Part 5
— Me ne sono avvista agli abiti. Fui testimone dello inseguimento stando alla finestra. Non credo che il fuggitivo abbia avuto l’audacia di ricoverarsi proprio qui. Di dove sarebbe entrato? Non vi ha che una sola porta custodita dal negro della Regina.
— Dietro la torre vi sono delle finestrette, degli spiragli che, come ho visto, possono lasciar passare un uomo. Del resto è nota la predilezione di Sua Maestà per cotesti Calabresi che con la loro furfanteria han compromesso innanzi all’Europa la causa dei Borboni.
— Ella offende la mia Regina! — gridò Alma alzandosi — la mia Sovrana, alla quale qui tutti debbono rispetto ed obbedienza non esclusi gli ufficiali inglesi, essendo essa l’amica e l’alleata di Sua Maestà il Re d’Inghilterra.
Il fiero aspetto e la dignitosa persona della giovinetta imposero all’ufficiale che balbettò con tono più umile:
— Non ho punto voluto mancare di rispetto a Sua Maestà; pure debbo compiere il mio dovere...
Ella comprese che non doveva spinger le cose all’estremo. Se l’ufficiale, cocciuto come tutti gl’Inglesi, avesse voluto usare della forza, come già molte volte era avvenuto, e fosse penetrato financo nella camera della Regina, trovandola vuota non avrebbe scoperto il mendacio di lei? E se con quel pretesto avesse voluto assicurarsi che la Regina era altrove?
— Accetto le sue scuse — disse Alma — ma torno ad assicurarla che non è possibile che il prigioniero sia penetrato nella torre; posso impegnare la mia parola d’onore. Anche io che lo avevo seguito nella sua fuga, fui sorpresa della sparizione; ma lo avrei visto se si fosse intromesso per una finestra o per uno spiraglio, in questo luogo.
— Me ne dà dunque la sua parola d’onore?
— Sì — rispose lei con accento di convinzione che rassicurò l’ufficiale.
E veramente ella credeva per fermo di dire il vero. Come era possibile che il fuggitivo fosse penetrato nella torre?
— Comprenderà — riprese la giovinetta — che io non posso ledere e non posso permettere che si leda una delle prerogative delle dimore regali. Solo la Regina avrebbe potuto concederle quel che ella ha chiesto, signor ufficiale!
L’ufficiale pareva perplesso e irresoluto. Per quanto rozzo comprendeva che sarebbe stata una villania inaudita il non prestar fede all’assicurazione di quella nobile giovinetta, della quale ammirava non solo la leggiadria soavissima, ma l’aria di bontà diffusa nello aspetto, come ne aveva ammirato la fierezza nel difendere la sua sovrana.
— Ma di che è reo quel... calabrese? — chiese Alma, vinta da una curiosità nella quale c’era pure un vivo per quanto dissimulato interessamento.
— Alcuni miei soldati — rispose l’ufficiale alquanto imbarazzato — scherzavano un po’... troppo, via... un po’ troppo vivacemente con certe ragazze del vicino villaggio, le quali... le quali se ne mostravano offese senza ragione alcuna, perchè si sa che la giovinezza è un po’ avventata, e poi dovrebbe pur perdonarsi ai nostri bravi soldati, se venuti qui ad esporre la vita pel bene di questa isola e del suo Re, cercano di prendersi un po’ di svago. Quel marrano di calabrese, al certo un vagabondo, uno di quelli che nel loro paese commettono ogni sorta di nefandezze col pretesto di far la guerra agli invasori, corse senza che ce ne fosse alcun bisogno, in difesa di quelle donne e ferì uno dei miei soldati...
Non proseguì, avendo egli una confusa coscienza che quel racconto, di molto attenuato, produceva una sinistra impressione nell’anima della nobile giovinetta, a danno del buon nome dei soldati inglesi. Ella non rispose, per fargli comprendere che non aveva più voglia di continuare quel colloquio e per liberarsi presto di quell’importuno, tanto più che temeva sopravvenisse la Regina dalla sua misteriosa escursione.
Sir Edoardo Water era assai scontento di sè e della riuscita del suo disegno. Come confessare di essere stato battuto da quella ragazza, perchè sebbene non potesse dubitare menomamente delle assicurazioni di lei, sopravviveva in lui il sospetto che il fuggitivo fosse penetrato nella torre? D’altra parte non voleva insistere, per non esporsi, se fosse avvenuto uno scandalo, e la Regina se ne fosse querelata a lord Bentink, ad essere punito, tanto più che sarebbe venuto a galla la scostumatezza e la indisciplinatezza dei suoi soldati. In odio agl’isolani che vedevano in essi dei nemici, ben si poteva chiudere un occhio sull’una e sull’altra, ma a patto che non destassero troppo rumore, come aveva fatto intendere il generale Mac Ferlane che comandava le armi di Sua Maestà il Re d’Inghilterra in Sicilia.
Volgendo in mente tali pensieri e comprendendo che sarebbe stata villania l’indugiar più oltre, anche perchè nella sua rozzezza sentiva il fascino di quella leggiadra e giovine creatura, salutò e senza dir parola si diresse verso l’uscio.
Ella aveva risposto al saluto e si teneva immobile, trepidante, perchè proprio non aveva sperato di cavarsela secondo i suoi voti. Sentì che l’ufficiale scendeva, preceduto dal maggiordomo; per rassicurarsi corse alla finestra e vide che i soldati, disposti in fila, prendevano la volta d’onde erano venuti.
— Dio, ti ringrazio! — mormorò lei.
Ringraziava Dio sol perchè il segreto della Regina non era stato scoperto, ma era ben lungi dal credere che il fuggitivo fosse nella torre.
— Ma dove, dove mai si è nascosto? Sparito di un tratto, come se fosse stato ingoiato dal terreno! Se avesse cercato di salvarsi su pel colle donde incomincia il bosco, l’avrei visto attraversare il piano!
Uscì dalla stanza in cui aveva ricevuto l’ufficiale inglese e si diresse in un gabinetto ove era solita di ritirarsi allorchè la Regina o in colloquio coi suoi confidenti o occupata a sbrigare la sua corrispondenza le concedeva un po’ di riposo. Quel gabinetto, incavato per così dire nel muro massiccio della torre, era attraversato in un angolo da una scala a chiocciola che saliva sulla piattaforma e scendeva nei sotterranei della torre.
Ella ritrovava lì dentro i suoi libri, i suoi ricordi, ed era il luogo che prediligeva perchè lontano da ogni rumore. Sedette sul lettuccio da campo che era ivi con le spalle alla scaletta ed aperse uno dei grossi volumi istoriati che divertivano la sua solitudine, proponendosi di attendere ivi che la Regina tornasse, perocchè era convinta che l’augusta donna sarebbe tornata a notte alta per non esser vista dai servi e dagli staffieri.
Ma Alma non aveva testa alla lettura. La storia che l’ufficiale inglese le aveva narrata aveva vieppiù acuito il suo interessamento pel fuggitivo, ben comprendendo che l’ufficiale aveva di molto attenuato la colpa dei suoi inglesi.
Non era dunque un volgare vagabondo colui che era intervenuto per difendere alcune povere donne dalla scostumatezza soldatesca: certo aveva ubbidito ad un generoso sentimento che gli aveva fatto affrontare lo sdegno e la vendetta di tutto un manipolo di soldati, e l’uomo che di tanto era stato capace non poteva essere un volgare malfattore. Si sentiva come lusingata nel suo amore per la terra in cui era nata, della quale sentiva talvolta un’acuta nostalgia, perocchè gli anni suoi più belli e più dolci, prima che la paterna ambizione l’avesse costretta a vivere nella Corte, erano stati quelli che aveva passato nel castello dei duchi di Fagnano, e forse quel vago sentimento che la faceva pensare a Riccardo con un senso di viva simpatia, mutatosi, or che lo credeva morto, in una memoria dolcissima, era dovuto alla suggestione che esercitavano in lei i ricordi di quegli anni.
Silenziosa la campagna, silenziosa la torre, chè i servi si erano raccolti tutti nelle stanze inferiori. Ella sfogliando il volume mentre vagava coi suoi pensieri era di tanto in tanto sopraffatta da un senso di paura, chè aveva udito raccontare alcune leggende intorno a quel luogo del tempo in cui i Saraceni facevano di molte escursioni in quelle terre; leggende di donne rapite, di vendette sanguinose, di stragi e di orrendi misfatti. Ella rabbrividiva cercando di stornarne il pensiero, col rievocare la memoria della sua infanzia trascorsa sui monti della lontana Calabria e delle persone che più l’avevano amata e che ella aveva amato. Ben poche veramente: nessuna però aveva lasciato una traccia profonda nel suo cuore i cui affetti, anche quelli di famiglia, erano stati ben superficiali. Ah, se avesse avuto i baci e le carezze di una madre in quella età in cui più se ne ha bisogno! ma ella non l’aveva conosciuta la madre sua; ed il padre che aveva sempre una ambizione da soddisfare, sempre un intrigo a cui attendere, pure amandola molto, non aveva saputo col suo affetto far le veci dei tanti affetti che le erano mancati.
Solo la Regina aveva saputo prender posto nel cuore di lei, che però era come insoddisfatto di quell’amore quasi le costasse una violenza, di quell’amore che era fatto più di suggestione che di stima verace e profonda, ma che non era per questo meno devoto e meno capace di ogni sacrifizio. Certo v’influiva il contrasto tra la sua natura e quella della Regina, della quale ella non ignorava le colpe e i vizî, pur sentendo per lei talvolta una pietà profonda che giungeva a giustificarla e ad assolverla: certo v’influiva il vederla decaduta da tanta altezza, circondata da nemici, insidiata, calunniata, abbandonata anche da coloro che un tempo le strisciavano alle ginocchia mentre ella, sola, impavida, superba, continuava a lottare in Calabria contro i Francesi, in Sicilia contro i ministri di Sua Maestà Britannica.
Ed Alma si sentiva di qualunque sacrifizio capace per la sua signora e padrona, pur biasimandone in cuor suo certe intemperanze e certe perversità, ed ammirandone profondamente certe virtù eroiche che ne facevano un impasto singolare di bene e di male, di maestà e di fralezza.
La notte era discesa da più ore ed ella tutta immersa nei suoi pensieri non se n’era accorta. Quando alzò gli occhi ad un orologio della parete si scosse mormorando:
— Un’ora per la mezzanotte! E la Regina non è rientrata! Eppure bisogna che l’aspetti vegliando. Voglia Iddio che non le sia accaduto nessun male!
Trasalì ad un lieve rumore che intese nel fondo della stanza attraversata dalla scala a chiocciola. Era stato uno scricchiolio cui aveva tenuto dietro di nuovo il silenzio profondo.
— È il caldo che fa scricchiolare il legno — disse a se stessa per rincorarsi.
Ma lo scricchiolio si udì di nuovo. Ebbe l’impressione che qualcuno cautamente salisse per la scaletta fermandosi ad ogni gradino.
— Dio mio — mormoro — Dio mio!
Si era alzata e, incapace a muoversi, a chieder soccorso, stava con gli occhi fisi, sbarrati, sulla botola aperta per la quale scendeva la scaletta.
— Un uomo, un uomo! — balbettò vedendo uscir fuori dalla botola una testa coperta da un cappello calabrese.
Col viso sconvolto dal terrore, con la mano nei capelli fissava quella testa della quale ancora non vedeva il viso. Infine l’uomo dovette alzare il capo perchè ella ne vide gli occhi, due occhi neri e scintillanti, che la fissavano immobili come se anche quell’uomo fosse colpito da stupore e non sapesse risolversi nè a discendere nè a salire.
— Il fuggitivo, il fuggitivo! — gridò lei con voce soffocata ricordando le parole dell’ufficiale.
Si rincorò per una istintiva persuasione che non avesse nulla da temere da quell’uomo che aveva difeso le donne perseguitate dagl’Inglesi. Vincendo la paura, facendosi sostegno della mano alla spalliera del lettuccio sentendo tremar le ginocchia:
— Chi è? — chiese con voce tremante.
L’uomo salì due gradini in modo che ella potè vederlo tutto dalla cintola in su. Sogno, allucinazione, realtà? Quell’uomo lo riconosceva: quel viso, quegli occhi, quell’aspetto li aveva già visti altre volte; li vedeva spesso nei suoi ricordi, nei suoi sogni. Sapeva il nome di quell’uomo... Come era lì, come era lì, mentre da tanto tempo non ne aveva più nuove?
— Oh! — disse infine quell’uomo — se è questa una visione che debba dileguare... Se è questo un miraggio... che io sappia se son folle...
Ella aveva ripreso possesso di sè. Pure, se lo spavento era cessato, era sopraggiunto un imbarazzo, una perplessità che le produceva come un intontimento. Comprendeva che avrebbe dovuto rassicurarlo, che toccava a lei far cessare quella incertezza per entrambi convulsa.
— Salite, signore — gli disse con calma ben simulata.
Egli salì il resto della scaletta, ma giunto sul limitare della stanza non osò proseguire. Si era tolto il cappello e si teneva immobile, quasi come un colpevole. Ella di un solo sguardo aveva notato certi particolari della persona e delle vesti di lui che facevano arguire come da lungo tempo lottasse coi bisogni più urgenti. Gli occhi, il cui sguardo era fiero talvolta, ma che nel fissarla diveniva sì dolce, erano affossati nell’orbita; le guance scarne, i capelli lunghi ed incolti gli davano un aspetto di sofferente, mentre le vesti lacere e sordide di fango ne attestavano la miseria.
Ella ne ebbe pietà, più che pietà forse. Quali casi fortunosi l’avevano ridotto in sì misero stato? Pure non osava chiedergli, quasi temesse di mostrar per lui un troppo vivo interessamento.
Additandogli una sedia discosta dalla sua gli disse:
— Dovete essere stanco, sedete.
Egli sedette. Poi per rompere l’imbarazzante silenzio le si rivolse dicendo:
— Ma dove sono io, signora duchessa?
— In, una delle due dimore di Sua Maestà la Regina, le sole che le hanno assegnato gl’Inglesi.
— La Regina è qui dunque! — esclamò lui.
Ella esitò, ma non volle mentire con quel giovane, quantunque l’esclamazione di lui l’avesse non poco turbata per i ricordi che evocava.
— No — rispose — Sua Maestà è assente ma tornerà questa notte.
Egli si alzò di botto.
— Perdonatemi — disse — perdonatemi. Io non sapevo a chi questa torre appartenesse... quando vi vidi all’improvviso pur non potendo credere agli occhi miei... pur credendomi in preda ad una allucinazione... non sapevo che foste sola in questa casa... Ditemi per dove posso andar via... Ho cercato al buio mentre ero in un angusto sotterraneo una finestra, uno spiraglio per dove uscire... quello pel quale entrai era chiuso... Andando a tentoni trovai questa scala; ne salii i primi gradini sperando di trovare una finestra per saltar giù e... e mi trovai qui. Se per non esser visto dai servi non posso andar via dalla porta, additatemi una finestra per la quale saltar giù...
S’interruppe: aveva visto a sè dinanzi le socchiuse imposte di una finestretta. Vi si diresse dicendo, voltosi alla giovinetta:
— Per questa, non è vero?
— No, no, che fate? — gridò lei sgomenta. — Vi uccidereste!
— Ma allora? — fece lui smarrito, perplesso.
Ella ben comprendendo per qual delicato riguardo il giovane voleva andar via anche saltando dalla finestra, arrossì, ma in cuor suo ne fu esultante. Per quanto sentisse come una ritrosia a parlargli della Regina, pure la gratitudine gliene faceva un obbligo, non sapendo con quali altre parole trattenerlo.
— Sua Maestà — gli disse — vi vedrà con piacere. Era molto impensierita sulla vostra sorte, non avendo da gran tempo vostre nuove. Anzi si diceva....
— Che fossi morto?
— Sedete dunque, poichè non posso farvi uscire avendo Sua Maestà proibito che si apra la porta della torre in assenza di lei.
Egli tornò a sedere.
— Debbo spiegarvi come io sia qui — disse il giovane.
— Lo so.
— Lo sapete?
— Sì. Ero alla finestra e assistetti al vostro inseguimento, ma non vi riconobbi. Seppi poi dall’ufficiale inglese comandante i soldati che vi davano la caccia perchè vi si inseguiva. Egli sosteneva, e non a torto, che vi eravate rifugiato in questa torre, e avrebbe voluto frugarla in ogni suo angolo. A me non pareva possibile che l’inseguito avesse potuto penetrarvi e diedi la mia parola d’onore che qui non c’era nessuno.
— Sicchè, se mi aveste veduto entrare? — fece lui con una mal dissimulata amarezza nella voce.
— Non avrei data la mia parola d’onore ma avrei impedito che si frugasse per non ledere le prerogative delle dimore reali...
— È vero — disse il giovane — tali prerogative mi avrebbero salvato!
Stettero per un pezzo in silenzio. Ella aveva chinato gli occhi confessando a sè stessa che le sue parole avevano dovuto ben ferire quel giovarne. Poi li alzò per dire:
— Narrate dunque. Come risolveste a rifugiarvi qui?
— Compresi che ero perduto. Per ben due volte mi avevano raggiunto e per ben due volte avevo potuto liberarmi dalle loro mani.
— Ferendone parecchi e uccidendone qualcuno.
— Ho il cappello bucato da due palle — rispose lui per iscusarsi — e una ferita al braccio di un colpo di daga... Ma poichè eran cresciuti di numero, se mi avessero agguantato la terza volta sarebbe stata inutile ogni resistenza. Non so chi mi abbia ispirato di dirigermi verso questa torre che io, nuovo affatto di questi luoghi, credevo disabitata; solo quando fui vicino mi accorsi che la porta era custodita da un negro. Girai la torre e vidi una finestrina. Con un salto fui sul davanzale, poi mi lasciai andar giù e caddi in un sotterraneo presso un mucchio di legna nel quale mi nascosi. Dopo un’ora circa sentii un calpestio. Era un tale che si avvicinò alla finestra per la quale mi ero salvato, ne sbarrò le imposte, e assicurò con una catena che chiuse a chiave onde non potesse aprirsi neanche dal di dentro... Ed io compresi che se non ero prigioniero degl’Inglesi, ero, a loro insaputa, prigioniero degli abitanti di questa torre, perchè non avrei potuto, come ne avevo fatto il disegno, riaprire la finestra appena fosse alta la notte, per andar via.
— Per andar dove? — chiese lei.
Ma si pentì di aver fatto una tale domanda che tradiva il suo interessamento.
— Per presentarmi — rispose il giovane — a Sua Maestà la Regina alla quale avevo data la mia parola d’onore di raggiungerla in Sicilia, se mai i Francesi non mi avessero ucciso.
Lo strano era questo, che anche la giovinetta si faceva una colpa del suo interessamento, mentre si rimproverava quel colloquio e la compiacenza che ne sentiva come sconveniente; mentre cedendo al suo interessamento anelava di sapere quali dolorose vicende il giovine avesse subito prima di giungere in Sicilia pur non osando chiederglielo, Riccardo si sentiva punto ed offeso delle parole e dal contegno di lei; offeso in quel culto, in quella religione che custodiva da tanti anni nel cuore per quella nobile giovinetta che era sua cugina, ma per la quale lui era pur sempre un misero avventuriero nato e cresciuto fra i servi della gleba.
E tale si proponeva di rimanere, chè per nulla al mondo l’avrebbe umiliata, per nulla al mondo avrebbe voluto darle un dolore. Ma non per questo egli doveva far credere che pitoccasse cosa alcuna; anzi per quanto più profondo sentiva nell’animo suo l’amore per quella giovinetta che si proponeva di non lasciar mai trapelare, tanto più vivo era in lui il desiderio che ella non lo tenesse in conto di un volgare intrigante.
Pure non si era ancora riavuto dalla emozione di quel così strano incontro. Ah, se ella sapesse per quali legami era avvinto a lei, se ella sapesse qual sangue le scorresse nelle vene, a qual nome e a qual titolo avesse diritto, come vieppiù fatale le sarebbe parso quell’incontro che li aveva messi a fronte per la prima volta nella loro vita, mentre finallora appena appena due o tre volte avevano scambiato qualche parola!
Alle parole del giovane Alma si era alzata, non sapendo ella stessa a qual sentimento ubbidisse. In questo dalla riva giunse loro un fischio che li fece trasalire.
— Sua Maestà sarà qui fra poco — disse lei rivoltasi a Riccardo — Sarà bene stanca. Sarebbe meglio che vi presentaste a lei domani.
— Sta bene — rispose il giovane.
Ella si era avvicinata alla porta ove si fermò indecisa. Qualcosa combatteva in lei un’aspra battaglia: la sua pietà, il suo interessamento, fors’anco il rimorso di aver ferito con le sue parole quel giovane che aveva veduto soffrir tanto, come appariva dall’aspetto, lottavano col decoro, col pregiudizio, col suo pudore di giovinetta.
Come lasciarlo lì per tutta una notte, mentre forse aveva fame? Ma era prudente mettere a parte i servi di quel segreto, a rischio anche di compromettere il segreto della Regina? Ma doveva lei, proprio lei, appena la Regina fosse tornata, parlarle di quel giovane, ben sapendo quali fossero i loro rapporti? Non era più conveniente che aspettasse il mattino per rivelarle la presenza di Riccardo in quella torre?
Si rivolse come mossa da una subita risoluzione.
— Resterete qui questa notte, in questa stanza che io chiuderò a chiave onde nessun servo possa entrarvi. Voi chiuderete la botola della scala. E... e penserò a portarvi io stessa di che rifocillarvi.
— Grazie — rispose lui che la fissava con un lungo sguardo.
Ella uscì e chiuse a chiave la porta. In questo udì un rumore di passi giù nel cortile. Giovanni il negro precedeva la Regina rischiarando la scala con una lanterna. Alma dal vocio che aveva sentito si era accorto che alcuni uomini avevano accompagnato fino alla torre l’augusta donna, la quale poco dopo entrò nella piccola sala in cui la giovinetta l’attendeva.
— Buona notte, figliuola, buona notte. Sei stata in gran pensiero per me, non è vero?
— Non lo nascondo, Maestà.
La Regina si volse al negro che si era arrestato sul limitare.
— Dammi le lettere che son giunte durante la mia assenza.
Il negro le porse inchinandosi un fascio di carte: poi, traendo un plico dalla tasca interna della sottoveste:
— La persona che Vostra Maestà ha mandato in Calabria... quella che io solo conosco, ha lasciato questo plico.
— Ah! — fece la Regina con un grido di gioia — Le notizie che ho chiesto... Saprò che è avvenuto di quel giovane che oggi mi sarebbe tanto utile! Andiamo, figlia mia, seguimi nella mia stanza.
Poi si rivolse al negro e lo guardò mettendosi un dito sulla bocca.
Il negro aprì le grosse labbra scarlatte ad un sorriso poi incrociò le mani sul petto e s’inchinò profondamente.
Appena nella sua camera la Regina si tolse il mantello e il cappellino di feltro nero sormontato da una nera piuma e lo gittò sul letto con atto impaziente.
Alma comprese che la regal donna era tra turbata e soddisfatta; gravi cose eran dovute accadere e forse molti importanti avvenimenti si maturavano, a giudicare dall’aspetto preoccupato di Maria Carolina, la cui fronte or si spianava mentre le labbra sorridevano, or si corrugava, a seconda i pensieri che fervevano in quella mente.
— Vostra Maestà non va a letto? — le chiese Alma.
— Non per ora, quantunque invero sia stanca. Ma debbo leggere prima le carte che mi ha dato Giovanni, il plico specialmente mi dirà tutti i particolari dell’affar nostro nel Napoletano. Tutta la mia corrispondenza era stata intercettata finora. Quel mendicante, che è uno dei miei fidi, non mi portò che notizie vaghe; ma questa volta son sicura che ne avrò di precise.
In ciò dire si era seduta allo scrittoio e con mano febbrile apriva il plico donde uscirono di molti fogli di carta che la Regina si diede a scorrere mentre il volto rifletteva come uno specchio le impressioni che quella lettura le destava.
Alma non si era mai intesa così turbata, così sconvolta, anzi. Era la prima volta che l’anima sua aveva un segreto da nascondere, un segreto per lei assai più delicato ed imbarazzante che se fosse stato di capitale importanza.
Che avrebbe detto il giorno appresso la Regina nel sapere che ella per tutta una notte le aveva celata la presenza in quella casa del giovane che aveva fatto ricercare per ogni dove? Che avrebbe pensato, che avrebbe creduto? Non indovinerebbe il vero motivo che Alma non confessava neanche a sè stessa, pel quale aveva rimandato al domani la rivelazione? Doveva dunque, checchè potesse accadere, dirle quanto era avvenuto, anche se avesse dovuto esser testimone di un incontro ripugnante per tante ragioni alla dignità sua e fors’anche al suo cuore? Al suo cuore, perchè se infine una Regina era discesa dall’alto del suo trono per stendere le braccia a quel giovane, poteva anche ella, libera com’era di sè...