incontro, un qualche agguato!

E stette col cuore tremante, con gli occhi fissi verso la spiaggia donde giungevano a lei alcune voci che le parvero di uomini che inseguissero un uomo. Ma nulla vedeva perchè l’estremità del colle dietro al quale avveniva l’inseguimento glieli nascondeva. Infine vide come un’ombra che di corsa si dirigeva verso la torre, seguita da alcune altre che le parevano soldati. Ad un punto l’inseguito si fermò ed esplose due colpi d’arma da fuoco i quali arrestarono gl’inseguienti, certo perchè alcuni di loro erano stati feriti. Ma intanto altri soldati avevano raggiunto i primi, e tutti insieme si diedero di nuovo ad inseguire il comune nemico.

— Non si tratta della Regina, Dio sia lodato! — disse lei traendo un sospiro di sollievo. — Sono soldati inglesi che inseguono qualche povero diavolo di siciliano.

L’inseguito si era sempre più avvicinato alla torre, ma quando era per esser raggiunto da alcuni soldati che per esser più veloci avevano sorpassato gli altri, si fermò. Ella vide che l’inseguito, un uomo, al certo un giovane a giudicare dalla snella ed agile persona, si rivolse per affrontarli: la mischia fu breve e feroce, ella sentì alcune grida di dolore venir dal gruppo dei combattenti.

— L’avranno ferito, l’avranno ferito! — disse a sè stessa col cuore stretto dall’angoscia per quell’orrendo spettacolo.

Pure non sapeva staccar gli occhi da quel gruppo in cui vedeva dibattersi l’inseguito a favor del quale ella pregava, prendendo parte a quella impari lotta con animo trepidante.

— Salvo, salvo un’altra volta! — gridò, vedendo che il giovane si era di nuovo liberato dai suoi nemici, uno dei quali giaceva lungo disteso a terra, e correva verso la torre da cui era lontano non più di trenta passi.

Era vestito di nero, col cappello alla calabrese tirato fino sugli occhi.

— Un calabrese — mormorò lei — un calabrese!

Sapeva che chiamati dalla Regina ne erano sbarcati molti, deludendo la vigilanza degl’Inglesi, onde ella sussultò con una vaga apprensione e con un più vivo interessamento ormai per la sorte di quel suo conterraneo, di cui tra per l’ombra della sera, tra pel cappello calato sulla fronte non giungeva a vedere il viso.

Quando fu sotto la torre ella si sporse, mentre i soldati che emettevano grida di rabbia si erano avvicinati anch’essi, tanto che ella poteva vederne gli abiti rossi. Ma giunti innanzi la torre si fermarono interdetti.

— Ne hanno perduto le traccie — esclamò lei — avrà guadagnato l’erta del colle dietro la torre...

Si tolse dalla finestra, accorse all’altra di contro donde potevasi vedere il colle dirimpetto. Appuntò gli occhi, scorse con lo sguardo per tutta la pendice... Nessuno!

— Per dove sarà fuggito, per dove? — mormorò sorpresa, spiegandosi il perchè i soldati si fossero fermati incerti.

Questi non erano più in pochi perchè raggiunti dagli altri, fra cui riconobbe un ufficiale che interrogava coloro i quali erano stati alle prese con l’inseguito.

— Ah! — disse lei, ammirata dal valore del fuggitivo che per ben due volte aveva sostenuto una lotta così impari uscendone vittorioso, e nella quale aveva dovuto uccidere o ferire parecchi degl’inseguitori — un eroe, un eroe! Se la Regina ne avesse molti come questo calabrese e come...

Le sue labbra mormorarono il nome di Riccardo. Sospirò e si ritrasse dalla finestra avendo sentito un rumore nella stanza attigua nella quale uno dei servi accendeva i lampadari.

— Eccellenza — disse entrando uno dei valletti che faceva l’ufficio di maggiordomo nelle brevi dimore di Sua Maestà in quella torre — un ufficiale inglese chiede un’udienza a lei, signora duchessa, avendogli io detto che Sua Maestà è indisposta.

Ella trasalì: certo nella chiesta udienza ci entrava per qualche cosa lo scacco che i soldati di Sua Maestà Britannica avevano patito. Comprese che non sarebbe stato prudente il negarsi di riceverlo e rispose:

— Introducetelo.

Non si sentiva punto tranquilla, chè sapeva quanto fossero rozzi e arroganti gli ufficiali inglesi anche con le donne e in quanta diffidenza tenessero la Regina e coloro del suo seguito. Sedette con l’animo sconvolto, ma nulla ne traspariva dall’aspetto che era quale si conveniva ad una giovinetta del suo grado.

— Sir Edoardo Walter — annunciò il maggiordomo.

L’ufficiale inglese, un uomo già maturo dai capelli e dai baffi rossi in un viso butterato dal vaiuolo, si avanzò verso Alma, ma parve ben sorpreso di trovarsi innanzi ad una giovinetta.

— Ella ha chiesto un’udienza a Sua Maestà, ma è indisposta e ha ordinato che non la si disturbi per nulla. Può dire a me quel che le occorre.

— A lei! — disse l’ufficiale imbarazzato. — Ma Sua Maestà non ha la sua dama di compagnia?

— Ne fo io le veci.

— Quando è così... Gli è che ella è tanto giovane... Insomma, io sono nella necessità di frugare per tutte le stanze di questa torre nella quale credo si sia nascosto un tale fuggitivo dalle mani de’ miei soldati, dopo averne feriti due e temo ucciso un altro.

— Ma — rispose Alma con accento reciso — sa che questa è la dimora attuale della Regina di Sicilia, nostra signora e nostra padrona assoluta, e che se anche quel calabrese...

— Come sa lei che è un calabrese?

Ella arrossì e rimase interdetta. Fece uno sforzo per rasserenarsi e ripigliò: