Part 2
— Ma — rispose il Re che aveva ascoltato tentennando il capo — non cercherei di meglio se non si trattasse che di alzar la gamba. Ma gli è che temo di spingere questi maledetti Inglesi alle ultime estremità come per le tue imprudenze spingemmo i Francesi. Perchè, via, sii ragionevole, non fosti tu che m’inducesti ad aprire i nostri porti non solo agl’Inglesi, ma financo ai Russi, ciò che poi servì di scusa al Bonaparte per scagliarci contro tutto un esercito... quantunque ci fossimo dichiarati neutrali? Ora io che, come dicono i nostri buoni lazzaroni, sono scottato dall’acqua fredda, debbo anche adesso seguire i tuoi consigli e avventurarmi chi sa a quale arrischiata impresa? Infine, dopo di me il diluvio, disse mio zio, o prozio, non so bene, Luigi XV!
— E alla tua salute eterna? Non ci pensi alla tua salute eterna?
— E che ci entra? Non mi confesso ogni venerdì? non ascolto talvolta fino a tre messe al giorno?
— Non sai che cotesti Inglesi sono degli eretici e che Santa Madre Chiesa ci fa una colpa della nostra tolleranza? Dei protestanti assai più nefasti alla nostra santa religione dei mussulmani, ed assai più di essi nemici, che governano in tuo nome questo popolo di un sentimento religioso così vivo e profondo! Non è questo uno scandalo del quale dovremo dar conto a Dio?
Un tale argomento parve scuotesse il vecchio Re, il cui aspetto era divenuto pensoso.
— Tu dunque — continuò la Regina, la quale si era accorta del turbamento del Re e che voleva battere il ferro mentre era caldo — non vuoi agire nell’interesse del trono; agisci almeno nell’interesse del Cielo. Se i tuoi doveri di Re ti sembrano troppo difficili da adempiere, adempi almeno i tuoi doveri di cristiano cattolico ed apostolico.
— Sì, ma... ne convengo — mormorò Ferdinando ancora irrisoluto — pure io non so, io...
— Al proposito — disse la Regina interrompendolo. — Hai conoscenza della nuova legge sulla caccia che gl’Inglesi hanno estorto al Parlamento senza che tuo figlio, il Vicario Generale, abbia osato di protestare?
— Una nuova legge? — esclamò il Re in cui la passione per la caccia sopravviveva ancora. — Quale? Che dice questa legge?
— Che oramai non potete più cacciare dove e quando volete, ma, come tutti, ad epoche fisse ed in luoghi determinati.
— Sarebbe possibile? — gridò il Re che si accese in volto per la collera. — Dopo avermi tolto il trono, dopo avermi relegato in questa villa dove son guardato a vista come un prigioniero, mi si vuol togliere quest’ultimo mio diritto? No, per Dio, no; questo affronto colma la misura, ed io non lo sopporterò, non lo sopporterò, dovessi mettere a fuoco e a fiamme il mondo intero!
Si era alzato e percorreva a gran passi la stanza gesticolando e borbottando seco stesso, mordendosi le mani e scagliando dei pugni al vuoto. La Regina che aveva raggiunto il suo intento lasciò che egli sfogasse la sua ira; poi con voce calma, quasi carezzevole, gli disse:
— Via, calmati, Ferdinando; la tua collera per quanto legittima, nuoce alla prudenza, e per riuscire ci occorre di aver molta prudenza, molta.
— Che bisogna fare? — chiese di un tratto il Re sedendosi vicino alla moglie. — Via, su, parla: che bisogna fare?
— Prima di ogni altra cosa, bisogna aver piena fiducia in me. Poi non far trapelare nè con gli atti nè con le parole quel che si stabilirà in questo nostro colloquio. Tu sei, al par di me circondato da spie: ve ne sono ovunque, che ti seguono da per tutto come l’ombra del tuo corpo. Gl’Inglesi già avran saputo della mia venuta qui e faran di tutto per appurare di che abbiamo discorso. Dimani, quando sarò andata via ti lagnerai di me... Non sarà la prima volta che sparlerai di me coi tuoi familiari...
E disse ciò con un sorriso di sdegnosa amarezza.
Il Re fece un gesto di protesta:
— Che dici. Carolina, che dici? Ti giuro che...
Ma la Regina scrollò le spalle e continuò:
— Dunque dirai che era venuta per la questione, insoluta ancora, della mia dote, che io ti perseguito, che ti molesto, che non ne puoi più, eccetera, eccetera. Io intanto che ho già tese le fila e che ho bell’e fatto il mio piano da mettere in atto sol quando avessi avuto il tuo consenso, preparerò le cose onde trionfi il nostro buon diritto, e quando tutto sarà pronto ti avviserò con una lettera nella quale... sta bene attento e non scordarlo... ti parlerò della mia dote: tu mi risponderai che sta bene che hai capito.
— E che cosa avrò capito? Per carità, Carolina — esclamò il Re a cui l’ira incominciava a sbollire, raffreddata dai pericoli che intravedeva — non essere avventata, misura gli ostacoli, non fidare su quelli che ti circondano...
— Io non fido che su me stessa — rispose lei — ed ormai l’esperienza ha fatto della leonessa una volpe.
— Una tigre... come ti chiamano i nostri nemici! — mormorò il Re per farle un complimento.
— Sia pure: una tigre che avrebbe salvato il regno se non avesse avuto attorno a sè dei conigli...
— Prosegui, via, prosegui: sei divenuta ben permalosa! — disse Ferdinando, punto dalla risposta di lei.
— Dunque nel ricevere la mia lettera capirai che tutto è pronto. Allora lascerai la Ficuzza col pretesto di una partita di caccia e te ne andrai dritto a Partinico dove troverai il principe di Cassero.
— Cassero? Ma se è un amico degl’Inglesi?
— Era, ma non è più. Quantunque membro del Gabinetto formato da quell’ipocrita marrano di lord Bentinck, l’odio e l’invidia pel suo collega principe di Belmonte lo hanno indotto a volgersi a noi. Egli ti esporrà lo stato delle cose e tu, entrato a Palermo, te ne andrai difilato alla Reggia dove col proclama che ho già bell’e preparato dichiarerai che essendoti ristabilito in salute intendi ripigliare le redini del Governo.
— E gl’Inglesi?
— Intorno alla reggia vi saran ventimila tra Siciliani e Calabresi che basteranno per tenerli in freno.
— E tu?
— Io sarò là dove occorre.
Il Re guardò per poco in silenzio sua moglie. A vederla così fiera, così impavida, così risoluta, quantunque ben poco l’amasse e avesse molto da rimproverarle, non potè trattenersi dall’ammirarla, anche per quel fascino che i forti esercitano sui deboli, gli audaci sui timidi.
— E cotesto proclama? Vediamo il proclama...
Ella dispiegò una carta, che lesse.
Nessuno dei deputati liberali del Parlamento di Sicilia, avrebbe meglio scritto e con principi più altamente democratici un tal proclama. Vi si diceva tra l’altro che «il popolo è di diritto sovrano; il principe non è che il depositario delle leggi». Il Re prendeva formale impegno di dare una larga costituzione liberale e di fondare l’indipendenza siciliana su una nuova base.
Quando la Regina finì di leggere alzò gli occhi in viso al Re che aveva ascoltato in silenzio, ma con un’aria di stupore e insieme di corruccio.
— E sei tu — disse infine — sei tu che mi proponi di parlare così al popolo? Ma è questo il linguaggio di un re per diritto divino come sono io?
Carolina aveva preveduto il cattivo effetto che il proclama avrebbe prodotto sul Re, onde rispose prontamente, sorridendo ironica:
— Se messer Niccolò Machiavelli avesse scritto un trattato sulla caccia anzichè un libro sulla politica, avrebbe avuto l’onore di esser letto da te! Via, via, non ti spaventino questi paroloni e queste frasi di stile moderno. Il popolo è un fanciullone che si seduce con le parole e con le promesse. Tutti i mezzi son buoni, dice il vostro Machiavelli, purchè si raggiunga lo scopo, e chi vuol riuscire deve servirsi delle armi stesse dei nemici. Non ci han combattuto gl’Inglesi con queste parole e con queste promesse? Importa assai ad essi della libertà, dell’indipendenza del popolo siciliano! Importa loro invece assai lo zolfo delle solfatare, i frutti degli aranceti, il commercio dei nostri porti. Essi han gettato della polvere agli occhi, polvere fatta di paroloni e di promesse, per accecare i gonzi; e noi usiamo della stessa polvere... Quando cadrà dai loro occhi, allora... allora ci saranno i cannoni e le baionette! Via, via, hanno fatto tutti così i re, i conquistatori, gli apostoli, per turlupinare i popoli, e faran sempre così anche nei secoli venturi.
In così dire si alzò, prese dallo scrittoio una penna, la intinse nel calamaio, e tornando al Re tuttora confuso e incerto:
— Firma — gli disse, porgendogli la penna.
— Che io firmi? Ora? Ma... debbo riflettere... debbo...
— Nessun indugio. Doman l’altro dovrò presentare il tuo proclama firmato ai capi della Confraternita di S. Paolo, la setta famosa che fece i Vespri e che ora è risorta per combattere gli Inglesi come cinque secoli fa combattette gli Angioini.
— Sai tutto, tu, sai tutto! — disse il Re vieppiù sorpreso.
Il suo odio per gli affari che proveniva dalla coscienza di essere incapace, aveva servito a Carolina che era riescita quasi sempre nel suo intento.
— Via, firma! — gli disse poi con voce tra la preghiera e il comando, come si fa coi fanciulli.
Il Re prese la penna, stette un istante sospeso, irrisoluto; poi ubbidendo ad una subita decisione appose la sua firma a piè del foglio che ella gli aveva dispiegato dinanzi.
— Ed ora — disse, gettando la penna e dando un sospiro di sollievo — posso andare a letto? Debbo alzarmi per tempo dimani. Ho ordinato per l’alba la messa e la colazione, per poi scovare un tasso che fu visto ieri in un punto del bosco.
Ella si era alzata, soddisfatta, esultante; ma pur contenendosi:
— Siamo intesi! — disse mentre il Re stendeva la mano al laccio del campanello.
— Sì, sì, siamo intesi. Non ne parliamo più, per carità.
E trasse a sè il laccio che fece squillare il campanello.
La porta della stanza si spalancò: nel mezzo della soglia ritto in piedi si teneva il maggiordomo fra due valletti che reggevano i candelabri accesi.
— Accompagnate Sua Maestà la Regina nel suo appartamento — disse il Re. — Dite al mio servizio che mi spoglio da me. Domani, come ho già detto, mi sveglierete all’alba.
— Che Vostra Maestà riposi bene — disse Carolina, facendo una gran riverenza.
— Va, figlia mia... altrettanto... altrettanto....
La Regina uscì. Il Re rimasto solo trasse un gran sospiro di sollievo.
— Non ne potevo più; non ne potevo più. Quando ci si mette... Via, dormiamo adesso, che è tardi, ben tardi!
E si coricò col pensiero alla caccia del domani ed al tasso che doveva esserne la vittima.
Una lampada di argento in un globo d’alabastro spandeva un fioco chiarore per la camera regale. I russi sonori dell’augusto dormiente rompevano il silenzio che regnava nella villa, quando un’ombra uscì da dietro una cortina che nascondeva la porta della stanza di toeletta. Quell’ombra si diede a strisciare lungo il muro con gli occhi fisi sul giacente, sostando talvolta, e ripigliando a strisciare allorchè si era rassicurato. Finalmente fu fuori la camera regale.
— Ah — disse tra sè, stirando le membra attrappite per essere stato a lungo immobile — quante lire sterline mi darà lord Bentinck per quel che gli andrò a dire?
II.
Lo scoglio di Malconsiglio è un isolotto deserto in pieno mare, dirimpetto all’estrema punta del porto di Trapani. La tradizione vuole che Procida abbia ivi riuniti i congiurati al tempo dei Vespri siciliani.
Alta era la notte, una notte tutta tenebre e senza stelle; la città era tetra e muta, tetro e muto era il porto. Le lampade innanzi alle Madonne annicchiate all’angolo delle strade e a prora dei bastimenti, gittavano dei fiochi bagliori nelle vie tenebrose e nelle tenebrose acque del mare.
Una barca condotta da due rematori mascherati e montata da un uomo tutto chiuso in una tunica nera il cui cappuccio copriva il capo, il cui viso era nascosto da una maschera, scivolava lungo il molo dello scoglio di Malconsiglio. Fin’allora l’uomo dalla tunica nera si era tenuto immobile; pur gli occhi, attraverso i fori della maschera vagavano per le tenebre, ma in un punto si fissarono verso la riva dalla quale si era staccato un canotto che tenendosi a distanza pareva seguisse o spiasse la barca.
— Una spia! — mormorò l’uomo chinandosi all’orecchio dei rematori — bisogna raggiungerla prima che si accorga della nostra intenzione.
La barca virò di bordo e con una arrancata fu a tre o quattro lunghezze di remi dal canotto che ebbe un istante di esitanza, quindi prese la fuga. Ma fu raggiunto. I due rematori della barca saltarono nel canotto che era montato da un solo uomo; si udì un tonfo nel mare, poi tutto fu silenzio. I due rematori tornarono nella barca che riprese a scorrere fra le tenebre profonde.
Giunta allo scoglio la barca andò a collocarsi in un piccolo seno ove altre barche che l’avevano preceduta erano già assicurate al lido. I rematori accostarono la barca a un muricciolo, e l’uomo vi saltò, indi si diresse verso il centro dell’isolotto in cui si tenevano aggruppati alcuni che portavano su i comuni panni l’istessa tonaca nera e sul viso la maschera. Il nuovo venuto fece udire un sibilo modulato stranamente, al quale sibilo quegli uomini si ordinarono in cerchio, pur serbando il silenzio.
— La parola d’ordine! — disse colui che pareva il capo penetrando nel cerchio.
E si diede a percorrerlo, fermandosi innanzi a ciascuno che gli diceva a bassa voce il motto di riconoscimento.
Quando il giro fu compiuto si fermò e traendo una lanterna cieca che segnò un cerchio di luce nelle tenebre, disse:
— Vi è uno straniero fra noi, una spia. Si è tradito nel profferir la parola di riconoscimento _Sicilia_. Che ognuno scopra il viso.
E togliendosi la maschera fece cadere il cappuccio scoprendo una maschia e bruna testa di siciliano nella maturità degli anni.
Tutti lo imitarono: egli ripetè il giro facendo riverberare su ciascuno la luce della lanterna.
— Ecco il traditore — gridò in un punto, fermandosi innanzi a uno dei convenuti. — Impadronitevi di lui.
L’ordine fu eseguito appena dato.
— Un Inglese — esclamò il capo — un Inglese che ha osato introdursi fra noi per sorprendere i nostri segreti e svelarli ai carnefici del popolo siciliano! Già poco fa ho fatto giustizia di un’altra spia che seguiva la mia barca; ora ne scopro un’altra sin nelle nostre fila. Che il segreto dei fratelli di S. Paolo sia seppellito nei flutti col traditore!
Il colpevole non cercò nemmeno di difendersi: si lasciò avvincere ed imbavagliare, sopraffatto dal sentimento dell’irrevocabile che ne paralizzava l’anima e il corpo. Quattro uomini lo portarono verso il lido, e poco dopo si udì un tonfo nel mare; poi i quattro esecutori tornarono e silenziosamente ripresero il loro posto nel circolo.
— La necessità ci fa crudeli — disse con voce solenne e triste il capo dei congiurati. — Se i nostri statuti non ce ne facessero una legge, la nostra sicurezza e i sovrani destini della Patria ce lo imporrebbero. L’audacia dei nostri nemici mi spaventa: evidentemente sono state commesse delle imprudenze. Il Governo ha fatto giustiziare ieri sette dei nostri... no, non oso dire fratelli, quantunque il supplizio e il silenzio serbato sulla nostra istituzione li abbiano riabilitati. Invece di colpire, in nome della Patria oppressa, si erano arrogati il diritto di colpire per loro conto, per soddisfare ambizioni e odi privati: perciò non ho potuto sottrarli al giusto supplizio, che altrimenti avremmo dovuto noi punirli per avere infranto le leggi dei nostri statuti alle quali abbiamo giurato di sottometterci. Chi, sia pure per vendicare un padre, un fratello, si giova della nostra Associazione per colpire un suo nemico, è reo di morte. Tutto tutto sparir deve innanzi al sacro, al magnifico, al supremo dovere che ci siamo imposti di far libera e indipendente questa Sicilia adorata. Chi sperpera le sue energie per scopo personale, chi con azioni delittuose getta il discredito sulla nostra Associazione deve morire, come morir debbono coloro che ne volessero carpire i segreti. Però avendo essi col loro silenzio riscattato le colpe, v’invito o fratelli a pregare che la pace di Dio sia con le anime loro.
— _Amen!_ — mormorarono in coro tutti gli astanti.
Per un pezzo quegli uomini tacquero, compresi da un sentimento superstizioso che faceva lor volgere mentalmente una preghiera pei defunti. Poi risuonò di nuovo la voce del capo:
— Ora che noi siamo sorvegliati, ora che il pericolo pende più grave e minaccioso sul nostro capo, soffrite che per ritemprare i vostri cuori al dovere ed alla speranza, io qui richiami l’origine e lo scopo, della nostra istituzione. L’antica Confraternita di S. Paolo, che hanno tanto calunniato, non aveva che un pensiero, che uno scopo: la indipendenza della nostra diletta Sicilia, isola sfortunata che aspirò sempre alla libertà e fu sempre serva or di questo, or di quello straniero. I nostri avi, affiliati alla Confraternita, se riparavano alle ingiustizie sociali, se castigavano i magistrati prevaricatori, gli oppressori potenti, se vendicavano gl’innocenti e i deboli, si è che intendevano fondare la felicità pubblica sulla felicità privata; ma non perdettero mai di vista il voto supremo dell’ordine e più volte furono sul punto di realizzarlo. Il fato volle altrimenti, e la nostra istituzione, logorata dal tempo, esausta da tanti sforzi e da tante crisi, era ridotta un’ombra che minacciava di svanire del tutto. Fu allora che per salvarla ebbi l’idea di trasformarla e ne feci una congregazione di nobili che serve ora di maschera e la missione pubblica e pietosa copre la missione patriottica e segreta. Fedeli agli esempi dei nostri padri, ciò che essi volevano noi vogliamo, procedendo per lo istesso scopo se non per la stessa via. Abbiamo già fatto molto; faremo di più ancora: Catania, Caltagirone, Mineo son già con noi: Messina e Palermo son piene dei nostri: manca però un capo supremo, ed io a voi che rappresentate tutte le città della nostra isola, ve ne proporrò fra breve uno intorno al quale raccoglierci per l’estremo conato.
Corse un mormorio di curiosità per gli astanti che finallora avevano ascoltato immobili e muti.
Il capo comprese che essi erano impazienti di una spiegazione, onde ripigliò a dire:
— Dobbiamo dare all’Europa la garanzia d’un governo stabile e duraturo, nonchè legittimo. Le utopie danneggiano anche le più nobili imprese: le idee debbono essere impersonate in un uomo e in un nome; è necessario dunque avere un tal nome e un tale uomo onde la nostra guerra agli Inglesi abbia probabilità di stabile vittoria.
E dopo una pausa, come se avesse cercato in sè stesso le parole per esprimere tutto l’odio che covava nel suo cuore contro l’altera e feroce Albione, proruppe:
— Sì, guerra, guerra agl’Inglesi, a questi esecrati, osceni, cinici mercanti che tiranneggiano, che divorano la nostra Patria, che la scannano sotto i nostri occhi, come sotto i nostri occhi ci hanno scannato figli e fratelli!
— È vero, è vero! — esclamarono sordamente i convenuti.
— Non avevo io un figlio, pressochè un fanciullo, l’unico erede del mio nome, l’unico rampollo della mia famiglia e che io amavo come la pupilla degli occhi ama la luce, poichè esso era il solo conforto alle sciagure che l’una su l’altra come le ondate della tempesta han distrutto la mia casa? E sol perchè il mio figliuoletto che amava una fanciulla alla quale io sognavo di unirlo perchè rinverdisse il ceppo dei conti di Bucento, si oppose come era suo dovere, com’era suo diritto, alle turpi insidie che le tendeva un Inglese, di lei oscenamente invaghito, me lo vidi tratto in prigione, ove me lo uccisero con inaudite torture che fecero del suo corpo tutta una piaga!
Vinto dalla memoria inconsolabile il povero padre s’interruppe nascondendo fra le mani la faccia bagnata di lagrime. Un sordo rumorio, simile al rumoreggiar dei flutti prima della tempesta, percorse le file degli astanti. Quando ebbe ripreso un po’ di calma il conte di Bucento proseguì:
— Come Procida ai suoi congiurati che noi rimpiazziamo sopra questo scoglio deserto, consacrato da essi, e le cui ombre al certo ci stan d’intorno, noi dobbiamo opporre l’astuzia all’astuzia, la forza alla forza, ed esser crudeli e inesorabili come essi sono inesorabili e crudeli. Ma non più colpi inutili, non più quelle esecuzioni parziali in cui si sperdono tutte le nostre energie; concentriamole tutte su un punto unico, colpiamo la testa e vinceremo. Voi sapete che in ogni tempo abbiamo avuto a Palermo degli ausiliarii e degli addetti. Ed è Palermo che deve insorgere, come insorse vittoriosa nei gloriosi Vespri; ma ci vuole un agente sicuro e determinato per rappresentarci in mezzo a loro che sono più di tutti invigilati dai nostri nemici. Chi vuol partire per Palermo?
— Io — disse una voce.
Ed un uomo uscì dalle fila e si avanzò verso il capo che lo riconobbe.
— Cavalier Blasi, nessuno è più adatto di voi a tale nobile e perigliosa missione; ma i tre anni di crudele prigionia nella quale vi tennero i nostri nemici...
— Non temete — disse con energico accento il cavalier Blasi — che questa mia precoce decrepitezza faccia ostacolo al mio assunto. Il corpo è disfatto dalle torture cui mi sottoposero sol perchè non volli cedere ad uno di essi la mia solfatara da cui traevo il pane quotidiano per me e per la mia famiglia, alla quale ora provvede la carità dei miei concittadini... Se dunque il corpo è disfatto, l’anima è ancor salda e dall’odio inestinguibile trae maggior vigore.
— Cavalier Blasi, sappiamo tutti quel che avete sofferto per la nostra causa, e il vostro passato ci è caparra certa per l’avvenire. Avete tutta la nostra confidenza.
— Sì, sì — disse a coro l’assemblea.
— Cavalier Blasi, preparatevi dunque a partire per Palermo dove riceverete le nostre istruzioni, coi mezzi e le cautele di cui avete il segreto.
— Prima di partire, però, ho un’accusa capitale da portare.
— Contro chi?
— Contro il marchese Artale, un rinnegato siciliano, commissario straordinario degl’Inglesi in Messina.
— Un traditore.
— Un carnefice dei suoi concittadini! A morte, a morte! — gridò l’assemblea.
— Per quelli che nol sanno dirò che appena giunse a Messina vi sparse il terrore: le lagrime scorsero nelle famiglie, il sangue nelle prigioni. Dietro i suoi ordini, per una parola, per un sospetto, per una denunzia anonima o per compiacere un Inglese, sia pure semplice soldato, si gittarono nelle prigioni centinaia di cittadini. E quali prigioni! Dei sotterranei in cui non si può stare nè in piedi nè seduti, in cui gl’infelici prigionieri carichi di catene sono dimenticati per settimane, per mesi interi, e appena lor si getta, di tanto in tanto, un pezzo di pane ammuffito! E sapete come vengono trattati? A nerbate e a bastonate i più docili; gli altri seviziati con l’applicar loro dei ferri roventi alle piante dei piedi e con lo strappar loro le unghie. Ed è un siciliano, un siciliano che ebbe ed accettò dagl’Inglesi tale missione di sangue e d’infamia!
— Cavalier Blasi — domandò con voce solenne il conte di Bucento — rispondete voi sulla vostra testa della verità dei fatti che avete denunciato?
— Giuro innanzi a voi e innanzi a Dio che ho detto la verità. Se ne dubitate ancora, guardate le mie carni che serbano le cicatrici delle ferite. Un mese in quei sotterranei mi ha invecchiato di quarant’anni. Se non soccombetti alle torture gli è perchè Dio mi serbava a portar testimonianza innanzi a voi. Ed è perciò che io, cavalier Blasi, domando a voi la morte di quel carnefice.
— Chi si oppone — disse il conte di Bucento voltosi agli astanti — esca dalle file e dica le ragioni.
Nessuno rispose.
— Torno a chiedere, secondo le nostre leggi, se vi è qualcuno fra di voi che si opponga alla condanna a morte del marchese Artale, accusato dal cavalier Blasi!
Dopo avere atteso un pezzo nel silenzio profondo, il capo che, secondo gli statuti, aveva l’obbligo di volger per tre volte la stessa dimanda ai fratelli, allorchè trattavasi d’infliggere una pena capitale, riprese con voce lenta:
— Sul vostro onore e sulla vostra coscienza siete convinti che il marchese Artale meriti per i suoi delitti e per la sua infamia la pena di morte?
— Sì — risposero gli astanti ad una voce.