Part 3
— Io dunque, conte di Bucento e gran maestro della Confraternita di San Paolo, in virtù dei poteri che mi son conferiti ed in esecuzione della deliberazione presa ad unanimità, condanno a morte il marchese Artale, commissario straordinario in Messina, accusato di atrocità contro i nostri e suoi concittadini; e delego il fratello Accarditi di Catania e il fratello Lombardi di Siracusa di eseguire la condanna.
I due prescelti per l’autorità che lo statuto conferiva al presidente, si avanzarono.
— Noi siamo pronti — dissero.
— E benedette siano le vostre mani che dovranno punire un malvagio uomo ed uno scellerato cittadino. Tornate ora fra i vostri fratelli.
— Ci resta ora di sapere — disse una voce — chi sia l’uomo intorno al quale dovremo raccoglierci e quale sia il nome che dovrà rappresentare le nostre aspirazioni.
— Ferdinando IV, Re di Napoli e di Sicilia — rispose il capo dopo avere esitato alquanto.
Un mormorio di stupore si levò dal gruppo dei congiurati: il conte di Bucento ne comprese il significato e si affrettò a proseguire:
— Sì, Ferdinando IV, che può sorgere per difendere, mercè il nostro aiuto, i suoi diritti conculcati e vendicarsi delle umiliazioni che gl’Inglesi gli infliggono.
— Ferdinando IV è un codardo che fuggì da Napoli e che ora si è lasciato rinchiudere in una villa come in una prigione!
— Nol nego, ma egli sarà garante innanzi alle potenze d’Europa del governo che noi gl’imporremo. Non ci illudiamo: se giungessimo a scacciar gl’Inglesi e a proclamare la repubblica come molti di voi vorrebbero, avremmo contro tutti i re d’Europa, non escluso l’Imperatore dei Francesi; e se proclamassimo a re di Sicilia un principe straniero, desteremmo la gelosia degli altri Stati e forse non faremmo che mutar di padrone. La prudenza dunque c’impone quella bandiera che ha già in sè un diritto riconosciuto. Ferdinando IV è un codardo, voi dite, ma dietro a quell’uomo ci è una donna che ha osato e osa ancora tener testa ai Francesi.
— Carolina d’Austria! — esclamarono tutti vieppiù stupiti.
— Sì, Carolina d’Austria, la tigre assetata di sangue, la turpe amica di lady Hamilton, l’amante di Acton e di Caramanico: è questo che volete dire? E che importa? Purchè la spada ferisca il nemico non bisogna chiedere di qual ferro sia fatta. Carolina d’Austria è odiata a morte dagl’Inglesi: questo vi dica in qual conto di formidabile avversario essa sia tenuta. La Provvidenza talvolta si serve d’indegni istrumenti per far raggiungere un nobile fine. I maggiori rivoluzionari che proclamarono in Francia i diritti degli uomini non eran punto un fior fiore di virtù; i grandi conquistatori, i grandi legislatori, i geni ai quali l’umanità deve tanto del suo progresso, non furono immuni dei vizi più esecrandi.
— Ma accetterà essa le nostre idee? Sa essa che noi combattiamo per la libertà e l’indipendenza della Sicilia?
— Il proclama che il Re dovrà firmare l’ho scritto io: in esso sta detto che il principe non è che un depositario delle leggi e che l’unico e vero sovrano è il popolo. Se il Re firmerà un tal proclama, il nostro patto sarà conchiuso.
— Il Re lo firmerà per lacerarlo poi!
— E noi rovesceremo dal trono il fedifrago.
Intanto si bisbigliava, segno che i pareri eran discordi. Poi sorse una voce e disse:
— E quale altro appoggio porterà la Regina alla nostra impresa?
— Duemila Calabresi scelti fra i più bravi e i più provati alle armi, che ella manterrà a sue spese. Ma è già tardi e bisogna dividerci. Crede l’Assemblea che io possa, se il Re avrà firmato il proclama, stringere il patto in nome della nostra istituzione?
— Sì — risposero i convenuti.
Solo pochi rimasero silenziosi, pur non osando di opporsi alla maggioranza.
— Che ognuno ritorni alla sua casa. Col mezzo convenuto farò giungere le comunicazioni. Si lavori in silenzio: i loquaci e gli imprudenti saran puniti con la morte come i traditori. A rivederci, fratelli, e che Dio ci aiuti!
I congiurati si diressero verso le loro barche che ben presto disparvero nelle tenebre del mare.
— La Regina non sarà qui prima dell’alba, quantunque il vento sia favorevole — disse il conte seduto su uno scoglio. — Saran qui, in questo giorno memorabile, decisi i destini della Patria!
III.
La Torre Nera si elevava a poca distanza dal mare fra due colli che salendo si restringevano formando una angusta gola, ma che presso al mare si aprivano in una insenatura per la quale scorreva un torrentello le cui acque ai raggi infuocati del sole morente avevano tremolii di luce sanguigna.
La Torre Nera, massiccia costruzione dei Normanni, era stata elevata a difesa delle scorrerie barbaresche. Due colubrine sporgevano le bocche dalle cannoniere dell’alto verso il mare che si dispiegava ampio allo sguardo. Ma da gran tempo la torre era stata sguarnita di difensori, chè le navi inglesi in continua crociera avevano spazzato quel mare dalle barbaresche feluche.
La Regina aveva fatto di quella torre, che di poco distava dalla villa in cui era stata relegata, la sua estiva dimora quando voleva sottrarsi allo incessante spionaggio onde era circondata; e vi si trasferiva con pochi dei suoi intimi, fra i quali Alma, oltre alla camerista, unica compagna di esilio di Carolina d’Austria, chè ben poteva chiamarsi esilio il suo.
Il giorno innanzi, quantunque l’autunno fosse inoltrato, la Regina che era allora tornata dalla visita al Re, aveva, come se ubbidisse ad una subita risoluzione, ordinato di apprestarsi la lettiga, volendo quella notte andare a dormire alla Torre Negra. Quantunque usata ai capricci reali, pure
Alma sì meravigliò di quella risoluzione, ma ne fu compiaciuta in cuor suo perchè si confaceva al suo spirito meditabondo la solitudine di quella torre donde lo sguardo spaziar poteva per l’azzurra distesa del mare che ella amava di contemplare standosene seduta sull’alto della piattaforma o presso ad una delle finestre. Il fosco paesaggio dei colli rivestiti di una lussureggiante vegetazione, le ricordava meglio di ogni altro sito i paesaggi della sua calabra terra della quale ella talvolta sentiva l’acuta nostalgia.
Giunti nella torre, la Regina aveva fatto venire un uomo dal fare e dall’aspetto marinaresco che fin dal mattino pazientemente l’aveva attesa. Si era chiusa in una stanza con lui e quando ne era uscita, Alma aveva sentito che diceva:
— Verrete un’ora innanzi giorno per poter giungere poco dopo l’alba.
L’uomo dall’aspetto marinaresco si era inchinato ed era andato via.
La Regina, mentre gli staffieri e i camerieri del seguito attendevano al governo della torre che per più mesi era stata disabitata, prese pel braccio la giovinetta e la trasse sulla piattaforma ove si era sicuri di non essere uditi.
— Bisogna — le disse — che dimani nessuno sappia che ho lasciato la torre.
La giovinetta la guardò meravigliata.
— Ascoltami bene — continuò la Regina — stanotte, un’ora prima dell’alba uscirò dalla mia camera. Giovanni, l’unico servo su cui posso fidare, mi aprirà la porta della torre; fuori mi aspetterà quell’uomo che hai visto testè andar via, a cui ho affidato il comando della mia goletta. Quando potrò tornare non so; forse dimani sera, forse diman l’altro; ma bisogna che nessuno, intendi? nessuno sappia o sospetti che io mi sono imbarcata; perciò son venuta qui, chè nella villa non avrei potuto deludere la vigilanza dei tanti nemici di cui son circondata, servi o cortigiani, dei quali non vi è alcuno che non sia venduto agl’inglesi. Tu dirai che sono indisposta e che sono a letto nella mia camera ove non lascerai entrar nessuno, neanche tuo padre se per caso venisse qui.
— Neanche mio padre?
— No, figliuola mia, neanche tuo padre. Tu sei un’anima buona e leale, ed io, vedi ho tanta fede in te quanta... quanta... non ne ho nel duca. Perdonami, e promettimi di eseguire i miei... di esaudire la mia preghiera.
— Eseguirò i vostri ordini — rispose Alma non dissimulando il suo rammarico.
— No, cara, non dispiacerti di quel che ho detto di tuo padre. Tuo padre è un ambizioso, e in politica bisogna guardarsi dagli ambiziosi.
Aveva così attenuato il suo pensiero, ma in cuor suo diffidava del padre di Alma, nè l’aver permesso che questa adempisse il suo ufficio di lettrice l’assicurava, tanto più in quanto aveva intuito, col maraviglioso acume del suo spirito, che il duca aveva più volte tentato di farsi una spia della figliuola; la quale però meno per diffidenza e più per natural discretezza ne aveva sempre deluso le reiterate e capziose domande. Onde la Regina, che non aveva in chi fidarsi, che sapeva a prova quanto fossero pettegole, intriganti le altre dame della sua Corte, preferiva la compagnia di quella giovinetta, anche sapendo il padre di lei propenso a tradirla se tornasse utile alla sua ambizione.
La sera a cena, mentre i camerieri e gli altri familiari erano intorno alla sua mensa, finse di essere indisposta, e per tempo seguita dalla sua lettrice, si ritirò nella stanza da letto. Nel mezzo della notte, Alma che non aveva potuto prender sonno nella camera attigua a quella della Regina, intese che essa si alzava. Quando entrò nella camera vide che era bell’e vestita.
— Le tenebre sono fonde, il luogo deserto — le disse, impensierita di ciò che ella credeva un capriccio dell’augusta donna. — Vostra Maestà si espone chi sa a quali pericoli!
La Regina scrollò le spalle.
— Il pericolo è uno — rispose — quello di essere spiata da quei maledetti Inglesi... Ascolta! Non ti pare che il silenzio delle tenebre sia stato rotto da un fischio?
— No, Maestà.
— Senti, un altro fischio. È questo il segnale che mi si attende... Per tutti dunque io sono a letto con una fiera emicrania, ed ho proibito che si entri in camera mia.
— Sta bene — rispose la giovinetta.
La Regina tolse dal comodino presso il letto, due piccole pistole, da parer quasi due gingilli, e le nascose nell’ampia saccoccia della veste. Si avvolse in un mantello di cui calò sulla fronte il cappuccio ed uscì.
— Ella stanca il buon Dio con le sue imprudenze e coi suoi capricci! — disse Alma nel tornare a letto.
Nessuno il mattino si accorse che la Regina non era nella torre. Si sapeva che ella ritiravasi in quella dimora quando aveva bisogno di un po’ di solitudine e di raccoglimento, e l’averla vista la sera innanzi indisposta precludeva l’adito ad ogni sospetto. Solo Giovanni, il vecchio negro che era da trent’anni al servizio di lei, avrebbe potuto svelare il segreto; ma Giovanni aveva una cieca devozione per la sua Regina e non avrebbe parlato neanche se l’avessero sottoposto alle più atroci torture.
Quanti terribili segreti non sapeva Giovanni, il vecchio negro, della sua Sovrana! ma non una parola gli era mai uscita dalle grosse labbra che mormoravano perennemente i versetti del Corano.
Per tutta la giornata Alma aveva avuto il contegno di chi debba accudire ad una ammalata: dava degli ordini ai servi e agli staffieri in nome della Regina; entrava nella camera di lei e ne usciva come per attendere a questa o a quella cura del suo ufficio onde nessuno dubitò menomamente che la Regina non fosse a letto indisposta.
Ma uno dei casi previsti accadde: era passato di poco il mezzogiorno quando un servo corse a dire alla giovinetta che il duca di Fagnano era allora allora giunto in carrozza, seguito da alcuni armigeri e che entrato nella torre aveva fatto chiedere della figliuola.
— Mio padre, mio padre! — esclamò Alma cui il piacere di quella visita era attenuata dall’imbarazzo per dover nascondere l’assenza della Regina.
— Dite a mio padre che lo prego di aspettarmi — disse, dopo un istante di esitanza — di aspettarmi alcuni istanti, onde ottenga da Sua Maestà il permesso di allontanarmi.
Entrò nella camera della Sovrana per dar tempo al servo di avvisare il padre. Era seco stessa in collera per dover così fingere e così mentire, lei, anima schietta e leale che pur in mezzo agl’intrighi, alle avventure ed anche ai capricci e ai vizi della sua regale signora era rimasta semplice e pura, quasi l’anima sua fosse altrove e nulla intendesse, nulla vedesse di quel che le accadeva intorno; non pertanto subiva il fascino di quella donna e confessava a se stessa che quasi suo malgrado l’amava e si sentiva disposta a qualunque sacrifizio. Se aveva delle colpe, con quanti dolori non le aveva scontate, con quante umiliazioni non aveva scontato il suo orgoglio; e se aveva talvolta ecceduto nella vendetta, ben mortali erano state le offese che ne avevano ferito e rincrudito l’anima! La natura energica, avventata, estrema così nel male come nel bene della Regina; lo spirito ardente e dominatore, l’indole irrequieta che non sapeva acconciarsi alla vita inerte ed inutile cui l’avevano condannata, esercitavano per ragione di contrasto un gran fascino su Alma, così mite, così raccolta in se stessa che amava di obliarsi, nelle ore in cui il suo ufficio la lasciava libera, nei vaghi sogni dell’anima sua senza chiedere alla vita un perchè ed all’avvenire una felicità da raggiungere. Sola e trascurata in mezzo a quelle aspre lotte politiche, a quell’urto di passioni e di ambizioni, viveva si può dire come in un intontimento di tutto l’esser suo.
E come spesso le avveniva, si era immersa nei suoi pensieri, e in essi si era obliata quando udì venire dalle altre stanze la voce del padre. Assai angusta era la dimora in cui la Regina amava di racchiudersi e quindi maggior cautela occorreva per nascondere l’assenza della regal donna, perciò Alma si trasse con uno sforzo dai suoi pensieri, uscì dalla camera, ne chiuse a chiave la porta e si diresse verso quella in cui il padre l’aspettava.
— E Sua Maestà? — le chiese il duca dopo averla baciata in fronte. — Mi han detto che è indisposta.
— Sì, padre mio — rispose lei che per dissimulare il suo imbarazzo si era rivolta al servo che si teneva ritto presso la porta, per dirgli:
— Sua Maestà dorme: avvertite i servi che non facciano rumore.
Il duca intanto si era seduto su un divanetto: Alma gli si sedette vicino, non osando rivolgergli la parola temendo di tradirsi.
— Ma come è venuto in testa a Sua Maestà di lasciare la villa, dimora di lei assai più degna? Questa è appena appena adatta per una famigliuola di borghesucci.
— Voi sapete, padre mio — rispose Alma — che io non discuto gli ordini e i voleri della mia signora.
— Lo so, lo so che tu... sei una gran furba tu, con quella tua aria di sognatrice. Io ero venuto per discorrere di cose assai gravi con la Regina... Se potesse concedermi udienza aspetterei che si svegli...
— Sarebbe meglio che veniste un altro giorno. Sua Maestà nell’andare a letto oppressa come era da una fiera emicrania, mi disse che non sarebbe stata in grado di ricevere neanche il Re.
— Il Re lo credo: non le parlerebbe che di caccia e di pesca; ma chi come me deve parlarle nel suo interesse, e, figlia mia, bisogna che anche tu lo sappia, pure nel nostro...
— Tornerete un altro giorno, vi ripeto; così avrò il piacere che raramente mi concedete, di rivedervi.
— Ah, figlia mia! — esclamò il duca scrollando il capo e dandosi un pugno sulle ginocchia — è un rimprovero questo, un rimprovero che io non merito. Io non posso, non posso muovermi così spesso da Palermo come pur vorrei, perchè son costretto a star ben guardingo per difendermi dalle insidie dei miei nemici, i quali mirano a scalzarmi dall’ufficio di sopraintendente alla Marina che il Re mi diede e che gl’Inglesi vorrebbero togliermi per darlo a chi meglio di me ha saputo entrare nelle loro grazie. E sarei rovinato se perdessi un tale ufficio.
— Rovinato voi, il duca di Fagnano, il più ricco signore del Regno?
— Un tempo, prima che il Governo francese sequestrasse i nostri beni!... E poi... tu non sai nulla, povera figliuola? Ma è meglio che lo sappia da me, è meglio. Hai tu sentito parlare d’un tuo zio, una testa matta, che faceva lo stregone e insieme il repubblicano, lui, di una stirpe così nobile come la nostra che fu sempre puntello dei Re e sostegno della Santa Madre Chiesa! Ebbene, quel tuo zio che io credevo da gran tempo morto in Francia, ov’era fuggito, è tornato in Calabria al seguito dei Francesi che lo hanno messo in possesso de’ miei beni e lo hanno riconosciuto come duca di Fagnano!
— Mio zio? Vostro fratello dunque?
— Fratello, sì, non lo nego, pel sangue; ma egli ha rotto ogni legame con me fin da quando per le sue perverse opinioni e per le sue azioni malvagie si rese indegno della nostra famiglia. Un discendente dei duchi di Fagnano, che ha del sangue regale nelle vene, far comunella coi peggiori scellerati, congiurar contro i troni e contro la nostra sacrosanta Religione! Ah, che la vergogna m’inonda la faccia ai rossore! Quel mio... ebbene, sì, quel mio fratello, non contento di aver dato l’anima all’Inferno praticando le più orrende stregonerie, si bruttava di tutti i vizi, sedusse una donna dalla quale dicesi abbia avuto un figlio, un bastardo, capace di ogni nefanda azione. Ma di più non ti dirò per non affliggerti. Vedi dunque a che son ridotto io, unico e solo duca di Fagnano: vedi a che mi ha ridotto la fedeltà al mio Re e l’averlo seguito qui; che se io fossi rimasto in Calabria e avessi fatto adesione al Governo francese, quel... quel mio fratello non avrebbe avuto la tracotanza di tornare là donde una sentenza della gran Corte Criminale lo aveva scacciato!
Si era alzato e misurava la stanza a gran passi in preda alla collera che gli aveva acceso il volto.
— Padre mio — disse lei per calmarlo — è pur sempre vostro fratello!
— Che fratello, che fratello! Infine chi ne soffrirà il maggior danno sarai tu, mia cara, ed ero venuto appunto per parlarti di un certo mio disegno...
— Che disegno? — chiese lei guardando il padre tra curiosa e impensierita.
Il duca facendo forza a se stesso, aveva ripreso il suo consueto aspetto. Tornò a sedersi vicino alla figliuola e le disse guardandosi intorno:
— Possiamo discorrere sicuri di non essere uditi?
— Ma sì...
— E di non essere interrotti?
— Nessuno oserà di entrare qui dentro.
— E se la Regina ti farà chiamare? Perchè quel che debbo dirti esige da te una risposta precisa e risoluta che sarà, ne son certo, quale io la voglio e quale il mio ed il tuo interesse la impongono.
— Non verrà nessuno qui. Parlate — disse lei vieppiù sorpresa e impensierita.
— Chiudi quella porta.
Ella si alzò e chiuse la porta; quindi tornò presso il padre e stette in attenzione di quel che le dovesse dire.
— Figlia mia — incominciò il duca. — Sua Maestà la Regina deve pur comprendere che tu non puoi sacrificare la tua bella e fiorente giovinezza al suo servizio e che devi pur pensare al tuo avvenire. Se è a te indifferente perchè alla tua età non si bada al poi, corre a me l’obbligo di pensarci onde tu un giorno non debba rimproverarmi d’essere stato un cattivo padre. Insomma, a farla corta, bisogna che tu lasci il servizio della Regina e te ne torni con me a Palermo.
— Lasciar la Regina, padre mio? — esclamò lei con visibile rammarico. — Lasciarla proprio ora quando è da tutti abbandonata, quando non vede intorno a sè che degli indifferenti o peggio, degl’ipocriti!
— Bei sentimenti questi, che molto ti onorano! — rispose il duca con accento carezzoso, come se in cuor suo fosse ben lieto della bontà della figlia. — Ma — continuò poi, mutando di tono — ma il proprio interesse, il proprio avvenire innanzi tutto. Non c’illudiamo: i Borboni...
S’interruppe per guardarsi di nuovo intorno: poi chinandosi per avvicinarsi vieppiù alla giovinetta, continuò con voce sommessa:
— Non c’illudiamo: i Borboni attraversano un brutto quarto d’ora. Han perduto il Napolitano ed han quasi perduto la Sicilia. Nè i Francesi, nè gli Inglesi restituiranno quello che hanno tolto. È un’infamia, è una prepotenza, è un delitto, non dico di no, ma quando i delitti son commessi dai potenti, si ammirano, si esaltano e si trova sempre una parola acconcia per legittimarli. Bisogna dunque, figlia mia, pensare ai casi nostri, anzi pensare ai casi tuoi. Puoi tu, bella, colta, leggiadra come sei, con un bel nome, un gran nome anzi, ad onta che i Francesi ne abbiano investito un altro, puoi dunque continuare a vivere in una villa, lontana da ogni centro di vita e di progresso, in compagnia di una donna, per quanto sia una regina, già logora, non dico dai vizi, come pretendono i suoi nemici, ma dalle sventure, alcune delle quali ben meritate in verità?
— Padre mio — mormorò Alma, mal dissimulando la sua indignazione per quel linguaggio che ascoltava, sempre più stupita — parlavate ben diversamente in altri tempi... Allora la Regina al cui servizio ambiste di mettermi, era per voi...
— Quel che è ancora adesso! — si affrettò a dire il duca interrompendo la figlia della quale non gli era sfuggito lo sdegno. — Io l’ammiro anzi, per la sua energia, pel suo intelletto, per l’anima veramente non degenere da quella di sua madre Maria Teresa; e convengo, sì, che se fosse stata coadiuvata da uomini di saldo animo al par del suo, ben diversa sarebbe stata la sua sorte. Ma intanto il fatto è questo che ella ha perduto ogni potere e che la sua amicizia, non solo a nulla più giova, ma è dannosa, è rovinosa, a chi si ostina ancora a conservarla. Ecco, per esempio: sai con quali armi mi combattono i miei nemici, o meglio, coloro che aspirano a beccarsi la mia carica di sopraintendente della Real Marina? Col dire che io sono un borbonico sfegatato, servo di Maria Carolina, della quale la mia figliuola è lettrice! Debbo io dunque offrire il fianco alle accuse dei miei nemici, debbo io stesso somministrar loro le armi per ferirmi?
Era la prima volta che Alma leggeva addentro nel cuore del padre e ne fu spaventata ed insieme acerbamente afflitta. Le si rivelava in tutto il suo cinismo e in tutta la sua volgare ipocrisia; pure lo sdegno combatteva in lei con l’amore e col dovere di figlia, troppo ribadito nel cuor suo perchè potesse così di un tratto venir meno.
— Ma che volete da me, padre mio? — disse infine.
— Che mi segua a Palermo. Non ora, beninteso, ma fra qualche giorno. Incomincerai col fingerti malata; io verrò con un medico, il quale ti ordinerà di mutar clima... Così la Regina non potrà aversi a male se la lasci. Vedi che io non voglio guastarti con lei, quantunque, figlia mia, quando il proprio interesse lo impone, è da sciocchi aver riguardi.
— E... venendo con voi a Palermo, in casa vostra ove sarei sola, io povera ragazza, senza una madre, senza una parente... che farei in casa vostra?
— Intendo, intendo quel che vuoi dire... La convenienza, è vero, vorrebbe che tu avessi la compagnia di una signora matura, del nostro grado. Ma poichè tu vi dimorerai per poco...
E il duca con aria sorridente, poichè riteneva di essere già riescito nel suo intento, e compiaciuto in cuor suo che Alma si fosse mostrata così pieghevole, la guardò con una espressione di sottile malizia negli occhi.
— Non ti ho detto ancora la cosa più importante... quella per la quale son venuto, e che mi sta a cuore pel tuo avvenire, per la tua felicità... Veggo che ti struggi dall’impazienza di saperla, se già non l’hai indovinata...
— Io non ho indovinato nulla — rispose Alma seria e grave.
— Dimmi un po’ quanti anni hai?
— Ventidue credo.
— A ventidue anni tua madre, quella santa e pia creatura che mi è morta...
E il duca s’interruppe per alzar gli occhi al soffitto della stanza. Poi continuò:
— Tua madre dunque a ventidue anni era già sposa da tre anni e aveva una figlia, l’unico frutto del nostro amore.
— Ebbene?
— Ebbene, tu sei già una vecchia zitellona in questo paese in cui le donne vanno a marito a dodici anni. Bisogna dunque far le cose alla svelta. Io ho già bell’e pronto un buon partito per te e... per me: lord Arturo Chilson, capitano di vascello della Real Marina britannica e cugino... ascolta bene... e cugino di lord Bentink che è il vero signore e padrone della Sicilia.
Ella era divenuta scarlatta in viso; si sentiva soffocare dall’orgasmo in cui l’avevan messa le parole del padre. Con gli occhi chini, anelante, non poteva profferir motto.